La sindrome di Stoccolma del “pacifinto”

Trump mostra i muscoli e di colpo i pecoroni occidentali si mettono in fila per leccargli i piedi. I “pacifinti” euro-atlantici, prima tiepidi se non ostili nei riguardi del neo-presidente americano, ora vibrano di entusiasmo per la sciagurata azione militare degli Usa contro la Siria di Assad avendo ritrovato la loro guida, o meglio il loro sequestratore yankee, dopo il grande spavento di vedersi col sedere per terra in balia dell’astinenza dovuta alla sindrome di Stoccolma. Lo avete visto Gentiloni, personaggio che fa venire il latte alle ginocchia, riprendere colorito dopo l’attacco di Trump, seguendo a ruota gli omologhi europei che, prima del bombardamento americano, vedevano in Donald il nemico numero uno dell’umanità. Anche l’opinione pubblica ammaestrata dai Soros sembra aver concesso una tregua al 45° presidente degli Stati Uniti, perché se il comandante in capo aggredisce i veri nemici del mondialismo, come Assad, e critica aspramente Putin, manda in brodo di giuggiole i pupari della Casa Bianca.

Adesso Trump ha deciso di sganciare una micidiale bomba mai testata sull’Afghanistan nelle mani dei terroristi islamici; capito? Prima mettono in piedi la baracca qaedista e Isis per destabilizzare il Medioriente, poi siccome le cose gli sfuggono di mano decidono (per finta?) di liquidare coloro che avevano foraggiato e armato per fare da spina nel fianco a Russia, Iran, Siria, Iraq, Libano (e nelle altre terre colpite dalle “primavere arabe”) tentando di passare per paladini del bene ed eroi garanti della pace nel mondo. Il che fa sbellicare dalle risate al solo pensiero. Se Trump intende imboccare il solito tunnel imperialista, rinunziando al confronto multipolare, forse per evitare l’impeachment ordito dal suo partito, se ne può andare al diavolo con tutti i suoi predecessori. Trump o non Trump, gli Usa restano la principale minaccia agli equilibri mondiali nonché la proteiforme bestia responsabile del malcostume occidentale e di quel manicheismo pseudo-democratico che ha contagiato mezza Europa.

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Salvini, di’ qualcosa di federalista

Che fine ha fatto, nel dibattito leghista, il tema del federalismo? Da quando Salvini è divenuto segretario della Lega Nord si parla solo di migranti, euro, Fornero, Le Pen e altre questioni da destra sociale ma, d0po l’archiviazione della Padania, dai programmi è sparita anche la questione relativa al federalismo, che in Italia non dovrebbe essere poi così marginale… Certo, la Lega non ha mai parlato seriamente di federalismo, e ha preferito inventarsi la farsesca secessione o i succedanei dell’etnofederalismo, come il federalismo fiscale-solidale, la devolution e altra robetta. Salvini ha colmato il vuoto lasciato da An (la Meloni vale poco o nulla) inseguendo l’elettorato pan-italiano coi classici cavalli di battaglia della destra “fascistoide” italica. In questo senso si è pure circondato di ascari meridionali inquadrati in “Noi con Salvini”, che francamente sembrano camerieri più che soggetti pensanti. Da una parte si può riconoscere che Salvini è l’unica alternativa, politica, al solito berlusconismo pluri-riciclato ma dall’altra emerge la mediocrità di una Lega Nord ficcata nel letto di Procuste patriottardo.

La verità è che la Lega, per quanto sia longeva, non serve più a nulla e Salvini dovrebbe dunque decidere cosa fare da grande: o continuare il teatrino del piede in due scarpe celandosi dietro il paravento del nordismo di cartongesso, per irretire i militonti, oppure (sempre politicamente, perché in senso culturale e metapolitico Salvini occorre a ben poco) porre finalmente le basi di un soggetto nazionale, e federale, che rappresenti tutta la Penisola ma non in ottica “neofascista” bensì etnofederalista. L’Italia è un dato di fatto da 3500 anni, sarebbe anche ora di farsene una ragione, così come sarebbe anche ora di accettare la sua eterogeneità (che del resto è la sua ricchezza) e di ri-pensare alle strutture statuali e governative: fuori da Ue ed euro è cosa buona e giusta, ma è tempo di chiamarsi fuori anche da questa repubblica che di italiano ha solo il nome.

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Islam? No grazie

Non ho alcuna simpatia per le chiese e le sinagoghe, vi lascio pensare cosa possa provare per le moschee. La presenza di comunità islamiche in Europa rappresenta un corpo estraneo incistato nel nostro continente sulla falsariga di quanto accaduto col giudeo-cristianesimo, con in più (perlomeno rispetto alla Chiesa, visto che gli Ebrei hanno anche componente etnica) l’estrazione etno-culturale della maggior parte dei musulmani che non ha nulla a che vedere col tessuto sociale originale delle nostre terre. I brandelli indigeni di islam sono ristretti all’area balcanica, in particolar modo in Bosnia e Albania etnica (quindi anche Kosovo), rimasugli dell’infausto dominio ottomano sul sud-est europeo. Anche alla luce di questo la fede maomettana rappresenta un grande problema per l’Europa, rafforzato dal fatto che alcuni settori dell’islam sono intrisi profondamente di fanatismo che sfocia nel terrorismo. La religione islamica ha una storica componente di aggressività militare che ha portato alle conquiste dal Nordafrica all’Indonesia.

Naturalmente non è un problema che si può risolvere con la bacchetta magica ma di sicuro la soluzione non sta nella tanto invocata integrazione tra noi autoctoni e loro allogeni, perché l’integrazione è il primo passo verso la distruzione della nostra identità, delle nostre tradizioni e la disintegrazione della comunità etnica nativa. La cultura islamica è per di più incompatibile non avendo subito il processo di secolarizzazione che ha invece interessato il cristianesimo (anche cattolico) in Europa, alla faccia di chi si ricorda della laicità dello stato solo quando si tratta di sparare a zero sul Vaticano perché con l’islam lo sport nazionale è diventato quello di calare le brache, con la scusa del “poveri fratelli migranti”. Aggiungiamoci il fatto che proprio nelle zone balcaniche sunnominate vanno corroborandosi le sacche di terroristi salafiti, come nel Caucaso, pronti a colpire l’Europa; e la beffa è che chi, nella ex Jugoslavia, ha combattuto tenacemente contro l’islam si è visto fare a pezzi la patria per cui ha lottato.

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L’Isis uccide, la tolleranza anche

Settimana scorsa è stato il turno della Svezia nel consueto salasso di sangue operato da terroristi islamici, ovviamente allogeni. Un tizio uzbeko si è impossessato di un camion ed è piombato sulla folla, in pieno centro di Stoccolma, lasciando di dietro di sé 4 morti e più di 15 feriti. Il Nord Europa tanto elogiato dai nostrani tromboni xenofili e progressisti sta pagando a carissimo prezzo le sue scellerate politiche migratorie, incentrate su socialdemocrazia e tolleranza pro allogeni a tutto tondo: Inghilterra, Belgio, Francia, Germania ora la Svezia, nazioni ricolme di immigrati musulmani di varie generazioni che fanno come se fossero a casa loro, grazie ad una indistinta massa di babbei che si sono dimenticati da tempo il rispetto di sé stessi, tanto sono plagiati dalle menzogne neomarxiste. L’intolleranza scatta solo quando di mezzo ci sono i “neonazisti” cioè tutti coloro che si oppongono alla società multirazziale denunziando la portata distruttiva dell’immigrazione di massa, per di più islamica.

Nei giorni scorsi, per ricordare le vittime, la “società civile” è scesa in piazza dando vita ad una “festa dell’amore contro il terrorismo”, giusto per ricordarci che lassù non si reagisce al male con l’orgoglio patriottico e identitario ma con i gessetti colorati, i cuoricini, gli omosessuali che si baciano e le brache calate in grande stile. Io ho pietà e rispetto per i morti innocenti ma, in questo caso, per lo stato svedese (con tanto di teste coronate) non posso averne: prima di essere colpiti dal terrorismo islamico dell’ennesimo mammalucco d’importazione i cittadini svedesi sono stati colpiti dal loro regime politico, dall’indifferenza verso gli indigeni che va a braccetto con la tolleranza per gli allogeni. Una tolleranza che diventa suicidio. Il rispetto non sarà mai reciproco se da una parte ci si trastulla col masochismo e si svende identità e sovranità in cambio di un benessere di cartapesta, frutto della degenerazione del socialismo marxista.

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Donald, brache già calate?

Tu quoque, Donalde! L’altro giorno Trump ha ordinato di bombardare la base militare siriana, nella regione di Ildib, da cui (si dice) che i governativi di Assad abbiano scatenato un attacco chimico contro i qaedisti finendo per coinvolgere civili, tra cui molti bambini. Sono quelle classiche notizie da prendere con le pinze, poiché la società internazionale ha tutto l’interesse a demonizzare Assad e la dinastia alawita, esponenti del socialismo nazionale pan-arabo (e laico) del Ba’th, permettendo ai ribelli (terroristi sotto mentite spoglie) di prendere il potere in Siria issando pupazzi filo-occidentali e filo-israeliani. L’Onu non perde mai tempo quando si tratta di strumentalizzare bambini morti, ma solo quando dall’altra parte si trovano i nemici del mondialismo, altrimenti sui morti ammazzati innocenti eliminati da Usa e Israele cala un silenzio tombale.

Donald Trump si è fatto subito infinocchiare e mettere con le spalle al muro dal suo partito di guerrafondai filo-sionisti neocon: prima la mazzata pro Obamacare, le continue accuse di essere burattino di Putin (si è visto qualche giorno fa quanto sia burattino di Putin…), poi la liquidazione di diversi uomini scomodi del suo gabinetto, come Bannon, e la sconsiderata azione militare contro Assad che è di fatto un regalo all’Isis e un colpo ferale alla diplomazia multipolare con lo stesso Assad e i Russi. Il presunto attacco chimico dei lealisti sarebbe tutto da verificare, anche se le “bufale” cosiddette entrano in campo solo quando servono ad appoggiare chi sta sulle scatole ai mondialisti americani, secondo i nostrani sputasentenze fatti pennivendoli.

Non si può certo escludere che i militari di Damasco abbiano centrato un deposito di armi chimiche dell’Isis o degli ex al-Nusra, sapientemente mischiati coi “ribelli”, anche perché, qui, i terroristi sono quelli del Califfato e tutti coloro che li appoggiano, o coprono, per i propri sporchi interessi unipolari. Assad e Putin sono sul punto di bonificare l’intera area della Grande Siria derattizzandola dalla presenza islamista? Niente paura: Onu, Usa, Unione Europea, Francia, Germania e, ovviamente, lo zombie Gentiloni (rianimato dalla botta adrenalinica di Trump che gli ricorda i suoi idoli Obama-Clinton) si inventano la demonizzazione di turno contro Putin e Assad, sempre più ridotti alla stregua di guerrafondai e terroristi che violerebbero i diritti umani.

Davvero curiose queste accuse, se si pensa che la destabilizzazione, sanguinosa ed infanticida, del Medioriente nasce dalle mafiose politiche occidentali che si industriano per issare al potere dei pupazzi usando ogni mezzo possibile per togliere di mezzo i legittimi governanti che a loro stanno sul gozzo: accadde con Saddam, accadde con Gheddafi, vorrebbero farlo con Assad e magari con l’Iran, cosicché quella cruciale area afro-asiatica potrebbe ridursi ad una sterminata base militare americana finalizzata al controllo del petrolio e di tutte le risorse di quelle disgraziate terre. Si deve usare ogni mezzo contro il terrorismo, cari miei, sia che si tratti di terrorismo a carte scoperte sia che si tratti di cavalli di Troia “democratici”, esportatori di arcobaleni e di altre nefandezze consumistiche.

Spiace davvero, delude molto sapere che Donald Trump, le cui premesse apparivano interessanti, si sia già fatto mettere nel sacco da quelli che dovrebbero sostenerlo invece di ricattarlo e di metterlo alle strette per estorcergli azioni anti-russe e anti-siriane (e poi magari anti-iraniane e anti-coreane); per carità, Trump dopotutto è americano, miliardario, capitalista, materialista ed edonista all’ennesima potenza, non è certo uno che può rientrare nel pantheon dell’etnonazionalismo e dell’identitarismo, eppure si capiva da subito fosse di una pasta diversa rispetto ai Reagan e ai Bush. La sciagurata offensiva contro Assad, purtroppo, ridimensiona la rivoluzionaria portata di uno che si presentava come anti-sistema e innovatore in chiave multipolare ma che, a questo punto, rischia seriamente un’involuzione da burattino neoconservatore sulla falsariga delle politiche di aggressione militare care agli Obama e ai Clinton.

Naturalmente è troppo, troppo presto per i giudizi sommari, e bisognerà attendere almeno la fine dei primi quattro anni di Donald prima di poterlo derubricare completamente al rango di marionetta nelle grinfie dei soliti. Certo, se il buongiorno si vede dal mattino qui si rischia di pasteggiare col proprio fegato per i prossimi anni e sarebbe meglio, per tempo, evitare di alimentare troppo a lungo illusioni trumpiane su una netta svolta americana in direzione multipolare.

Qui, ovviamente, non stiamo parlando degli Stati Uniti d’America e dell’Occidente a guida atlantica: sappiamo infatti benissimo quanto tutto questo sia solo infetto ciarpame antifascista mirato al predominio apolide del grande capitale sull’intero pianeta, con tutte le nefaste conseguenze che ne deriverebbero. La questione, qui, riguarda il medesimo Trump e il suo mandato che sembrava mostrare interessanti convergenze con l’ottica anti-mondialista dell’Eurasia tradizionalista e sovranista. Ma è bene non illudersi a riguardo e (questa è un’ovvietà davvero banale) evitare di aspettare il messia straniero che possa risolvere i problemi che riguardano anche il nostro Paese.

Chiaro come il sole che l’Italia può essere salvata solo dagli Italiani, che non ha bisogno di padroni occidentali, settentrionali od orientali e che noi tutti si debba diventare protagonisti della nostra politica e metapolitica nazionale senza mettersi a fantasticare su irrealizzabili disegni di grande impero europeo anti-modernista. Gli interessi della nostra nazione possiamo farli solo noi, e per quanto certe alleanze strategiche sarebbero manna dal cielo non ci si deve dimenticare che la nostra rovina proviene proprio dalla cessione di sovranità nazionale in favore dei forestieri, degli enti sovranazionali e di conseguenza di banche, lobby, multinazionali.

Se la Realpolitik suggerisce di non sbattere la porta in faccia a Trump e chiuderla a chiave, troppo prematuramente, auspicando che l’involuzione reaganiana non abbia inizio, c’è comunque l’etnonazionalismo e il patriottismo italiano (ed europeo verace, cioè non europeista con targa Benelux) ad imporci di non cedere di un millimetro per quanto concerne la nostra visione del mondo e delle cose, ed in questo senso non si può che simpatizzare (specifico, simpatizzare, non adorare ed invocare come salvatori) più per Putin, ma soprattutto per Assad, che per Trump.

La coerenza del pensiero e azione völkisch viene prima di tutto ed è per questo che si rimarrà sempre più compatibili con l’ottica del socialismo nazionale pan-arabo piuttosto che con l’euro-occidentalismo, ancorché a guida “bianca”, che troppo spesso assume il volto truce e grifagno di un imperialismo apolide manovrato da chi sappiamo e che fa da apripista al caos della sovversione anti-identitaria e anti-tradizionale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/04/donald-brache-gia-calate.html

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Il quadro toponomastico bergamasco

La toponomastica bergamasca*, come quella lombarda e italiana, mostra la stratificazione etno-linguistica che nei secoli ha caratterizzato il nostro territorio, ma anche le sue peculiarità naturali e come l’uomo ha modificato il paesaggio con la sua azione antropica, durata per millenni. Le tracce linguistiche, etniche, sono state mediate dal latino, dal volgare bergamasco e poi dal dialetto di Bergamo talché i nomi di luogo giunti sino ai nostri giorni possono spesso apparire opachi, come si suol dire in toponomastica, e cioè misteriosi e di difficile interpretazione. Questo è dovuto all’oscillazione linguistica a partire dai documenti medievali che attestano i toponimi, in cui una forma toponimica viene tramandata corrotta e alterata nella grafia, il che comporta una confusione semantica tra quello che poteva essere l’etimo originario del toponimo e la sua esteriore forma di significante. Aggiungiamo il fatto che i nomi di luogo più antichi nascono da lingue di cui ormai si sa poco o nulla e che oggi non dicono alcunché alla stragrande maggioranza delle persone.

Come abbiamo visto nel precedente articolo storico e geografico sulla terra bergamasca, esiste una stratificazione etnica e linguistica segno del succedersi dei popoli e delle lingue sul nostro territorio, dovuta ai fenomeni di sostrato prelatino (a volte anariano) che si incontrano e scontrano con la romanizzazione e la conseguente latinizzazione e coi fenomeni di superstrato dovuti, in maniera praticamente esclusiva, ai contributi lessicali e onomastici dei popoli germanici, come i Longobardi.

A livello di antichissimo sostrato preindoeuropeo, sebbene sia questo un concetto piuttosto nebuloso e controverso, la tradizione individua nel territorio orobico due matrici linguistiche: quella ligure e quella retica (o nord-etrusca), parti del più ampio contesto solitamente denominato “paleo-mediterraneo”, o “mediterraneo” tout court, a cui apparterrebbero anche lingue come basco, iberico, proto-sardo, etrusco, lingue caucasiche. L’etrusco è, per la verità, un caso ambiguo poiché per taluni studiosi si colloca, appunto, in tale antichissimo sostrato paleo-europeo mentre per altri è una lingua orientale, anariana, imparentata col lemnio e ovviamente col retico. Per fare qualche esempio, al ligure vengono attribuiti toponimi quali Barzizza (da *barga “capanna di argilla”), i vari Botta e Botto (da *bodo “fossato”), Gaverina, Gavarno, Gavazzo (da *gava “canale, corso d’acqua”), Rovetta e Rava (da *rava “frana, precipizio”), nonché il classico suffisso -asco/a (qualcuno ipotizza anche -osco e -usco) utilizzato per esprimere proprietà, discendenza, appartenenza e rimasto produttivo fino all’epoca medievale (ad es. Curnasco, Casco, Trevasco, Somasca, Grabiasca e anche l’etnico bergamasco) e forse pure il suffisso -ona usato per denominare centri abitati (come ad es. Carona).  

Troviamo toponimi ritenuti liguri in tutta l’Italia nordoccidentale, Canton Ticino incluso, e sono considerati dalla maggior parte degli autori preindoeuropei, anche se, recentemente, alcuni studiosi affacciano l’ipotesi che il ligure fosse un’antichissima lingua indoeuropea, a metà strada tra celtico e italico, affine al leponzio delle Alpi centro-occidentali, idioma proto-celtico arricchito da molti elementi preindoeuropei, assorbiti nell’area alpina (cfr. alfabeto di Lugano e stele di Prestino). Nell’area propriamente ligure vengono attribuiti a tale antica lingua toponimi come Genova, Bormida e Polcevera.

Per quanto riguarda i toponimi retici, alpini, vengono di solito considerati tali quelli terminanti in -enna/-enno o anche -ena/-eno come Endenna, Lenna, Berbenno, Teveno o anche alcuni nomi di luogo dal significato oscuro come Ama e Amora, Sardegnana, Lesina, nomi che solitamente si trovano nelle sacche montagnose di Prealpi e Alpi dove potrebbero essere rimaste delle tracce dell’antico passaggio di genti preindoeuropee, prima della grande celtizzazione dell’Orobia.

Ed è infatti attribuibile ai Celti la più consistente traccia etno-linguistica, lasciata al territorio bergamasco, frutto di più ondate susseguitesi al di qua delle Alpi e fondamentalmente dovute a genti protoceltiche come gli Orumbovii e genti galliche quali gli Insubri. Alcuni studiosi descrivono anche una terza penetrazione celtica, che avrebbe recato, tra Bergamo e Brescia, due dei tratti più caratteristici delle parlate arcaiche di queste due aree come l’aspirazione della s sorda, soprattutto se intervocalica, es. hèmper < sèmper, e la dentalizzazione della s sonora, sempre intervocalica, es. àden < àsen.

La massima concentrazione bergamasca di toponimi di origine celtica si può trovare nella parte occidentale della provincia, verso il territorio insubrico propriamente detto, anche se un po’ in tutte le terre orobiche emergono nomi di luogo dall’aspetto, e dal suono, celtico. Di sicuro i Celti si insediarono per lo più in pianura, nella fascia collinare, e nelle valli prealpine, sfruttando fiumi e laghi, e passando il testimone dai Celti golasecchiani ai Celti lateniani, i Galli dei Romani. Tra i tanti toponimi celtici bergamaschi possiamo citare a mo’ d’esempio lo stesso Bergamo (dal dio celtico Bergimus), i vari Gromo, Grumello e derivati (che indicano poggi, collinette o anche pascoli), Marne (*marga “terra argillosa”), Parre (antico oppidum orobico, da *pa-ar “gran campo”), Sombreno (da summus + *bren “luogo scosceso”), Suisio (dalla radice *sev- e suffisso -isio, tipici degli idronimi celtici). La grande massa di questi toponimi è segnalata dai tipici suffissi di origine celtica e/o gallo-romana: -ate (*-at- celto-ligure) impiegato, nell’area golasecchiana, per esprimere appartenenza (negli etnici ad esempio, come in Bergomates) ma soprattutto prossimità a luoghi naturali come i corsi d’acqua, unito a toponimi che indicano caratteristiche naturali del territorio (ad es. i vari Brembate, Bonate, Cenate, Seriate, Telgate); -ago/a (gallo-romano –acum/a < *-ak-) utilizzato un po’ in tutto il Nord Italia (anche nelle varianti -igo/a o -acco/-icco in Friuli), pure in epoca medievale, per toponimi prediali, che indicano cioè la proprietà di un fondo, di un podere, e che sono quindi composti (solitamente) da antroponimo + suffisso (ad es. Vercurago, Arzago, Cavernago, Gorlago, Odiago); -uco o -ugo, da -ucus (es. Bottanuco e Blancanugo, località scomparsa); -asio e -isio, da -es, un suffisso idronimico (ad es. Rodes, Trebes, Quisa, l’antico nome di Clusone Clisione, e Viandasso); infine un tipico suffisso gallo-romano come -dunum, dal celtico *dun “rocca, altura fortificata” che dà -duno ma anche -uno (ad es. Chiuduno, Comenduno, Bettuno, MondunoDuno).

C’è poi tutta una serie di toponimi e, in particolare, microtoponimi che hanno alla loro base dei termini comuni di origine celtica e che sono distribuiti in tutta quella che era l’antica Gallia Cisalpina come ad esempio ronco e derivati (usati per colline e vigneti su poggio come Roncallo, Roncola, Roncobello ecc.), ganda (indicante terreni franosi come Ganda, Gandino, Gandosso ecc.), tegia (capanno, come per Valtesse, Tegia, Tezzi ecc.), brugo e brolo (rispettivamente “brughiera” e “giardino cintato”, come per Brugaletti e Bruga e per Bruntino e Fontanabrolo, a Bergamo), pett- (“pezzo di terra in salita”, come per Petos, Petosino, Petello), barr- (“sterpeto”, come in Baradello, Bàresi, Barzesto ecc.), corna (“rupe, masso”, come in Corna Imagna, Cornalba, Cornalita) e molti altri.

Naturalmente la maggior parte dei toponimi di Bergamo, come di Lombardia e d’Italia, è di origine latina stante la romanizzazione del nostro territorio principiata con la conquista della Transpadana nel II secolo avanti era volgare e completata in epoca augustea. Nomi di luogo bergamaschi nati palesemente in epoca romana sono, ad esempio, Fornovo (forum novum), Cologno (colonia), Presezzo (praesidium), Castro (castrum) ma soprattutto i prediali composti da gentilizio romano e suffisso latino in -anus/a e anicus/-a come Azzano, Stezzano, Bariano, Ranica (Hilarianica), Zanica (Vettianica), Parzanica ecc., spesso alternati ad -acum. Li troviamo concentrati nella pianura bergamasca a sud di Bergamo, ossia dove anticamente si trovava la centuriazione romana dell’agro bergomense, e nella zona del Lago d’Iseo, luogo di villeggiatura di patrizi romani in cui, tra l’altro, venne introdotta da Roma la coltivazione dell’ulivo. I suffissi in -atico/a dovrebbero invece incrociare, per estensione, il sostrato celto-ligure con quello latino rafforzando il valore geonomastico, vedi Aviatico, Entratico, Bagnatica ecc.

Va ricordato anche il contesto medievale del latino, volgare, da cui nascono toponimi indicanti costruzioni civili e militari (Camerata, Cassiglio, Paladina, Pianca, Trebecco, Dignone-Domignone, i vari torre e castel), edifici religiosi (Monasterolo, Abbazia, Ghisalba < ecclesia alba), nuove fondazioni (Cortenuova e Comun Nuovo), proprietà terriere (Predore, SorteSolto, Fondra, Pradalunga ecc.), colture (Novezio, Serta, Coltura e i toponimi con suffisso collettivo -eto come Colarete < *coriletum), attività varie (Stabello, Forno Nuovo, Allegrezza < grancia, Frerola, Mola ecc.) e caratteristiche del territorio sia naturale (toponimi alla cui base possiamo trovare aggettivi come clausus, imus, mollis, bacìo, primus e anche nomi come isola, canto, cuneus, ponta, plagia, motta ecc.) sia antropizzato (Brusicco, Padergnone, Senda, Rota, Romentatico, Sorisole < *siliceolae (?) “strada selciata” ecc.). La stragrande maggioranza dei toponimi bergamaschi è stata toscanizzata (spesso in maniera grottesca, tanto che alcuni etimi sono stati falsati, come ad esempio Fiumenero per Föm-nìgher, “fumo nero”), ma di tanto in tanto emerge qualche nome di luogo di rilievo dal suono dialettale come Pontida (“appuntita”), Cà Füdrìs (vedi fodro, l’albergaria medievale, da un termine longobardo per “foraggio”), Pertüs (“passaggio stretto”), la Betósca (dal latino *beituscula), Gérola (dal latino glarea, “ghiaia”, con suffisso diminutivo) ecc.

L’ultimo contributo toponomastico in senso etnico viene dai popoli germanici: Goti, Longobardi, Franchi, coloni teutonici di epoca ottoniana. Le tracce più consistenti, ovviamente, sono dovute ai Longobardi. Il superstrato germanico può suddividersi in etnici, nomi propri, appellativi, altri residuali e prediali con classico suffisso -ingo o -engo (dal germanico *-ing-). Per la prima categoria possiamo citare, a mo’ d’esempio, Bolgare e lo scomparso Gibidi, tracce lasciate da minoranze etniche giunte in Italia coi Longobardi (Bulgari e Gepidi, in questo caso); per la seconda Boltiere, Torre Boldone, Azzone, Mezzoldo, Rodi ecc.; per la terza Romano di Lombardia (da arimannus), il perduto Stodari (da stodarius “stalliere”), forse Valle Imagna (Valdemagna, in bergamasco, da waldeman “guardiaboschi”, in longobardo ecc.); per la quarta Bordogna, Bracca, Capizzone, Grini ecc.; per l’ultima, sempre a titolo esemplificativo visto che ve ne sono svariati, Martinengo, Morengo, Pedrengo (con antroponimi latini) e Valarengo, Paltaringo, Guntoningo, Carlinga (con antroponimi germanici, solitamente scomparsi).

Ai Longobardi dobbiamo il contributo germanico più consistente anche per quanto concerne toponimi socio-culturali, militari, antropici come nel caso dei vari breda e braida, gaggio e gazzo, fara, stodegarda, blacca, sala ecc. o agiotoponimi quali San Michele, San Giorgio, San Salvatore che riprendono santi molto cari alla devozione popolare longobarda.

Per quanto concerne le categorie toponomastiche vanno qui menzionate le tipologie di nomi locali riferiti alla natura: 1) idronimi (corsi d’acqua); 2) limnonimi (laghi); 3) oronimi (rilievi montuosi); 4) coronimi (regioni geografiche); 5) fitotoponimi (flora); 6) zootoponimi (fauna). Idronimi e limnonimi (1, 2) sono i toponimi più antichi che possiamo trovare poiché, essendo l’acqua un elemento fondamentale nella vita delle comunità, i nomi originari si sono conservati fino ad oggi e presentano etimo preindoeuropeo oppure protoceltico (ad es. Adda, Brembo, Serio, Cherio, Oglio, Lario); gli oronimi (3) possono invece essere più recenti, essendo di scarsa importanza per gli antichi, e nascere da metafore o nomi espressivi (es. Monte Secco, Pizzo Strinato, Resegone, ForcellaDiavolo e Diavolino, Pizzo Baciamorti, Valle d’Inferno, Via Mala, Grotta dei Pagani), da dotte ricreazioni moderne (come i nomi delle partizioni alpine, tra cui le stesse Orobie < Orobi), ma anche dall’uso pratico dei pastori (Vago e Solivo, ad esempio); per quanto concerne i coronimi (4) basti qui ricordare Val Cavallina (gli equini non c’entrano, il nome della valle nasce dall’antico Cavelle, cfr. ligure *gava “fossato, canalone”); pei nomi di luogo nati da fitonimi (5) citiamo a mo’ d’esempio Bedulita, Cerete, Olmo al Brembo, Oneta, Sambusita; pei nomi di luogo nati da zoonimi (o terionimi) avremo Volpera, Asnenga, Luprita, Sparavera, Cornagera ecc.

Gli elementi naturali sono, del resto, centrali nel folclore locale, basti pensare al culto degli alberi di Celti e Germani (tiglio, frassino, farnia, olmo, faggio ecc.) o all’importanza di certe piante ed erbe per Romani e cristiani (l’ulivo o la verbena, ad esempio). Parlando del sacro è d’uopo citare gli agiotoponimi nati a partire da agionimi o teonimi prevalentemente cristiani, cattolici, ma anche pagani: in quest’ultimo caso, nella Bergamasca, troviamo antichi toponimi come Sudorno e Sedorgna (da Saturno), Minervio (da Minerva), Marcoriolo e Mercorina (da Mercurio). La gran mole degli agiotoponimi è ovviamente cristiana ed è superfluo qui ricordarli; citiamo solo gli svariati San Michele, San Martino (venerazione introdotta dai Franchi), San Rocco, Sant’Alessandro (patrono di Bergamo), San Pietro, San Paolo e ovviamente la nutrita quota di nomi di luogo dedicati alla Madonna.

Chiudiamo ricordando alcuni tipici suffissi toponimici bergamaschi e lombardi frutto della volgarizzazione del latino quali i diminutivi prediali -olo, -eno, -ero, -oro, -ine; il tipico lombardo -onno che deriva dal latino -one/-ono; -usco e -osco dal latino -usculum, -usculus; -obbio, altro suffisso peculiare, da -ubulus, -uculus, sempre latini; -edo dal collettivo –etum; -arius e -ilis, spesso usati per elementi naturali come la vegetazione o artificiali come gli allevamenti; -allo dal latino -alis che può dare anche -ale e -alia (-aglia) con lo stesso valore del collettivo -eto; –esio dal latino -ensis forse su influsso delle terminazioni celtiche, già incontrate, -asius e –isius. Vi sono anche dei casi in cui un toponimo può essere formato dall’agglutinazione di particelle prefisse al corpo toponimico come ad esempio in Dalzio (ad Alze), Dalmine (de Almene), Terno (inter amnis), Poscante (post Cantum), Nimotorre (da in ima turre).

*Per stilare questo articolo ho tratto spunto dai tradizionali scritti in materia di toponomastica italiana come quelli di Dante Olivieri, Giovan Battista Pellegrini e Alberto Zamboni. Circa uno sguardo etimologico globale sui nomi di luogo bergamaschi si veda qui.

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Tu quoque, Donalde

Una rondine non fa primavera, tanto più se si fa messaggera di sventura. L’attacco di Trump alla Siria, sull’onda emotiva della notizia (vera?) dei bombardamenti chimici – rivolti ad una sacca terroristica nella provincia siriana di Ildib – ai danni dei civili (tra cui dei bambini, che l’Onu ama sempre strumentalizzare) è un atto sconsiderato che non solo rende ancor più drammatico il quadro siriano ma assesta anche un duro colpo ai rapporti multipolari con la Russia, principale alleato di Assad e della Siria. Donald rischia un’involuzione reaganiana che mette a repentaglio gli equilibri del Medioriente, rinsaldando la diabolica alleanza con l’entità sionista e ribadendo la linea obamiano-clintoniana. A parte che il controverso attacco siriano sia tutto da verificare e che potrebbe aver benissimo centrato un deposito di armi chimiche dei qaedisti, sarebbe utile comprendere che dalla parte del torto, anzi, del male c’è l’Isis e chi lo ha foraggiato per portare alla destituzione di Assad, e che dunque ogni mezzo è lecito per annientarlo e porre fine al suo regno del terrore.

L’Occidente a guida atlantica ha tutto l’interesse a confondere le acque mettendo Assad, e Putin suo alleato, tra i cattivi proprio mentre l’offensiva dei governativi mette con le spalle al muro i terroristi islamici; d’altronde era già accaduto in passato. L’intento è anche quello di coprire le responsabilità dei burattinai del Califfato, gli Usa “democratici”, che portarono al supporto del fondamentalismo per destabilizzare l’area e liquidare un regime scomodo come quello di Assad, inquadrabile nel contesto del socialismo nazionale, laico, pan-arabo del Ba’th, una spina nel fianco israelo-americano in quella che è un’area cruciale, un crocevia tra sfera occidentale e orientale. Se anche Trump si presta a fare da marionetta alla potenza lobbistica dei guerrafondai americani e israeliani la situazione internazionale torna all’era Obama-Clinton e la tanto agognata pace ridiventa una mera utopia.

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