I Celti alle radici di Bergamo

Iscrizioni di Carona

Sul poleonimo di Bergamo mi sono già espresso diverse volte, come ad esempio in questo articolo. Da secoli ci si interroga sull’etimologia del nome del capoluogo orobico, ma c’è da dire che questo esercizio è alquanto complicato, stante la penuria di informazioni documentarie e l’impenetrabilità, o quasi, della genesi del toponimo cittadino.

Innanzitutto, e questo vale per qualsivoglia etimologia, è bene non gareggiare in fantasia, su chi dà il meglio di sé nel pescare etimi improbabili, altrimenti non si arriva da nessuna parte. In antico, non avendo fonti affidabili, gli studiosi umanistici amavano cercare il significato del toponimo bergamasco, e non solo, nella mitologia classica o addirittura nei testi sacri del giudeo-cristianesimo, propinando improbabili etimi ebraici o greci. Sicuramente si appoggiavano anche alla bislacca tesi del greco Alessandro Polistore, citato da Plinio il Vecchio, che vedeva nell’etnico degli antichi golasecchiani Oromobi (Orobi è un’invenzione dotta, ancorché fortunatissima) i termini greci oros e bios, vale a dire “chi conduceva vita sui monti”, sostenendo addirittura fossero originari dell’Ellade. Tesi tanto curiosa quanto assurda.

I fondatori di Como, Lecco, Parre e Bergamo erano di stirpe celtica, probabilmente un’articolazione interna del popolo insubrico di Mediolanum, e con la Grecia non avevano, ovviamente, nulla a che fare. A loro si deve, appunto, la fondazione della Bergamo protostorica sul finire del VI secolo avanti era volgare, in epoca golasecchiana, e con tutta probabilità l’etimologia del poleonimo di Bergamo è appunto da ricondurre alla lingua che questi parlavano, ossia leponzio, un dialetto arcaico del celtico continentale.

Le fonti storiche e l’archeologia concordano con quanto detto, a partire dalla testimonianza del già menzionato Plinio il Vecchio, che nella sua Naturalis Historia (3. 124-125), citando il II libro delle Origines di Catone, ci parla dell’oppidum degli Orobi Parra (da leggersi Barra, alla celtica) da cui sarebbero discesi i Bergomates fondatori di Bergomum, nome latino della città che, per quanto riguarda la toponomastica, rappresenta il punto fermo su cui non si può sindacare, essendo il poleonimo più antico tramandatoci.

Alla luce di ciò, speculare su etimologie paleo-mediterranee (“liguri”), levantine (qualcuno ha tirato fuori l’accadico!), greche e anche germaniche (soprattutto gli storici locali seguaci del bibliotecario Tiraboschi e dello storico Belotti) ha ben poco senso e credo serva solo a sfoggiare inutilmente erudizione. Chi mai avrebbe potuto coniare un nome mediterraneo o levantino per una città che si trovava nel cuore della Gallia Cisalpina? E come si può pensare che il toponimo sia germanico se la prima attestazione giuntaci è Bergomum e risale alla prima epoca imperiale di Roma, quando cioè il potere romano consolidò il suo dominio sull’Italia settentrionale dopo che questa ebbe conosciuto l’esperienza delle invasioni galliche (e non germaniche)?

L’idea che ci possa essere un’etimologia “montana” alla base del toponimo orobico è di certo affascinante, considerando anche la conformazione del centro storico di Bergamo, edificato sui colli cittadini, ma pensare che per forza di cose ci sia da leggervi qualcosa come Berg-Heim, “casa sul monte”, è pura paretimologia, tendenza principiata localmente nel secolo XIX. Quello che può essere veridico è la versione teutonica, imperiale, del Medioevo, che suonava come Wälsch-Bergen, un toponimo che potrebbe (condizionale d’obbligo) aver influenzato il dialettale Bèrghem. Ma chiaramente il toponimo di Bergamo non nasce nel Medioevo con i popoli, o i potentati, germanici¹.

Volendo fare, tuttavia, una panoramica sulle principali tesi formulate dagli studiosi di etimologie e toponomastica circa il nostro poleonimo, vale la pena citare qui le seguenti:

  • Angelo M. Ardovino suppone che Bergamo derivi, via latino Bergomum, da un teonimo celtico indicante una divinità come Bergimus, una sorta di ambiguo e lunare Marte gallo-romano riconducibile alle figure gaeliche di Ogma e Ogmios, da cui il nome dell’alfabeto ogamico, usato nell’antichità in Irlanda e Scozia. Personalmente credo sia la tesi più convincente, essendo, oltretutto, il nome del dio attestato nel limitrofo territorio bresciano, in epoca romana;
  • Studiosi come Delamarre, Falileyev, Morandi lo collegano ad un celtico *berg- (dalla radice indoeuropea *bhergh, “alto, eminente”) affine ad altri toponimi celtici d’Europa come ad esempio Berga, in Catalogna, riferendosi naturalmente alla posizione dell’abitato storico. Secondo costoro, altresì, Bergamo può confrontarsi anche con un celtico *berga o *bergo, indicante un pendio, una salita, un luogo posto sulle pendici di colli o monti, unito ad un suffisso rafforzativo, o derivativo, in -mo-;
  • Altri autori vi vedono un sostrato “mediterraneo”, anariano, sul trito e ritrito tipo *barga, “capanna”, non si capisce bene desunto da dove, che più probabilmente afferisce ad una voce celtica come *berrica, *barrica usata per indicare recinti, steccati, strutture in legno (vedi bergamasco bàrech) da cui toponimi come Berga e Berici (Vicenza), Barga (Lucca), Barghe (Brescia) e i bergamaschi Bergias (scomparso), Berzo e Barzesto;
  • I più audaci come l’etruscomane Pittau e il mediterraneista Semerano teorizzano un *parakkum accadico usato per indicare un santuario, un edificio sacro posto in alto. La cosa ilare è che costoro dovrebbero spiegarmi chi mai avrebbe potuto imporre, tra Alpi e Pianura Padana, un toponimo levantino, considerando che nella Bergamasca neppure gli Etruschi misero piede (solo il Forcello di Mantova fu un insediamento, o meglio, un emporio etrusco al di qua del Po)…;
  • Marcato e Cortellazzo ipotizzano un greco Pergamon (ma vedi quanto detto sopra), forse appoggiandosi al latino medievale Pergamum, che però è cultismo coniato sulla falsariga del nome dell’antica Pergamo, che non c’entra alcunché con Bergamo;
  • Gli stessi autori ipotizzano, in alternativa, un germanico berg, “montagna”, oppure un gotico bairgan, “cittadella fortificata”, corrispettivo nordico di Pergamon, “rocca”;
  • Studiosi di toponomastica come Pellegrini e Olivieri affacciano un collegamento con un’ignota località di Marsiglia, Bergima, forse ricollegabile al monte dell’Appennino Ligure Bergiema, secondo Pellegrini formato da *bhêr, “portare” e *ĝheim-, “neve, gelo”. In questo caso l’etimo sarebbe riconducibile alla lingua ligure antica, recentemente considerata arcaica lingua indoeuropea, simile al leponzio, a metà strada tra celtico e italico;
  • Dante Olivieri medesimo, infine, fa un collegamento tra Bergamo (e dialettale Bèrghem) e la località trentina, a nord di Riva del Garda, Perghem, che è anche un cognome trentino, il cui etimo è forse affine al cimbro (dialetto bavaro) pearghe, “montagne”.

In definitiva, al netto delle ipotesi più fantasiose e strampalate, oltretutto senza alcuna pezza d’appoggio, la tesi più credibile appare essere quella di chi propone un nesso sacrale tra la Bergamo preromana dei Celti golasecchiani e il dio gallo-romano Bergimus (o simili), divinità lunare preposta alla magia, alla parola, un Marte celtico che combatte più con la lingua che con le armi e che con essa domina, in senso magico-sacrale, la dimensione spazio-temporale della città. La Parra Oromoborium di cui ci parla Plinio è da identificare oggi con l’odierno centro di Parre, in Val Seriana, dove sono stati trovati i resti dell’insediamento antico che si pone al confine tra mondo celtico golasecchiano e “retico”, centro-alpino, come la Val Camonica. Parra (da leggersi, come ricordato sopra, Barra) deve il suo nome al celtico *barros, “sterpeto” oppure ad un ricostruito *pa-ar, “gran campo” e, ribadiamolo, era un abitato distinto dall’antica Bergamo protostorica; lo dico perché qualcuno crede ancora che Barra sia stato il primo nome del capoluogo bergamasco.

Al di là dell’etimologia, comunque, quel che è più che probabile è che il nome della città di Bergamo sia da ricondurre al sostrato celtico, leponzio, per ragioni storiche, culturali, linguistiche, e per la comparazione con altre località contermini o del mondo celtico in generale. Questa è, del resto, anche la tesi di un insigne linguista e filologo come Filippo Motta, dell’Università di Pisa, studioso del celtico che ha indagato anche le iscrizioni leponzie rinvenute a Carona (alta Val Brembana) su di alcuni grossi massi testimonianza, forse, di un santuario celtico dedicato al dio dei monti Pennino, posto nei pressi delle sorgenti del fiume Brembo.

¹In Toscana vi sono alcuni interessanti toponimi, traccia della dominazione longobarda, quali Aramo, Salisciamo, Sculcamo e Amiata (oronimo) che la studiosa Maria Giovanna Arcamone spiega essere di natura militare e caratterizzata dall’elemento germanico *haima-, “casa, patria”, qui usato nel senso di “postazione militare”. Sicuramente suggestivo vedere un collegamento tra questa radice e l’elemento -amo del toponimo Bergamo, ma privo di documentazione e di riscontri storici: Bergamo è, per l’appunto, fondazione protostorica, non medievale, e non abbiamo testimonianza di varianti gote o longobarde del poleonimo.

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Roma si può salvare solo con la Romanitas

Sarà che i media sanno parlare sempre e solo di negatività e cronaca nera quando si viene a trattare di Roma, e che gli Italiani sono maestri nel tirarsi la zappa sui piedi, amando farsi del male e andando a cercare all’esterno la soluzione delle proprie magagne, ma certamente è un dato di fatto che la nostra Capitale versi in pessime condizioni sepolta sotto l’insostenibile degrado (non solo materiale) che da anni la caratterizza negativamente. Aggiungiamoci la corruzione della classe politica e il vuoto etico di saggi maestri che siano di esempio per la collettività romana, e il quadro del malessere è ancor meglio delineato.

Fa male sapere in che razza di stato sia l’antica, e gloriosa, capitale della civiltà occidentale, anche per l’immagine di sé che la città dà all’esterno, tenendo conto del fatto che da sempre essa è una calamita per potenti, letterati, studiosi, turisti, amanti dell’estetica, cultori delle belle arti e della storia e della cultura. E l’immagine che dà di sé finisce per coinvolgere l’Italia intera, anche quelle aree virtuose che nulla hanno da spartire con l’inaccettabile degrado che ha travolto Roma; essa è però lo specchio che riflette la spoetizzante immagine della situazione politica, e amministrativa, del Paese.

Certo, se la mettiamo su un piano etico e spirituale Roma non è sicuramente la peggior capitale d’Europa, perché se prendiamo in considerazione le metropoli dell’Europa nordoccidentale ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, essendo peraltro città piombate nel caos multirazziale che ha “fatto fuori” quasi del tutto l’elemento autoctono. Per non parlare della corruzione morale, del relativismo, del dilagante materialismo all’americana che, dopo il luteranesimo, ha consegnato l’Europa centro-settentrionale al nichilismo e al completo disinteresse verso tutto ciò che è identitario e tradizionale. Proprio per questo lezioni da Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Bruxelles o Stoccolma non sono gradite.

Il peggior problema di Roma sta nel disastroso connubio di inettitudine e corruzione, una miscela esplosiva peggiorata dalla temperie vaticana e dalle infiltrazioni mafiose non solo frutto della meridionalizzazione dell’Italia centro-settentrionale ma anche del palazzo romano e di quei corpi estranei che hanno infilato le loro zampe in pasta nella gestione della cosa pubblica, come ad esempio gli zingareschi clan mafiosi spesso agli onori delle cronache. Roma è senza dubbio una città decadente, che nemmeno, quindi, avverte più la gloria del passato che dovrebbe fare da stimolo per riscattarsi e riscoprirsi figlia, ancorché prodiga, dell’eterna romanità culturale, spirituale, etica.

Con l’attuale classe politica piddina, grillina, aennina, e papalina, non si va da nessuna parte, si continua a rivangare il letame che da decenni appesta l’atmosfera della Capitale e che nemmeno fertilizza perché scoria del malgoverno e del soqquadro da esso disseminato in lungo e in largo a Roma e dintorni. E il quadro è piuttosto desolante tra rifiuti selvaggi, degrado ovunque, infiltrazioni criminali, maligne ingerenze ecclesiastiche, strapotere mafioso, e la cosa che forse è la peggiore di tutte: la corruzione materiale e spirituale che liquida senza troppi complimenti l’urbanità delle persone, la loro coscienza civica. Quando la nave affonda i topi ballano… anche in senso letterale.

Se la coscienza comunitaria, e dunque identitaria, si disgrega i mali peggiori si impossessano delle nostre città anche se, me ne rendo perfettamente conto, governare Roma non è come amministrare una città lombarda prealpina di medie dimensioni, a maggior ragione se sulla gobba ci sono pure i palazzi romani della politica e l’ingombrante ospite che da 2000 anni perverte il genio della romanità desertificandone l’habitat, in condominio con i suoi fratellini maggiori e, più recentemente, minori. Ogni riferimento al vicario del Nazareno e alla sua baracca è puramente casuale… A Roma manca la romanità, e credo sia questo, appunto, il suo peggior problema, anzi IL problema.

Chi sarebbero gli esempi dei moderni cittadini romani (sempre che presso di loro sia rimasto ancora qualcosa di romano verace, tra immigrati meridionali, sardi, romagnoli, veneto-friulani ma soprattutto allogeni)? Totti? Papa Francesco? I romaneschi “vippe”, per di più sinistrorsi, con la loro insopportabile arroganza? O la classe politica contemporanea che schiaccia Roma sotto il suo peso elefantiaco? Altro che 5 Stelle, Roma ha bisogno di una vera rivoluzione, una rivoluzione che può venire solo dal sacro sodalizio di socialismo e nazionalismo con un solido retroterra di tradizionalismo romano, non certo cattolico ma gentile o quantomeno alla gentilità ispirato, in termini etici e culturali.

Va da sé che questa rivoluzione passi per il recupero della romanità o almeno dell’italianità della Capitale, liquidando una volta per tutte le nefaste influenze di San Pietro e di conseguenza quelle ebraiche e musulmane, che soprattutto oggi vanno a braccetto con i crociati di marzapane del Concilio Vaticano II. L’attuale concetto di democrazia non serve a nulla a Roma, anzi, non può che gettare benzina sul fuoco; non si tratta qui di recuperare il Fascismo, che diventerebbe inevitabilmente una pagliacciata, ma di mettere in atto quel salutare repulisti identitario di cui l’Urbe ha bisogno per bonificare la propria anima dalle pestilenziali ferite inferte dal soqquadro mondialista.

Finché non si prenderà atto del fatto che le cose possono cambiare solo con il coraggio dell’azione patriottica che passa per il sangue, il suolo e lo spirito, Roma (e l’Italia intera) rimarrà ostaggio del degrado, in tutte le sue forme, e il commissariamento, militarizzato, rappresenterà l’unica concreta soluzione che sarebbe da applicare immediatamente onde evitare che la “Città eterna” sprofondi completamente nell’infernale baratro dell’anarchia.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/05/roma-si-puo-salvare-solo-con-la-romanitas.html

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Aryas – Parte IV

La bella di Xiaohe, mummia perfettamente conservata della Cina nordoccidentale

Secondo la teoria più accreditata presso gli studiosi di indoeuropeistica, e cioè quella kurganita, le migrazioni ariane a partire dalle steppe a nord del Mar Nero principiarono nel Calcolitico o al più tardi durante l’Età del bronzo e diffusero le lingue indoeuropee e il retroterra culturale, in parte, comune a tutta l’Eurasia. Gli Indoeuropei hanno lasciato anche tracce antropologiche, fisiche, oltre che genetiche, col loro passaggio e insediamento, un fenomeno questo particolarmente vistoso in terre extraeuropee come l’Altopiano iranico, l’Asia meridionale, l’Asia centrale e il nord-ovest della Cina (lo Xinjiang), in aree cioè in cui i fenotipi ricollegabili all’antica presenza ariana sono per ovvie ragioni del tutto minoritari.

In questa sede tratteremo infatti delle aree geografiche suddette che, proprio per via delle loro particolari condizioni, offrono il destro per esporre al meglio quelli che sono i tratti peculiari della civilizzazione indoeuropea. Sarà però utile, brevemente, ricordare i principali popoli indogermanici che diffusero tra Europa e parte occidentale del blocco eurasiatico orientale idiomi, culture, tecniche, innovazioni, culti e ideologie la cui matrice è chiaramente ascrivibile all’ethnos ariano.

Cominciamo col ricordare la colonizzazione ariana dell’Asia Minore, per opera di popoli quali gli Ittiti e gli altri cosiddetti “anatolici”, tra cui Lidi, Luvi, Cari, Lici, Palaici, Pisidi e Sideti. Dalle lingue di queste genti, completamente estinte, ci arrivano le attestazioni più antiche di indoeuropeo, e l’anatolico è considerato il primo gruppo a staccarsi dal protoindoeuropeo.

Ci sarebbero anche da menzionare quei popoli dell’antichità dalle origini non esattamente chiare e lineari che, se non indoeuropei, furono con tutta probabilità dominati da aristocrazie di quella matrice come i Cassiti e i Mitanni del Levante (quest’ultimi ossatura elitaria anche degli Hurriti), caratterizzati da superstrato indo-iranico, soprattutto indo-ario, e dal nerbo guerriero costituito dai nobili montati su carro, i cosiddetti Maryannu; gli Hyksos o Popoli del mare, sorta di confederazione piratesca composta da genti ariane e non in cui gli studiosi inseriscono tribù quali gli Shardana (da cui l’etnonimo sardo), i Tirreni (tra cui gli Etruschi¹), i Filistei (ariani della Palestina, che da loro prende il nome), gli Achei (del ceppo ellenico), i Teucri (di Troia) o anche i Siculi (italici della Sicilia orientale); i Cimmeri, di stirpe iranica, nel Caucaso. Per quanto concerne i cosiddetti Popoli del mare, un insieme di pirati come detto, la tesi più accreditata li vuole originari di Italia, Grecia e Asia Minore, e le cui incursioni erano soprattutto rivolte verso il Levante e i domini dell’antico Egitto.

Troviamo poi gli Illiri dei Balcani, i probabili antenati degli Albanesi e la cui lingua è ritenuta la principale origine della lingua schipetara, successivamente sommersi dalla slavizzazione, eccetto nelle zone costiere di Istria, Dalmazia e appunto Albania, zone peraltro alquanto romanizzate, in senso etno-culturale quantomeno, come il principale polo romanzo della regione, la Romania.

Sempre rimanendo nella zona balcanica e carpatica vanno ricordati i Traci, i Mesi e i Daci, popolazioni affini agli Illiri, i primi due stanziati in ciò che oggi è un’area contesa da Greci, Bulgari e Turchi “europei” e in Bulgaria, i secondi padri della Dacia, odierna Romania. Meritano menzione anche i Macedoni (e i Peoni), anch’essi affini al gruppo traco-illirico, che gli autori antichi mettevano in relazione, forse non erroneamente, coi Dori, gli invasori balcanici dell’Ellade.

A proposito di quest’ultima, inizialmente interessata dalla presenza pelasgica, anariana, della Civiltà minoica, essa fu successivamente conquistata dagli Elleni ovvero Achei, Ioni ed Eoli; gli Achei, anticamente Ahhiyhawa (o simili), furono gli artefici della Civiltà di Micene, poi distrutta dalla calata dei sunnominati Dori provenienti dall’area macedone o comunque balcanica, progenitori degli Spartani.

Rimanendo nell’area orientale dell’Europa, ma ben più a settentrione, vanno ricordati i Balti insediatisi lungo le coste del Mar Baltico (da cui la lingua lituana, ritenuta dagli esperti la più vicina all’idioma indoeuropeo originale, con rapporti privilegiati con lingue iraniche e sanscrito), in un territorio compreso tra Prussia e Lettonia che, forse non a caso, è quella che in termini biologici (genetici e antropologici) mostra la più cospicua eredità ariana in Europa.

Subito dopo di loro gli Slavi, oggi linguisticamente distinguibili in occidentali, orientali e meridionali, stanziati in un vastissimo territorio che dalle pianure centro-orientali dell’Europa raggiunge gli Urali ma la cui Urheimat va collocata tra Polonia e Ucraina odierne.

Spostandosi nel contesto europeo occidentale vanno citati i Germani dell’Europa centro-settentrionale, la cui patria ancestrale si colloca nella cerchia nordica tra Germania e Scandinavia; i Celti, la cui etnogenesi è da ubicarsi nell’Europa centrale/centro-orientale, area da cui poi raggiunsero le Gallie, le isole britanniche, l’Iberia e perfino Balcani e Anatolia (la Galazia); dallo stesso ceppo, perlomeno inizialmente, si distaccarono i cosiddetti popoli italici giunti nella Penisola che gli studiosi sono soliti distinguere in due tronconi: quello più antico latino-falisco, di cui facevano parte anche i due estremi rappresentati dai Paleoveneti a nord e i Siculi nell’estremo sud e il successivo osco-umbro storicamente attestatosi tra Emilia-Romagna e Calabria. Sembrerebbe che al ceppo umbro siano collegati anche i Liguri (gli Ambrones degli antichi) la cui lingua si colloca a metà strada tra italico e celtico. Per quanto concerne la penisola iberica, la cui arianizzazione primaria è da attribuirsi ai Celtiberi, vanno ricordati i Lusitani, popolo di origine oscura che si colloca alla base del Portogallo.

Questi popoli indoeuropei occidentali parlavano lingue come germanico, celtico, italico (e dunque latino) che gli indoeuropeisti attribuiscono alla famiglia delle lingue centum, ma che non è da intendersi in senso strettamente geografico visto che ne fanno parte anche il greco, l’anatolico e il tocario, l’idioma ariano più orientale di tutti. Sono invece tutti orientali i locutori delle lingue satem tra cui baltico, slavo, traco-illirico (e albanese), daco, armeno, indo-ario e iranico.

Concludiamo infatti la rassegna citando i Frigi dell’Anatolia (statuto centum-satem incerto), gli Armeni ancor oggi stanziati nelle loro sedi storiche del Vicino Oriente e i popoli che tratteremo specificamente negli articoli seguenti cioè gli Indo-Ari dell’Asia meridionale, gli Iranici del Medio Oriente, assieme ai suddetti Tocari che però parlavano, si presume, una lingua ascrivibile al gruppo centum dell’isoglossa centum-satem.

Negli articoli seguenti, infatti, tratterò nello specifico del ceppo indo-iranico nei suoi rami indo-ario (subcontinente indiano: fondamentalmente India, Pakistan, Nepal, con riflessi onomastici e religiosi sulle élite antiche di Mitanni e Cassiti) e iranico (Altopiano iranico: Iran, Afganistan, Belucistan, Kurdistan, Ossezia, Tagikistan, Pamir), tenendo ovviamente presente quanto riguarda, linguisticamente, gli antichi idiomi estinti come vedico, sanscrito, avestico e persiano antico prendendo successivamente in considerazione la presenza ariana nell’Asia centrale sino alla Cina nordoccidentale, una vastissima area interessata dall’espansione iranica di popoli quali Sciti e Sarmati e dei misteriosi Tocari dello Xinjiang, che ci hanno lasciato in eredità il patrimonio archeologico del bacino del Tarim.

¹Sarebbe bene tenere a mente che il popolo etrusco non era originario dell’Asia Minore, come molti, troppi, ancora credono, ma fondamentalmente autoctono d’Italia con apporti italo-celtici ed egeo-anatolici (di superficie) mediati dalla Magna Grecia (vedi Cuma), una sorta dunque di “fossile” preindoeuropeo imparentato (anche linguisticamente) con le genti proto-sarde e soprattutto con i Reti delle Alpi; le tracce etrusche di Lemno sono il frutto della presenza nell’isola egea di mercenari e pirati etruschi provenienti da ovest, come del resto suggerisce, tra le righe, il mito di Enea, stirpe di Dardano. Inoltre la Cilvità protovillanoviana era italica mentre la successiva villanoviana, squisitamente etrusca, decisamente collegata ai Campi di urne e alla Cultura di Hallstatt dell’Europa centrale.

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Uomini o crocerossine?

Come può uno stato, nella persona dei suoi rappresentanti istituzionali, vantarsi di ripescare immigrati nelle acque del Mediterraneo e di avere discutibili primati di accoglienza, tolleranza e solidarietà? Che forse la Repubblica Italiana sia diventata, a sua volta, una ong o una colonia di crocerossine? Per carità, nessuno dice che, di fronte a gente che affoga (che affoga, non che vuole venire in Italia) ci si debba girare dall’altra parte ma qui sembra che gli Italiani siano i più allocchi d’Europa, lasciati soli in compagnia di una vera e propria bomba demografica, con la propria marina militare ridotta al rango di dama di carità per levare le castagne dal fuoco a gente come Francia, Spagna o Grecia che, notoriamente, non va tanto per il sottile con gli immigrati. Qui si sta pagando il salatissimo prezzo della liquidazione di Gheddafi e dell’appoggio, diretto o indiretto, alle terroristiche primavere arabe, che sono poi la causa del conflitto in Siria e dell’espansione del terrorismo islamico. Quindi anche dalle ondate di profughi (veri o presunti).

Uno stato non è un ente caritativo, non si deve fare carico dei problemi di stranieri che nulla hanno a che vedere con l’Italia, soprattutto se viene piantato in asso da tutti i sedicenti “fratelli europei” radunati nell’accozzaglia di Bruxelles, e per di più si ritrova in casa la centrale del cattolicesimo mondiale, che da secoli rema contro il Paese. Le figure istituzionali si vantano del primato di solidarietà e questo non può che istigare le ondate migratorie, e quindi gli scafisti, e le varie ong che ripescano dall’ex mare nostrum gli immigrati e li “cedono” generosamente ai centri siciliani, proseguendo per gli affari propri. Chi pensa che i sommovimenti migratori che rischiano di affossare l’Europa si risolvano accogliendo, integrando, e trasformando in europeo chi europeo non è, o è un intrigante o non sta bene di mente. Il danno precipuo è stato fatto appoggiando le colorate rivoluzioni afroasiatiche e ora ne paghiamo le conseguenze. Ovviamente paga chi non c’entra nulla, non certo chi, fra colonialismo, imperialismo, atlantismo, ne combina di tutti i colori e presenta il conto agli altri popoli europei.

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La rivoluzione? Nel sangue e nel suolo

In principio fu l’Uomo qualunque, seguito da movimenti come Lega Nord, Rete di Orlando e Italia dei valori di Di Pietro. Infine ecco il Movimento 5 Stelle, che ruota attorno alla figura di Beppe Grillo, sicuramente il più affermato tra tutti questi partiti alternativi fortemente incentrati su giustizialismo, demagogia, qualunquismo, con un elemento in comune: la letale miscela di volgarità e soprattutto di caos. Limitandosi al fenomeno del grillismo va ammesso che molte tematiche sono sacrosante ed è condivisibile l’intento di affrontarle; il problema è che, però, i 5 Stelle non hanno una spina dorsale e dei valori solidi, intramontabili, che possono essere dati solo dal patriottismo. Sono troppo trasversali, troppo relativisti, troppo alternativi, e così facendo si dimenticano del sacro binomio di sangue e suolo, ormai vituperato da tutti gli schieramenti politici, a partire da quelli dell’arco parlamentare. Il punto fermo è l’identità etno-culturale, e il movimento di Grillo non è certo il primo interlocutore in materia di comunitarismo e nazionalismo…

La vera rivoluzione si mette in atto con l’etnonazionalismo, dando cioè un volto etnico e, davvero, nazionale ad uno stato come quello italiano che non è nato su basi di sangue e suolo ma solo con l’intento di dare un comune contenitore politico-amministrativo agli Italiani, troppo spesso con risultati disastrosi o tragicomici. E, si capisce, il miglior modo per dare nervatura identitaria all’Italia passa per il federalismo etnico, senza cui certi annosi problemi non troveranno mai soluzione. Invito tutti coloro che desiderano approfondire la questione etnonazionalista a dare un’occhiata agli scritti di autori come Federico Prati, Silvano Lorenzoni, Gualtiero Ciola, Adriano Romualdi, Flavio Grisolia, Gilberto Oneto, Harm Wulf, Stefano Vaj, Luca Lionello Rimbotti e, per certi versi, anche di Evola e Freda; i più hanno un taglio “padanista” ma questo perché, seppur caoticamente, il brodo di coltura leghista ha saputo porre una questione etnicista, in Italia. Il mondialismo, signori, è la peste bubbonica del pianeta Terra e l’antidoto lo offre la rivoluzione völkisch.

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Vaccinarsi contro l’anarco-individualismo

Io non sono laureato in medicina, non sono medico e nemmeno farmacista, e ho dunque il buonsenso di non esprimermi su questioni, delicatissime, che non conosco abbastanza, come ad esempio i vaccini. Dobbiamo fare riferimento, perciò, a chi se ne intende, ossia i medici; chi di voi, di fronte ad un guasto della propria auto, si rivolgerebbe al panettiere? Nessuno sano di mente. Perciò fa fede il giudizio di chi la medicina l’ha studiata e con essa ci guadagna da vivere. Chi non è addetto ai lavori farebbe bene a tacere, onde evitare di risultare ridicolo, prima di tutto. La stragrande maggioranza delle persone trae beneficio dai vaccini; qualcuno potrebbe registrare piccoli effetti collaterali, transitori, ma penso che sia una risicatissima minoranza quella di chi ha riportato danni seri e permanenti, e ancor meno chi ci ha rimesso la pelle. Del resto non siamo tutti uguali e le cure che possono giovare ad uno non è detto che giovino ad un altro. Purtroppo la scienza non è verità assoluta, e i medici sono comuni mortali, quanto noi.

Sicuramente dietro le case farmaceutiche ci sono enormi interessi, ma questo vale per tutte le grandi industrie. Se vogliamo agi, benessere e cure (ed è anche grazie a medicine, ospedali e vaccini se l’aspettativa di vita è aumentata, assieme a stili di vita virtuosi, che peraltro sono l’unica via per evitare medici) dobbiamo rimanere a contatto con la civiltà, altrimenti – per coerenza – chi si oppone a tutto ciò che è chimico, industriale, artefatto se ne dovrebbe stare in un eremo a nutrirsi di bacche e radici, senza luce, gas, telefono, internet, auto, cure mediche. E se davvero esistono persone così hanno la mia stima perché fanno del loro anticonformismo una genuina e coerente missione, senza ipocrisie. Peccato però che, quasi sempre, chi si oppone a 360° al progresso è gente che nel progresso ci sguazza da mattina a sera, e dunque sputa nel piatto in cui mangia. Vaccinate i vostri figli contro le magagne più pericolose, e vaccinateli anche contro l’anarco-individualismo complottaro, che è la rovina di una comunità nazionale.

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La coscienza etnica e nazionale alla base del rispetto per la natura

In un’Europa occidentale devastata, materialmente e spiritualmente, dal relativismo e dal nichilismo, un mondo un tempo lussureggiante oggi ridotto a colonia dell’imperialismo americano, la necessità per le nostre comunità di riprendere il contatto (laddove possibile) con la natura si fa ormai vitale. Abbiamo passato il segno in termini di densità demografica, di inquinamento e sfruttamento del suolo, di riscaldamento, di cementificazione, di sviluppo (si fa per dire) riducendo l’ambiente che ci circonda ad una gigantesca colata di asfalto e cemento che nemmeno erediteranno i nostri figli, subissati dalla sregolata riproduzione allogena, una vera e propria bomba demografica pronta da un momento all’altro ad esplodere con tutte le sue contraddizioni.

La mia realtà di riferimento è, naturalmente, la “Padania”, che per via degli eventi del secondo dopoguerra ha conosciuto uno sviluppo travolgente accompagnato da industrializzazione incontrollata; se da una parte questo ha favorito, indubbiamente, l’occupazione, la ricchezza, il benessere diffuso (ma più materiale che biologico e spirituale) e l’affermarsi del Nord Italia come una delle aree più dinamiche d’Europa, dall’altra ha avuto pesanti ricadute in termini di qualità della vita: lo smog, l’inquinamento (anche luminoso), il fenomeno dei capannoni che spuntano come funghi, il disboscamento e l’esproprio di terreni per fabbricare e asfaltare ovunque, uniti alla spaventosa sovrappopolazione, rappresentano fenomeni preoccupanti con dure ripercussioni sulla vita quotidiana, e il necessario equilibrio psicofisico delle persone.

Nel secondo dopoguerra industria, governo, istituzioni repubblicane, politica hanno preferito puntare tutto sul Settentrione abbandonando il Meridione a sé stesso, col risultato di sovrappopolare una terra già di per sé densamente abitata (in particolare il Nord-Ovest) grazie all’esodo meridionale verso nord, col solo scopo di assicurare affari d’oro alla grande industria padana e di agganciare maggiormente l’Italia all’Europa continentale, a scapito appunto del depresso Meridione. Il risultato, appunto, è un Nord inquinato, devastato e sconvolto nel suo tessuto etnico e sociale originale e un Centro-Sud svuotato, rinunciatario, in balia dei suoi mali, andando così ad accrescere la frattura apparentemente insanabile tra Settentrione e Mezzogiorno.

Meglio sarebbe stato raggiungere un certo equilibrio cercando di industrializzare anche il Sud e di eradicare una volta per tutte le mafie, il degrado e il malcostume che affliggono quelle terre peninsulari e insulari, ma si è preferito fare altrimenti e il prezzo, come sempre, lo pagano i poveri disgraziati, oggi per giunta impegnati in una disastrosa guerra tra poveri con immigrati attirati in Europa dal grande capitale e dai pifferai magici democratici e cristiani. Si aggiunga anche l’errato approccio alla questione meridionale messo in atto dal Risorgimento, tra marciume sabaudo, ingerenze straniere e zampini massonici ed… “eletti”.

Al di là della politica e dello stato, credo che il passo principale che l’identitarismo italico debba compiere è quello rappresentato dal comunitarismo. Prima della politica nazionale, delle faccende statali, delle alleanze geopolitiche e, ovviamente, degli affari sta la fede incrollabile negli eterni valori di sangue, suolo, spirito che, in maniera genuina, solo l’impegno comunitario può preservare ed esaltare al meglio. D’altronde cosa ci si può aspettare da una repubblica nata dopo il 1945 che è espressione della volontà dei vincitori alleati, da una colonia americana e occidentale, nel peggior senso del termine, che è un insulto a identità e tradizione perché non l’Italia e gli Italiani ma i maneggi euro-atlantici la tengono in piedi?

La RI è un contenitore statale di gruppi etno-culturali diversificati da millenni di storia creato ad hoc nel dopoguerra, in linea con le direttive angloamericane stabilite per i vinti germanici e italici; la sua “sacra” Costituzione, vergata da partigiani e liberali, è priva di quel necessario afflato patriottico che delinea la fisionomia di una nazione sovrana e dotata di autorità perché ben conscia della propria identità e della propria gloriosa eredità italico-romana. Naturalmente non sto dicendo che l’unità politica d’Italia, raggiunta circa 2000 anni prima da Augusto, vada cestinata ma che lo stato italiano contemporaneo è nato da presupposti sbagliati che nel tempo hanno causato sfracelli. Quella costituzione andrebbe riformata da capo a piedi per dare un volto davvero nazionale alla Repubblica.

Inutile dunque farsi il sangue amaro sperando che questo stato “italiano” possa cambiare passo, almeno nell’immediato: la politica è necessaria e, anzi, fondamentale, ma l’opera da attuare sarebbe titanica perché l’Italia ha bisogno, finalmente, di una entità amministrativa che si faccia sangue, suolo e spirito, che sia cioè veramente rappresentativa di ciò che sono, per davvero, Italia e Italiani. Per questo dico che prima della politica nazionale, e di uno stato, deve venire la coscienza patriottica impregnata dei più sacri valori identitari e tradizionali, che sono quelli che ci rendono fieri e orgogliosi delle nostre radici locali, nazionali e continentali. E il cielo solo sa quanto poco lombarde, italiane ed europee (nel vero senso dei termini) siano le istituzioni che ci troviamo a sopportare, essendo sull’agenda mondialista.

Senza questa consapevolezza nemmeno si può pensare ad uno stato etnonazionale, sarebbe come andare a votare per qualcuno senza sapere chi sia, cosa voglia, quale sia il programma (con esiti catastrofici…). Serve una salutare rieducazione etnica e nazionale degli Italiani, nonché civica e patriottica, che passa anche per la salvaguardia sacrosanta dell’ambiente, della flora e dalla fauna indigene e per uno stile di vita, individuale e comunitario, improntato al rispetto per la natura, e quindi per il proprio popolo e per sé stessi. Avremmo bisogno di quell’Ahnenerbe casalinga, e comunitaria, di cui ci parla l’ottimo prof. Fabio Calabrese, che è peraltro in linea con i fondamenti völkisch cari ad importanti autori del passato e del presente come Herder, Löns, Schauwecker, Jünger, Darré e i nostrani Lorenzoni, Prati, Ciola, grazie a cui ho potuto accostarmi all’etnonazionalismo.

Assieme agli imprescindibili valori di sangue e suolo si aggiunge lo spirito, che è ciò che dà linfa vitale ai primi due, senza cui il sangue rimane fluido biologico e il suolo una striscia di terra. Laddove risplende, invece, il luminoso spirito ereditato dai padri ariani il sangue diventa coscienza di stirpe e il suolo attaccamento ai propri natali nonché amore per il territorio, il proprio habitat naturale. Chi, sul serio, ama l’ambiente e ha a cuore la tutela dei suoi elementi naturali e del clima avrà anche una robusta etica patriottica e comunitaria poiché essa è il principale baluardo anti-mondialista nella perpetua lotta tra il sangue, e gli ideali che esso nutre, e l’oro di banchieri, mercanti e usurai.

L’etnonazionalismo, e quindi il comunitarismo, stanno dalla parte della natura, dunque della verità e della ragione, mentre gli adoratori del mondo (inteso come ecumene promiscua e indistinta, materialista) fiancheggiano l’inganno e la diabolica distruzione di ciò che di più caro e vitale possono avere i popoli della Terra, sempre meritevoli di rispetto e onore laddove non si tramutino, scientemente, in carnaio apolide standardizzato dalla plutocrazia.

Ave Italia!

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