La rinascita della comunità come redenzione della gioventù smarrita

Qualche giorno fa nel Ferrarese due ragazzini si sono macchiati di un efferato crimine dove a rimetterci la vita sono stati i genitori di uno dei due, il più piccolo, sedicenne. Genitori normali, onesti lavoratori, senza vite spericolate e degenerate ma che si sono ritrovati in casa un mostriciattolo sanguinario amico inseparabile di un’altra belva umana sua coetanea, ossia l’autore materiale del duplice omicidio.

Come si intuisce facilmente siamo in presenza di due giovanissime menti debilitate che a guisa di spugna hanno assorbito il peggio della società consumistica contemporanea, una società piena zeppa di narcisismo, individualismo, egoismo, materialismo ateo, nonché di aggressività e di violenza inaudite veicolate da tutto l’infetto ciarpame modernista fatto di videogiochi diseducativi, mondo virtuale, alcol e droga, sesso compulsivo sfrenato. In altre parole stiamo trattando della perversa portata del postmoderno nella cui liquidità sguazzano come maiali, purtroppo, moltissimi dei nostri giovani e adolescenti.

Due minorenni che arrivano a trucidare i genitori di uno dei due a colpi di ascia sono i perfetti figli di questa barbarica temperie “culturale”, dove niente ha più senso perché vengono a mancare del tutto modelli, esempi positivi, buoni maestri che possano instradare sulla retta via una gioventù informe e malata di megalomania, i cui risvolti si rivelano poi in tutta la loro spaventosa drammaticità. Si perde letteralmente il contatto con la realtà che da questi adolescenti e giovani viene concepita come un mondo senza regole in cui ognuno fa da sé, come meglio gli pare, e in cui a vincere (?) sono i più infami, maligni, perversi, come se essere dei cinici e sadici criminali fosse manifestazione di forza e non, come invece è realmente, una gravissima e fatale pulsione verso la distruzione di sé e degli altri, a partire da coloro che più sono vicini e legati a questi tragici piccoli piccolissimi individui.

Un ragazzino di sedici anni che beve, si droga, non si dedica e appassiona a nulla se non alla vita da dissoluto in erba vissuta all’insegna del disordine più totale, e che assolda l’inseparabile amico come sicario dei genitori, ovviamente è profondamente disturbato ma prima di questo è uno di quei sempre più numerosi giovani e giovanissimi che non trovando un senso da dare alla propria esistenza finiscono per trascinare sé stessi e gli altri in un abisso senza fine, in un inferno di atrocità e dolore che distrugge intere famiglie. Naturalmente, e per fortuna, i risvolti più tragici di queste situazioni sono casi molto rari ed isolati, dove spesso esiste un enorme disagio e degrado sociale (anche se questo non sembra essere il caso ferrarese in questione); ciò però non toglie che la nostra gioventù, in un mondo occidentale di relativismo su vasta scala dove i modelli vincenti (si fa per dire) sono incarnati da quei soggetti edonisti, egocentrici, arroganti a cui sembra tutto dovuto grazie a soldi e violenza e che si sentono padroni del globo, viene tremendamente deviata e pervertita, usata dall’internazionale del male – e della sua banalità – per gli scopi più abietti.

Tutto viene banalizzato, tutto diventa relativo e opinabile, tutto perde valore ed importanza ed è allora che l’anarco-individualismo si manifesta in tutta la sua letale portata giungendo a macchiarsi di crimini esecrandi e per mano di minorenni, rincitrulliti a tal punto da perdere completamente il contatto con la realtà, che sfuma e si trasforma in un gigantesco videogioco dove a trionfare è il più violento e diabolico. Si capisce che qui si sta parlando di una situazione in cui non si crede più in nulla, in cui nulla sembra più avere senso e ragione di esistere, perciò se essere al mondo non ha più significato ci si abbandona al cupio dissolvi contraddistinto dall’abbattimento dei confini tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e sbagliato nonché tra la verità e la menzogna, la mendacia.

In questo scenario si rivela la straordinaria necessità di recuperare quei valori sociali, patrii e civili che hanno reso grande l’Italia e l’Europa e che sono la salvezza e la redenzione di tutte le genti europee, oggi stritolate dal tritacarne mondialista e avvelenate dalla vulgata consumista che sta alla base della metastasi relativista e liquida e che porta al disorientamento soprattutto dei più fragili, degli adolescenti, di coloro che si trovano nella più delicata delle fasi della loro vita, in cui si formano carattere ed inclinazioni degli individui. Il nucleo della personalità di un uomo e di una donna si struttura proprio in tale periodo adolescenziale, ed è chiaro che un ruolo primario è giocato dalla famiglia e dall’ambiente sociale che circonda il soggetto; venendo a mancare la sfera spirituale, quella patriottica e civica, e quella famigliare i giovanissimi finiscono allo sbando e si mettono sulla cattiva strada condizionati da avanzi di galera o comunque da cattivi maestri a loro volta sottoprodotto di una società senz’anima travolta dal troppo benessere. È nel progresso (si fa per dire), nel pacifismo, nell’ozio, nell’agnosticismo e nell’indifferenza, nell’immonda e amorfa liquidità del consumismo che si creano le condizioni ideali per lo sviluppo di quel brodo di coltura infame del tutti contro tutti da cui pescano senza requie coloro che nell’ombra si fregano le mani e ghignano mentre gli Europei si fanno vicendevolmente a pezzi.

I nostri giovani hanno tremendamente bisogno di modelli di vita, di esempi positivi, di pilastri granitici di una società sana e dunque patriottica e ordinata, che domi il caos e lo trasformi in energia positiva, benigna, da impiegare nell’elevazione spirituale e materiale della comunità. Il disordine viene dall’alto, come si suol dire, e si capisce che venendo a mancare l’autorità civile e politica, quella religiosa e naturalmente quella famigliare si creano tutte quelle condizioni necessarie a scatenare l’anarchia e il “rompete le righe” generale che travolge la nostra società contemporanea. Qui non si tratta di ritirare fuori dalla naftalina l’olio e il bastone, o l’oscurantismo chiesastico oppure ancora misure di grigio conformismo borghese ma anzi di ridare vita a ciò che oggi è purtroppo morto perché liquidato sbrigativamente come “antidemocratico”, come se la democrazia odierna non fosse parte integrante della degenerazione morale e civile della Patria. Si badi che i mali moderni dell’Europa a guida americana derivano tutti da questa (fittizia) democrazia pilotata dall’atlantismo, che si riflette poi su identità, tradizioni, usi e costumi, spirito religioso e civico, società e famiglia. Dall’America, che ha ridotto l’Europa occidentale a sua sterminata base militare, proviene tutta l’infetta spazzatura postmoderna fatta di culto del denaro, del successo facile, del nichilismo, e quindi anche della violenza e della malvagità perché invece di essere individui assertivi in seno alle nostre comunità etniche tendiamo a divenire schegge impazzite di narcisismo che usano il prossimo, spregiano i valori tradizionali e patriottici, preferiscono piacere e conformarsi agli standard mondialisti anziché realizzarsi spiritualmente e materialmente divenendo componente dinamica della comunità etnonazionale non per manie di protagonismo ed esibizionismo ma per il benessere della Nazione, e dunque anche di sé ma nel rispetto di chi ci è fratello di sangue ed è come noi tassello nel mosaico della collettività patria.

Insegniamo dunque ai nostri figli il valore inestimabile della natura, del sacrificio, dello studio, del lavoro, dell’attività fisica, della famiglia, della creatività personale messa al servizio del bene comune, comune non nel senso di ecumene “bastarda” globale ma nel senso di comunità nazionale, etno-razziale e culturale e soprattutto del valore di sangue, suolo e spirito, le colonne portanti di una società sana, forte, virtuosa, esemplare, solidale e che non si disgreghi nei mille rivoli del capriccio individuale, che è poi quello che sfocia nel vizio e nel male. Se le nostre comunità sapranno sbarazzarsi delle zavorre del pensiero unico liberal-democratico, secondo cui ognuno può fare quel che vuole a patto che non attacchi i valori di cartapesta degli stati-colonia americani dell’Europa atlantica, potranno tornare a spiccare il volo verso la società ideale plasmata dall’identitarismo patriottico e tradizionalista, e dal recupero di quella genuina ed intima dimensione umana comunitarista grazie a cui anche e soprattutto i nostri giovani possano esprimersi senza danneggiarsi e danneggiare; coinvolti in quella straordinaria fusione tra popolo e natura, che abbiamo perso ma che occorre ritrovare per dare un senso di autenticità e positività alla nostra vita, essi si libereranno dal contemporaneo mostro interiore del mal di vivere trasformando la passività sadomasochistica del misero consumatore plagiato dal sistema al dinamismo propositivo e battagliero del ferreo e redivivo volontario d’Europa.

Ave Italia!

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Orientarsi nel guazzabuglio islamico

La questione dell’islam e dell’islamismo non può essere facilmente liquidata assumendo posizioni islamofobe da fallaciani o salviniani perché il quadro è molto più complesso di quanto si possa credere, come gli stessi sviluppi degli eterni conflitti mediorientali dimostrano. A monte la faccenda riguarda l’islam e il mondo islamico, che inevitabilmente viene a toccare anche noi e l’Europa, in un mondo purtroppo vieppiù globalizzato.

La cultura musulmana non nasce in Europa, e quanto quella giudeo-cristiana è un prodotto di importazione che ha fatto più danni che altro; si tratta di dottrine sviluppatesi in un mondo agli antipodi del nostro, semitico, lunare, ctonio, femmineo sotto certi aspetti, molto incline ai tenebrosi ambiti funerei della superstizione mediorientale dove l’aridità del suolo si mescola al fanatismo e al sangue versato nelle guerre di religione. Un dio assoluto, dispotico, vendicativo e sanguinario come quello di Bibbia e Corano è espressione della mentalità dei popoli che lo adorano, indubbiamente guerrieri (quantomeno prima dell’eresia cristiana) ma estranei alla nostra civiltà (indo)europea. Non credo di scrivere aberrazioni affermando che la mortificazione di carni e spirito, la sessuofobia, la teoria di sparate oscurantistiche volte a sottomettere l’uomo ad una divinità terribile, vendicativa, spesso più maligna che benigna siano tutte manifestazioni culturali di un ambito molto lontano dalla realtà spirituale europea, che non sente nessun bisogno di affidarsi ad un dio unico assoluto che schiavizza, invece di affrancare, e che è peculiare del Vicino Oriente.

Il monoteismo abramitico arruola schiavi e pecore, non uomini liberi e forti, dotati di autostima, che sappiano autodeterminarsi senza deresponsabilizzarsi affidandosi ad una improbabile Provvidenza; la religiosità indoeuropea è crescita spirituale ed elevazione non schiavitù e fanatismo, fondamentalismo, e soprattutto sterile pratica esteriore fatta di codici e codicilli farisaici da rispettare alla lettera, altrimenti Geova ti castiga e ti spedisce negli inferi. La gentilità è per uomini liberi, guerrieri, sicuri di sé e del proprio valore, viceversa l’assolutismo monoteista si concilia bene con la mentalità pecoronica di individui amorfi che hanno bisogno di uno che li comandi col bastone e la carota per combinare qualcosa. E questo si riflette ancor oggi nella cultura delle genti mediorientali.

Questo riguarda tutte le tre grandi religioni rivelate (cosiddette) e soprattutto, oggi, l’islam, che non ha subito processi di secolarizzazione occidentale come cristianesimo ed ebraismo. Questa però potrebbe essere una carta preziosa nelle mani dell’islamismo: mentre il cristianesimo predica pace, amore, perdono, pecoronismo mite e docile ormai come banale filosofia di vita, l’islam non castra il maschio, e anche se lo assoggetta al tenebroso dio del deserto lo sprona continuamente a combattere, sforna guerrieri, che poi prestano inevitabilmente il fianco al terrorismo anche per via delle sperequazioni dovute al neocolonialismo occidentale. Certo, in questo caso più che di guerrieri è bene parlare di vigliacchi plagiati e criminali, che però trovano il “coraggio” (mettete il termine tra un bel po’ di virgolette, per sicurezza) di sacrificarsi, ancorché per una causa disumana, perversa e folle. Non possiamo comunque negare che la religione islamica predisponga a ciò, così come non possiamo sminuire il ruolo dell’imperialismo euro-atlantico.

Ovviamente, preferisco vedere genuino piglio guerriero, nel mondo islamico, tra gli sciiti e quei lealisti fedeli ai legittimi governi anti-mondialisti come quello di Assad, ed è qui meritorio citare gruppi come Hezbollah e i pasdaran iraniani. Appare però chiaro che anche il terrorismo islamico trae linfa vitale da una religione che non è da eunuchi, per così dire, che al rosario preferisce la scimitarra e al presunto messia che muore come un ladro in croce il profeta bellicoso che assoggetta l’intera penisola arabica nel nome di un idolo pre-islamico elevato a dio supremo, Allah, sulla falsariga di quanto fatto da giudei e cristiani. Per questo, mi è capitato di dire che, oggi, la partita tra chi vuole agnelli castrati e autolesionisti (Gesù) e chi invece vuole uomini pronti a tutto (Maometto) appare dall’esito scontatissimo. A meno che ovviamente gli Europei si tolgano finalmente di dosso i panni dei castrati per riscoprirsi eredi di quei leoni che edificarono imperi, civiltà guerriere, potentati virili e solari, invitti esempi di gloria, potenza e civiltà. Hai voglia ad opporre alla furia conquistatrice musulmana i pacifisti balocchi cristiani, tra madonnine e crocifissi…

Quando però affermo che l’islamofobia è una sciocchezza, una paranoia (le fobie sono dei bambini) alla Fallaci, Allam o Salvini e altri manifesti della mediocrità liberal-conservatrice, non è solo perché, giustamente, tendo a distinguere tra quegli islamici anti-mondialisti che, a casa loro, lottano senza tregua contro l’imperialismo occidentale, e i terroristi salafiti-wahhabiti defecati come diarrea dall’obeso ventre saudita, ma anche perché proprio l’imperialismo atlantico è ciò che foraggia i “ribelli” che poi come per magia (ma dai?) si tramutano in sanguinarie belve pronte a saltare in aria con centinaia di innocenti. Non sto dicendo alcunché di nuovo, lo sappiamo bene: non c’è terrorista sunnita che non sia prima passato dalle scuderie americane per fare guerriglia contro i nemici dell’America, per poi divenire a sua volta “nemico” del suo stesso mandante. I guerrafondai dell’Occidente atlantista finto-crociato attingono a piene mani nel bacino di fanatici senza cervello addestrati da cialtroni barbuti e in palandrana nera, e così fanno tutti i bravi alleati degli Statunitensi + Unione Europea, tra cui Turchi, sionisti, Sauditi, emirati arabi, Qatar, e il variegato mondo dei “ribelli” anti-governativi. C’è poco da star qui a fare distinguo tra Califfato e ribelli, visto che il loro obiettivo è comunque (e qui parlo soprattutto della questione siriana) lo stesso: abbattere Assad ed installare fantocci manovrati dalle forze della sovversione mondialista, come già accaduto diverse volte altrove.

Se ci fate caso, sempre nel conflitto in Siria, noterete come dalla parte di Assad e del suo legittimo governo vi siano coloro che si battono per un mondo multipolare libero dal giogo globalista voluto fortissimamente dall’Occidente, con tutta la sua cascata di disvalori relativisti e capitalisti, e dalla parte invece degli antagonisti “moderati” (direttamente o indirettamente) ci sia tutta la feccia ufficialmente o meno terroristica che va dai maneggioni americani agli Israeliani, dagli islamisti ai loro caporioni sauditi, tutte parti in causa che concorrono allo scopo dell’America di sempre, cioè ridurre il mondo in ceppi schiavistici in nome della “democrazia” a stelle e strisce, che non è altro che un cumulo di spazzatura tesa ad infettare l’umanità per omologarla ai sacri dettami del liberalismo.

Insomma, come vedete quando si parla di islam, islamici, cultura islamica e islamismo la questione si fa spinosa ed intricata, anche se su una cosa dovremmo essere tutti d’accordo: in quanto patrioti europei, identitari e tradizionalisti, che per di più magari hanno mal di pancia incrociando rabbini e preti, dovremmo tutti senza distinguo riconoscere nell’islam, in Europa, un corpo estraneo animato da milioni di soggetti allogeni provenienti da Nordafrica, Medioriente, Africa nera e persino Sudest asiatico portatori di geni e culture del tutto estranee ai nostri Paesi. Per non parlare dei residui islamici nel nostro stesso continente che diventano spesso e volentieri bacini di reclutamento per terroristi, e cioè Bosnia, Kosovo, Albania, aree turcofone (così come, più in là, il Caucaso), zone che politici lungimiranti come Slobodan Milosevic avevano già a suo tempo indicato come polveriere islamiste pronte ad esplodere, se sollecitate appositamente dai tiranni che hanno tramutato in uno spezzatino a base di stati fantoccio la ex Jugoslavia, proprio per mettere in ginocchio Belgrado.

So che diversi nazistelli nostrani provano molta simpatia per l’islamizzazione, magari da inquadrare come salvezza spirituale (???) del nostro continente, perché disgustati dal giudeo-cristianesimo e dalla parabola discendente che la Chiesa cattolica sta vivendo; francamente, come già dissi, lo trovo completamente ridicolo e pericoloso perché porterebbe a solidarizzare con i nostri stessi nemici, anche interni, e con la pletora di musulmani che ci troviamo, nostro malgrado, in casa. Non capirò mai perché, pur avendo in Italia l’inestimabile eredità italico-romana della gentilità, qualcuno abbia bisogno di continuare a trastullarsi con le radici giudeo-cristiane o addirittura a vedere nella cultura maomettana la nostra possibilità di rinascita, in base a qualche sterile suggestione hitleriana. O forse, se la buttiamo su discorsi iniziatici, dovremmo divenire frammassoni o musulmani per evitare di crepare cattolici?

Non scherziamo, amici, noi siamo Italiani, figli prediletti di Roma e della romanità, ed è proprio in Roma antica che troviamo tutto quel che ci serve per edificare una robusta coscienza spirituale, civile e sociale in linea col nazionalismo etnico di cui l’Italia avrebbe tremendamente bisogno. Il che non implica paranoie e fobie da destrorsi terminali, sia filo-sionisti che nazi-islamisti, ma un’ottica razionale che guardi con occhio distaccato ma obiettivo alle vicende estere che ci mostrano le dinamiche del sordido disegno mondialista, cui concorrono tutti gli estremisti, nient’altro che caricaturali burattini nelle grinfie del proteiforme mostro unipolare e antinazionale.

Ave Italia!

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MMDCCLXX Ab Urbe Condita

L’anno nuovo si apre nel segno di Giano, dio squisitamente italico-romano preposto agli inizi, il cui duplice volto guarda al passato e al futuro rivelando un terzo volto proiettato sul presente, che saremmo noi. Il nome di Ianus allude alla porta (ianua) posta a guisa di passaggio tra il vecchio e il nuovo ma anche tra l’esterno e l’interno e la sua arcaicità ci comunica quanto la valenza da esso incarnata fosse celebrata dai nostri antichi Padri italici e romani.

Giano si pone al principio delle cose materiali e immateriali e apre il nuovo anno facendo da traghettatore che aiuta ad attraversare il guado dal passato al futuro, come un ponte che serve a metterci in comunicazione con il nuovo senza dimenticare il vecchio perché le nostre radici affondano nella Storia e da essa traggono quella linfa vitale necessaria ad intraprendere il cammino identitario. Senza passato non c’è futuro, ma non si deve dimenticare la dinamica del movimento che proprio Giano ci insegna, per evitare così di fossilizzarci, di impantanarci in una fase di stallo poco proficua senza osare per guardare dinnanzi a noi, al domani che ci attende, si spera, radioso, e che va affrontato con eroico piglio giorno dopo giorno.

Il nostro Capodanno civile (ma anche sacro) segue quello astronomico che abbiamo celebrato il 22 dicembre scorso, nel solstizio d’inverno la cui vera epifania si manifesta nel giorno di Natale (quello vero, ovviamente), festeggiato il 25; in quella data il sole, dopo la sua caduta nelle tenebre, risorge e lentamente riprende quel cammino che lo porterà a guadagnare terreno sulla notte, sull’oscurità, sino a raggiungere il suo massimo trionfo nel solstizio d’estate.

Giano è creatore e procreatore, padre degli dei, nostro e del mattino, inaugura l’anno nuovo denominando il primo mese tanto che nella religione italica arcaica ricopriva una funzione preminente, più importante di Saturno e di Giove stessi essendo egli l’iniziatore di tutte le cose; nel suo nome avevano inizio le cose materiali (naturali ed agresti, ma anche civili, ad esempio) e spirituali (cicli di rinnovamento che si ricongiungono poi all’ultimo giorno dell’anno sotto gli auspici di Saturno) tutelate dal suo sguardo bifronte rivolto sia verso ciò che è stato sia verso ciò che sarà, consegnandoci il presente che noi rappresentiamo ogni giorno della nostra vita terrena.

È proprio alla luce di tutti questi interessantissimi aspetti tramandatici dai culti tradizionali e dalla loro memoria difesa e conservata dai custodi della Tradizione (indirettamente, pure dalla Chiesa cattolica romana che si è appropriata degli antichi simboli riciclandoli in chiave cristiana), che il 29 dicembre scorso, con alcuni sodali, ho partecipato ad un suggestivo rituale, semplice e frugale, oserei dire archetipico, ma proprio per questo frutto della genuina spiritualità di colui che lo ha predisposto. Da questa celebrazione emerge la potenza del simbolo, perché noi abbiamo bisogno di simboli per poterci congiungere sacralmente al ricordo dei nostri Avi e della loro inestimabile cultura religiosa. Capiamoci: qui non si tratta di scimmiottare la liturgia cattolica (che, anzi, è quella che ha scopiazzato malamente i riti gentili degli Indoeuropei mescolandoli alle stramberie abramitiche) o di limitarsi alla pratica esteriore come fosse sterile esercizio narcisistico: la questione è molto più importante e profonda.

Se ci fermassimo al rito, alla liturgia, avremmo capito poco o nulla; noi dobbiamo fare tesoro dei simboli, dei gesti, delle parole per poter – mi si passi il termine – digerire al meglio e assimilare la valenza più intima dei culti tradizionali, che era quella di rinnovarsi mediante l’esercizio spirituale interiore, finalizzato a cambiare in meglio, affinando la nostra sensibilità spirituale e culturale. È fondamentale vivere queste occasioni come dono tradizionale dei Padri che ci invitano, mediante essi, ad entrare in comunione con loro per poi mettere in pratica, quotidianamente, gli insegnamenti eterni di sapienza gentile che oggi più che mai dobbiamo recuperare. Tutto questo non può venire dal cristianesimo, dal giudaismo, dall’islam, da altri culti stranieri o peggio ancora dall’ateismo che strizza l’occhio alla paccottiglia new age e wicca (forme di modernismo consumistico, di deviazione); può solo venire da quella sottile linea rossa di Sangue ariano che ci ricollega alle origini etno-culturali d’Italia e d’Europa ma non per giacere in una fase di stagnazione, bensì per affrontare al meglio le sfide di tutti i giorni che il futuro ci riserva.

Radunati attorno ad un falò inscritto in un cerchio di sassi, nella suggestiva cornice naturale di uno scorcio di Lario reso suggestivo dall’antica presenza in zona di genti gallo-romane devote a Cerere, i convenuti hanno celebrato la rinascita solstiziale del sole ma con lo sguardo di Giano rivolto al Capodanno, essendo agli sgoccioli del MMXVI. Il cerchio ha trovato il giusto equilibrio nella fondamentale presenza dei quattro elementi ossia acqua, fuoco, terra e aria, accompagnati dai doni offerti durante il rito tra cui il ruolo di protagonista tocca ovviamente al vino. Abbiamo bruciato il consueto vecchiume che volevamo lasciarci alle spalle per affrontare con la giusta serenità il domani, liberandoci da quei pesi che gravano sull’anima, anche per cercare così di raggiungere la giusta sinergia con le forze della natura circostanti, scacciando quanto di negativo potesse intromettersi. Il rituale si svolge in pieno spirito comunitario di solidarietà ed unione cameratesca, in armonia con la natura circostante e sotto un cielo invernale grigio che rende però magica l’atmosfera comense lacustre e prealpina, ed affascinante lo scenario che ci fa da sfondo.

Come ho ricordato poco sopra non ci si può fermare al rito e alla pratica esteriore, altrimenti il tutto rimane sterile per quanto sia attraente; si deve metabolizzare quanto il rito ci comunica anche per riuscire a leggere tra le righe e comprendere appieno il significato più intimo di questa frugale celebrazione, una celebrazione oserei dire davvero pagana ossia agreste, rustica, in linea con la semplicità perduta che i nostri Avi mettevano nel culto. E così facendo la vera potenza del simbolo non rimane sulla carta ma viene assunta da noi, illuminati dallo spirito della Tradizione che ci infonde sapienza, conoscenza, capacità introspettiva e anche la volontà di essere esempio per gli altri, a partire dai nostri cari e dalle persone a noi più vicine.

Credo infatti che la valenza più importante e bella di questi genuini momenti di condivisione stia proprio nel farsi comunità, nel ritrovarsi attorno ad un fuoco sacro immersi nella natura e riscoprirsi così parte di un territorio e di una cultura che hanno fortissimamente bisogno di noi e dei modelli positivi che dobbiamo incarnare, per non morire. Essere strumenti di un disegno cosmico latore di grandi ed elevati ideali implica grande forza di volontà e sacrificio, non è sicuramente da tutti e per tutti, ma dobbiamo comunque cercare nel nostro piccolo di brillare per squarciare il velo dell’omologazione ai tenebrosi dettami del conformismo borghese e mondialista e raddrizzare il tiro che la modernità ha preso almeno da settant’anni ad oggi.

Sono grato a chi mi ha permesso di prendere parte ad una cerimonia densa di simboli e di spunti per la riflessione, importanti se utili a migliorare sé stessi e l’ambiente circostante nel nome dell’Identità e della Tradizione che gli Avi ci hanno tramandato. Grazie al sacro consesso si riscopre una parte basilare della spiritualità locale e nazionale e si può anche cogliere come il cristianesimo cattolico abbia pesantemente assorbito (e riutilizzato) i fasti gentili per farsi strada nell’Europa romana; paradossalmente la Chiesa cattolica offre il destro per scavare nella sua liturgia cogliendo così le vere radici di molta parte (se non tutta) del calendario annuale da essa svolto. So che diversi, tra chi sta leggendo, potrebbero dirmi che a suo modo la Chiesa è tradizione iniziatica a fronte di una gentilità antica “interrotta”; personalmente, credo che la Tradizione vada recuperata possibilmente depurandola da ogni patina cristiana, che ne ha pervertito il senso, perché solo così possiamo gustare pienamente di quel calice colmo di delizia primigenia donata a noi dagli antichi progenitori arii.

E solo così possiamo inoltre divenire coerenti araldi del messaggio identitario e patriottico che deve essere corroborato dalla tutela delle vere radici d’Europa, che ovviamente non sono quelle con cui amano trastullarsi preti, rabbini e imam e tutti i vari reazionari di area cristiana, convinti di difendere la più intima essenza del nostro Continente biascicando formulette religiose scritte in libri estranei alla cultura indoeuropea.

Sperando abbiate trascorso una lieta fine d’anno – sebbene quello appena trascorso ci abbia riservato moltissime amarezze in termini di polis – concludo augurandovi un MMXVII (come il Natale scorso caduto, peraltro, di soledì!) all’insegna del rinnovamento comunque conscio del proprio passato, la cui migliore lettura ci viene fornita dall’antica datazione romana Ab Urbe Condita. Sta infatti nell’eterna romanitas la chiave della resurrezione spirituale e materiale, scandita dalla rinascita del sole, frutto di una decisa presa di coscienza identitaria che ci renda finalmente Italiani valenti e orgogliosi della propria inestimabile eredità latina, sotto l’egida di Giano che ci guida alla nuova avventura pronta a dipanarsi lungo il susseguirsi delle stagioni di questo MMDCCLXX AVC.

Ave Italia!

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Ave, Sol Invictus!

Il 25 dicembre è, purtroppo, da circa 2000 anni una festività celebrata dagli Europei (e non) in onore di un personaggio del tutto estraneo alla Tradizione genuina, ossia Gesù di Nazareth. Questo celeberrimo eresiarca giudeo (sempre che sia esistito, capiamoci) ha sostituito con tutto il suo bel carico di paccottiglia mediorientale il vero Natale, il Natale del Sole Invitto, il Dies Natalis Solis Invicti celebrato dai nostri Padri romani, portando ad una tragicomica sovrapposizione tra il sostrato, nobile ed indoeuropeo, della ricorrenza-cardine solare di dicembre e lo strato cristiano depostosi – a guisa di pietra tombale – sui culti tradizionali d’Europa e dell’Eurasia ariana.

Oggi la gente sente parlare di Natale e automaticamente il suo pensiero finisce alle pagine evangeliche che narrano della nascita di Gesù nazareno, se non direttamente all’altra piaga natalizia che immancabilmente ci affligge ogni anno alle soglie di dicembre: il consumismo. Da una parte dunque il dio giudeo-cristiano Geova e il suo pargolo deposto nella mangiatoia di Betlemme, evento immaginario che perverte il senso del VERO Natale ficcandolo in un’atmosfera mediorientale che nulla ha a che vedere col clima solstiziale alla base della ricorrenza, e dall’altra la nuova religiosità “natalizia” rappresentata dal culto idolatrico del dio danaro, tutto festoni, luminarie, abbuffate, spese pazze, babbi natale e trionfo della martellante pubblicità tesa a riempire le case delle persone di costose futilità svuotando i portafogli, ma soprattutto le anime.

Sono due volti della stessa medaglia, ossia della distorsione, del pervertimento, del senso più genuino e intimo del Natale che nulla c’entra né con l’accezione cristiana della celebrazione, né tanto meno con il ributtante materialismo consumistico dell’Occidente americanizzato. Eppure si può intravvedere la traccia del paganesimo anche in tutto questo scempio conformistico, perché a ben vedere la Chiesa e i moderni non hanno inventato nulla ex novo. Le solari, radiose, vesti astrali di Gesù (il Cristo, non a caso) sono quelle indoeuropee del dio italico-romano Sol e di ogni altra divinità ariana maschile personificazione dell’astro solare come Apollo, Helios, Mitra, strettamente correlati al periodo solstiziale decembrino, quando cioè il sole raggiunge, nel 21-22 dicembre, la sua fase di massima caduta nelle tenebre per poi dopo pochi giorni guadagnare terreno sulla notte trionfando invitto sul buio invernale.

Facile comprendere dunque la valenza del bambino che nasce il 25 dicembre, che viene acclamato come astro del cielo, pargolo divino e sole di giustizia, raffigurato con una raggiera solare sul capo ricciuto, riprendendo la classica iconografia del Sole Indigete e del Sole Invitto, una figura cioè affatto somigliante al radioso Apollo che guida nel firmamento il carro solare con un volto luminoso, lo stesso approdato nel presepe francescano di Greccio. Inoltre, è suggestivo accostare il sole morente del solstizio d’inverno, che rinasce a pieno splendore il 25 dicembre, alla morte e resurrezione dopo 3 giorni di Gesù Cristo, figura per l’appunto appieno debitrice del passato tradizionale della gentilità. E la Madonna? La Madonna ripropone la figura di dee come Diana, Ecate, Angerona, Lucina (quindi Giunone), Iside, dee femminili e lunari del parto simboleggianti la notte che partorisce la luce del giorno (il Cristo) e di cui rimane traccia nel viso nero (non negroide!) di molte immagini mariane. Anche Santa Lucia assume questa valenza, figura solstiziale cristianizzata molto amata presso i bambini del Settentrione italiano, ma anche in Isvezia, per il suo ruolo di portatrice di luce e doni. In essa confluisce così anche il ricordo degli antenati che portano doni ai più piccini nella notte.

Il mese di dicembre è invero un periodo dell’anno denso di simboli, riti e spiritualità, perché caratterizzato dal capodanno astronomico solstiziale e perché a ridosso del capodanno civile, sotto il segno questo di Giano. I preti non hanno inventato alcunché, si sono limitati a riciclare in chiave cristologica il Natale del Sole Invitto, così come hanno riciclato il larario romano tramutandolo nel presepe oppure trasformando i lari famigliari, gli Avi, ovvero Odino nel Nord, in San Nicola che reca doni da cui il Babbo Natale commerciale, onnipresente ed odiosa figura assurta a simbolo del consumismo pseudo-natalizio. Dicembre si pone come mese di passaggio tra il periodo delle tenebre autunnali e la rinascita del sole che vince l’oscurità, allungando lentamente la durata del giorno sulla notte; i riti che vengono celebrati in onore di Bacco, Saturno e Apollo (quindi Sol) esorcizzano freddo, buio e sterilità dei campi a riposo, auspicando così un buon raccolto per l’anno nuovo incombente, assieme alla benedizione per il popolo, la comunità; si apre un portale tra i vivi e i morti, in cui vecchio e nuovo sono pronti ad avvicendarsi, lasciandosi alle spalle, bruciando, quanto di negativo l’anno corrente ci ha lasciato; l’importanza del fuoco, dei falò, dei dischi solari lignei o sotto forma di ghirlanda incendiati simboleggiano la purificazione della luce e del sole che rinascono, squarciando il velo delle tenebre e del male, della notte dell’uomo soggiogato dagli spiriti maligni.

In questo contesto le divinità infere e della notte uscivano dalle viscere della terra e vagavano per i campi (ecco il perché delle maschere e dei costumi “carnascialeschi” dei Saturnali), cosicché il rito serviva come augurio per sé stessi e il raccolto, e per l’anno veniente, affinché ci si liberasse dal potere nefasto dei demoni; gli spiriti ctoni andavano placati con doni, riti ed offerte, per poterli riportare nel loro regno sotterra, propiziando così la fertilità dei terreni coltivati, in inverno a riposo per via dell’atmosfera. Grazie alle più antiche usanze romane possiamo anche comprendere da dove provengano figure come la Befana, i partecipanti infernali della nordica Caccia Selvaggia, le maschere di carnevale ma anche le streghe beneventane, le janare (da Diana!), e cioè le schiere di morti, demoni e creature fantastiche coinvolti nelle diaboliche ridde del periodo sacro tra solstizio d’inverno ed Epifania.

Il Cristo che nasce il 25 dicembre non è che la riproposizione in chiave cristiana delle divinità ariane antiche associate al sole, che dopo il solstizio d’inverno rinasce invincibile in quello che è il giorno di Natale del Sol Invictus; questi è dio romano influenzato da altri culti ariani orientali, che riprende anche il Sol Indiges, l’arcaico dio italico del sole, rivestendolo dello splendore dell’astro che risorge in inverno, capovolgendo il suo declino principiato dopo il solstizio d’estate. La nascita di Gesù si inserisce oltretutto in un quadro astronomico, ennesima conferma di quanto il Natale cristiano abbia solo ripreso e storpiato il capodanno astronomico del 21 dicembre e la rinascita solare del 25, già celebrata dai Romani così come il solstizio d’inverno veniva celebrato da tutti gli antichi popoli indoeuropei con l’accensione dei grandi falò all’aperto e con il classico ceppo ardente di Natale.

Ma come detto anche il consumismo dei traffici commerciali natalizi attinge all’antichità pagana tra abeti addobbati, babbi natale, doni soprattutto ai bambini, figure sacre o magiche che di notte portano presenti, tanto che certi patetici crociati condannano l’edonismo sotto Natale etichettandolo come “pagano”. E questo è davvero ridicolo detto da soggetti il cui credo ha parassitato il paganesimo trasformandolo nella nascita di un personaggio biblico di fantasia, del sedicente messia di Betlemme. Però se ci fate caso è un classico vizio della Chiesa, quello di demonizzare il prima per santificare il cattolicesimo, dimenticandosi di continuo che i cristiani sono gli ultimi arrivati in Europa, al di là degli islamici dei Balcani che nemmeno calcolo. Altre suggestioni, purtroppo oggi inflazionate dalla “civiltà” del centro commerciale, sono le luminarie, il colore rosso, le ghirlande, l’agrifoglio, il vischio e i festoni con gli addobbi arborei sempreverdi, ma il tema dominante rimane la luce. La luce del Natale che riscalda e rincuora le fredde terre dell’Europa spaventate dalla scomparsa invernale del sole, soprattutto nelle lande nordiche.

Il vero Natale, amici, è quello tradizionale, legato al solstizio e al 25 dicembre come ri-nascita del sole nella figura romana del Sole Invitto, solare emblema del trionfo della luce sulle tenebre del male e sulle forze demoniache (ricorrenza che oggi cade di soledì!); è la festa del sole invincibile che sembra morire nel solstizio d’inverno, punto in cui pare sprofondare nell’oscurità, ma che invece è sempre presente, è sempre con noi e segna il cammino dell’uomo indogermanico nel susseguirsi delle stagioni della vita. Lasciamo da parte bambini mediorientali e superstizioni semitiche, e concentriamoci invece sul valore del Natale originale, mirabilmente riassunto dal disco solare, lo Svastika, che è simbolo per antonomasia dell’uranico credo ariano. La ruota solare riproduce il disco solare coi quattro punti cardine del calendario astronomico, i due solstizi e i due equinozi. Gli assi che dipartono verticalmente e orizzontalmente dai quattro capi intersecandosi rappresentano l’unione del divino, del cosmico (verticale) con l’umano, il terreno (orizzontale), da cui sgorga quella spiritualità luminosa posta al centro della vita dei nostri antichi padri delle steppe. Una fede che va al sangue della stirpe, al suolo patrio, allo spirito che scaturisce appunto dall’intramontabile connubio tra astrale e terrestre, sotto l’egida del Sol Invictus.

Da parte mia, i migliori auguri per tutti voi di un solare periodo natalizio all’insegna della rinascita comunitaria, patriottica e culturale, affinché noi si possa diventare giorno dopo giorno incarnazione dell’Identità (indo)europea e italica e tempio della vera Tradizione gentile che rese grande Roma, e che Roma stessa rese grande.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2016/12/ave-sol-invictus.html

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Sul nome della città di Bergamo

Mi si consenta in questo appuntamento de Il Soledì eretico una breve trattazione etimologica su quello che è il toponimo del capoluogo orobico, Bergamo. Non solo per questioni mie personali (essendo del territorio bergamasco) ma anche perché circa questa indagine se ne sono dette di tutti i colori, spesso e volentieri producendosi in tesi bislacche e senza serie pezze d’appoggio. Sono le trappole dell’etimologia: possiamo interrogarci sull’origine di tutti i nomi, ma quando si tratta di fare ipotesi bisogna procedere coi piedi di piombo, onde evitare spropositi privi di fondamento scientifico.

Ultimamente ho infatti riscontrato una fioritura di ipotesi levantine a proposito dei toponimi di diverse città italiane, anche dell’area padano-alpina, ipotesi che sono state persino ingenuamente riprese da siti di enti politici e culturali, ad esempio bergamaschi. Cosicché nello specifico, se un tempo ci si beveva acriticamente la frottola, figlia di etimologia popolare, dell’origine teutonica di Bergamo (da berg + heim, “casa sul monte, patria montana”), peraltro recentemente rispolverata da cartelli turistici promossi da ambienti leghisti, oggi si è molto più propensi a dar credito a baggianate di matrice ex oriente lux, non solo sulla scorta delle etimologie improbabili partorite da un Semerano ma anche in ossequio all’antirazzismo immigrazionista che abbonda sulle bocche dei nostrani petomani antifascisti. E sappiamo bene quanto ne risenta, il nostrano mondo accademico…

Si cerca infatti in ogni modo di promuovere relativismo culturale, vagheggiando di esotici fondatori di città padane giunti in Italia con gli antesignani dei gommoni e delle carrette del mare benedetti da preti e liberal-democratici. Per carità, nulla di nuovo, anzi, è risaputo che nell’antichità, in mancanza di fonti certe, si ipotizzavano (anche per questioni di retorica e propaganda greco-romane) fantasiose origini scaturite dal Mediterraneo orientale, come ad esempio, sempre per rimanere in ambito bergamasco, la grecità improbabile degli antichi abitatori del territorio orobico, gli Orobi. A questi infatti venne appiccicato dagli autori classici un etnonimo senza fondamento di etimo greco (significante “abitatori dei monti”), andando a storpiare quello che probabilmente era il vero appellativo etnico dei primi Bergamaschi, e cioè Orumbovii.

Si dice che le leggende nascondano in sé un seme di verità ma alcune sono decisamente strampalate, come l’origine troiana dei Romani, quella anatolica dei Veneti, e quella più vieta: il levantinismo degli Etruschi. Le più moderne ricerche, valendosi dell’archeologia, tendono a demolire credenze dure a morire, e cercano di dimostrare come l‘ex oriente lux sia quasi sempre un mito retorico inventato per dare prestigio alle civiltà dell’Europa occidentale, la barbarica. Bisognerebbe perciò cominciare a pensare che una colonizzazione etrusca dell’Egeo partendo da ovest, dall’Italia, non sia ipotesi poi così peregrina, un discorso che vale anche per alcuni gruppi di quelli che vengono denominati collettivamente come Popoli del mare, in cui forse rientravano anche dei pirati di origine tirrenica. Pertanto, gli Etruschi erano grossomodo degli indigeni paleo-mediterranei d’Italia arianizzati dagli Italici protovillanoviani, e con qualche influsso ellenico mediato dalla Magna Grecia.

Tornando a Bergamo, è proprio l’archeologia che, in mancanza di documenti certi, aiuta ad un’indagine seria e razionale anche nel campo filologico, e dunque etimologico, relativamente al nome della città. Considerando che la prima attestazione certa del toponimo cittadino risale a Plinio, vale a dire latino Bergomum, accantoneremo subito la tesi “nordicista” del paretimologico Berg-Heim (la famigerata “casa sul monte”) dal momento che nel territorio bergamasco, prima dei Romani, di popoli germanici non ve n’erano sicuramente; c’erano invece genti insubri (e non cenomani, come spesso si crede), protoceltiche di Golasecca, che fondarono l’antica Parra capoluogo degli Orobi (odierna Parre, in Val Seriana) e successivamente quella che divenne l’odierna Bergamo, accogliendo poi senza resistenze la cultura lateniana importata dai loro “fratelli” gallici. Gli Insubri, il cui centro religioso precipuo era Mediolanum, parlavano leponzio, una lingua della famiglia celtica differente dal gallico continentale parlato dai Celti storici dei Romani, irrotti nella pianura padana nel 388 avanti era volgare, e proprio al leponzio si deve risalire per cercare di fare un minimo di luce sul toponimo del capoluogo bergamasco, che con l’antica Parra non c’entra nulla.

Parra infatti deve il proprio nome ad una voce celtica *barros, “sterpeto”, che potrebbe valere anche “distesa erbosa, campo”, e pur essendo centro celto-ligure si collocava in un contesto alpino influenzato dall’area retica, come quella della Valle Camonica. E i Reti erano una confederazione sacrale (vedi Reitia) che accoglieva in sé diversi elementi etnici. Gli Insubri consistevano dunque in una popolazione protoceltica (o celto-ligure, come spesso si dice) golasecchiana legata alla Cultura di Hallstatt, al cui interno trovavano posto gli Orobi, i fondatori di Como, Lecco, Bergamo. Probabilmente questi Orobi non erano una stirpe a sé, ma un’anfizionia, una lega sacra, nel cui culto compariva la figura del dio gallo-romano Bergimus (il cui nome è palesemente affine a Bergomum). Ed è partendo da questo che voglio qui proporre quella che è una suggestiva tesi del professor Angelo Maria Ardovino.

Questo dio celtico, conosciuto sia dai Celti golasecchiani che dai Galli storici, presenta quanto la città di Bergamo, un nome romanizzato ed è certamente arduo riuscire a risalire al nome originale. Probabilmente la radice indoeuropea *bhergh- (che in celtico dà solitamente *brig-), ossia “monte, altura, luogo elevato anche fortificato” non c’entra con Bergamo, anche se è sempre stato alquanto stuzzicante collegare un toponimo significante “colle, monte” a quello che effettivamente è il sito della Bergamo vecchia, e cioè la propaggine collinare delle Prealpi Bergamasche. Leggo qua e là che il dio Bergimos/Bergimus (o Bergimo) sarebbe da collegare ad un dio dei monti, ma in realtà stando ai ritrovamenti archeologici in quel di Brescia, dove questo dio era sicuramente venerato, esce una figura certamente celtica ma ambigua, legata al tempo, alle fasi lunari, alla magia ricollegabile a Ogma-Ogmios, una specie di Marte gaelico che più che combattere sprona gli altri a farlo e che assume aspetto di tramite tra luce e tenebre, vita e morte, colui che controlla il tempo mediante le fasi lunari e l’uso della parola (e quindi, per l’appunto, la magia). E se dunque il teonimo romanizzato Bergimus non fosse che un richiamo a Ogmios preceduto da un rafforzativo di area gallo-romana, e cioè Ber-? (vedi latino bis).

Questa l’ipotesi elaborata da Ardovino, che indubbiamente sposo per quanto concerne la natura eponima di Bergomum dovuta a Bergimus; non saprei dire con certezza invece sul resto della sua spiegazione, per quanto certamente il parere dello studioso appaia del tutto attendibile, ovviamente più affidabile di quello del Pittau, etruscologo sardo un po’ estremo, secondo cui il toponimo del capoluogo orobico sarebbe egeo-anatolico (indoeuropeo) dovuto agli Etruschi. Ma nel Bergamasco non è attestata una presenza storica e archeologica etrusca (i Reti parlavano una lingua tirsenica ma non possiamo classificarli come Etruschi) e al più sarà esistita una versione tosca dell’originale celtico. Risulta perciò del tutto sterile, a mio avviso, evocare il greco Pergamon, l’accadico (!) parakkum, le varie barga di presunta origine ibero-ligure, mediterranea anariana, ignorando bellamente l’esistenza del dio celtico Bergimus, che appunto presenta un teonimo del tutto similare al toponimo bergamasco.

Allo stesso modo non ha fondamento alcuno la tesi originale, ottocentesca, dell’origine germanica del toponimo per quanto in diverse località tedesche, austriache, fiamminghe e anche scandinave emergano toponimi apparentemente uguali al dialettale Bèrghem. Tuttalpiù potrebbe essere esistita una traduzione germanica altomedievale, per via dell’Impero, del toponimo, che sarà suonata all’incirca come Wälsch-Bergen, una Bergen gallo-romana.

Il territorio orobico protostorico, in definitiva, presentava una facies fondamentalmente protoceltica, golasecchiana, che riguardava anche il primo abitato di Bergamo, risalente al VI secolo avanti era volgare, e che successivamente accolse la Cultura di La Tène recata dai Galli; per quanto la parte settentrionale dell’attuale provincia bergamasca presentasse ben noti influssi centro-alpini di matrice retica, come in Valtellina e Valle Camonica o Trentino, il confine romano della Gallia transpadana posto da Augusto lungo l’Oglio testimoniava l’appartenenza di Bergamo alla sfera insubre prima celto-ligure e poi gallica, e non cenomane come a Brescia, Mantova e Verona, corroborando quindi ulteriormente la più papabile delle tesi etimologiche circa il toponimo della città di Bergamo, senza ombra di dubbio da ascrivere alla lingua leponzia.

Ave Italia!

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La porti un bacione a Firenze

E così Matteo Renzi dopo essersi buscato lo schiaffone referendario di soledì scorso ha fatto baracca e burattini e si è levato dai piedi, segno che il voto del referendum era un voto al suo governo, e non un’occasione per l’Italia di cambiare in meglio la propria politica, e lui lo sapeva benissimo. Perché dimettersi, altrimenti, dato che in campagna elettorale spacciava la riforma per un toccasana per l’Italia intera? La verità, per l’appunto, sta nel fatto che la volontà di Renzi era semplicemente quella di rafforzare il proprio potere, accentrare nelle proprie mani il Senato, ridurre l’autonomia di regioni virtuose, come ad esempio la Lombardia, e cercare di rimanere il più a lungo possibile inchiodato alla poltrona, magari per un bel quarantennio consecutivo. Il suo mentore germanico è saldo al potere dal 2005 ed evidentemente l’intenzione era quella di superare il maestro, o meglio, la maestra.

Il No ha vinto perché la gente ha fiutato l’imbroglio e ha rispedito al mittente la presa per i fondelli del fronte del Sì, che a ben vedere voleva solo porre le basi per lo strapotere renziano; un vero voto popolare e sovranista di chi, giustamente, è stanco di vedersi vessato da soggetti imposti dall’alto e da governi che nessuno ha eletto, capeggiati dal burattino “tecnico” di turno benedetto dalla UE (anche se magari, come Renzi, per confondere le acque finge di fare la voce grossa con Bruxelles). Dalla parte del Sì, non certo per caso, vi erano tutti i soggetti sovranazionali, i banchieri, le lobby, Stati Uniti, Unione Europea, Merkel con un ampio codazzo di galoppini del piddismo, ma non è bastato per turlupinare il popolo. Le aree più genuine e terragne del Paese hanno bocciato senza appello la riforma Renzi-Boschi, confinando il Sì a quelli che sono feudi renziani appestati dal progressismo o dal disprezzo per la nazione italiana (Toscana, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige). Strabordante il successo del No al Sud, giustamente stanco di essere abbandonato dal palazzo o di venir strumentalizzato solo per imbonire i pecoroni, facendo retorica da quattro soldi in senso assistenzialistico.

I favorevoli all’azione di governo renziana, alla fine della fiera, erano i benestanti, i ricchi, i borghesi, i “mentalmente aperti” liberal-democratici, la generazione Erasmus e tutti coloro che guardano di sbieco, con la puzza sotto al naso, l’Italia che lotta e resiste alla barbarie del turbo-capitalismo e della (finta) rivoluzione dei giovani democratici che vorrebbero solamente rinunziare in blocco ad essere italiani per favorire il processo di integrazione europea, che non è null’altro che una fregatura antinazionale a tutto vantaggio di Germania e Francia, e ovviamente America all’obamiana. Oltretutto votare Sì rappresentava un avallo alle sciagurate politiche del Governo Renzi in termini di immigrazione, diritti “civili”, europeismo, russofobia, libertà d’espressione, sudditanza a favore dell’America, di Israele e della Merkel; la disinvoltura renziana nel demolire il socialismo per aprire la strada al capriccio dei nuovi diritti (?) era emblematica, nonostante il personaggio si presentasse con quella faccetta irritante da pretino di campagna.

Cosicché il genio di Pontassieve si è dimesso – confermando, ripeto, il fatto che la votazione verteva proprio sulla sua bella carega e non su di una inesistente azione di governo tesa al benessere del Paese – e adesso il Mattarella è pronto ad investire della carica di primo ministro un altro piddino, per via della maggioranza relativa del partito di Renzi. Si capisce che in questo marasma l’unica vera soluzione sia andare al voto e porre fine una volta per tutte a questa fase stagnante di nulla di fatto che dura ormai dal 2011, da quando cioè Berlusconi venne silurato, con la complicità di Napolitano, per volere della cricca del Benelux. Da quel momento eccoti Monti, Letta, Renzi e adesso il prossimo manichino manovrato dall’alto (alla faccia del popolo sovrano), che probabilmente sarà Paolo Gentiloni, un fedelissimo del piddino gigliato dall’intenso tanfo di sacrestia.

Ovviamente siamo all’ennesimo ripiego, all’ennesima minestra riscaldata che non fa altro che prolungare l’agonia della nazione italica, e si capisce che qui l’unica cosa che conti sul serio sia quella di andare al più presto a votare. Intendiamoci: la situazione partitica italiana è piuttosto desolante, perché riducendosi agli unici movimenti più o meno sovranisti quali Lega Nord + Meloni, Movimento 5 Stelle e CasaPound ci sarebbe veramente da preoccuparsi sul serio. La Lega è un partito che in un trentennio, caratterizzato per di più da quattro governi guidati da Berlusconi, non ha combinato nulla e che rimane nel guazzabuglio fatto di secessionismo-federalismo-sovranismo-opportunismo tale che non si capisce veramente cosa voglia fare Salvini da grande; la Meloni e il suo partito, Fratelli d’Italia, sono solo rimasugli di Alleanza Nazionale, del tutto perniciosi perché atlanto-sionisti; Grillo e i grillini potrebbero certo avere un potenziale a suo modo rivoluzionario, e al governo non li abbiamo mai visti, ma restano tutto sommato dei pasticcioni confusionari senza ideologia patriottica; CasaPound, che è di certo il miglior movimento sovranista in circolazione, ha purtroppo scarsissime possibilità di incidere, soprattutto perché la Lega ha preferito riavvicinarsi ai berluscones piuttosto di varare un fronte nero-verde che possa finalmente terminare la desolante esperienza del centrodestra azzurro.

Ma che volete mai, le cose non si possono cambiare dall’oggi al domani e in mancanza di cavalli si devono far trottare gli asini. Tuttavia, l’unica seria soluzione che l’Italia possa attuare, e nel più breve tempo possibile, è quella infatti di andare a votare per cercare alfine di dare un governo davvero eletto dal popolo al Paese e ridurre il più possibile i danni che il mondialismo sta cagionando all’Italia e all’Europa, anche se il positivo asse Trump-Putin potrebbe stritolare la finta Europa di Bruxelles favorendo la presa di coscienza nazionalista da parte di tutti i popoli europei, ormai narcotizzati da anni dalle velenose fandonie europeiste. Velenose e quindi fallimentari.

Dal canto mio, potendo optare per la soluzione ideale, preferirei voltare pagina sia col leghismo che col neofascismo (lasciando perdere il troppo ambiguo grillismo, dove le rodomonterie del comico genovese vomitate dal palco non trovano seguito nelle intenzioni dei parlamentari pentastellati, che troppo spesso si rivelano essere solo un’alternativa alla sinistra vendoliana) per cercare invece di costruire un fronte nazionalista ma anche federalista, presente su tutto il territorio italiano, senza più solleticare secessionismi o italianismi di pasta frolla, che sappia farsi davvero rivoluzionario per chiudere dunque i conti coi decrepiti reazionari clerico-fascisti e con la destra filo-sionista occidentale.

Etnonazionalismo, federalismo, presidenzialismo, sovranismo, anti-mondialismo a tutti i costi, identitarismo, tradizionalismo anti-abramitico e tanto cameratismo tra Europei senza assumere stupide posizioni russofobe o slavofobe in generale, ma anche sincera amicizia con tutte le realtà di lignaggio indoeuropeo dell’Eurasia (Iran, India, sfera mediorientale sciita da cui trapela l’antica tradizione iranica). Tutto questo, me ne rendo conto, ha un aspetto alquanto utopico al momento, eppure è la mia personale concezione ideale di politica, perché a monte avrebbe un solidissimo antemurale costituito dallo spirito radioso di comunitarismo sangue e suolo connaturato all’italianità, anche se si deve per forza fare i conti con lo spoetizzante presente della politica nostrana. Ma se sul No al referendum costituzionale ero alquanto risoluto e ho partecipato attivamente, sulle eventuali (auspicabili) elezioni politiche la situazione mi sarebbe decisamente meno chiara e ricca di incognite, perché allo stato attuale delle cose ci si deve accontentare dei Salvini e delle Meloni: terrificante…

Qui non abbiamo Putin, non abbiamo Trump, non abbiamo nemmeno un Farage o una Le Pen e tanto meno un Orban. Il berlusconismo ha completamente devastato le destre e il leghismo ha solamente contribuito a confondere ulteriormente le idee all’elettorato, con le sue varie giravolte in termini di autodeterminazione del sedicente popolo padano. Meglio pensare alla costruzione di un movimento di popolo che sappia farsi sintesi di due tematiche sentitissime in Italia, che sono il patriottismo unitario (che nasce da millenni di storia comune) e il necessario identitarismo sub-nazionale, che sta alla base delle piccole patrie etno-culturali italiche, e che possa essere finalmente guidato da un uomo forte che sia da esempio e che possa un giorno incarnare quel presidenzialismo necessario per non farsi pigliare più per i fondelli dalle varie canaglie mondialiste che stanno distruggendo l’Italia stritolandola nella morsa dell’unipolarismo euro-atlantico. Per il resto mi auguro davvero che si torni al voto, piuttosto di continuare a boccheggiare con governicchi di cartapesta, anche se come detto, onestamente, al momento non saprei su chi vertere per dare un consiglio di voto. Staremo a vedere.

Ave Italia!

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L’eretico No all’italietta del Sì

Oggi si è chiamati alle urne per approvare o meno, tramite referendum confermativo, il testo della legge costituzionale elaborata da quei due straordinari geni che rispondono al nome di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, la nuova guardia del qualunquismo democratico spalleggiata dai consueti voltagabbana col sedere attaccato alla poltrona, una legge che vorrebbe superare il bicameralismo paritario, ridurre il numero dei parlamentari, contenere il costo del funzionamento delle istituzioni, sopprimere il CNEL e rivedere il titolo V della parte II della (sacra) Costituzione (ossia quello che si riferisce all’autonomia delle regioni, cambiato dal centrosinistra nel 2001 in senso pseudo-federalista).

Sulle prime, uno legge ciò e – dimenticando per un attimo chi sia il Renzi di governo e soprattutto cosa sia il suo partito – potrebbe dichiararsi entusiasta di optare pel Sì e dare una bella spallata alla “casta”, ridurre gli sprechi e tagliare i costi della politica, rimettere in riga regioni gestite in maniera fallimentare e truffaldina. Sì certo, tutto molto bello, peccato che tutto questo sia semplicemente finalizzato ad accentrare il potere nelle mani di un presidente del Consiglio e del suo governo contraddistinti da fortissime pulsioni mondialiste, e questo nonostante Renzi abbia messo in piedi un farsesco teatrino “contro” l’Unione europea fingendo una strenua difesa della propria sovranità nazionale. Basta vedere chi appoggia la riforma per rendersi conto di quanta aria fritta essa produca: Napolitano, Prodi, Obama, Juncker, Schulz, Merkel, banche e banchieri, plutocrati e la classica pletora di conformisti ricchi e borghesi che vogliono un’italietta sempre più prona di fronte all’Unione europea, e quindi all’Occidente americano.

Renzi è un grande chiacchierone ed imbonitore, come già lo fu Berlusconi che per certi versi ne è il maestro, ed insistendo con la storia della riduzione del numero dei parlamentari e dei costi delle istituzioni (consueta demagogia per accattivarsi il favore dei grillini) tenta disperatamente di nascondere la realtà: questo voto è un voto sul suo governo poiché Renzi non è il Paese, ma un primo ministro non eletto dagli Italiani il cui scopo è quello di cercare di portare a termine la missione intrapresa da Monti e poi da Letta coi rispettivi governi non eletti, e cioè rottamare definitivamente la già risicata sovranità italiana, non solo in direzione economica. Gli enti sovranazionali e le grandi banche simpatizzano follemente per il premier e per la sua azione rottamatrice, poiché vedono in essi l’agenda mondialista tesa a rafforzare l’Europa di cartapesta confezionata nel Benelux, e che quindi accetti senza fiatare i sacri precetti dell’unipolarismo atlantico. Lo stato italiano andrebbe assolutamente riformato, ma non come intende il caro Renzi: le vere riforme sono uscire da UE ed euro, dalla NATO, dal fantoccio ONU, virare su di un serio etnofederalismo e riprendersi del tutto la propria sovranità nazionale, che include tutti i territori storici italiani. Finché si rimane nell’accozzaglia europeista comandano i forestieri, manovrando i collaborazionisti italiani, ed eterne questioni come divario Nord-Sud, immigrati, auto-affermazione nazionale e federalismo non troveranno mai degna soluzione.

Devo ammettere che sulle prime ero per l’astensione, non volendo schierarmi dalla parte dei difensori della sacra Costituzione italiana che, come sapete, è stata vergata dalle manine partigiane dei filo-americani con la sindrome di Stoccolma, e tanto meno ovviamente dalla parte di Renzi e del suo baraccone benedetto dal peggio del mondialismo; il problema è che qui si deve votare No non per dar manforte al costituzionalismo antifascista (e quindi all’ANPI e alla solita, noiosissima, galassia a tinte rosse diluite che da mesi stigmatizza il “fascismo” di Renzi) ma per evitare che ciò che è già, di per sé, scadente prenda una ancor più brutta piega, accelerando il processo di anti-italianismo dilagante che trova le sue basi nel secondo dopoguerra. Lo ripeto: questo stato va assolutamente rifondato e dunque la Costituzione va riscritta, ma non nel senso che vorrebbero il Pd e il suo segretario, nonché presidente del Consiglio, bensì in un senso schiettamente nazionale, sociale, federale, sovranista ed anti-mondialista, trasformando uno stato-colonia che è italiano per modo di dire in un vero stato nazionale, coeso dal federalismo, aderente vieppiù al concetto di nazione italiana senza romanismi di cartapesta o derive secessioniste.

La Repubblica Italiana partorita dall’antifascismo filo-americano e occidentale non mi appartiene, non la sento per nulla mia, ed è lontanissima dal concetto di Nazione e di armonia etno-culturale. Pertanto, non sarò certo io a spezzare lance in favore della contemporanea bagnarola tricolore che presenta al suo interno fratture, contraddizioni, contrasti e tanto, tantissimo degrado morale. Questo è però lo stato, appunto, non l’Italia ed è lo stato che sta a cuore a Renzi, non la nazione italiana di cui è semplicemente uno dei tanti rottamatori da seconda Repubblica. L’idea di stato che ha il democristiano 2.0 di Firenze è quella dell’affezionato scudiero (per non dire peggio) degli Stati Uniti, che scodinzola ai piedi di Obama e fa (per finta) la voce grossa con Juncker nel giuoco delle parti che prevede un patetico canovaccio atto a confondere le idee agli elettori, sopratutto a quelli più sprovveduti oppure intriganti.    

L’idea di levare certe scandalose autonomie a regioni fallimentari o anti-italiane è ottima (e, sia chiaro, certe regioni andrebbero direttamente soppresse perché senza identità e storia), ma finché non si arriva al presidenzialismo e al serio federalismo etnico si continuerà a brancolare nel buio, e colpire la corruzione, ad esempio, della Sicilia finirebbe anche per svantaggiare regioni virtuose, tartassando ulteriormente i cittadini; altresì si deve rinvigorire il sopito irredentismo italiano, poiché è inaccettabile che nostri territori storici come Istria, Nizzardo, Corsica e “Svizzera” italiana siano sottomessi a potentati stranieri. Ma figuratevi se a Renzi importa qualcosa: lui è solo un maggiordomo foraggiato per attuare i disegni partoriti da Washington, New York e Bruxelles, tanto più che nessun cittadino l’ha voluto e votato. Poteva tranquillamente restarsene a fare il sindaco di Firenze, ché magari combinava qualcosa di buono, ma l’Italia è un’altra cosa e serve un uomo forte per rimetterla in riga, non un boy scout cattolico e antifascista, col patrocinio di un simbolico presidente della Repubblica, anch’egli non eletto e da sempre sonnacchiosa espressione di un patriottismo del tutto all’acqua di rose.

Votiamo dunque compatti No a questo referendum, ricordandosi che non vi è quorum, essendo confermativo, e che quindi rischierebbe di passare anche in caso di Sì risicato. So che molti identitari e nazionalisti si asterranno; pur rispettando la loro scelta vorrei comunque consigliargli di recarsi alle urne, di fare questo piccolo sacrificio, affinché qualora la sciagurata riforma venisse confermata a livello popolare, il loro astensionismo non si rivelasse la più beffarda delle zappe sui piedi. Credo proprio che tra votare No per rottamare Renzi e il suo governo di non eletti e astenersi, rischiando seriamente di fare un favore a costoro, la scelta debba ricadere a occhi chiusi sulla prima opzione. E io ho scelto No.

Fate il vostro dovere, contubernali, e non lasciatevi fregare da uno messo lì dallo spirito antinazionale. Si deve decisamente lavorare per dare un volto davvero nazionale al Paese, ma questo non passa minimamente dalle riforme volute dalla dirigenza del Partito Democratico.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2016/12/leretico-no-allitalietta-del-si.html

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