Gli Etruschi e l’eterno pregiudizio anti-italiano

Sugli Etruschi se ne sentono dire di tutti i colori, e da una parte ci può stare essendo un popolo antico alquanto misterioso e affascinante. Quello che invece appare fuori luogo è la tendenziosa mania di levantinizzare ogni popolo storico d’Italia, col risultato di alimentare tutta una serie di squallidi pregiudizi italofobi (di matrice nordicista, ma a cui abboccano pure i fessi antifa) che colpiscono indistintamente Nord, Centro e Sud e che, per l’appunto, sovente si accaniscono sugli Etruschi: un popolo che, prima dei Romani, raggiunse una certa unità etno-culturale in buona parte della Penisola, da Mantova alla Campania, dal fulcro della Tuscia alle coste adriatiche del Settentrione.

Come sapete vi sono fondamentalmente due tesi sull’origine degli Etruschi, che si rifanno al punto di vista degli antichi storici greci: la prima riguarda la tesi dell’autoctonia italiana, punto di vista sostenuto da Dionigi di Alicarnasso; la seconda la tesi dell’origine anatolica, opinione di Erodoto, secondo cui gli Etruschi sarebbero parenti stretti di popoli indoeuropei dell’Asia Minore come Lidi e Luvi. In questo senso entra prepotentemente in giuoco la parentela linguistica dei Rasna (come essi si autodefinivano) con le genti retiche delle Alpi centro-orientali e con gli isolani di Lemno, parlanti del lemnio: la cosiddetta famiglia delle lingue tirseniche, o tirreniche.

In ossequio alla trita e ritrita solfa dell’ex oriente lux, moltissimi danno per scontata la tesi di Erodoto secondo cui, appunto, gli Etruschi sarebbero frutto di un’immigrazione, risalente all’Età del bronzo, di genti venute dall’area egeo-anatolica, corroborando il parere con il mito di Enea che, fuggendo da Troia in fiamme, raggiunge le coste tirreniche dell’Italia dopo mille peripezie, e dove poi darà vita alla stirpe imperiale della gens Julia e prima ancora alla nascita di Roma e della sua civiltà. Amici, il mito, si sa, può sempre avere un fondo di verità ma non si può certo usare per descrivere l’etnogenesi di un popolo, anche perché spesso, se non sempre, riprende dei cliché, dei topoi, ben noti: il concetto di “originalità” degli antichi stava nel reimpiego dei miti, rivisti secondo le esigenze dell’autore.

Infatti, il mito di Enea che fugge da Troia e approda in quella che poi diverrà Roma, capitale dell’Impero e faro della civilizzazione dell’Occidente (non senza il contributo etrusco, oltretutto), non va preso alla lettera ma più che altro come allegoria dell’Idea imperiale, del mondo classico, che dall’oriente ellenico si sposta nell’occidente italo-romano, grazie anche, certamente, alla mediazione degli Etruschi che avevano sì dei legami con l’area egeo-anatolica ma non di natura etnica, linguistica o culturale! Virgilio era un divulgatore dell’ideologia augustea e come tale contrappone alla Grecia – che attacca e distrugge Troia con l’inganno – la gloria imperiale (universale) di Roma.

Gli Etruschi, che a volte vengono assimilati ai cosiddetti Popoli del mare, lega piratesca di mercenari al servizio dei regnanti greci che si facevano costantemente la guerra, vennero infatti ingaggiati come mercenari che dunque si spostarono dall’ovest italico all’est ellenico colonizzando, peraltro, la famosa isola di Lemno, lasciandovi dunque delle tracce linguistiche! Le etichette etniche dell’antichità sono spesso il frutto del gusto letterario dei classici e, tanto per farvi un esempio pratico, un popolo celtico golasecchiano come quello degli Orumbovii è stato ribattezzato “Orobi” da autori greci citati poi da Catone e Plinio il Vecchio, usando un appellativo greco (oros-bios “coloro che conducono vita sui monti”) basato, in maniera del tutto assurda, sui cliché storiografici appunto dei Greci, che volevano questa stirpe, in realtà celtica, originaria della loro terra.

Stessa sorte è toccata agli Etruschi, a cui è stata affibbiata l’etichetta di “tirseni/tirreni” (riferimento al mondo egeo) dai Greci medesimi, che appunto li avevano ingaggiati come “lanzi” ante litteram; e non solo loro, ma anche altri popoli antichi d’Italia come i Siculi, i Sardi (Sherden) e altri, guarda caso entrati a far parte della lega dei popoli marittimi citati poco sopra che seminarono terrore e devastazione lungo le coste del Levante, arrivando a conquistare perfino l’Egitto!

Sicché gli Etruschi, quindi, erano fondamentalmente un popolo autoctono d’Italia, parente stretto dei Reti che erano un fossile alpino proveniente dalle pianure dell’Europa centrale in epoca neolitica, e dunque a loro volta frutto di una migrazione da nordest acclimatatasi nell’area centro-italiana tra Toscana e Lazio odierni, passando per l’Umbria. Quivi si sono certo mescolati con genti paleo-mediterranee (di tipo “sardo”), ricevendo successivamente l’apporto italico dei protovillanoviani e reinterpretando secondo i propri canoni la cultura della prima Età del ferro di Hallstatt, dando vita alla civiltà villanoviana, prodotto originale del cuore della Saturnia tellus. La lingua etrusca mostra una certa affinità con il proto-sardo, o sardiano, ma anche col basco e con le lingue caucasiche, segnale di una parentela che affonda le proprie radici almeno nell’epoca del Neolitico.

Il mito di Enea ci dice, non a caso, che egli era discendente di Dardano, partito dall’Italia e giunto a Troia, ed ecco anche nell’epos la tesi di Dionigi e dei mercenari; sicuramente diversi di questi, dopo aver prestato servizio ai sovrani greci, saranno rientrati in patria, magari portando seco il bagaglio culturale maturato nelle terre dell’Egeo e che, dunque, risentiva dei profondi influssi greci e anatolici (intendiamoci, signori: l’Anatolia dell’epoca era ellenica e prima ancora indoeuropea, non turca e di cultura semitica come può esserlo oggi…).

Va anche però detto che gli aspetti “levantini” (antichi) della cultura etrusca storica risentono dei fitti contatti, maturati in Campania, a Cuma, con l’ambiente magnogreco e che hanno certo dato il proprio contribuito allo sviluppo della civilizzazione romana (basti pensare all’alfabeto latino). Ma tra questo e le vere e proprie balle propagandistiche, addirittura appoggiate da genetisti con agenda antirazzista che parlano di Toscani dal DNA turco (!), corre un abisso: l’eredità genetica “levantina” (ripeto, antica) che è presente in Italia, soprattutto nel Centro e nel Sud, risale in massima parte all’epoca dell’espansione agricola del Neolitico e giusto nelle parti più estreme del Meridione possono trovarsi apporti più recenti (relativamente) dovuti a genti come coloni egeo-anatolici, Fenici, Cartaginesi, minoranze nordafricane e del Vicino Oriente (tenendo comunque sempre ben presente che in epoca antica Nordafrica e Medio Oriente erano cosa ben diversa da ciò che sono oggi, dopo islamizzazione e rimescolamenti etnici vari…).

D’altronde, le baggianate esterofile di chi ha un’agenda e rafforza i pregiudizi anti-italiani si infrangono contro i più aggiornati studi genetici sulle moderne popolazioni d’Italia, come i Toscani: un popolo questo che non solo è più simile al Nord Italia che al Sud ma che presenta picchi di linee paterne squisitamente indoeuropee occidentali e che appare del tutto staccato da ogni qualsivoglia popolo MENA (Middle East – North Africa), come del resto anche le popolazioni meridionali d’Italia: nessun popolo della nostra Penisola è più simile ad Africani e Beduini che ai propri compatrioti.

La Toscana, per di più, mostra un aspetto fisico antropologico sovente affine all’Europa centrale, come ci mostrano anche le carte razziologiche della vecchia scuola del Livi e del Biasutti, e anche una certa resistenza di lattasi rispetto alle genti emiliano-romagnole e, ovviamente, a quelle meridionali: segno di eredità genetica indogermanica. Aspetti, questi, sicuramente rafforzati dai Longobardi, ma preesistenti ad essi, grazie alla profonda penetrazione degli Italici protovillanoviani e all’assenza di veri e propri allogeni estranei al mondo italico. Gli Etruschi, dunque, etnicamente erano la somma di caratteristiche paleo-mediterranee, neolitiche ed indoeuropee.

In conclusione, capiamoci: non voglio dire che gli apporti extraeuropei ci renderebbero “sporchi” o “impuri”, io rispetto tutti i popoli della Terra a patto che essi rispettino noialtri e non divengano pedine del mondialismo, ma semplicemente voglio controbattere all’italofobia, spesso sposata da ambienti accademici, che ama dipingere il Bel paese come caotica e criminosa terra di meticci, di ibridi, di arabi sbiancati o di ebrei mancati, di rimescolamento totale e questo per spalancare le porte all’immigrazione selvaggia, al terzomondismo, alla demolizione dell’orgoglio etnico, identitario, nazionale. Le velenose menzogne, per di più strumentali, vanno sempre combattute e sconfitte perché ne va della realtà storica e, soprattutto, dell’identità delle genti d’Italia e d’Europa, oggi più che mai esposte alle follie barbariche della globalizzazione.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/07/gli-etruschi-e-leterno-pregiudizio-anti-italiano.html

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Tracce onomastiche celtiche nella Bergamo antica

Stele di Reburro

Gli studiosi Alessandro Morandi e Marina Vavassori hanno condotto, rispettivamente, interessanti studi sull’epigrafia celtica e gallo-romana della Bergamasca e sulle iscrizioni sepolcrali e sacre sempre del nostro territorio, grazie a cui possiamo desumere alcuni aspetti linguistici e culturali relativi al sostrato celtico/gallico dell’area orobica. A chi interessasse può trovare i risultati delle loro indagini, ad esempio, sui due volumi della Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo che si occupano del periodo che va dalla preistoria al Medioevo. Ne approfitto anche per rimandarvi a questo mio precedente articolo.

Morandi si occupa di epigrafia vascolare-strumentale di Bergamo e centri minori (come Parre, sito dell’oppidum degli Orobi) in lingua encoria gallica e latina, analizzando non solo la loro componente linguistica ma anche quella culturale connessa al rito; l’autore indaga così il contesto della celtizzazione del territorio bergamasco anche per quanto concerne i legami tra Gallia Cisalpina e Transalpina delineando poi il passaggio alla piena romanizzazione, che nel campo vascolare si può cogliere grazie alla presenza, negli scavi archeologici, dei cosiddetti Acobechern, i bicchieri di tipo Aco (da un antroponimo celtico probabilmente nome del produttore di questi manufatti), una qualità di vasi che presenta un’ibridazione tra le produzioni delle figlinae romane e la morfologia degli elaborati celtici, tipica degli ultimi decenni del I secolo avanti era volgare.

La Vavassori, invece, conduce un’indagine socio-economica in Bergamo e suo territorio attraverso i monumenti delle iscrizioni sepolcrali e sacre (are, per lo più), grazie a cui la studiosa può desumere interessanti dati relativi ai ceti sociali, alle loro aspirazioni, al loro potenziale economico e alla volontà di perpetuare il proprio ricordo grazie alla costruzione di monumenti elaborati o anche semplici; altresì, viene sottoposta ad analisi la componente magico-sacrale che emerge dalle iscrizioni e che fornisce precise informazioni non solo sull’offerente ma anche sul culto della gentilità locale, che presenta la classica interpretatio romana  delle indigene divinità celtiche.

In questo scritto, riporto quindi gli elementi linguistici e culturali messi in evidenza dai due studiosi citati, elementi che riguardano la filologia, l’onomastica (antroponimi e teonimi), la religiosità, l’antropologia e naturalmente l’ambito socio-economico e socio-culturale relativo all’integrazione nel mondo romano dei Celti golasecchiani e dei loro fratelli Galli. A proposito di filologia celtica, viene spontaneo citare il professor Filippo Motta dell’Università di Pisa, che ha avuto modo di esaminare le incisioni leponzie (alfabeto di Lugano) di Carona (Val Brembana): ne accenno qui. Vale la pena ricordare che la più antica testimonianza di scrittura celtica proviene proprio dall’area della Cultura leponzia di Golasecca (vedi stele di Prestino, a Como): un adattamento dell’alfabeto etrusco databile alla fine del VII secolo avanti era volgare.

Morandi, dunque, segnala le seguenti iscrizioni come celtiche (praticamente relative a nomi di persona), raggruppandole in base alla località da cui provengono:

  • Bergamo: (ar)tume (vedi Artio, dea celtica della caccia e dell’abbondanza spesso raffigurata come orsa), (l)euesa, at-, (p)et(…) (vedi Petua, Petu), as’ (vedi l’elemento celtico as’ da cui as’, es’ ecc.) con presenza di sade ‘a farfalla’ ossia un antico elemento grafico cisalpino (celto-etrusco), di nuovo un (a)rt, myrin, il già citato aco, viik/vek (vedi antroponimi celtici Veccus, Vecco), papirius (nome romano ricorrente in Cisalpina);
  • Parre: aiut, katua (vedi la voce celtica catu- ‘combattimento’ alla base di un termine come cateia, arma da getto celtica simile ad un boomerang; la desinenza -ua ricorda altri nomi celtici come Atecua e Petua), piuot (vedi un ricostruito *piuotios);
  • Capriate: kicrisi (vedi cicr e la presenza di uno svastika, classico simbolo indoeuropeo collegato ai culti solari);
  • Verdello: importante località gallica della Bergamasca (e di toponimo celtico, al pari di Bergamo e Parre) > ris’oi (vedi rix ‘re’, in celtico), ciamis (vedi Ciamus, Ciamilus), talu (vedi Tanotalos, l’oscuramento di -(o)n in -u indica ipocoristico), pit (vedi Pitius, Pittiacus, in celtico il segno p rende il suono b e dunque, nel nostro caso, gli antroponimi derivano da *bito- ‘vita’ che dà anche Bituitos, Bituriges ecc.), pe (vedi Petua, Pet, Petu), uitilis (vedi *Uitilios);
  • Fornovo San Giovanni: altra località bergamasca sito di importanti ritrovamenti gallici > as’uesa (sul modello di leuesa visto sopra; derivato del gruppo as’ che dà Asui), art (vedi sopra);
  • Ghisalba: come sopra > pit (vedi sopra, da bit- ‘vita’), va (ua), tou (vedi touta che sta per ‘popolo’, ‘civitas‘ o abbreviazione di nomi celtici come Toutiopouos), kat (da catu- ‘combattimento’ come in Catubriges).

Morandi passa in rassegna anche alcune delle divinità gallo-romane più venerate nel territorio di Bergomum, ricordando come si tratti, per lo più, di divinità indigene di origine celtica romanizzate (nel nome, ad esempio): Minerva (aveva un santuario a Verdello, la cui memoria è rimasta nel toponimo Minervio), Silvanus (ad esempio nel territorio degli Almenno, Lemennis, toponimo celtico), Iuno (divinità tutelare del pagus Fortunensis, attuale Isola Bergamasca), Neptunus (il cui culto veniva praticato lungo il corso del fiume Cherio, idronimo celtico), Mercurius (con alcune tracce toponomastiche a Bergamo e in Val Seriana), Diana, Priapus, Hercules e anche Saturnus (che ha dato il nome al pagus Saturnius della Val Seriana, di cui oggi rimane traccia nel coronimo Val Sedorgna).

La Vavassori integra queste notizie segnalando il culto di Minerva a Bariano, Martinengo, Cortenuova e Lovere (le prime tre località sono della Bassa mentre Lovere fa parte dell’alto Sebino bergamasco); quello di Mercurio nella Val Calepio a Chiuduno (toponimo celtico) e Credaro, e a Castione della Presolana, in Val Seriana; ribadisce il culto di Silvano e Priapo per l’Isola e gli Almenno; quello delle matres o matronae (note anche come Dervonnae o Dervones) peculiare di Celti e Germani, che emerge dalle iscrizioni sepolcrali; il culto di Aburno e Aburna, divinità indigene dell’area camuna venerate a Lovere (toponimo celtico) e Costa Volpino; sempre riguardo l’area, lacustre, del Sebino da segnalarsi pratiche sacre connesse alle acque e, quindi, a Nettuno.

La studiosa citata riporta nella sua opera i seguenti antroponimi gallici o gallo-romani: Marcus (…)antius Alpo (cognome celtico), padre di un quattuorviro; Marcus Cornelius Reburrus (‘dai capelli arruffati’, in celtico), quattuorviro; Vira, padre del veterano Caius Geminus (il suffisso -a è tipico dei nomi maschili transpadani); Voccus; Virsullus; Cobluto; Sextus usato come nome personale, secondo un’usanza cisalpina; Blandius (dalla gens gallo-romana dei Blandii); Marcus Cabarsus Patiens; Vitullia e Vitullius; nomi tratti da numeri ordinali, anch’essi peculiari dei territori cisalpini; uso del suffisso -io tipicamente celtico (Secundio, Homuncio); il cognomen Madia; il cognomen Vegula; la gens Magia; Cirusus.

Tra la fine del I secolo avanti era volgare e il I era volgare, nel territorio bergamasco come altrove in Cisalpina, avviene l’integrazione tra la cultura gallica lateniana e la romanizzazione, che dà come esito culturale, ad esempio, il sopraddetto bicchiere Aco. In età augustea nel Bergamasco, pur rientrando come territorio del municipium di Bergomum  nella Regio Transpadana, si registrano gli influssi culturali di Aquileia e della Venetia in genere, contatti che si rafforzano lungo tutta l’età imperiale assieme a quelli con l’Etruria padana e l’Italia centrale. Con Diocleziano, nel contesto della riorganizzazione delle suddivisioni amministrative dell’Impero, Bergamo e il suo agro passano alla Venetia et Histria, mentre l’ex Transpadana confluisce nella Liguria.

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Toponomastica celtica del Bergamasco

Tabula Peutingeriana – Bergomum

Eccettuando, ovviamente, la gran massa dello strato toponomastico latino, il principale contributo linguistico relativo ai nomi di luogo bergamaschi riguarda, senza alcun dubbio, il sostrato celtico. Si deve qui fare, perciò, lo stesso ragionamento che si fa circa la linguistica del dialetto bergamasco e degli altri parlari gallo-italici: la nostra identità culturale è primariamente latina e romanza ma essa risente considerevolmente dell’apporto prelatino soprattutto di matrice celtica, con un residuo contributo germanico di superstrato (non certo trascurabile in materia di antroponimia e cognomistica).

Parlando di toponomastica bisogna comprendere come il sostrato celtico non sia frutto di una sola ondata migratoria, con conseguente acculturazione, ma riguardi diversi momenti della protostoria e storia antica orobica, e lombarda; stando agli studi più recenti, di autori come Pellegrini, Zamboni e Villar per fare qualche nome, l’antica lingua ligure che inizialmente era ritenuta dai più un fossile preindoeuropeo genericamente considerato “mediterraneo” al pari di protosardo, basco, etrusco e lingue caucasiche, viene ai nostri giorni considerata una remota fase, ancorché intrisa di elementi anariani, ascrivibile alla famiglia linguistica italo-celtica, dunque indoeuropea, vicina soprattutto al celtico continentale; una seconda fase di celtizzazione riguarda quella del periodo golasecchiano, emanazione delle culture centro-europee di Urnfield e soprattutto di Hallstatt, in cui veniva parlato, in Lombardia, il leponzio, dialetto celtico continentale; infine la fase gallica, lateniana, rappresentata dall’invasione dei Celti storici provenienti dal settore dell’arco alpino centro-occidentale e portatori della lingua gallica, classificata dagli studiosi come celtico-p.

All’antico ligure vengono attribuiti suffissi prediali o derivativi come -asco/(es. bergamaschi Curnasco, Casco, Badalasco, Grabiasca, Somasca) impiegati anche come etnici (nello stesso bergamasco o in comasco e cremasco), suffissi che conoscono una grande prolificità che dura sino al Medioevo inoltrato, e riguarda praticamente tutta l’area italiana nordoccidentale storicamente interessata dalla presenza degli antichi Liguri, in particolar modo a ridosso delle Alpi. Altri toponimi, indoeuropei, tradizionalmente attribuiti ai Liguri sono Genova, Polcevera, Bormida, AlbaBergiema, Aventia ecc.

Alla fase lepontica va riferito uno dei più classici suffissi toponimici dell’area golasecchiana (dalla Sesia al Serio) vale a dire -ate, suffisso impiegato per indicare luoghi nei pressi di elementi naturali come corsi d’acqua, boschi, prati, colline ma anche negli etnici latini (es. Bergomates, Anesiates); per il Bergamasco, sino ad oggi, ne ho contati una trentina tra toponimi maggiori e minori di questo tipo, concentrati soprattutto nel settore occidentale del territorio di Bergamo, ma il loro fulcro si trova nell’area brianzola e del basso Seprio, il che conferma l’attribuzione al sostrato celtico/celto-ligure di Golasecca. Inoltre, al periodo storico di cui parliamo, vanno collegati importanti toponimi come Bergamo, Como, Lecco, Varese e fors’anche Milano (sebbene per i più risalga al periodo gallico).

Per quanto concerne il gallico, invece, abbiamo i classici suffissi prediali (latinizzati) in -acum/a, -icum/a, -ucum che danno soprattutto i classici -ago e -igo (anche al femminile); quelli idronimici in -asio, -esio o -isio (ma anche -es); il particolare elemento -dunum dal celtico *dun ‘rocca’. Anche il suffisso -atico/riflette probabilmente il celto-ligure -ate, essendo non a caso peculiare del territorio storicamente gallico cisalpino. Ai Galli si devono, con tutta probabilità, toponimi come Brescia, Brianza, Bologna, Reno (il fiume), Eporedia (l’odierna Ivrea) ecc.

I toponimi ascrivibili al sostrato gallico sono presenti in tutto il Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, dall’Insubria all’Alto Adige, e si fanno fitti in particolar modo in quella che un tempo era la Gallia Transpadana, dalle Alpi Occidentali al fiume Oglio. Molti di essi, per ovvie ragioni, sono analoghi a quelli che possiamo ritrovare in altre importanti aree celtiche d’Europa, in particolar modo in Francia, Belgio e Svizzera francese, dove insomma veniva parlato il gallico. Nel Bergamasco ho contato, sino ad ora, 45 toponimi con suffisso -acum e simili, una decina di -atico/a, qualche idronimico e una decina di -duno o -uno.

Sulla scorta dello studioso Pellegrini, i toponimi celtici d’Italia, come di Lombardia e Bergamasca, possono essere suddivisi in quattro filoni: 1) di epoca antica (es. Bergomum, Leuceris, Dunum); 2) di epoca medievale ma di sicura origine gallica (es. Bergias, Ambivere, Verobbio); 3) i prediali in -acum di verosimile origine gallo-romana (es. Balbiacum, Suxiacum, Rubiacum); 4) derivati da appellativi di origine celtica ma, essendo relativamente recenti, di scarso interesse, spesso perché nati a partire da elementi dialettali (es. Becco, Brolo, Tegia, Petta, Bruga).

Mi permetterei di aggiungere una quinta categoria che riguarda il nutrito filone degli -ate (da -ates) di significato geonomastico ma usato anche come suffisso derivativo in senso etnico e genealogico, di appartenenza (es. i già citati Bergomates, Anesiates oppure Calcinate e Antegnate); nella maggior parte dei casi, tale suffisso esprime comunque la prossimità a luoghi naturali (come, ad esempio, corsi d’acqua: Brembate, Seriate, Telgate) ma anche antropizzati (es. Casirate, Capriate, Bonate). In taluni casi -ate (o -ato, nel Bresciano) potrebbe aver sostituito un -acum, così come un latino -anum potrebbe aver rimpiazzato un precedente -acum per via della romanizzazione.

In questo articolo intendo integrare i precedenti sui toponimi celtici (e prelatini in genere) del Bergamasco con un’altra rassegna di nomi di luogo orobici, affatto minori o scomparsi, riconducibili all’epoca della celtizzazione, che vanno naturalmente aggiunti ai seguenti scritti relativi a: toponimi maggiori, toponimi minori, toponimi perduti, idronimi, oronimi, altri toponimi. Chiaramente non ho alcuna pretesa di esaustività, considerando che ho semplicemente esposto tutti quei nomi di luogo riconducibili ai Celti che ho avuto modo di reperire su cartine, mappe, atlanti, dizionari toponomastici e su testi relativi agli antichi documenti medievali dell’Orobia; infatti, molti dei nomi di luogo che riporto negli articoli, sono scomparsi e ci sono testimoniati dalle carte altomedievali conservate negli archivi bergamaschi.

Albelasco (Valle Imagna): dal dialettale albiöl ‘abbeveratoio, trogolo’ (latino alveolus) + classico suffisso derivativo ligure -asco.

Ambla (Val Seriana): riprende forse, come i toponimi sempre bergamaschi Ambria e Ambriola, il celtico *ambra ‘acqua, pioggia’ o *ambe ‘fiume’.

Amnesso (Val Seriana): riflette una voce indoeuropea affine al latino amnis, amnes “fiume, fiumi”.

Armisa, torrente (Valle Imagna): potrebbe ricollegarsi ad antichissime voci preindoeuropee, assorbite dai Celti, quali arma, alma, balma che stanno ad indicare la presenza di grotte e caverne o comunque di un riparo.

Auliuno (pianura): qualcuno vi ha visto un nome personale etrusco Aule + l’elemento celtico *dunum ‘rocca, altura fortificata’.

Auno (pianura): località scomparsa il cui nome, per quanto forse contratto, mostra, come sopra, il celtico *dunum.

Aviasco (Valle Seriana): appare composto da una radice celtica (o ligure) *ap- > *av- col significato di ‘sorgente d’acqua, fonte’ + suffisso -asco.

Bagitene, Cornello (Val Seriana): antico oronimo in cui si può intravvedere, forse, il termine indoeuropeo *bhāghos ‘faggio’.

Bagnago (Valle Imagna): difficilmente si tratterà di un *balneacum, più probabile si tratti di un bannum (termine di origine germanica riferito al regime feudale) + prediale gallo-romano -acum. Non escludo, però, una derivazione dalla voce gallica *bennacos ‘dai molti promontori, puntuto’, come nel caso di due altre località bergamasche chiamate Benago.

Baradello: località presente in Val San Martino e Val Seriana (e anche altrove, in Lombardia); deriva dal celtico *barros ‘sterpeto’.

Beseno (Val San Martino): come nel caso di Besigna (Val Brembana) e Bessena (Sebino) indica la presenza di alveari o apiari (bergamasco bisöl ‘arnia’, vedi antico irlandese bech o inglese bee ‘ape’).

Boirasco (Val Seriana): sembrerebbe formato dal latino bovarius ‘stalla di buoi’ + -asco.

Bondì (Val San Martino): come altri toponimi bergamaschi, e non, può derivare dal gallico *bunda ‘fondo, suolo’.

Braghizza (Colli di Bergamo): come per altri due toponimi analoghi quali Braga (Valle Imagna) e Bragazzo (torrente della Val Cavallina) si può intravvedere un etimo celtico *brac ‘incolto’ (a meno che non si tratti di qualcosa affine a brache o braccio, lemmi comunque di origine celtica). Toponimo similare presenta la località Bracc, presso Casnigo, sito archeologico (e luogo sacro) relativo ai celto-liguri Orobi, e la località non identificata di Bracisa. Segnalo anche il latino *bracum ‘melma’, di origine gallica.

Bregno (Val Brembana): dal dialettale brègn ‘ruderi, edifici diroccati’, a sua volta da un celtico *bren ‘luogo dirupato’ (vedi anche *breg ‘rottura, crepa’). Vedi anche l’estinto Breniadesco (pianura), con suffisso germanico -isk.

Bregunzii, Bregunzonis, vallis (Bergamo): toponimo perduto ma di una località posta nei dintorni del monastero di Astino, ai piedi dei colli cittadini; deriverà da un appellativo di origine celtica formato da *brig ‘collina, altura, fortezza’.

Bricola (Val San Martino): avrà sicuramente a che fare col celtico *brig ‘altura’ che dà il dialettale bréch o brich ‘rupe’.

Brozzate (pianura): toponimo perduto, forse aferesi del nome personale latino Ambrosius + -ate.

Budriago (Isola Bergamasca): come l’antico nome ligure del fiume Po, bodinkòs, anche questo toponimo deve la prima parte ad un termine affine significante ‘fossato, profondità’ latinizzato in butrium (vedi toponimo bolognese Budrio) + gallo-romano -acum.

Cadernasca (pianura): località perduta dal suffisso ligure -asca; la prima parte, forse, potrebbe riferirsi ad un ipotetico *cadinaria dal latino catena.

Camino, Pizzo (Val di Scalve): dal celtico latinizzato *camminus ‘percorso, itinerario, sentiero’.

Caolizade (Isola Bergamasca): toponimo perduto di una località oggi scomparsa, che presenta il classico suffisso celto-ligure -ate ma che per il resto appare oscuro.

Casaga: località non identificata della pianura, che presenta suffisso gallo-romano -aca; il primo elemento potrebbe riferirsi ad un’abitazione oppure ad una casera.

Celatica (Val Calepio): derivato nel celto-latino –atica di cella, da intendersi qui come ‘dispensa, granaio, cantina’.

Cler (Val Brembana): dalla radice indoeuropea *klei ‘pendio, clivo’.

Clocca, Monte (Val Seriana): da una voce tardo-latina di origine celtica clocca ‘campanaccio’ (delle vacche, evidentemente).

Cora: questa località ricorda quella scomparsa di Pricorio, dove il primo elemento starà per prato (prà o pré) e il secondo ricorda il celtico kora ‘stirpe, tribù’ del resto affine al latino curia.

Crusnigo (Isola Bergamasca): un toponimo affine ad altri due del Bergamasco come Crosolo (Valle Imagna) e uno scomparso Grusia, derivati dal latino corrosus forse incrociato con un antico lemma celto-ligure (vedi lombardo croeuscrosa, ligure crêuza) indicante un sentiero di collina o montagna, una mulattiera, o anche il letto incavato di un torrente. Crusnigo mostra un classico suffisso gallo-romano -icum.

Dignone (Bassa): antico toponimo medievale di Romano di Lombardia che designava una motta, cioè una collinetta fortificata, forse risalente alla dominazione longobarda, il cui nome può essere confrontato con l’inglese dungeon e l’antico francese donjon ‘torrione’ derivanti dal gallo-romano *dominionem, termine ibrido formato dal latino dominium (da dominus ‘signore’) e dal celtico *dun- ‘rocca, fortezza’.

Doledo (Sebino): forse è ipotesi peregrina eppure rievoca i toponimi iberici Valladolid e Toledo formati da una voce celtica, latinizzata, Tolitum che dovrebbe significare “terra di acque, sorgenti o paludi”.

Drizzago (Val San Martino): lombardo drizz ‘diritto’ (riferito ad una strada) + -acum.

Duria (Val Calepio): ricorda l’idronimo piemontese Dora che deriva da un idronimico ligure *duria, piuttosto diffuso in Europa.

Esmate (Sebino): un tempo attestato come Sumate, forse dal latino humus ‘suolo, terra’ + celto-ligure -ate. La prima parte mostra affinità col verbo esumare (ex humare) ‘seppellire in una fossa’, ma fors’anche con il latino summus, con riferimento ad una sommità.

Gambirago (Val San Martino): se non è un riferimento ad un allevamento di gamberi si può ipotizzare un antroponimo derivato dall’antico alto-tedesco gambar ‘audace’ (come per Gambara, mitica madre dei Longobardi).

Gromo, Grumello: e loro derivati, nomi di luogo diffusissimi, se non peculiari, della Bergamasca che indicano collinette, poggi, o anche pascoli; probabilmente tali toponimi discendono da una voce celtica affine al gallese crom o crum ‘curvo’ che in origine doveva designare dei tumuli, monticelli di terra e pietre posti sopra una o più sepolture. Segnalo qui Grumeslago (Isola Bergamasca), che presenta suffisso gallo-romano -acum.

Inglasca: toponimo oscuro relativo ad una località non identificata; il suffisso ligure -asca è chiaro, la prima parte del toponimo è invece opaca (che sia un in glarea, ‘sulla ghiaia’, contratto?)

Le Rate (Isola Bergamasca): curioso toponimo di Villa d’Adda che, a mio parere, è la corruzione di un originale nome di luogo in -ate (l’Isola Bergamasca è densa di toponimi con tale suffisso). Ricordiamo che il valore di quella terminazione è, fondamentalmente, di tipo geonomastico, quindi indica elementi naturali del territorio.

Liciaco: località scomparsa il cui toponimo è formato, presumibilmente, dall’antroponimo latino Licinius o Licius + -acum.

Lonno (Val Seriana): dovrebbe derivare da un termine celtico che indica un laghetto, una pozza (affine agli idronimi celtici Olona e Oglio e ai toponimi lombardi Lonate e Lonato).

Magiano (pianura): località scomparsa al pari di Magiatica (Isola Bergamasca), i cui nome dovrebbero derivare – come i suffissi prediali -anus e -atica suggeriscono – da possedimenti della gens gallo-romana Magia.

Magore (Val Brembana): riecheggia il celtico *mago ‘campo’.

Marcoriolo (Val Seriana): toponimo perduto che allude ad un santuario (o altare) in onore del dio romano Mercurio (o, forse, ad un dio celtico locale romanizzato). Etimo similare presenta il toponimo perduto di Bergamo Mercorina.

Martorasco (Val Seriana): credo abbia a che fare con la presenza di martore (zoonimo di origine germanica) + -asco.

Menna, Cima di (Val Brembana): personalmente, mi ricorda il bretone maen ‘pietra’ che proviene da un celtico men.

Minervio (pianura): località scomparsa che indicava la presenza di un santuario dedicato alla dea romana Minerva (che in realtà era una divinità celtica locale reinterpretata dai Romani).

Musna (pianura): dal celtico *mosa ‘palude’.

Neveri (Bassa): nome di un guado sul fiume Serio (in località Bariano) nei pressi del sito archeologico dello scomparso vicus Averga (vedi voce), che rimanda ad una radice celtica *nev o *niv alla base anche del toponimo francese Nevers (che sia *nava ‘conca’?).

Pagani, antro/casa/grotta dei: nomi di luogo sparsi nelle nostre valli e che riecheggiano, molto probabilmente, antichi siti sacri pei culti precristiani (in Val Brembana è attestato un antichissimo culto delle acque e degli antenati, in grotta, che risale alle pre-protostoria).

Palem, Val di (Sebino): probabilmente non celtico ma ben più antico, derivante dal preindoeuropeo *pala ‘pietra’.

Piazzasco (Valle Imagna): etimo evidente + suffisso ligure -asco.

Romentatico (Val Seriana): dal bergamasco arcaico romenta (oggi röméta) ‘spazzatura’, a sua volta dal latino armenta ‘bestiamo bovino’ che per traslato vale ‘stalle’, + suffisso celto-latino -aticus, tipico della Cisalpina.

Sorolasco: nome di località scomparsa, non identificata, terminante in -asco; il primo elemento mi ricorda l’etimo di Sorisole (colli di Bergamo) da siliceolae ‘strada selciata’.

Streghe, grotta delle: o anche delle Fate, toponimi delle valli che indicano antichissimi luoghi di culto precristiani divenuti nel tempo ricettacolo per atti di stregoneria.

Sudorno (Bergamo): come il coronimo Sedorgna (valle laterale della Val Seriana), tale nome di luogo significava la presenza di un santuario (o altare) dedicato al dio italico Saturno, o più probabilmente ad una divinità locale celtica reinterpretata dai Romani.

Talavo (Val Calepio): per qualche studioso è l’odierna Tolari, località di Gandosso; l’etimologia potrebbe ricondursi al celtico *talava derivato di *telu- ‘terra, fondo’.

Telga (Val Serina): affine al più noto Telgate, potrebbe evocare un celtico *telos- ‘sorgente’.

Terzago (Contado): evidentemente dal latino tertius (usato come antroponimo o come toponimo miliare) + gallo-romano -acum.

Tremana, torrente (Bergamo): forse questo idronimo deriva da un celtico *trama o *trema che sta per ‘passaggio’.

Trigasco (Val Seriana): il suffisso è naturalmente il solito ligure -asco, mentre la prima parte ricorda il bergamasco trigà che significa ‘creare difficoltà, imbrogliare’ oppure ‘perdere tempo’, e che forse riflette qualche etimo celtico o germanico. Il toponimo avrà valore geonomastico, o potrebbe anche legarsi al gotico *treuwa ‘luogo di sosta’ (in comasco triga vale ‘dimora’).

Unda (Valle Imagna): presenta un classico tema idronimico indoeuropeo come *und-, similare a *ond e *end.

Valbonaga (Val San Martino): dal latino bonus (riferito a nome di persona o a qualità del terreno) + -acum/a.

Vavariolo (Bergamo): località scomparsa che, nei documenti bergamaschi altomedievali, si accosta ad altre del territorio come Varvallo, Vaurella/Vawrella (e Vaprio, nel Milanese), il cui etimo può essere avvicinato al celtico *wabera ‘ruscello’.

Vedra, Val (Val Serina): deriva dal bergamasco vedrèta ‘ghiacciaio’, a sua volta accostabile al gaelico scozzese eidhre ‘ghiaccio’.

Vendra, torrente (Sebino): evoca il celtico *uindo ‘bianco, splendente’, forse riferito alle acque del torrente.

Vicate, Turre (Bergamo): località scomparsa il cui elemento Vicate sembra composto da vicus ‘villaggio’ + -ate.

Villasco (Val Seriana): variante di Villassio, località di Gorno, che ovviamente si riferirà alla presenza di un villaggio (-asco ligure rafforza il concetto).

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Il regime mondialista e i suoi tragicomici cagnolini da guardia

State certi che più uno si dirà aperto, tollerante e democratico più questo sarà fazioso, arrogante e liberticida poiché ricolmo di quella classica prepotenza da vigliacchi che promana dalla sicumera degli antifascisti (rigorosamente in assenza di fascismo). Costoro, a parole, sembrerebbero i tizi più pacati, moderati e disponibili al dialogo del pianeta salvo poi rivelarsi per quello che sono: pupazzi, utili idioti manovrati dall’alto e usati per spargere come untori i veleni della plutocrazia mondialista camuffata da progressismo illuminato. Diffidate, dunque, di questi personaggi perché più si atteggeranno da paladini della giustizia e della libertà più puzzeranno di agenda da dittatoriale pensiero unico.

Sono insomma dei soggetti tutti uguali, standardizzati, fatti con lo stampino dell’antifascismo pezzente postbellico, e col cranio ripieno di cianfrusaglie introiettate dentro di loro da decenni di propaganda, menzognera, antinazionale e anti-identitaria; si credono gli uomini più liberi della Terra ma non sono null’altro che servi sciocchi del padrone, cani (o meglio, cagnolini) da guardia dello status quo che coi loro latrati denunziano tutti coloro che, invece, da questa condizione di cattività mondialista lottano per uscire, con le parole e i fatti, e si oppongono quindi ad una temperie postmoderna caratterizzata dal conformismo piccolo-borghese che permette di ascendere ai peggiori, a personaggi senza arte né parte gonfi di supponenza figlia della loro suicida servitù.

Questi individui tutti uguali, anonimi, pacchiani, si permettono persino di distribuire patentini di salute mentale, di “normalità”, sputando sentenze su chiunque esca dal gregge di pecoroni in cui loro sono inquadrati: cosicché il soggetto patriottico, identitario, nazionalista sarà derubricato come folle, caso umano, dissociato, sfigato, “che non scopa” (il loro metro di misura, poverini, è dato dalle pudenda, che volete mai?), possibilmente da mettere a tacere o magari da trascinare in tribunale onde punire la sua sfrontatezza, che del resto ricorda a queste amebe quanto esse siano schiave e informi, omologate ai dettami di chi – per finta – dicono di detestare.

Sono tragicomici, i poverini, nella loro ebete tracotanza, perché vivono di luce riflessa ma pensano di essere originali, innovativi e liberi, soprattutto, liberi pur essendo i peggiori schiavi mai esistiti perché da tempo hanno barattato la propria libertà e il proprio giudizio critico in favore della più bieca omologazione a quanto vige, siccome tirannia, da una settantina di anni, rafforzato poi dal periodo sessantottino della nostra storia. Sono larve isteriche, in fondo, e fanno pena e compassione, perché non ragionano con la propria di testa ma con quella dei (cattivi) maestri che li irretiscono da una vita facendoli sentire “vivi” e “preziosi”.

Rinunciare al libero arbitrio per accodarsi alla volontà del più forte, grazie alla sua martellante campagna di disinformazione anti-identitaria, è segno della totale debolezza di tutti questi poveri ascari del sistema-mondo, marionette sul libro paga dell’antifascismo 2.0, o 3.0, e perciò privi di spirito critico, di acume e di intelletto libero. Il loro odio preconfezionato ed indirizzato a identità e tradizione è segno dei tempi: in quanto miserabili schiavi della temperie postmoderna non possono che dare di bile contro quello che rappresenta un ostacolo granitico, un baluardo, lungo il cammino distruttore del rullo compressore multirazziale e multiculturale, un baluardo da loro ridotto al rango di superstizione, anacronismo, eversione.

Oltretutto, come i più in vista e famosi di questa genia dimostrano, sono dei grandissimi ipocriti che nascondono tutta la loro pochezza dietro il paravento di laicità, democrazia e liberalismo: vogliono lo ius soli e l’accoglienza indiscriminata, a patto che non vengano da essi toccati perché non sta a loro sporcarsi le mani, sta al “popolo bue razzista e analfabeta di ritorno”; si battono per la libertà di parola, di stampa, di espressione ma poi appoggiano a spada tratta i reati d’opinione, da bravi tirapiedi; si stracciano le vesti per le guerre, la fame nel mondo, i diseredati, la sperequazione dei beni ma evitano come la peste i poveri disgraziati locali che non vestono firmato, non sono profumati, non rispettano i loro canoni estetici e sono dunque un pugno negli occhi al loro buongusto; predicano bene e razzolano malissimo, rinchiusi nelle loro belle torri d’avorio in cui, ovviamente, straccioni e accattoni non possono accedere; hanno ribrezzo per dittature, fanatismi, assolutismi ma poi fanno i crociati, al contrario, del pensiero unico relativista e anti-tradizionalista, insultando in ogni modo possibile chi non accetta le loro brave castronerie da salotto radical-chic; laicissimi a parole, fondamentalisti dell’ateismo e dell’agnosticismo nei fatti; se non rientrano nella categoria radical, fanno gli snob, bifolchi arricchiti che scimmiottano i loro idoli da ospitata alla Fazio atteggiandosi a guru dei poveri (che si vergognano di essere nati tali). 

Vedete io non mi ritengo democratico, perlomeno nel senso corrente del termine, perché la democrazia, inevitabilmente, prende delle derive anarcoidi che abbiamo tutti sotto gli occhi, in Italia, ma soprattutto in zone come Francia, Regno Unito, Germania, Nord Europa, e sacrifica i fondamentali pilastri di una nazione (sangue, suolo, spirito) per sposare il pluralismo, l’immigrazione di massa e l’integrazione, la società multirazziale e il laicismo, e cioè il caos. Ciò non significa che sono favorevole ad un regime dispotico, anche perché il dispotismo è già tra noi, goffamente mascherato da “democrazia”, ma che sono piuttosto propenso al presidenzialismo e ad una accademia di aristocratici (nel vero senso del termine non nel senso di portafogli e “blasone”) che si occupino, con una formazione a 360°, della cosa pubblica, dando la possibilità di accedervi a figli migliori dell’Italia; e, al di là di ciò, non ho certo bisogno di nascondermi dietro etichette ipocrite per mascherare ciò in cui credo e che ritengo salutare per la patria, poiché essa conta, non il capriccio del singolo e delle minoranze, conta il bene supremo della nazione e della sua comunità nazionale.

Il regime democratico, d’altronde, cos’ha combinato dal ’45 ad oggi? Repubblica Italiana, stati-apparato europei, Unione Europea, Nato, Onu, tutte istituzioni fallimentari che antepongono le ammucchiate multinazionali e multirazziali al (vero) benessere nazionale delle (vere) patrie, con risultati imbarazzanti e inaccettabili che tutti abbiamo sotto gli occhi. C’è poco da elogiare, cari miei, nel sistema politico, e di valori, che vige nel nostro Paese e continente da più di 70 anni: come chi lo difende e spalleggia, delirando su media e web, non è altro che sottoprodotto dell’alta finanza globale apolide che non ha minimamente a cuore le sorti dei popoli della Terra, ma di quell’informe meticciato senza identità, storia e senso che rappresenta il basilare carburante di una tirannia internazionalista fondata sui capricci di banchieri, plutocrati, finanzieri, multinazionali e che usa il feticcio dell’”umanità” senza confini e frontiere per distruggere la naturale biodiversità del pianeta, la vera ricchezza da difendere e preservare contro ogni rapacità mafiosa, massonica e criminale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/06/il-regime-mondialista-e-i-suoi-tragicomici-cagnolini-da-guardia.html

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Toponomastica germanica del Bergamasco

Bergamo, Colle della Fara

Ho già trattato in articoli precedenti della toponomastica germanica a Bergamo e nel Bergamasco, ma vorrei qui riprendere la questione ampliandola con l’aggiunta di altri toponimi e microtoponimi, spesso perduti, ricavati dalle antiche documentazioni bergamasche di epoca altomedievale. In questo articolo, dunque, intendo presentare tutti i nomi di luogo, a me noti, di etimologia germanica, che sono nella maggior parte dei casi riconducibili alla presenza e all’influenza dei Longobardi nel territorio bergamasco.

Sono prevalentemente concentrati in zone specifiche di quello che era il comitatus altomedievale di Bergamo quali la città e il contado (rispettivamente sede del Ducato longobardo e sua cintura difensiva), il centro di Zanica a sud di Bergamo, la Val San Martino (verso Lecco-Como), la Val Calepio (verso Brescia), la Gera d’Adda attorno al centro di Fara (sul confine col Milanese), l’area di pianura compresa tra gli importanti centri di Martinengo, Cortenuova e Romano di Lombardia, la bassa pianura nella fascia che comprende Caravaggio, Fornovo San Giovanni, Fara Olivana (verso Cremona) e, oggi fuori dall’ambito provinciale bergamasco, l’intero territorio cremasco che ancor oggi mostra una fitta rete di toponimi in -engo (suffisso di origine germanica) indicante i possedimenti fondiari longobardi successivi alla conquista militare del regno di Pavia a scapito dei presidi bizantini del Cremonese.

In questa rassegna prenderò in considerazione i toponimi che, nei secoli, si sono radicati nel territorio ancor oggi bergamasco, quindi entro i confini provinciali, ricordando comunque che Crema e il suo circondario per motivi storici, linguistici e anche etno-culturali potrebbero tranquillamente rientrare nelle pertinenze bergamasche, anche perché la stessa città fu fondata nel Medioevo da cavalieri di origine bergamasca (vedi i rami sviluppatisi dalla stirpe dei conti giselbertini di Bergamo) stanziatisi nel Cremasco, per sfuggire allo strapotere vescovile a Bergamo città e nel Bergamasco, prima dell’affermarsi del libero comune.

I toponimi medievali d’Italia, in particolar modo di origine germanica, e dunque anche bergamaschi possono suddividersi in cinque categorie, stando al linguista Alberto Zamboni: 1) etnici e derivati; 2) nomi propri personali; 3) appellativi di insediamento e appellativi di organizzazione sociale; 4) altri appellativi; 5) con suffissi specifici. In linea di massima, con questa tassonomia, si intendono indicare: 1) toponimi derivati da nomi di popolo (es. Bolgare, Gibidi); 2) toponimi derivati da antroponimi, nati anche da espressioni formulaiche (es. Boltiere, Torre Boldone, Teuderata, vite Garialdoni, sorte da Gaiperto); 3) toponimi derivati da appellativi insediativi, antropici, sociali come i noti Fara Sala longobardi o anche GazzendaRomano (di Lombardia) e Stodari; 4) toponimi derivati da altri appellativi, presenti anche altrove, come Gaggio o Gazzo, Breda o Braida, Piunda, sovente anche di natura militare come ad esempio Stodegarda, Niardo, Gaito; 5) toponimi suffissali, tipicamente di natura prediale o aggettivale, con uscite quali -engo/-ingo (da -ing) ed -esco/-isco (da -isk): nel primo caso possiamo trovare toponimi composti da antroponimi sia germanici che latini come ad es. Vallarengo e Guntoningo o Martinengo e Pedrengo.

Vi è inoltre una categoria a parte che non è legata a etimologie germaniche ma che raggruppa tutti quei toponimi che possono essere ricondotti, culturalmente, alla presenza di popoli germanici in Italia; per rimanere nel contesto bergamasco possiamo citare a mo’ d’esempio gli agiotoponimi come San Michele, San Giorgio o San Martino, afferenti alla religiosità popolare dei Longobardi (i primi due) e dei Franchi (il terzo), Valle delle Pertiche (allusivo al rito longobardo delle sepolture con pertica) o Disderoli (dal nome dell’ultimo re longobardo Desiderio). Nell’esporre i nomi di luogo bergamaschi cercherò dunque, per dare un minimo di coerenza allo scritto, di rispettare lo schema poc’anzi delineato.

Elencherò il toponimo nella sua forma odierna (qualora, ovviamente, non sia scomparso) accompagnato dalla localizzazione geografica e, laddove possibile, dalla sua forma più antica attestata, seguiti dalla spiegazione etimologica; le voci in corsivo, in grassetto, indicano nomi di luogo perduti giunti alla nostra conoscenza solo grazie ai documenti medievali. Naturalmente, anche in questo caso, mi sono confrontato e aiutato con le analisi toponomastiche compiute da studiosi come Dante Olivieri, Giovan Battista Pellegrini, Maria Giovanna Arcamone e Umberto Zanetti, analizzando nomi di luogo tratti dall’Atlante storico del territorio bergamasco curato da Oscar e Belotti, dall’Indice toponomastico altomedievale del territorio di Bergamo di Del Bello e da Le Pergamene degli archivi di Bergamo a. 740-1000 di Cortesi e Bosco, lavori debitori della Corografia Bergomense (1880) di Angelo Mazzi e, ovviamente, del Codice Diplomatico Bergomense del canonico Mario Lupo (1784)¹. Senza dimenticare i fondamentali studi onomastici, soprattutto circa i Longobardi, di Nicoletta Francovich Onesti, da cui cito puntualmente le ricostruzioni etimologiche di nomi, toponimi e lessico.

¹ Ricordare il Codex diplomaticus civitatis et ecclesiae Bergomatis di Mario Lupo significa anche rimandare all’insieme dei documenti bergamaschi, di epoca franco-longobarda, inserito dal Finazzi nel Codex Diplomaticus Langobardiae (1873) curato da Porro-Lambertenghi, e soprattutto al più pregevole e autorevole Codice diplomatico longobardo (CDL, anni ’30 del XX secolo) curato da Schiaparelli e Brühl, raccolta sistematica di carte e diplomi altomedievali dell’area dell’antico Regno Longobardo, fortemente debitrice dell’impianto ottocentesco dei Monumenta Germaniae Historica (MGH), curati, tra i primi, da Pertz e Waitz.

1 – Etnici e derivati

Bolgare (alta pianura): Bulgaro (830), da un insediamento di Bulgari, popolo delle steppe sceso in Italia coi Longobardi.

Borgogna (alta pianura): forse da un antico Burgundia, indicante un insediamento di Burgundi, popolo germanico orientale?

Francesca, Strada (pianura): percorso medievale che collegava Milano a Brescia passando per il territorio bergamasco. Il toponimo risale all’etnico francone (a sua volta dal germanico frank ‘libero’) e indicava le vie dei pellegrinaggi e dei commerci seguite da chi giungeva in Italia dalla Francia.

Gibidi (Bassa): anche Zibidi (sec. XI-XII), presso Romano di Lombardia, da un insediamento di Gepidi, popolo germanico orientale assorbito dai Longobardi prima di calare in Italia dalla Pannonia.

Golta (Bergamo): attestato come grumellus de Golta (1233), potrebbe presupporre un antico *Gauta, riferimento etnico ai Goti.

Langobardorum, Longobardica, via: microtoponimo presente a Fara Gera d’Adda, Zanica (XI secolo) e Fornovo San Giovanni, indicante insediamento longobardo.

2 – Nomi propri personali

Agemundo, prado de (Martinengo): secolo IX, dal nome longobardo Agemund (*agjō ‘lama’ + *mundu-z ‘difensore’).

Aldani, Casaga (località non identificata): sec. IX-X, il secondo elemento è probabilmente un toponimo gallo-romano; il primo è un nome formato da *alda- ‘vecchio, saggio’ con suffisso latino, elemento che forse torna anche in Aldero, località di Zogno in Val Brembana.

Alriuni (località non identificata): sec. IX-X, richiama il nome longobardo, alterato, Alari, composto da *ala ‘tutto’ e *harja-z ‘esercito’.

Altamarie (Val Brembana): potrebbe essere la corruzione del nome Aldemaro (alla longobarda), da *alda- ‘vecchio’ e *mērija-z ‘famoso’.

Anzani, braida (Zanica): sec. XI, dall’ipocoristico longobardo Anzo, derivato da *ansu- ‘soffio vitale, dio’ o da *anti- ‘gigante’.

Ardiche (località non identificata): sec. IX-X, richiama un nome germanico formato da hard ‘forte, duro’ con suffisso -ich. Etimo similare presenta il foramen Ardizzonis, principale (antica) miniera d’argento di Ardesio, segnalato da Menant.

Ariheni, a campo (media pianura): sec. IX, ricorda nomi longobardi come Arichis da *harja-z ‘esercito’ + *gīsaz ‘germoglio’ con suffisso latino al genitivo -eni.

Aroldi, Prato (Val Brembana): dal longobardo Aroald*harja-z ‘esercito’ + *walda-z ‘dominatore’.

Artighera, Monte (Val Brembana): forse da un nome personale Hardger, che suona come ‘forte lanciere’.

Aufri, Casale (Bassa): 915, dal nome longobardo Aufrid o Aufrit, composto da *auða- ‘possesso, fortuna’ e *friþu- ‘pace’.

Azzone (Val di Scalve): da un personale barbarico come Atto (o Azzo), Attonem, ipocoristico formato da *aþala- ‘nobile’. Toponimo similare è Azzonica (Colli di Bergamo).

Beltrame (Val Seriana): dal nome personale maschile Beltrame, variante di Bertrando, entrambi dal composto germanico berth + hraban ossia ‘illustre come il corvo’, animale sacro per la mitologia germanica.

Berlino (Val Seriana): da un nome personale germanico *Berling, forse formato da *bera-n ‘orso’. Etimo similare presenta la località Berlinghetti (Val Cavallina), derivata da un cognome.

Bertello, fontana del (Bergamo): sec. XI, richiama un nome in *behrta-z ‘splendente’. Toponimo similare è l’oronimo Punta del Bert (Sebino).

Bertholdi, Castellum (Contado): sec. XII, dal nome Berthold, formato da *behrta ‘splendente’ e *walda-z ‘potente’. Segnalato da Menant.

Boldone, Torre (Colli di Bergamo): Turris Paldoni in carte medievali, dal nome Paldo, -onis (*balþa-, balda- ‘ardito’). Toponimo similare Boldesico (1263, Val Calepio), dal personale Baldisio.

Boltiere (Gera d’Adda): Bolterio (909), come sopra + *harja-z ‘esercito’.

Bramati (Gera d’Adda): presumibilmente da un cognome di origine nordica afferente alla voce *brammon ‘muggire’, da cui il verbo bramare.

Branico (Sebino): secondo Olivieri da un personale *Berano, vedi germanico *bera-n ‘orso’.

Bruntino (Val Brembana): 1294, Olivieri ipotizza un Barontino, dal vocabolo latino-germanico baro ‘uomo libero’.

Bugolo (Bassa): 959, evoca gli ipocoristici germanici Bugo e Bugonis, forse derivati da *burg- ‘cittadella’.

Castelrampino (Val Calepio): Se non allude ad una piccola rampa (comunque germanismo) potrebbe essere un diminutivo dell’ipocoristico longobardo Rampo derivante da *hraƀna ‘corvo’. In questa località venne alla luce una necropoli longobarda.

Catremerio (Val Brembana): da leggersi Cà Tremerio; Olivieri ipotizza, per il secondo elemento, un antroponimo germanico sul tipo Thurmaro (da *þurisa-z ‘gigante’ + *mērija- ‘famoso’).

Costalottiere (Val San Martino): nella seconda parte del toponimo si può intravvedere un nome di persona maschile, franco, Chlothar vale a dire ‘esercito vittorioso’ (in latino Lotharius).

Dardellis de, Monte (Bergamo): 1237, potrebbe derivare dal lemma bergamasco dard o dàrder che indica il balestruccio, un vocabolo che risale al germanico antico *darod ‘dardo, freccia’. Nel nostro caso è probabile che il toponimo nasca da un cognome medievale.

Fulchardo (località non identificata): sec. IX, ricorda il longobardo *fulka- ‘popolo’ ma il suffisso -ardo potrebbe essere franco.

Gaffiona (Val di Scalve): nome di una miniera di Schilpario, che probabilmente prende il nome da un ipocoristico longobardo come Gaff, derivato dal tema *wēpna- ‘arma’.

Gailone, torrente (Valle Imagna): evoca il longobardo *gailjan- ‘gioire’ alla base di nomi il cui esito potrebbe essere Gail- o Gall-.

Gaiperto, sorte da (località non identificata): sec. IX-X, dal nome longobardo Gaipert, *gaiðō ‘punta’ + *berhta-z ‘splendente’; sorte è un classico microtoponimo latino, ma usatissimo dai Longobardi, per indicare l’equivalente italico del franco mansio.

Gaito (Colli di Bergamo): potrebbe derivare dall’ipocoristico longobardo Gaido, derivato da *gaiðō ‘punta’ (di freccia). A meno che riprenda il termine *wahta ‘posto di guardia’

Garialdoni, vite (Bergamo): sec. IX, l’antroponimo deriva da un bimembre longobardo composto da*gaiza- ‘lancia’, che si realizza come Gari-, + *walda-z ‘dominatore’.

Garimóncc, prati di (Val Seriana): probabilmente da un cognome, volgarizzato, nato dal nome longobardo Garimund, da *gaiza- (come Gari-) ‘lancia’ + *mundu-z ‘difensore’.

Garo (Isola Bergamasca): da un ipocoristico di *gaiza- ‘lancia’ Garo. Etimo similare Pregarisso (Val Seriana), segnalato da Olivieri, che presenta un ipocoristico *Garizzo.

Gelmo (Val di Scalve): Attestato dal Basso Medioevo, nasce dall’aferesi del nome germanico Wiligelmo, composto da *wilja- ‘volontà’ e *helma-z ‘elmo’.

Grini (Val Seriana): se non è contrazione del cognome Guerini, dal nome Warin ‘difensore’ o da *werra ‘guerra’ potrebbe discendere da un *grinjan ‘fare boccacce, storcere la bocca’ dunque un soprannome (vedi anche bergamasco grignà ‘ridere’).

Hebrego (località non identificata): 829, evoca un nome longobardo in Hebre-, esito grafico di *eƀura- ‘cinghiale’.

Isso (Bassa): Isio (915), forse da un ipocoristico longobardo Iso, Isione dal germanico *īsa- ‘ghiaccio’.

Leffe (Val Seriana): Leufo (903), potrebbe derivare dal germanico *leuƀa- ‘caro’, magari incrociato col latino Lupus (in bergamasco Lüf). Etimo analogo presenta la località brembana di Valleve, attestata per la prima volta come Valle de Lefe (1181).

Leone et Gausperga, da (Val Calepio): nome di una sorticella, un piccolo appezzamento di terreno; il primo antroponimo è, naturalmente, latino mentre il secondo è un nome femminile longobardo composto da *gauta- ‘goto’ e *bergō ‘protezione’.

Marigolda, Cascina (Contado): forse da Mauruald, dal latino Maurus + *walda-z ‘dominatore’, ibrido latino-germanico, oppure da Meruald, dove il primo elemento è *mērija-z ‘famoso’. Etimo similare può presentare la località Meraldo, in Val di Scalve.

Mezzoldo (Val Brembana): dall’ipocoristico germanico Matzolo (da *matjan ‘mangiare’?) con suffisso derivante da *walda-z ‘dominatore’.

Mincio (Contado): da un diminutivo neolatino Miccio/Mincio, forse influenzato dal germanico *meku- ‘molto’.

Odas (Val Cavallina): Potrebbe essere messo in relazione con l’ipocoristico longobardo Odo, da *auða- ‘possesso, fortuna’ e dunque con l’antico casato patrizio degli Odasio.

Olda (Val Taleggio): deriverà dal germanico Aldo, modificato dal vernacolo, significante ‘vecchio, saggio’.

Pratomano (Val Brembana): la seconda parte del composto potrebbe alludere ai nomi longobardi Mano, Manno da *mann-(an)- ‘uomo’.

Rancho (Val Seriana): 1364, a mio avviso potrebbe rimandare ad un antico alto tedesco rank ‘storto, curvo’, magari riferito ad un soprannome.

Retoldi, pratum (Trescore Balneario): 1392, riprende un nome longobardo del tipo Raduald, Radoald da *rēða- ‘consigliere’ + *walda-z ‘dominatore’, con esito grafico Rat-/Ret-.

Pregaroldi (Val Serina): da pré ‘prato’ + Garoldi nome longobardo al genitivo accostabile a Garoald, *harja-z ‘esercito’ + *walda-z ‘dominatore’.

Raineri (Val di Scalve): attestato dal Basso Medioevo, nasce da un cognome di etimo germanico composto da *ragina- ‘ordine, destino, consiglio’ e *harja-z ‘esercito’.

Redona (due località, a Bergamo e in Val Cavallina): citate nei documenti come Raudona e Ratdona (Alto Medioevo) potrebbero avere a che fare con il longobardo *rauða- ‘rosso’ oppure con *rēða- ‘consigliere’.

Richetti (Val di Scalve): Avrà sicuramente a che fare con un cognome, o soprannome, derivato dal germanico rich ‘potente, dominante’ con classica desinenza lombarda in -etti.

Righenzolo (Val Cavallina): Olivieri lo fa discendere da un ipocoristico Riginzo, derivato dal tema germanico *ragina- ‘ordine, destino, consiglio’.

Rodi (Isola Bergamasca): Raudus (774), da un ipocoristico longobardo derivante da *rauða- ‘rosso’ oppure da *hrōþ- ‘fama’. Etimo similare potrebbe presentare il nome della località di Rudello (Sebino), a meno che derivi dagli antroponimi latini Rutilius o Rudius.

Rotardi, pratum (Zanica): sec. XI, da *hroþ- ‘fama’ + *harja-z ‘esercito’, sempre che il suffisso non sia il germanico -ard.

Seneverti, prato (Bergamo): 994, da *sena- ‘vecchio’ + esito *berhta-z ‘splendente’ con [b] > [v].

Tadone, torrente (Val Cavallina): ricorda gli ipocoristici longobardi Tato, Tatone e Tadone derivanti da *dēði- ‘azione, gesta’.

Tassone, torrente (Val Serina): dal nome di origine longobarda Tasso, -onis da *dēði- ‘azione, gesta’ tramite la forma ridotta*dēs-.

Teoperti, casteneto (Isola Bergamasca): sec. IX, da *þeuðō- ‘popolo’ + *behrta-z ‘luminoso, splendente’ (con rotazione consonantica) che dà nomi come Teopertus. Etimo similare presenta vinea Teuperti, località di Bergamo, attestata sempre nel IX secolo.

Teuderata (Bergamo): 879, dall’omonimo nome personale femminile composto da *þeuðō- ‘popolo’ e *rēðō ‘consigliera’.

Teuderulfi, braida (Zanica): sec. XI, dal tema esteso di þeuðō- ‘popolo’ Teuder- + *wulfa-z ‘lupo’. Per il significato di braida, termine longobardo assai ricorrente nei documenti bergamaschi e lombardi medievali, vedi più sotto.

Trussano (Sebino): Evoca un antroponimo come Turso o Trusso, che deriva dal germanico þurisa-z ‘gigante’ (vedi anche il cognome bergamasco Trussardi).

Vuasconis, prato (Bassa): 915, forse è forma germanizzata dell’etnico, o soprannome, vascone ‘abitante dei Paesi Baschi’, oppure forma contratta di un antroponimo germanico.

Willeri, curtis (Gera d’Adda): sec. XI, da un nome longobardo formato da *wilja- ‘volontà’ + esito -hari (sempre ‘esercito’).

Zarda (Bergamo): località cittadina posta in collina, il cui nome dovrebbe derivare dall’aferesi di un nome come Guizzardo, variante di Guiscardo, composto da wis- ‘saggio’ e hard ‘forte’.

Zuffalino (Val Seriana): potrebbe derivare da un soprannome indicante ‘ciuffo’, dal longobardo *zupfa.

3 – Appellativi di insediamento e appellativi di organizzazione sociale

Amagno (Valle Imagna): forse è corruzione di *arimannio ‘luogo degli arimanni’ (vedi Limania sotto), oppure di qualche nome germanico similare all’ipocoristico Manno (da *mann-(an)- ‘uomo’).

Fara: nel bergamasco se ne contano tre attestazioni, documentate sin dall’Alto Medioevo, ancor oggi esistenti, vale a dire il Colle della Fara (e la Torre della Fara, a Bergamo), Fara Gera d’Adda (in antico Autarena, dal nome del re longobardo Autari) e Fara Olivana (in antico Libani, secondo Zanetti corruzione di Arimannia – vedi voce Limania – nella Bassa); il toponimo, diffuso in tutta l’Italia longobarda, eccettuata la Toscana, deriva dal germanico *farō che significa ‘gruppo migrante, comunità in marcia, lignaggio, famiglia, distaccamento militare’, equivalente longobardo della gens romana, e parte delle Sippen germaniche.

Frola (Val Brembana): secondo il Pellegrini deriva dal gotico frawila (tramite la variante froila) ‘capo, padrone, signore’.

Gazzenda (Val Cavallina): a detta dell’Olivieri riecheggia il termine sociale longobardo gasindio, che designa l’uomo fidato del re, subalterno di duca e/o gastaldo (derivante da *ga-sinþja-z ‘compagno di viaggio’).

Limania (Isola Bergamasca): attestato dall’Alto Medioevo, sarà sicuramente una corruzione di Arimannia, colonia di exercitales longobardi (gli arimanni).

Romano di Lombardia (Bassa): Romano Veteri (1183), come altri toponimi similari settentrionali potrebbe essere nato per indicare un insediamento arimannico (arimannorum corrotto in romanorum).

Sale (Martinengo): 979, dal germanico *sali- ‘casa di un unico grande vano’, presente in tutta l’Italia longobardo, soprattutto come Sala (ad es. il toponimo parimenti bergamasco Sala, in Val San Martino). Etimo similare potrebbe presentare Salianisco (località scomparsa di Onore, in Val Seriana, dove vennero rinvenuti sepolture e reperti longobardi) e Sallianense, villaggio estinto di Trezzo d’Adda, centro del Milanese che in epoca longobarda ruotava nell’orbita del Ducato di Bergamo e luogo di ritrovamento di un’importante necropoli.

Stodari (Cortenuova): X secolo, deriva dal termine germanico, latinizzato, stodarii (germanico *stōda ‘mandria di cavalli’), indicante gli addetti alle scuderie.

Valle Imagna: in grafia documentaria Valdemania, secondo Arcamone deriverebbe da *Waldemania indicante un ‘bosco demaniale’, proprietà boschive e fondiarie del fisco longobardo (vedi waldeman ‘guardiaboschi’, in longobardo).

4 – Altri appellativi

Asxor (media pianura): sec. X, nome di un campo che sembra evocare il germanico *aski- ‘frassino’.

Bani (Val Seriana): deriva dal francone ban (in mediolatino bannum) ‘bando’ quindi ‘bosco, pascolo feudale comune’.

Bastia, Monte: toponimo ricorrente nel Bergamasco (ad esempio nel caso del colle più alto di Bergamo), si rifà al germanico bastjan ‘costruire’ per indicare la presenza di una fortificazione.

Beuma, Blum (antica foresta della Val San Martino e monte della Val Seriana): possono accostarsi ai vocaboli dialettali bergamaschi bièm, biöm ‘tritume di fieno’, che mostrano affinità col tedesco Blum ma soprattutto col longobardo blosem ‘fiore’ (vedi anche bergamasco blösen). Il primo toponimo riportato è sopravvissuto nella località di Bema.

Beriocco (Val San Martino): il linguista tedesco Köbler accosta un longobardo *biril ‘canestro’ al vocabolo bergamasco berlòch, forse alla base del toponimo.

Bernazio (Val Seriana): in bergamasco esiste il termine bernàss ‘paletta da fuoco’ ma anche bernìs ‘cenere ancora calda’, termini accostabili al longobardo *bruni ‘brace’.

Bigarletto (media pianura): sembra rimandare al dialettale bigarla o bigaröl ‘grembiule’, etimologicamente forse germanico (vedi tedesco biegen ‘piegare, incurvare, torcere’).

Binda (Isola Bergamasca): 959, dal germanico *bindō ‘striscia’, in senso toponomastico ‘di bosco’ o ‘di campo’. Etimo similare ha Bindo, in Val Brembana.

Bionda (Val Calepio): Piunda (911), dal germanico *beundō ‘proprietà recintata (privata)’, un classico toponimo di origine longobarda.

Bisighe (Val Brembana): ricorda il bergamasco bisigà ‘lavoricchiare’ che potrebbe derivare dal longobardo *bisīg ‘occupato’.

Boga (Val Calepio): forse deriva da un longobardo *bauga ‘anello’ che si avvicina al verbo bergamasco imbogà ‘impastoiare (le bestie)’.

Bordesigli, Torrente (Val Taleggio): dal germanico bord ‘tugurio di tavole’ e per traslato ‘rumore, frastuono’ (da bordello). Sempre che non sia semplicemente un riferimento ai bordi.

Bracca (Val Serina): lo Jarnut indica la presenza, nel nostro territorio, di un antico lemma longobardo come blahha che indica ‘maggese’ oppure ‘terreno nero’. Che sia forse il caso di questo toponimo?

Braida, Breda: microtoponimo diffusissimo nel Bergamasco e in tutto il Nord Italia longobardo, presente nel nostro territorio a decine, un tempo, come attestano i documenti medievali; significherebbe, in longobardo, ‘pianura aperta, campo suburbano pianeggiante’ (in germanico *braidō ‘luogo spazioso’). Nel caso bergamasco vanno segnalati, a mo’ di esempio, gli svariati Braida e Breda, Braida Pagana (riferito forse agli antichi culti longobardi), Pochabraida, e le varianti Brede, Bradella, Bradalesco (suffisso germanico -isk), Bratta e Bratto (secondo Arcamone), Briana, Brione, Breiarolo, tutti massimamente diffusi nell’alta e bassa pianura.

Bretto (Val Brembana): fa venire in mente il gotico bretan ‘stringere, premere’ da cui anche l’italiano bretto nel senso di ‘stretto, angusto’ ma anche di ‘sterile’, aggettivi che calzano ad un luogo di montagna.

Celtro (Bergamo): in bergamasco sélter o sìlter, microtoponimo cittadino che significa ‘soffitto a volta’, tipico di antiche costruzioni rustiche bergamasche, forse dal longobardo scild ‘scudo’ (vedi inglese shelter ‘riparo, rifugio’).

Dalmine (media pianura): forse dal termine germanico medievale almenda ‘bosco, pascolo comune’.

Fenita: microtoponimo con diverse occorrenze, soprattutto di pianura, nei documenti medievali bergamaschi, che potrebbe essere il risultato dell’ibridazione tra il latino finis e il longobardo snaida col significato di ‘taglio nel bosco per indicare confine’.

Feudo (Bracca): richiama il longobardo *fehu ‘ricchezza, beni’, originariamente ‘bestiame’.

Füdrìs, Cà (Valle Imagna): deriva dal termine di origine longobarda fodro (fōdr ‘foraggio’) che in epoca altomedievale indicava il diritto del sovrano di sfamare le proprie cavalcature ovunque si trovasse (l’albergaria).

Gaggio, Gazzo: anch’esso microtoponimo diffusissimo nel Bergamasco e in tutto il Nord, mentre in Toscana si trova nella forma Cafaggio; deriva dal termine longobardo, latinizzato, gahagium (germanico ga + *hagja-, nome collettivo per ‘siepe, recinzione’), indicante una bandita, un terreno o bosco riservato. Oltre ai citati, e numerosi, Gaggio e Gazzo, e derivati, nel Bergamasco possiamo trovare anche l’arcaico Cazi, Gazza, Ingagitto, l’importante toponimo seriano di Gazzaniga e gli analoghi, e scomparsi, GagianisicaCazanigo, che appaiono formati da un *gazzano + suffisso gallo-romano -iga/-igo.

Gaito (Colli di Bergamo): località già menzionata il cui nome potrebbe anche ricollegarsi al termine *wahta ‘posto di guardia’, al pari dello scomparso Gatina (IX secolo), presso Nembro.

Gangita, Gangitula (località non identificate): sec. IX, sono accostabili ai toscani Ganghio e Gagno, dal longobardo *wangjō– ‘campo aperto, prateria’.

Goroles, Gorones: sec. IX, probabilmente corrispondono alle moderne Gorle (contado di Bergamo) e Gorno (Val Seriana) e Grone (Val Cavallina); sono accostabili all’italiano gora che deriverebbe dal germanico *wōrō ‘argine, canale’.

Groppino (Val Seriana): dal longobardo *kruppja ‘groppa’ e in senso lato ‘collina’, probabilmente incrociato col termine di origine latina greppo.

Guadali, predio (Zanica): ricorda il termine longobardo wadia ‘pegno, garanzia’ con grafia guadia (germanico *waðja-, latinizzato in wadium ‘pegno’).

Guarda, La (Val San Martino): toponimo eloquente indicante una postazione militare risalente all’epoca longobarda, o gotica, dal germanico *warda o *warta (derivato dalla voce *wardō). Etimo similare presenta Valle Gardata (Val Brembana).

Guidana, Roggia (Bergamo): forse è storpiamento del germanico wat ‘guado’, a meno che si riferisca al personale Guido o al sostantivo guida, anch’essi di etimo germanico (francone witan ‘indirizzare, condurre’).

Lesina, torrente (Isola Bergamasca): l’idronimo riprende forse l’immagine dell’omonimo attrezzo da calzolaio, derivante etimologicamente dal gotico *alisna.

Malmera, torrente (Val Cavallina): ricorda la voce melma, che è di origine longobarda (*melm ‘fango’).

Niardo (Val Cavallina): Vico Niarde (973), come gli analoghi toponimi di Niardo in Valle Camonica e di Niguarda, a Milano, risale ad un germanico *newja-wardō ‘nuova guardia’ (che secondo Arcamone poteva suonare, in longobardo, come *ni-warda o *ni-warta).

Perelassi (Bergamo): 806, l’equivalente longobardo del latino arena, composto da *bera ‘orso’ e *laika ‘giuoco’, usato dai Germani per indicare gli anfiteatri romani (b > p è esito longobardo).

Pergolanio (località non identificata): IX secolo, potrebbe avere affinità con l’italiano pergola, termine di origine longobarda.

Robbadello (Valle Imagna): da raub, maschile in *-a ‘rapina’ da *rauƀa-z ‘furto, spoliazione’. Opinione dell’Olivieri.

Scais, Punta (monte delle Orobie): accostabile al longobardo skaida ‘cocuzzolo’.

Scaraguaita, torre della (Bergamo): è il nome di un antica torre medievale oggi inglobata negli edifici del seminario vescovile di Città Alta; deriva dai termini germanici, franconi, skara ‘truppa’ e wahta ‘guardia, sentinella’.

Schilpario (Val di Scalve): da *skerpfa che dà scherpa/schirpa ‘corredo della sposa’; per traslato passa a designare il corredo di un forno fusorio (la località scalvina è rinomata per le sue miniere di ferro).

Spedone, Monte (Val San Martino): chiaramente mostra connessione con la versione antica del vocabolo tedesco Spitze ‘punta’, da cui pizzo e spiedo.

Stodegarda, Stongarda: sec. XI, dal germanico *stodi-garda ‘recinto per cavalli’, un toponimo presente a Zanica e Cortenuova, importanti centri longobardi della pianura bergamasca, e a Bergamo (presente ancor oggi, come Stongarda). Da segnalare il rinomato allevamento di cavalli da guerra presente, in epoca longobarda, proprio a Zanica.

Strozza (Valle Imagna): dal longobardo *strozzā ‘gola’, riferito ad un luogo montagnoso.

Tomenone, Monte (Val Cavallina): dovrebbe derivare da tonimen, voce latinizzata tratta dal francone tun ‘siepe’ (vedi longobardo *tūna-z ‘recinto’) e in senso lato ‘palizzata’, posta a difesa di un castrum. Non posso certo escludere che il lemma sia passato ai Franchi dai Galli tramite la voce gallo-romana dunum ‘rocca, fortificazione’.

Treschiera (Bassa): da una voce gotica thriskan ‘pestare coi piedi’, accostabile al tedesco dreschen ‘trebbiare’. Con tutta probabilità è questo il caso anche del toponimo Trescore (Balneario), in Val Cavallina.

Treganto (località non identificata): 909, forse da un gotico *treuwa ‘luogo di sosta’ (vedi anche italiano tregua).

Tri Plòch (Val Cavallina): letteralmente ‘tre massi’, da una voce germanica *bloc con rotazione consonantica longobarda (o alto-tedesca in genere) p.

Vàgine, Vazze (Bergamo): il primo toponimo indica un ruscello che scorre nella Bergamo vecchia e che potrebbe avere, come base etimologica, un tema di tipo alto-tedesco waso ‘terreno acquoso, umido’.

Valtero, Monte (Sebino): Pellegrini richiama il lemma longobardo *wald- ‘bosco d’altura’ per indicare l’oronimo Valt di Falcade, a Belluno. Valtero richiama anche il nome longobardo Walteri.

Vodala (Val Seriana): località alpestre che ricorda il longobardo *wald- ‘bosco d’altura’, con trasformazione dialettale di -al- in o (vedi latino alter > bergamasco óter). In Piemonte, col medesimo etimo, troviamo i toponimi alpini Vaudala e Vaudaletta.

Zaffarde (Zanica): ha alla base il termine zaffo, dal longobardo zapfo, che significa ‘tappo’, usato nel toponimo per indicare probabilmente un perno, un cuneo, un oggetto per otturare (anche un pugno di paglia). Il suffisso -ard è un rafforzativo francone.

Zeduro (Gera d’Adda): in origine Zelute, antico quartiere di Treviglio, che alcuni storici locali mettono in connessione con l’antico tedesco zehute, zehuten ossia ‘decima’. Ipotesi un po’ troppo dubbia, a mio parere.

5 – Con suffissi specifici

Asnenga (media pianura): dalla presenza di un allevamento di asini + *-inga-z, classico suffisso prediale germanico che nei nostri toponimi dà esito -ingo o -engo (anche al femminile, come in questo caso).

Auteningo (località non identificata): Audeningo 915, da *auða- ‘possesso’ negli esiti Aude-, Aute– + *-inga-z. Olivieri richiama nomi come Audinus/Audenus.

Blancanugo (Gera d’Adda): 774, dal nome Blancani (da *blanka- ‘candido, luminoso’) con suffisso, che Olivieri reputa celtico, -ucus.

Breniadesco (Zanica): sec. XIV, dal dialettale di origine celtica brègn ‘rovine, ruderi’ + suffisso germanico -isk.

Bugeningo (Bassa): 959, Zanetti suggerisce un latino bucina ‘tubo per acquedotto’ + *-inga-z.

Goteringo (media pianura): sec. IX, da *gōða- ‘buono’ o *guþa- ‘dio’ da cui gli esiti Gode- e Got- + *-inga-z.

Guntoningo (località non identificata): 881, da *gunþjō ‘battaglia’ con esiti Gunde- e Gunt- + *-inga-z.

Invernenghi, Piazza de (Valle Imagna): prende il nome dall’aggettivo invernengo, riferito a prodotti agricoli che maturano tardivamente.

Martinengo (Bassa): Martiningo 847, importantissima località longobarda della Bergamasca ricca di toponimi germanici risalenti al periodo altomedievale, dal nome latino Martinus + *-inga-z.

Mascherpinga (Val Cavallina): dal lombardo maschèrpa ‘ricotta’ + *-inga-z, indicante evidentemente una casera.

Morengo (Bassa): Mauringus 824, da Mauro + *-inga-z.

Motardingo (località non identificata): 1066, forse dal nome germanico Mothar (mot, muot ‘mente’), o simili, + *-inga-z.

Nianingo, monte (Martinengo): 847, dal primo elemento oscuro + *-inga-z.

Passirengo (Bassa): toponimo oscuro di Fornovo San Giovanni, dove vennero ritrovati importanti reperti archeologici longobardi.

Paltaringo (Contado): curtis Paltaringus 816, composto da Palt-, esito dell’ipocoristico Paldo (da *balþa- ‘audace’) + -hari da*harja-z ‘esercito’, con suffisso *-inga-z.

Pedrengo (Contado): Pedringo 830, dal nome latino Petrus + *-inga-z.

Pregalinga (Val Calepio): 912, toponimo opaco, sebbene la prima parte possa stare per ‘prato’ (volgare pré); la seconda è di difficile interpretazione: -inga potrebbe anche essere, in questo caso, l’evoluzione gallo-italica del latino –enica/-inica.

Pucialinga (località non identificata): sec. IX-X, etimo oscuro accostabile al toponimo alsaziano di Buchilingen o Puchilingen. La prima parte potrebbe riprendere un ipocoristico longobardo come Buccio, segnalato da Konrad Huber (vedi germanico *bōsi-, bausi- ‘cattivo’).

Pumenengo (Bassa): Piumenengi 1366, dal cognomen romano Pleminius + *-inga-z.

Puseningo (Bassa): Possenengo 903, forse dall’ipocoristico Possoni (*bōsi-, bausi- ‘cattivo’) al genitivo + *-inga-z.

Rodenasco (Bergamo): sec. IX, ricorda il nome Rhodanus, Rodanus da *hrōþ- ‘fama’ col tipico suffisso ligure -asco, molto frequente e produttivo nel Bergamasco, anche in epoca medievale.

Sorengo (alta pianura): sec. IX-X, che sia forse un riferimento al solengo, il cinghiale adulto solitario? Altrimenti sarà da identificarsi con la scomparsa località di Suvernigo (suffisso celtico).

Vallarengo (Martinengo): fenita Vallaringa 847, dall’antroponimo del primo duca longobardo di Bergamo Wallari (cfr. *walho- ‘celtico’ + *harja-z ‘esercito’) + suffisso *-inga-z.

Vidalengo (Bassa): Vidalingo 903, dall’ipocoristico germanico Wido o Wito derivante da *wiðu- ‘bosco’ o *wīda- ‘lontano’ che come esiti danno Wide- e Guit-, tra gli altri. Etimo similare presenta Vuiteningo/Witeningo (915), toponimo di località non identificata.

Vualdeningo (località non identificata): sec. IX, da *walda- ‘dominare’ si ottengono gli esiti documentari Uualde- e Walde- con l’aggiunta di -*inga-z. Etimo similare presenta la località, parimenti non identificata, di Waldeningo (sempre che non sia la medesima).

Per quanto riguarda, infine, quei toponimi a parte che possono essere ricondotti, culturalmente, alla presenza di popoli germanici in Italia, ricorderemo qui i seguenti:

Disderoli (Val Taleggio): dal nome personale Desiderio, reso famoso dall’ultimo re longobardo a partire dalla fase finale del regno.

Lama (Val Seriana): tale toponimo vale ‘stagno, peschiera, pozza’, dal latino lama ‘palude’ che Paolo Diacono impiega nella sua Historia accostandolo al germanico *laima ‘limo’ (evidentemente imparentato col termine latino). Secondo Olivieri anche le località Ama e Amora (Val Seriana) sarebbero da ricondurre a tale etimo.

Pertiche, Valle delle (Sebino): potrebbe derivare il suo nome dall’antica pratica pagana longobarda di conficcare una pertica, con sopra una colomba di legno, nel terreno per ricordare un caduto in guerra morto lontano dalla patria, con la riproduzione dell’uccello orientata verso il luogo della morte (vedi Santa Maria delle Pertiche, a Pavia).

San Giorgio: almeno cinque località degne di nota possiamo contare, nel Bergamasco, recanti il nome del santo guerriero caro alla corte cattolica e filo-romana di Pavia, una figura che, in quanto cavaliere che sconfigge un drago, si riaggancia alla mitologia germanica; possiamo ricordare chiese intitolate a San Giorgio, e di fondazione longobarda, ad Almenno San Salvatore, sede di una importantissima curtis altomedievale, a Dalmine, Fara Gera d’Adda e Martinengo, tutte località che ci tramandano il ricordo, linguistico o culturale, dei Longobardi.

San Giovanni Battista: una località bergamasca, degna di nota, porta il nome di questo santo, senza contare le dedicazioni di edifici sacri al suo culto, presente nella pietas longobarda.

San Michele: agiotoponimo diffusissimo in tutta la Bergamasca, come del resto in tutta l’Italia longobarda; nasce dal culto popolare longobardo per l’arcangelo Michele, un santo guerriero che ricorda, presso i Longobardi, la figura di Wotan. Per il territorio bergamasco possiamo segnalare la presenza di cinque località degne di nota, con tale toponimo sacro, senza dimenticare San Michele all’Arco e San Michele al Pozzo Bianco (Città Alta), chiese cittadine ricordate a partire dall’epoca longobarda. Nei documenti altomedievali relativi ad Almè (antica curtis) si ricorda una chiesa dedicata a Sancti Michaelis.

San Romolo (Almenno San Salvatore): nome di una chiesa scomparsa dedicata ad un santo pannonico caro alla devozione cristiana dei Longobardi, tanto da importarlo in Italia; secondo il Mazzi tale chiesa fu edificata da re Ratchis o da suo fratello Astolfo durante il loro soggiorno presso la curtis Lemennis di proprietà regia, in virtù anche della loro provenienza dal Friuli, in cui San Romolo era alquanto venerato.

San Salvatore: famosa è la specifica attribuita ad uno dei due Almenno (l’altro è San Bartolomeo), un tempo uniti nella corte longobarda di Lemine. Si ricordano anche il monastero di San Salvatore, che lo storico Bortolo Belotti dice di fondazione longobarda, in Bergamo alta e la chiesa di San Salvatore a Terno citata nel testamento del gasindio Taido del 774. Anche la figura di Cristo come Santo Salvatore, era oggetto di profonda devozione tra i Longobardi. San Salvatore è anche il nome di un colle su cui sorge il nucleo antico di Bergamo.

Santa Eufemia: nome di un’antica chiesa di Bergamo alta edificata intorno al 600, per volontà di Agilulfo e della moglie Teodolinda, per la conversione al cristianesimo romano dei guerrieri longobardi ancora pagani o ariani. Sembra che anche la devozione per questa santa fosse cara alla monarchia di Pavia.

San Vincenzo (Bergamo): l’antica cattedrale cittadina, la cui più antica attestazione risale ad un testamento longobardo del 774; nasce, forse, come basilica di culto ariano, contrapposta alla chiesa cattolica di Sant’Alessandro, e si ritiene sia di fondazione longobarda.

Sorte: microtoponimo diffusissimo nel Bergamasco che indicava in origine una porzione di terreno che va in eredità (il mansus dei Franchi), un termine tipicamente utilizzato dai possidenti longobardi nei documenti altomedievali.

Chiudo questa rassegna ricordando che, come nelle altre città padane conquistate dai Longobardi, sul finire del regno sorsero istituzioni caritative come gli xenodochi, ossia ospizi gratuiti per pellegrini e forestieri, che proprio grazie ai Longobardi ricevettero un forte impulso. Quello presente nella città di Bergamo era intitolato a San Cassiano, annesso all’omonima chiesa.

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Ora e per sempre NO allo ius soli!

Il governo abusivo targato Pd, dopo aver avallato le unioni omosessuali, si appresta a confezionare un altro durissimo colpo all’identitarismo italico, tentando, come sentiamo in questi giorni, di approvare una legge sullo ius soli, grazie a cui l’allogeno che nasce su suolo italiano diventerebbe automaticamente italiano. Intendiamoci, la legge dovrebbe prima passare al Senato e quindi, per quanto Gentiloni stia già cantando vittoria, i giochi non sono ancora fatti. Anche la depenalizzazione del reato di clandestinità, caldeggiata da Renzi, si è arenata in parlamento con un nulla di fatto. Ma la temperie ideologica dei non eletti che occupano gli scranni governativi ormai dal 2011 si capisce bene quale sia.

Lo ius soli è una porcheria, ma non per ragioni razzistiche, come vorrebbero far credere i pifferai magici del governo, bensì perché sarebbe un ulteriore passo in direzione dell’ecatombe del popolo italiano, tanto bramata da chi ha un bisogno vitale di liquidare le genti europee per portare avanti l’agenda mondialista; il tema della sostituzione etnica che tanto diverte i servi del pensiero unico relativista non è un complotto rettiliano ma è sempre più realtà: pensate alle località meridionali abbandonate dai nativi, emigrati al Nord, e rioccupate con gente arrivata coi gommoni, o all’accoglienza incondizionata verso i migranti che vengono forzatamente ripartiti tra comuni italiani (col menefreghismo più totale del resto d’Europa), o ancora allo stesso sfruttamento di manodopera, non qualificata, immigrata che sostituisce i vecchi e costosi indigeni con gente disposta a lasciarsi schiavizzare in cambio di un piatto di lenticchie.

Spacciare per italiani i figli degli immigrati che nascono in Italia è pura follia, e oltretutto è opportunismo becero mascherato da buoni sentimenti sinistrorsi: i politici progressisti vogliono fortissimamente immigrati per sfruttarli, per riempire le urne, per silurare l’autoctono abbandonato dallo stato, per usarli come esercito industriale di riserva, che costa poco o nulla, che è facilmente sfruttabile e ricattabile e che ha tassi di prolificità incentivati da politiche alla Soros. Già pensare di fare politica con l’ottica cristiana o socialdemocratica e liberale è patetico, figuratevi se questo serve a camuffare la realtà delle cose che consiste semplicemente nella costruzione di un’Europa finta, di cartapesta, inquadrata nella Ue, dove non vi sia più la spina dorsale identitaria che per secoli ha retto il continente.

Fa riflettere il fatto che tutto questo sia appoggiato e portato avanti da un governo che non ha voluto nessuno, con presidenti del Consiglio imposti dall’alto, e con figure ambigue messe a capo di ministeri fondamentali che nessuno si sognerebbe mai di eleggere. In tutto ciò trovano spazio anche le untuose omelie di Mattarella, sacerdote laico del politicamente corretto e dell’agenda mondialista, un personaggio che, quanto Gentiloni, suscita di tutto fuorché orgoglio patriottico. Ma nulla è per caso, e ogni cosa che riguardi questo stato fa capire dove voglia andare a parare l’italietta coloniale manovrata dai poteri forti cosmopoliti (o apolidi, che poi è la stessa cosa).

Signori, l’identità non è un pezzo di carta sfornato dalla burocrazia statolatrica di un ente appecoronato alla volontà rapace dei finanziocrati, l’identità è sangue, suolo, spirito, la decide la natura non la politica dei maneggioni antinazionali! Essere bergamaschi, lombardi o italiani significa appartenere per legami etnici, territoriali e culturali a Bergamo e alla Bergamasca, alla Lombardia o all’Italia; non significa essere migliori degli altri, ma nemmeno esserne da meno arrivando al punto di annullarsi, rinnegare i propri natali per fare un favore al dispotismo “illuminato” dell’universalismo pezzente, odiarsi! Non esiste che all’identità biologica e spirituale si preferisca quella artificiale fabbricata dallo stato italiano o dall’Unione Europea, a maggior ragione perché caldeggiata da belve travestite da placidi agnellini. Un congoide che nasce in Italia è italiano? Quindi un gatto che nasce in una cuccia è un cane? Attenti al relativismo…

Si comincia con il laicismo, si passa per l’antifascismo rancoroso e isterisco e si culmina nel negazionismo totale di tutto quello che rappresenta un’identità etnica e nazionale, ridotta al folclore popolare e sostituita dai sacri emblemi del repubblicanesimo postbellico. Come può un Italiano riconoscersi in un anonimo tricolore copiato dalla Francia, in una ruota dentata inventata pochi decenni fa, in una costituzione che nemmeno tutela la lingua italiana come lingua nazionale ufficiale? E adesso vorrebbero pure ridurre la cittadinanza ad un concetto artefatto, di comodo, ad un capriccio legalizzato, come se fosse una banalità quanto il tifo per una squadra di calcio o un gusto personale. Qui si sta parlando di sangue e suolo, signori, di nazionalità, non di futilità! Italiani si nasce, non si diventa, e quel “si nasce” significa “nascere da gente di sangue italiano”. Ius sanguinis.

E infatti ritengo che la cittadinanza debba aderire alla nazionalità, altrimenti è una farsa, una di quelle strampalate idee progressiste dove l’individualismo borghese, camuffato da umanitarismo (concetto già di per sé inquietante), decide cosa si è: uomini che si sentono donne, africani che si sentono europei, transessuali che si sentono normalissimi, e con lo stato che asseconda per di più! La cittadinanza deve rispecchiare l’identità biologica e culturale proprio perché indigeni si nasce, non si diventa grazie ai maneggi della politica degli intriganti, sul libro paga dello stato mondiale in fieri. Ho sempre pensato che, ad esempio, lombardo è non chi lo fa (e che diavolo vuol dire? parlare come Pozzetto?) ma chi ha quattro nonni biologici cognominati alla lombarda, e lo stesso concetto può tranquillamente applicarsi ai criteri di italianità, anche se si potrebbe magari tollerare un nonno non italiano, ma almeno europeo.

Dobbiamo capire, amici, che tutto questo non deve essere inquadrato in un’ottica di razzismo, intolleranza, suprematismo (?), “populismo”, ma di razionalità e buonsenso, e ovviamente di salutare patriottismo: la cittadinanza non si può regalare a dritta e mancina, anche perché si porrebbero poi seri problemi relativi alla demografia, all’ambiente, all’eco- ed etno-sostenibilità, in un’Italia già sovraffollata di suo che rischierebbe di collassare sotto il peso della bomba demografica allogena. Per non parlare delle guerre tra poveri, del lavoro e della disoccupazione, di tutto quello che riguarda il cosiddetto welfare (per usare un orrido forestierismo), che significa poi benessere, progresso, sviluppo, prosperità. Tutte cose che diventano miraggi nella società drogata dal multirazzialismo e schiavizzata al feticcio del denaro e del consumo, come gli Usa. Società multirazziale è sinonimo di caos, fatevene una ragione.

Chiudo con una riflessione: ieri sentivo il fiacco Gentiloni accostare lo ius soli alle grandi battaglie di civiltà, sostenendo che integrare gli immigrati significherebbe, oltre alle solite bubbole, combattere e stroncare il terrorismo sul nascere. Ma certo Paolo, certo: in Francia, infatti, gli attentati terroristici in nome dell’islamismo non sono stati compiuti da palandrane con barba fino alle caviglie, scimitarre, cammello d’ordinanza e fluente arabo, da freschi invasori dunque, ma da gente integratissima, di lingua francese, di seconda o terza generazione, spacciata per francese grazie alle scellerate politiche terzomondiste e occidentalizzata al punto di essere più narcisista, viziosa, drogata, alcolizzata e promiscua degli occidentali stessi. Il terrorismo non si combatte e vince calando le braghe di fronte all’immigrazione, ma rivendicando orgogliosamente le proprie radici e rispettando, a casa sua, chi merita il nostro rispetto, evitando così accuratamente lo sfacelo in cui sguazzano gli stati dell’Europa centro-settentrionale.

Cari Italiani, volete davvero rinunciare alla vostra identità etnica, nazionale e culturale per fare la fine di ciò che resta degli eredi di Celti e Germani?

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/06/ora-e-per-sempre-no-allo-ius-soli.html

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Il mito di Roma e la rivoluzione nazional-federale

L’attuale quadro politico italiano è piuttosto desolante poiché la scena è fondamentalmente occupata da due soggetti, con i restanti nel ruolo di comprimari. Questi due soggetti sono il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, e tra i comprimari possiamo trovare ciò che resta della destra italiana: Lega Nord, berlusconiani, ex aennini, altri minori (e troppo deboli per entrare in Parlamento). Il quadro politico è desolante, dicevo, anche per via della situazione che riguarda, per l’appunto, le forze politiche genericamente classificate come “di destra” e che potremmo vagamente definire “patriottiche” o “nazionaliste”.

Il berlusconismo è da sempre una piaga, un’imbarazzante infezione liberale; il mondo ex Alleanza Nazionale è un ridicolo mosaico di partitini orfani di quel gran “genio” di Gianfranco Fini, sciagurato traghettatore della destra post-fascista dall’Msi al neo-conservatorismo; i partitini di “estrema destra” sono extraparlamentari e, per quanto composti spessissimo da militanti volenterosi ed encomiabili nella loro opera di ri-educazione, risultano poco incisivi, per ovvie ragioni; infine ecco la Lega Nord, orfana in questo caso di Umberto Bossi, che è stato accantonato dall’ambizioso Salvini per una svolta nazionalista e sovranista a scapito delle (inutili) farse sulla secessione della Padania, ottenendo però un partito che troppo spesso assume i grotteschi contorni del liberalismo islamofobo e filo-sionista in stile Wilders, unito ad una buona dose di qualunquismo e spoetizzante mediocrità.

La politica non solo serve ma è indispensabile per garantire ordine, autorità e disciplina in un Paese, soprattutto pieno di contraddizioni come il nostro, che rischierebbe di precipitare nell’anarchia senza una politica sana e uno stato forte e autorevole, che ovviamente rappresenti per davvero l’ossatura della nazione e non, al contrario, la sua opprimente gabbia. Per questo la politica italiana, alla cui base dovrebbe esserci un generale processo rieducativo e metapolitico che si faccia cultura e militanza attiva, ha bisogno come l’aria di un grande rinnovamento nel segno di identità e tradizione, un rinnovamento che non può venire dai pasticcioni pentastellati (tra cui non v’è il benché minimo accenno ad etnonazionalismo e patriottismo) e men che meno da robaccia come il partito di Renzi e dalle macerie di Forza Italia.

Anche la Lega ha, francamente, fatto il suo tempo; un partito pieno zeppo di incoerenza, incongruenze, bipolarismi e ribaltoni, che cerca di grattare la pancia alla base celodurista puntando comunque tutto sull’occupazione in pianta stabile del posto vacante lasciato da An, assorbendo così il peggio che già fu di quel partito (e che lo è ancora, nelle vesti di Giorgia Meloni): la destraccia atlantista filo-sionista, l’anticomunismo e l’islamofobia pezzenti, le pesanti aperture liberali ispirate da uno che, seppur ottantenne e vieppiù ridicolo, continua a fare da catalizzatore delle forze destrorse (parlo ovviamente di Berlusconi).

Non so voi ma io francamente ne ho piene le tasche del berlusconismo, del leghismo e di tutta la pacchiana destra che mescola le pulsioni reazionarie a quelle liberal-democratiche apparendo “populista” ma non troppo, e che non stacca nemmeno per un secondo la lingua dalle natiche dell’imperialismo occidental-sionista in nome dell’ostilità rivolta contro il (defunto) comunismo e l’islam (in termini meramente religiosi e culturali, non certo etnici). Aggiungiamoci poi l’eterna sudditanza nei confronti del cristianesimo e della Chiesa cattolica, sebbene non vengano risparmiate bordate all’attuale papa, Bergoglio, l’idolo di atei, omofili, terzomondisti, migranti, “vips”, sincretisti (o sincretini?) vari.

Nonostante qualcuno, ogni tanto, veda nei grillini una sorta di (mettetelo fra abbondanti virgolette) “nazionalsocialismo” edulcorato e 2.0, il che fa abbastanza ridere se pensiamo alla natura del movimento dei 5 Stelle, non penso proprio che la compagine del comico genovese sia l’antidoto a tutti i mali politici che affliggono il nostro Paese perché è tutto e il contrario di tutto, è un guazzabuglio unico dove trovano posto personaggi provenienti dai più svariati mondi, e non dicono nulla di nuovo e concreto in ambiti fondamentali come quelli di stato e patria, di politiche etniche, di etnonazionalismo e federalismo. Questi, col loro inesauribile qualunquismo, fanno leva sui sentimenti (sacrosanti, per carità) anti-casta e anti-politica da seconda repubblica ma si fermano qui, non arrivano al sodo e al punto nodale della questione che riguarda la visione dell’Italia e della sua natura nazionale. Vogliamo rifondare la repubblica con la bandiera del M5S? Fa sbellicare il solo pensiero.

Ho davvero molta più stima per un movimento come CasaPound che per quanto piccolo, e inevitabilmente ghettizzato, scende concretamente in piazza per questioni serie e basilari, non limitandosi alle parole ma militando attivamente, e anche culturalmente, dalla parte degli indigeni cercando di occuparsi di ogni ambito che riguarda la società civile anche grazie all’associazionismo. Il problema è che rimangono inquadrati come “neofascisti” e nostalgici, agli occhi della gente comune, finendo per incasellarsi in una nicchia da cui difficilmente – a livello nazionale – riuscirebbero ad uscire. Dico questo col massimo del rispetto e con stima, soprattutto perché ho in grande considerazione chi va al di là delle parole impegnandosi concretamente, epperò servirebbe una vera svolta anche su generali questioni ideologiche.

Quel che voglio dire è che dobbiamo andare oltre i fascismi, i nazismi, i comunismi, i leghismi (lasciamo perdere i berlusconismi) per cercare di raggiungere quella fondamentale sintesi tra istanze patriottiche e istanze particolaristiche, ovverosia per trovare finalmente la quadra identitaria ed etnonazionalista grazie a cui rappresentare degnamente e senza più contraddizioni l’anima dell’Italia, che è senza dubbio nazionale ma al contempo è anche etno-regionale, sub-nazionale, locale. E penso proprio che la rivoluzione politica che andrebbe attuata, previa ri-educazione metapolitica e culturale (anche metafisica, oserei dire), sia per l’appunto nel segno dell’etno-federalismo non però in chiave legaiola o neoborbonica bensì sempre guidato dalla grande Idea di Roma e della romanità che rimangono il carburante, per così dire, dell’azione politica salutare e costruttiva.

Il mito fondante d’Italia passa per Roma, ovviamente la Roma vera e tradizionale non quella contemporanea… Così come l’istanza federalista passa per le grandi realtà etno-culturali d’Italia in senso tradizionale, perché nelle odierne Torino, Genova, Milano, Napoli ecc. vi lascio dire quanta identità e tradizione vi sia… E passando per Roma e per le realtà locali i miti fondanti alla base di questa auspicabile rivoluzione nazional-federale escludono in maniera netta ogni inquinamento – che tanto piace ai destrorsi consueti – di tipo giudeo-cristiano, papista, liberal-democratico ed europeista, e cioè ogni immonda baggianata reazionaria o neocon che zavorra il contesto patriottico e social-nazionale impedendogli di spiccare il volo verso nuovi lidi. Va da sé che l’attuale Costituzione e l’attuale repubblica d’italietta atlantista non possano rappresentare il grande auspicio di rivoluzionario rinnovamento italiano.

Basta robaccia azzurra (sia in senso sabaudo e statolatrico che centro-berlusconiano), basta fuffa verdastra da celtismo pezzente, e basta destraccia di ispirazione fiuggina e/o clericale. La peste della politica italiana, che è il piddismo unito alla lurida cancrena socialdemocratica che vorrebbe ridurre il nostro Paese alla stregua di una succursale del marasma relativista nordeuropeo, si sconfigge solo con una armonica e razionale coesione tra socialismo nazionale ed etnofederalismo che dà vita a quell’etnonazionalismo di cui abbiamo bisogno come fosse ossigeno. Un etnonazionalismo che finalmente marchi una distanza netta da Chiesa e cristianesimo, dal liberalismo, dal sionismo e dalla giudeofilia, e da quell’inutile becerume islamofobo e anticomunista che serve solo a gettare benzina sull’incendio appiccato dall’imperialismo occidentale, degli apolidi americani, che da decenni attossica anche il panorama politico italiano rafforzando la natura coloniale di questa repubblichetta partigiana.

Ave Italia!

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