31 maggio 1027: la nascita del Principato vescovile di Trento

Aquila di San Venceslao

Il 31 maggio 1027 nacque il Principato vescovile di Trento, potentato politico medievale che includeva il territorio dell’odierno Trentino e (prima dell’egemonia della Contea del Tirolo) una buona parte di quello altoatesino (Bolzano inclusa). Durò circa otto secoli ed era compreso nel Sacro Romano Impero, come successore del ducato (o marca) di Trento, entità istituita dai Longobardi che giungeva sino a Sabiona, nel territorio di Chiusa in Val d’Isarco. Il Principato, e prima ancora il citato ducato longobardo, racchiudevano dunque, almeno in origine, anche il territorio primigenio del Tirolo, località il cui centro precipuo (Castel Tirolo), cisalpino notate bene, ha poi dato il nome all’intera area storico-geografica. E anche la suddetta Sabiona, culla spirituale tirolese, è cisalpina. La germanizzazione medievale del settore altoatesino della Rezia cisalpina segue, e di molto, la romanizzazione dell’area, i cui indigeni originali sono i Ladini, discendenti di Reti, Celti e Longobardi, di lingua reto-romanza. Gli stessi Tirolesi meridionali, germanofoni, non sono poi così dissimili dai Ladini, essendo entrambi popoli di base celto-retica romanizzata con la differenza della germanizzazione medievale dei primi cagionata da coloni transalpini di origine baiuvarica. Un po’ come Cimbri, Mocheni e altre minoranze germanofone dell’arco alpino sudorientale.

In questo 31 maggio ravvedo la festa popolare dell’odierno Trentino-Alto Adige, il cui arido nome sostituisce il più consono Rezia cisalpina. Un territorio, questo, da sempre unito da ben note vicende storiche e da popolamenti alpini condivisi, dai Reti (confederazione sacra di popoli uniti da un comune sostrato neolitico, analogo a quello etrusco, un fossile delle Alpi insomma), dai Celti, dalla romanizzazione, dai Longobardi, dagli influssi lombardi a ovest e veneti ad est, dall’egemonia politica moderna dell’elemento tedesco, e da una più recente influenza austro-bavarese che ha coinvolto l’intero territorio retico cisalpino, a partire dalla fine del Principato trentino stesso (1803). Al netto di inutili neofascismi meridionaleggianti e di secessionismi farseschi in stile Klotz (l’Austria non esiste, essendo Baviera orientale, dunque Germania) mi faccio deciso assertore delle Opzioni, in chiave etnofederale: il Trentino è indiscutibilmente romanzo e italiano, ma ritengo che sino al Brennero (anche solo geograficamente) sia parimenti territorio cisalpino; ergo, chi accetta l’italianità della regione è il benvenuto e chi non ne vuole proprio sapere è giusto che rientri oltralpe, nella terra d’origine dei suoi (presunti) avi baiuvarici. Questo, chiaramente, non giustifica minimamente gli esodi meridionali anche nella Rezia cisalpina (fenomeno nefasto, assieme al nazionalismo di cartapesta alla Tolomei) né i tragicomici tentativi di italianizzazione forzata degli individui germanofoni, che comunque sia rimangono largamente preferibili a qualsiasi immigrato, più o meno recente. Pieno rispetto per l’Alto Adige/Südtirol e la sua secolare cultura, a patto che questo rispetti l’identità del Trentino, i Ladini, la Grande Lombardia e l’Italia (che, ovviamente, non è la sua repubblica postbellica).

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29 maggio 1176: la Battaglia di Legnano

La Battaglia di Legnano

Il 29 maggio 1176, nei dintorni di Legnano (Alto Milanese), l’esercito della Societas Lombardiae, la Lega Lombarda primigenia, sgominava le truppe imperiali del Barbarossa, costringendo l’imperatore stesso a cercare rifugio nella fedele Pavia. Questa vittoria dei liberi comuni lombardi (non tutti, comunque, erano schierati dalla parte di Milano e della Lega) non era il frutto di alleanze padano-alpine ostili al Sacro Romano Impero; nessuno metteva in dubbio l’autorità e la legittimità dell’organismo imperiale, ma si lottava per acquisire maggiore autonomia e sfuggire alla morsa dell’esoso fisco del Barbarossa, i cui rappresentanti taglieggiavano la popolazione. Tale ricorrenza è dunque la degna festa della Lombardia etnica, del territorio italiano nordoccidentale (senza dimenticare, certo, che facevano parte della Lega anche città liguri, venete e romagnole, dunque granlombarde), in cui la Societas Lombardiae si formò e attinse le precipue forze militari. Tuttavia, non va dimenticato che diverse città erano invece fedeli alleate dell’imperatore (Como e Pavia, ad esempio) e ancora oggi troviamo traccia di questa dicotomia nelle differenti insegne comunali, dove la Croce di San Giorgio testimonia il credo guelfo e quella di San Giovanni, viceversa, il ghibellino.

La distanza temporale ci permette, oggi, di inquadrare con serenità queste vicende storiche nell’ambito dell’orgoglio comunale lombardo, vedendo nel 29 maggio una data degna di rappresentare la festa della Lombardia etnica, essendo una tappa fondamentale nel cammino della presa di coscienza identitaria dei Lombardi. Certo, nessuno nasconde che dopo Legnano l’ostilità campanilistica tra le varie città padane riprese (mi vengono in mente le sanguinose lotte confinarie tra la guelfa Brescia e la, prevalentemente, ghibellina Bergamo), eppure la Societas Lombardiae, Pontida, Legnano, il Carroccio rappresentano simboli ancor oggi vivi e sentiti nella popolazione indigena, in quanto emblemi diciamo pure patriottici. Anche la retorica risorgimentale, squisitamente settentrionale, non a caso si è impossessata di Legnano come simbolo della resistenza cisalpina alle mai sopite mire germaniche. Unica pecca, il fatto che dietro il credo guelfo lombardo si nascondessero le oscure mene papiste dello Stato della Chiesa, sempre intente a dilaniare l’Italia seminando zizzania tra Italiani, a tutto vantaggio dello straniero. L’Italia, nel Medioevo fondamentalmente rappresentata da Nord, Toscana e Centro, era un pilastro del Sacro Romano Impero, il cui più nobile emblema era la Corona Ferrea. Oggi, senza più bisogno di azzuffarsi tra opposte fazioni, celebriamo il 29 maggio, memoria della Battaglia di Legnano, come festa etnica dei Lombardi, e come sacrosanta rivendicazione di radicali riforme federaliste: come i nostri padri non volevano porsi al di fuori dell’impero, così noi riconosciamo la realtà storica millenaria dell’Italia, a patto di una totale trasformazione di questa opprimente repubblica coloniale, in senso anzitutto identitario.

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Il socialismo può essere solo nazionale

Il socialismo, signori miei, o è nazionale (e patriottico) oppure è carta straccia, con la medesima rilevanza che può avere la carta igienica. Una nazione non abbisogna di inutili lotte di classe, bensì di lotta di sangue, della buona battaglia identitaria e tradizionalista da contrapporre alle sterili questioni bolsceviche, fondate sull’odio di classe (per quanto, certo, lo spirito borghese sia una peste dell’anima da debellare a tutti i costi).

I grandi limiti del pensiero marxista, e quindi del comunismo, riguardano il loro materialismo storico, quello spoetizzante grigiore che castra la potenza del Sangue e del Suolo sapientemente evocata dall’etnonazionalismo; il rosso si riduce al culto internazionalista dell’uguaglianza sociale e, per quanto lo stalinismo abbia combattuto le sovversive tendenze di un Trotski creando una sottospecie di socialismo patriottico, rimane il fatto che non di etnia e di nazione, di razza, si occupa l’ideologia falce e martello, bensì di egualitarismo infarcito di statolatria posta al di sopra dei destini del popolo.

Oggi il nemico è sempre più prepotentemente il moloc turbo-capitalista americano, unipolare, dove l’imperialismo statunitense stritola l’Europa riducendola in sua succursale; epperò cos’è il capitalismo se non l’altra faccia della medaglia universalista, la stessa del bolscevismo, forme di dispotismo meramente economico dove vengono esaltate ideologie aride, sterili, artificiali fondate sull’odio di classe e su sistemi economici che tengono in non cale la natura biologica, etnica, antro-genetica ed identitaria dei popoli della Terra, a partire da quelli europei.

Ma sbaglia grandemente chi pensa di contrapporre alla società capitalista forme di neocomunismo o di socialismo marxista, come sbaglia chi pensa di lottare contro il mondialismo ritirando fuori la solfa trita e ritrita del fascismo in salsa contemporanea; lo sappiamo bene quanto queste ideologie novecentesche, riprese oggi, divengano delle tragicomiche parodie che fanno favori al nemico, più che al popolo che dicono di rappresentare.

Si può invece, ancor oggi, parlare di socialismo (emendato dal pensiero marxista e soprattutto neomarxista) inteso come difesa dei diritti sociali del popolo dagli attacchi del parassitismo plutocratico, come lotta contro le cricche finanziocratiche e usurocratiche, dello strapotere di pochissimi a scapito di moltissimi. Però questo socialismo non deve e non può più prescindere dall’istanza etnonazionalista e patriottica (seriamente patriottica, non “sovietica”: la nazione è la Russia europea, non l’Unione Sovietica, per dire) proprio perché lo stesso demone mondialista si fonda sull’egualitarismo, sull’internazionalismo, sull’ecumenismo bastardo.

Certo, è chiaro, lo stalinismo era patriottico nella misura in cui condannava l’esportazione della rivoluzione bolscevica altrove e l’abolizione di confini, frontiere, barriere, ma è anche vero che l’ideologia stalinista era diversa da quella marxista-leninista, nemmeno troppo lontana da fascismo e nazionalsocialismo. Il totalitarismo sovietico nasceva dal comunismo che, come ideologia, è una sorta di monoteismo abramitico laico, che condivide con giudaismo e cristianesimo le origini ebraiche dei suoi fondatori e dei suoi principali araldi “russi”: tra le file dei bolscevichi abbondavano gli Ebrei, in particolar modo a livello di dirigenza del movimento.

Sebbene, con Stalin, il comunismo abbia rivelato un aspetto patriottico (questo anche in Cina, Corea del Nord, Cuba ecc.), sulla carta esso rimane il contraltare del capitalismo, mero strumento di sovversione apolide e antinazionale spesso nelle mani, come in Russia, di agenti internazionalisti ben poco interessati al sangue dei Russi e di altri popoli slavi. Sì signori, anche il comunismo è a suo modo una forma di mondialismo, proprio come il monoteismo desertico, il cattolicesimo, il capitalismo, il giacobinismo distorto, la massoneria, l’imperialismo atlantico, l’unipolarismo americano (che tritura e fagocita l’Europa defecandola come Unione Europea).

Molto meglio il multipolarismo dei cosiddetti BRICS che il sistema mondialista Usa-Nato, però amici, non è che la Cina, l’Eurasia russa, il Sudafrica, il Brasile o l’India siano nazioni, sono piuttosto piccole realtà imperiali (o quasi) che, per quanto contrapposte al mondialismo americano, hanno le loro svariate contraddizioni interne e non possono certo basarsi sul culto del sangue e del suolo. Queste realtà non possono essere paragonate alle nazioni storiche, su base etnica, dell’Europa, e d’altronde l’Europa ha la sua specificità e unicità.

La forza dell’Europa sta infatti nella forza etnica delle sue nazioni storiche, dei suoi popoli, che non possono essere soffocati o imprigionati da gabbie ideologiche che pongano, al di sopra di essi, dei meri stati, col risultato catastrofico di stritolare la natura per adattarsela addosso come fosse un vestito. La nazione legittima lo stato, non viceversa, e per quanto uno stato debba, certo, essere forte, autorevole, sovrano, protezionista e dirigista (nel giusto) – proprio per difendere il popolo dagli attacchi del mondialismo – prima di esso viene l’idea comunitarista, che del resto è la realizzazione etno-culturale del socialismo nazionale.

In altre parole, uno stato italiano presidenziale e repubblicano ci può stare, ma la sua anima deve essere etno-federale e comunitaria, rispettosa delle etnie italiane e garante della loro tutela. L’anima di uno stato deve essere, insomma, genuinamente nazionale, altrimenti perde di senso e rimane in piedi quella che, a conti fatti, si rivela essere solamente una prigione. E i disastrosi effetti di un’italietta simile li abbiamo tutti i giorni sotto al naso.

Pensateci: il meglio di sé l’Italia lo diede politicamente divisa; salvo il fascismo (soprattutto Salò), in quasi 160 anni di baraccone statale unificato di positivo da ricordare v’è davvero ben poco. Tornare dunque agli stati preunitari? Naturalmente no. Un riconoscimento politico a quell’italianità millenaria formatasi, soprattutto, tra Italia settentrionale e centrale, è più che giusto. Tuttavia bisogna spalancare, appunto, le porte al federalismo etnico, levandosi dai piedi il cialtronesco italianismo di cartongesso che da decenni sta facendo danni su danni. Solo lasciando finalmente respirare l’identità delle 4 grandi etnie italiane (6 allargando il campo al contesto linguistico-culturale) si può pensare di salvare il bambino evitando di buttarlo con l’acqua sporca.

Il tempo dei neofascismi e dei neosovietismi è scaduto. Figuriamoci quello dei giacobinismi…  L’azione di governo social-nazionale è necessaria per difendere il popolo indigeno dai soprusi degli organi sovranazionali (da cui l’Italia dovrebbe uscire quanto prima, per quanto arduo possa essere) e garantire vera sovranità al Paese, ma da sola non basta, e difatti occorre anche renderla armoniosa mediante una salutare ricetta etnofederalista e comunitarista. Qualcuno può forse pensare che l’etnofederalismo e il comunitarismo indeboliscano l’azione sociale e nazionale dello stato, e viceversa? Errato: la virtuosa sinergia dei due ambiti verrebbe garantita dal fatto che un comunitarismo etnonazionale non potrebbe in alcun modo simpatizzare per Ue, Nato, Onu, Usa, e allo stesso modo un socialismo nazionale coerentemente rispettoso della storia d’Italia verrebbe puntellato e accettato a patto che si doti di un ordinamento federalista (in senso, innanzitutto, identitario; la questione economica viene dopo).

Un meccanismo perfetto, a tutela sia dell’Italia che delle nazioni che la compongono. Se viene a mancare questo equilibrio, questo patto tra Italiani, viene a mancare anche il senso stesso di una repubblica italiana unitaria; e d’altro canto, l’Italia unita, federale, social-nazionale, dirigista e protezionista nell’interesse di tutti è anche un baluardo pan-italiano, contesto di civiltà millenaria, posto a difesa dei popoli di continente, penisola e isole, contro la minaccia su scala globale del sistema-mondo atlanto-americano-sionista.

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Il presidenzialismo per un rinnovamento radicale dell’Italia

Un punto saldo della mia visione politica riguarda il presidenzialismo, opzione razionale e ponderata all’interno delle dinamiche statuali di una rinnovata repubblica italiana, che sappia unire all’istanza (etno)federalista quella sacrosanta del sovranismo, contrapposto ad ogni delirio sovranazionale incarnato da europeismo d’accatto, internazionalismo, mondialismo Nato e Onu. Oggi l’italietta di Mattarella conta meno di zero, essendo un organismo apolide alle dirette dipendenze di Bruxelles, Londra, Parigi, Berlino, Washington, New York e Tel Aviv.

Il ruolo attuale del presidente della repubblica è qualcosa di meramente simbolico: un garante dell’unità d’Italia non per motivi patriottici ma per assicurare all’Occidente che lo stato sia integro e tutto teso, in ogni sua parte, alla sudditanza verso gli Usa, ossia verso i caporioni dell’alleanza atlantica e sionista. Se uno va a riguardarsi i nomi dei capi dello stato noterà come essi siano, quasi tutti, di origine meridionale e democristiana e cioè graditi all’occupazione statunitense del nostro Paese.

Nel secondo dopoguerra, i piani di ristrutturazione americana dell’Italia – in combutta con la mafia italo-americana, ossia la stessa che spalancò le porte della Sicilia all’invasione alleata – prevedevano un netto predominio politico del Meridione, immettendo nel pubblico massicce quote di soggetti ausonici, al fine di controllare il Centro-Nord ritenuto infido, in quanto dai trascorsi partigiani (rossi) ma soprattutto “repubblichini”.

Checché se ne dica sul Sud anti-sabaudo, il referendum su monarchia e repubblica vide il successo della prima proprio nel Mezzodì, essendo questo caduto presto nelle mani degli Americani e divenuto Regno del Sud retto dai codardi Sciaboletta e Badoglio, fuggiti a Brindisi nel 1943. Codardi padani, intendiamoci, ancorché il penultimo re d’Italia sia nato e cresciuto a Napoli.

Con l’avvento della repubblica non si ebbe, ovviamente, uno stato indipendente, sovrano, patriottico, bensì un aborto a metà strada tra il centralismo francese e il federalismo tedesco, ossia né carne né pesce, favorendo così l’egemonia (anche militare) americana sulla Penisola. E il Quirinale se ne sta lì, col suo sontuoso palazzo ex papalino, popolato da un capo dello stato dal ruolo, appunto, simbolico che non perde occasione per ricordare agli Italiani quanto siano schiavi dello straniero, sia esso occidentale e ricco che del terzo mondo e povero in canna (ma che trova nell’italietta di Napolitano e Mattarella il paese di Bengodi).

Proprio per questi motivi, il presidente della repubblica non è voluto da nessuno, non è eletto cioè direttamente dal popolo, non viene scelto da esso, bensì viene imposto dalle cricche parlamentari e in quanto tale è sempre un grigio personaggio anziano, anonimo, anodino, politicamente di scarso peso ma che rimane intoccabile essendo il rappresentante della volontà del padrone atlantico.

Infatti, il PdR gode di culto della personalità mediante leggine tese a condannarne il vilipendio, leggine che sembrerebbero “fasciste” se non fosse che sono volte a stroncare il dissenso contro una carica istituzionale – che non è nemmeno voluta dalla gente – in quanto garante dell’antifascismo e della castrazione del sovranismo italiano. Lo sentite Mattarella, no? Lui difende l’unità d’Italia ma guai a parlargli di sovranismo: una schizofrenia solo apparente, perché l’unità d’Italia non è null’altro che un’assicurazione sulla vita dello status quo mondialista.

Chiaramente parlo dell’unità d’Italia per come viene intesa all’interno dello stato-apparato di stampo ottocentesco, e cioè come feticcio statolatrico che diviene prigione e non baluardo dei popoli italiani. L’unità della repubblica italiana ci può anche stare, ma se diviene priva di sovranità, di razionale patriottismo e di coesione federalista assume i tratti della coercizione statalista e centralista, nemica dell’auto-affermazione etno-culturale.

Il presidenzialismo, invece, porterebbe all’elezione diretta da parte del popolo di un presidente della repubblica che assuma anche l’incarico di capo del governo, evitando un inutile sdoppiamento dove il PdR, come ora, avrebbe solo incarico simbolico, ma costoso, non voluto dal basso, e per beffa tutelato da leggi liberticide. E, appunto, incarico simbolico gradito più alle caste internazionaliste che alla gente che questo ruolo dice di rappresentare.

Nel sistema presidenziale, il capo dello stato è sì il garante dell’unità ed integrità dello stato, ma questa volta per fini davvero patriottici, sovranisti e tesi alla difesa e realizzazione dei popoli d’Italia, anche grazie alla presenza di un parlamento federale che ne rappresenti le sacrosante istanze etno-culturali. Ne approfitto per ricordarvi che un’Italia seriamente etnofederale non avrebbe più bisogno di venti, inutili e costose, regioni artificiali, poiché al posto di enti inventati di sana pianta troverebbero spazio organismi aderenti alla realtà antropologica del Paese, in numero massimo di 6 (vale a dire Lombardia, Triveneto, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna).

Il capo dello stato presidenziale porterebbe avanti un’agenda nazionale volta all’autodeterminazione italiana in tutti i campi e che, dunque, preveda necessariamente l’uscita dalla Ue, dall’euro, dalla Nato, dall’Onu e l’espulsione dal suolo italiano di ogni ente sovranazionale, finanziocratico, imperialistico, multinazionale, nonché degli immigrati, dei rappresentati delle religioni monoteistiche (e allogene in genere) e di tutti coloro che remano contro la doverosa realizzazione degli Italiani, non più oppressi da elefantiaci apparati anti-patriottici.

Socialismo nazionale, etnofederalismo, sovranismo sarebbero riuniti nelle mani del PdR posto a capo di un sistema di governo presidenziale e di una rinnovata religione civica finalmente liberata da tutta la narrazione finto-patriottica di questi quasi 160 anni di Italia artificiale. Va da sé che il presidenzialismo che ho in mente deve dare degna rappresentazione anche all’etnonazionalismo declinato in senso federale, altrimenti come ho più volte detto, nessun patto tra Italiani è possibile.

Il PdR rinnovato nella sua carica incarnerebbe gli interessi comuni di tutte le plaghe d’Italia, dalle Alpi a Lampedusa, dalla Corsica all’Istria, dalle coste tirreniche a quelle adriatiche: ritorno della lira, esercito, geopolitica, strategie, lotta all’immigrazione e al mondialismo, alleanze eurasiatiche in chiave indoeuropea, dirigismo equilibrato, protezionismo, lotta alle multinazionali, alle banche e alla delocalizzazione (nonché al rapace mercato libero internazionale), affermazione di un nuovo spirito civico italianista non neofascista o statolatrico ma che sappia esaltare al meglio il patrimonio culturale comune delle Italie.

Cos’è l’Italia se non cultura, civiltà, arte e bellezza, romanità senza tempo (non quella caricaturale, capiamoci) e spirito ario-italico che sopravvive nei secoli e nei millenni, nonostante le svariate sozzure della peggior italietta possibile plasmata dagli eventi del dopoguerra? Un presidente della repubblica dovrebbe riuscire a dar vita e voce ad una politica di governo che sappia equilibrare in maniera magistrale il particolare e il generale, mettendo il Paese al riparo da ogni nefasta ingerenza straniera.

Una repubblica italiana conserva un suo senso e una sua dignità solo a queste condizioni, e cioè a condizione che una nuova aristocrazia (in senso etimologico) sorga luminosa, ispirata anche ai dettami völkisch del Lombardesimo, e possa dare voce all’Italia dei migliori che però non si ponga al di sopra del popolo, in maniera sprezzante, ma che anzi cerchi il suo consenso affinché dalle sue file possa uscire davvero un presidente della repubblica popolare, non più eletto dalle caste ma dalla volontà degli Italiani.

Senza presidenzialismo e senza etnofederalismo la repubblica italiana perde di significato e, infatti, si riduce a ciò che vediamo oggi: un ente apolide, rappresentato da uno slavato e anonimo tricolore e da una ruota dentata disegnata nemmeno un secolo fa, che non solo conta pochissimo a livello internazionale, ma pure in patria gode di pessima fama e non è in grado di imporsi sulle influenze mondialiste ributtandole a mare; e questo perché lo stesso ente in questione, essendo parte del sistema, non può rivelarsi di certo antidoto al globalismo eradicatore.

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L’Italia non esiste?

Qualche settimana fa il Corsera pubblicava uno studio sulla variabilità genetica interna all’Italia, frutto di una grande eterogeneità che ormai tutti conosciamo benissimo (e che, ovviamente, non riguarda solo la genetica ma prima di tutto elementi ben più visibili e immediati) e che agisce in senso nord-sud ed est-ovest, giungendo alla conclusione che “L’Italia e gli Italiani non esistono”. Ma come? Giornali simili ci martellano ogni giorno con la sacralità e l’inviolabilità dell’unità d’Italia e adesso se ne escono con considerazioni che avrebbero lusingato un Bossi vecchio stampo? Questa schizofrenia non è certo dettata da motivi di ordine vetero-leghista (figuriamoci!) ma servono ad appoggiare la campagna mondialista di diffamazione di ogni forma di identitarismo etnico, di sovranismo, di etno-pluralismo, affinché la gente indigena d’Europa accolga senza fiatare tutta la pletora di menzogne globaliste sfornate dal sistema per indorare la pillola delle migrazioni di massa verso il continente europeo, Italia inclusa. Il Corsera e tutti i suoi colleghi, infatti, non credono nell’Italia ma nello stato italiano contemporaneo che, badate bene, di nazionale non ha proprio alcunché, ma nemmeno a livelli risorgimentali e fascisti, e cioè in senso culturale: è solo una colonia atlantica e occidentalista degli Usa, plasmata dai vincitori dell’ultimo conflitto mondiale, e che come tale è una prigione per i popoli che lo abitano. La politica “nazionale” si fa garante di questa cattività, a tutti i livelli.

Intendiamoci: l’Italia come nazione omogenea e coesa non esiste, chiaramente, anzi, potremmo anche tranquillamente dire che parlare di nazione italiana sia improprio così come, soprattutto, sia improprio parlare di etnia italiana, che infatti non esiste di sicuro. In questo senso la genetica corrobora l’identificazione di diversi areali etnici d’Italia, negando ogni pretesa di omogeneità del nostro Paese e togliendo la terra da sotto i piedi al nazionalismo artificiale, al neofascismo, ai cultori maniacali del Risorgimento; l’Italia, come la Germania o la Francia, più che una nazione è una cultura, una civiltà, a suo modo una patria sì ma priva di accezione etnonazionale, la cui più grande eredità è certamente quella romana. Tuttavia, la sua già esile natura nazionale non va spezzata per avallare viete menzogne antirazziste basate sul meticciamento, sul rimescolamento multietnico seguito al crollo di Roma, sul fatto che il Sud sarebbe nordafricano-levantino e che sono ovviamente tese a spalancare le porte all’immigrazione di massa indiscriminata. Gli Italiani e l’Italia non esistono? Per diversi aspetti è vero, ma allora esisteranno i Lombardi, i Veneti, i Toscani, gli Umbri, i Napoletani, i Siciliani e i Sardi, non certo quel fantomatico popolo bastardo, senza identità, spina dorsale, legittimità come vorrebbe arrivare a dire chi piega la genetica ai propri sporchi fini anti-comunitari e anti-sovranistici.

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Terrorismo americano-sionista senza fine

L’ecatombe senza fine che accompagna le vicende israelo-palestinesi da lunghissimo tempo (da ben prima della fondazione dello stato giudaico), di recente accelerata dalle sciagurate scelte dell’amministrazione Trump, di un babbeo servo di Sion che non pareva presentarsi come tale in campagna elettorale, impongono serissime riflessioni sulla situazione dell’eterna polveriera mediorientale, resa tale senza dubbio alcuno anche dal mafioso imperialismo di Americani e Israeliani (in combutta con i loro alleati). La presenza in Palestina (perché così si chiama, Palestina, non Israele) del “popolo eletto” si è rivelata una bomba micidiale e gli Arabi se ne accorsero da subito, sin dai tempi delle azioni terroristiche delle bande criminali sioniste, le prime a metter bombe in Medioriente, checché ne dicano i leccapiedi degli Israeliani, che hanno occhi solo per il terrorismo islamico (come se questo non fosse, a sua volta, un Frankenstein messo in piedi dai nemici degli Arabo-Palestinesi). Successivamente arrivò la fondazione dell’entità sionista, le guerre scatenate dalla sua occupazione militare, gli esodi palestinesi verso il resto del Vicino Oriente e l’estero, le guerriglie e gli attentati di un popolo ridotto allo stremo e costretto ad una lotta impari.

Ci mancava giusto la scellerata decisione americana di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di aprire la nuova ambasciata Usa proprio in quella città, operazione percepita dai Palestinesi come un’inaccettabile provocazione che ha portato ai sanguinosissimi fatti di questi giorni, dove al solito il guerrafondaio israeliano, spalleggiato dagli Usa, esibisce la sua terribile forza militare contro torme di poveri disgraziati armati di fionde, bastoni, sassi. A questi poveri disgraziati, i Giudei hanno strappato la loro legittima terra per edificarvi un’entità politica dalle cui mani, troppo spesso, gronda sangue innocente, rivelandosi una brutale forza d’occupazione, una scheggia impazzita di Occidente turbo-capitalista conficcata nel Levante. Provo francamente vergogna per quei reazionari nostrani, come i legaioli, che si eccitano pensando ad Israele e alla sua licenza di razzismo, militarismo, segregazionismo, confessionalismo, suprematismo, senza rendersi conto che la loro esultanza è quella del cagnolino che scodinzola sotto il desco del padrone, aspettandosi di ricevere i suoi avanzi. E senza capire che mentre gli Ebrei, in Medioriente, fanno il diavolo a quattro atteggiandosi a dispotici “paladini di libertà e democrazia” come isoletta imperialista in un mare arabo-islamico, in Europa pretendono di decidere su cosa sia lecito o meno dire, fare e pensare, auspicando sempre nuove leggi per mettere il bavaglio alla libertà d’espressione. Agli “eletti” piace vincere facile: strenui antifascisti in Europa, ma implacabili estremisti in quella arida striscia di terra che, storicamente, è parte della Grande Siria. E ad essa dovrebbe tornare.

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Anti-mondialismo, imprescindibile dovere morale

Il mondialismo è la messa in politica dell’ottica globalista, cioè il cosiddetto sistema-mondo, dove i principali attori dello scacchiere planetario lavorano, sia alla luce del sole che occultamente, per la realizzazione del tanto auspicato stato mondiale unipolare, dove a dominare in maniera incontrastata sia la demo-plutocrazia atlantica e l’internazionalismo apolide (da sempre caro agli intoccabili che tutti conosciamo…).

Per quanto questo demoniaco stato mondiale non esista (ancora) possiamo benissimo renderci conto di come esso riesca a trovare espressione negli Usa e nei vari enti sovranazionali che, per un motivo o per l’altro, ad essi si ispirano lasciandosi pilotare bellamente per il perseguimento dei turpi scopi americani; il mondialismo diviene così il volto politico, militare, socioeconomico e “culturale” del dispotismo unipolare messo in campo dagli Statunitensi.

Sappiamo come i tirapiedi del sistema-mondo, obbedendo alla mano che li ingozza alla stregua di oche da macello, amino liquidare gli avversari identitari di questo perverso ordine di cose raffigurandoli come complottisti paranoici, neonazisti e neofascisti, populisti, pazzi, disadattati e via dicendo, tentando maldestramente di celare l’immonda natura genocida della globalizzazione: la loro è la cattività del pensiero debole che si prostituisce agli argomenti del grande capitale.

In ottemperanza al dispotismo ben poco illuminato formatosi a partire dal secondo dopoguerra, in Occidente, gli scherani del mondialismo fanno di tutto per diffamare l’identitarismo, il tradizionalismo, l’etnicismo, il razzialismo, l’etnonazionalismo ossia tutte quelle forme di ideologia e politica, nonché di cultura militante, che si oppongono strenuamente alla massificazione e standardizzazione dei popoli della Terra con l’arma dell’etno-pluralismo: l’identitario forte, coerente, razionale oppone alla lugubre narrazione mondialista le verità di sangue, suolo, spirito, ossia dei pilastri della natura etno-razziale delle genti del globo.

Il Lombardesimo, l’etnonazionalismo lombardo di cui sono sempre stato araldo e testimone vivente, si batte per l’affrancamento dell’identità lombarda e per la sua preservazione andando contro ogni sottoprodotto del mondialismo, tra cui le concezioni venefiche e artificiali di Lombardia, Italia ed Europa. Esso contrappone al dominio terroristico della menzogna, dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’egualitarismo, l’esaltazione – comunque razionale e realista – la genuinità dell’incorrotto sangue lombardo, la veracità del suolo lombardo con il suo fertile umo continentale, la luminosità dello spirito lombardo nato dalla fusione tra i primi due basilari elementi.

Il Lombardesimo, così come l’italianità aulica e nobile e l’europeismo völkisch, stabilisce un incrollabile ponte tra gli Avi e i loro posteri (cioè noi) perché non esiste futuro senza passato e senza un presente che sappia sublimarsi emendandosi da ogni scoria postmoderna e “liquida”, prodotto del demone mondialista e della sua macchina del fango attivata contro l’etnonazionalismo, e il coerente identitarismo sangue e suolo.

Il sottoscritto, prima di essere italiano ed europeo, è certamente bergamasco e lombardo, poiché queste identità, spesso ridotte a spregiative forme di campanilismo e localismo ottuso, rappresentano la natura più intima della mia essenza biologica, antropologica, culturale e territoriale; prima di essere cittadino di una civiltà come l’italica e membro di una realtà continentale coesa da millenni dai miti fondanti dell’epopea ariana in occidente, sono indubbiamente parte di una comunità etno-culturale omogenea, rustica, tremendamente concreta com’è quella cisalpina, segnatamente gallo-italica, lombarda per l’appunto.

E infatti il sangue, il suolo, lo spirito sono i baluardi della morente civiltà europea, gli unici veri ostacoli posti sul cammino distruttore del rullo compressore mondialista, senza cui questo potrebbe radere completamente al suolo ogni resistenza identitaria alla sua truce tirannia, alla truce tirannia del pensiero unico che si concretizza nella infame propaganda dell’antifascismo d’accatto contemporaneo. L’antifascismo contemporaneo non è un male perché si contrappone a ciò che poteva essere fascismo (e che, indubbiamente, aveva anche sfumature negative, come l’esaltazione di un’Italia di cartapesta inesistente) ma perché sotto l’etichetta antifascista si nascondono tutti i contemporanei veleni ideologici distillati da progressismo, relativismo, nichilismo, pluralismo multirazziale e anti-comunitario.

L’antifa, cosiddetto, è il servo scemo, il botolo rognoso da guardia, della finanziocrazia globale, il manichino che si crede libero ma che in realtà non è null’altro che una marionetta manovrata dall’alto dai pupari globalisti, che si servono delle sciocchezze antifasciste per castrare la resistenza e lo spirito guerriero di lotta incarnati dagli identitari etnonazionalisti e da chi a loro si ispira. L’antifascismo in assenza di fascismo è lo specchietto per allodole degli idioti, l’arma di distrazione di massa che impedisce di inquadrare il vero nemico: non il fantomatico ritorno del nazifascismo, bensì la spaventosa dittatura del proteiforme mostro occidentale plasmato dagli Usa e dai loro cicisbei.

Il mondialismo, in una diuturna lotta tra il bene e il male, è la continuazione dell’idolatria dell’oro operata dagli eredi delle demo-plutocrazie borghesi occidentali otto-novecentesche, partorite dal giacobinismo distorto, mentre l’anti-mondialismo rappresentato dall’antidoto per antonomasia contro il globalismo, che è l’etnonazionalismo, è la preservazione militante dell’identità biologica e culturale dei popoli (del sangue e del suolo), nonché l’alfiere di quella cultura genuina sgorgata dall’intimo legame tra il dato di razza e quello di terra.

E come già andava delineandosi durante l’ultimo conflitto mondiale, se da una parte il mostro occidentale (non certo europeo) scatenava il proprio terrore in nome del danaro, del capitale, dell’oro, del libero mercato e dei mercanti (e della borghesia), e dall’altra il bolscevismo si ergeva a feticcio di un distorto concetto di socialismo su base internazionalista e marxista, “asiatica” e semitica, in mezzo ecco l’eroica battaglia del socialismo nazionale che non scendeva a compromessi con nessuno dei suoi nemici, divenuti addirittura alleati per spazzare via i fascismi. E ancor oggi l’etnonazionalismo e la sua realizzazione socioeconomica, che è il comunitarismo, si batte come un leone sia contro l’idolatria del danaro che quella dell’egualitarismo dal fortore neomarxista.

Per quanto, oggi, il concetto di terza via possa essere superato (essendo il comunismo morto e sepolto e nemmeno paragonabile a ciò che il turbo-capitalismo rappresenta) resta lampante che il destino di una nazione si realizza non con il capitalismo e non con le sinistre, ma con il razionale culto etnonazionalista che pone al di sopra di tutto la natura: per l’appunto il sangue, il suolo, lo spirito. Oggi il nemico totale è l’occidentalismo liberal-democratico, antifascista, retto sia dalle destre conservatrici amiche degli Usa che dalle sinistre europee nostalgiche di Berlinguer e amiche dell’Unione Europea, che a sua volta è succursale di Usa e Nato.

E queste imbecillità auto-genocide fatte politica fanno il paio col pensiero cristiano, con quello ebraico e musulmano e con tutte le altre concezioni che elaborano ideologie a loro modo mondialiste, universaliste, massificatrici: ed infatti è solo un povero illuso chi pensa che il nemico dell’unipolarismo americano possa essere qualcosa che, a sua volta, porta avanti malsani propositi totalizzanti e omologanti, e cioè i comunismi, i socialismi marxisti, gli imperialismi di realtà ipertrofiche come la russa, la cinese, l’indiana.

Certo, Russia, Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre realtà sbrigativamente derubricate a “secondo mondo” dai capitalisti occidentali, mettono in campo una concezione multipolare del potere e della sovranità, ma chiaramente sono realtà che di (etno)nazionale hanno ben poco essendo a loro volta degli imperi, dei continenti a sé stanti quasi, dove il pensiero völkisch non può certo trovare spazio.

In questo senso anche l’Italia, intesa come stato-apparato ottocentesco, diventa un piccolo moloc anti-identitario, una scheggia di mondialismo che avvelena i grandi areali etno-culturali del Paese, ma di questo ne riparleremo. Si aggiunga solo ora, per concludere, che nella mia attuale concezione lombardista una realizzazione statuale dell’italianità come cultura, civiltà, eredità italico-romana ci può stare, ma deve passare necessariamente per un radicale patto di profonde riforme etnofederali, in mancanza del quale nessun accomodamento è possibile. Non spezzerò mai lance a favore di questa Repubblica Italiana, anche perché, per assurdo, pur difendendo a spada tratta l’unità dello stato condanna il sovranismo e si accoda agli altri staterelli euro-occidentali preda della sindrome di Stoccolma nei confronti dei carcerieri atlanto-americani.

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