L’Italia esiste oppure no?

Come è noto i detrattori dell’Italia (di nord, sud, centro e isole, esistono ovunque) sono soliti aggrapparsi disperatamente alle parole, distorte, del Metternich, di un forestiero, cioè, esponente di un impero multietnico, multireligioso e multilinguistico (il che è tutto dire…), relative all’Italia come mera espressione geografica. Non sorprende affatto che un nemico dell’autodeterminazione italiana si esprima in maniera irriguardosa verso gli Italiani; quel che sorprende è che ci siano, ancor oggi, Italiani che si bevono queste corbellerie e si trasformano in ferocissimi anti-italiani, senza capire che questo atteggiamento autolesionista è uno dei più tipici difetti dell’italianità!

Si vuole affermare che l’Italia non esista perché eterogenea, complessa, ricchissima di storia, cultura, identità e, politicamente, unificata solo nella seconda metà dell’800 (per di più tramite ingerenze straniere, mafie e massoneria), perciò si vuole far passare il messaggio che l’Italia sia un’invenzione di Mazzini, Garibaldi, Cavour e dei Savoia e che prima del 1861 non esistesse alcunché di italiano. Peccato che queste siano solo menzogne propagandistiche molto amate da certi ambienti legaioli, sardisti o neoborbonici, tutti quanti personaggi che non si possono vedere ma che si ritrovano d’accordo sul fatto di vedere nell’Italia e in Roma la bestia nera nemica dei popoli.

Come si può arrivare a dire che l’Italia non esista quando da più di 2000 anni ci si riferisce al territorio che va dalle Alpi al Meridione estremo come Italia? Quando, praticamente dall’Età del ferro, ci sono stati movimenti interni di matrice indoeuropea italica che hanno portato genti giunte dall’Europa centro-orientale in Pianura Padana e da qui in Toscana, in Umbria e nel Lazio, nel Sud e in Sicilia? Quando l’identità precipua di tutto il Paese è sudeuropea, mediterranea, il che non è una parolaccia e prevede ovvie sfumature, ma riflette una realtà territoriale che è, palesemente, il frutto dell’opera culturale, militare, politica e giuridica di Roma e della cultura classica di Roma e della latinità? Quando, da sempre, vi sono stati contatti tra Nord, Centro e Sud tramite popoli quali Liguri, Etruschi, Micenei, Italici e Romani appunto, Bizantini, Goti e soprattutto Longobardi e Italiani moderni? Quando, che ci piaccia oppure no, gli sforzi degli Italiani sono sempre andati in direzione italica, nonostante la frammentazione (che ha avuto, anche peggio, persino la “grande Germania”), e questo per secoli come dimostrano le vicende politiche, culturali, linguistiche, di coscienza civile ecc.?

I nostri antenati si son sempre fregiati della propria italianità, modellata da secoli di storia, mentre oggi ci sono certi citrulli che vivono la cosa come una vergogna e fanno di tutto per sparare a zero su di essa, rinnegandola e vergognandosi come ladri di essere italiani, quando all’estero ci sono milioni di individui che farebbero carte false per essere indigeni del nostro Paese. Un Paese che da sempre attira invidie, gelosie, livore, antipatie alimentate da pacchiani stereotipi sfornati dagli stranieri e che – cosa peggiore – finiscono per assorbire gli stessi Italiani, trasformandosi in quelle caricature stile Hollywood che tanto divertono i nostri detrattori. Siamo arrivati al punto di prendere a pernacchie persino Dante, Petrarca, Machiavelli, perché secoli prima parlavano di Italia unita e libera da preti e stranieri, e perché poi? Davvero ci si vergogna di essere nativi dell’Italia, di avere cultura e lingua italiane e, a ben vedere, di essere, al di là di tutto, italiani sin da quando i Romani crearono l’Italia augustea come perno, appunto italo-centrico, del primo periodo imperiale?

Guardate che nessuno nega (men che meno io) che l’Italia sia una realtà eterogenea, che è stata politicamente disunita per circa 1500 anni, nonostante i Longobardi (ringraziate Franchi e papi per il crollo del Regno longobardo…), ma da qui a dire che siccome eterogenea l’Italia non esiste, ne passa. Oppure nemmeno l’Europa esiste perché più che eterogenea? Lo ripeto alla nausea, ma non basterà mai: smettetela di confondere le entità statuali e politiche con le nazioni e i popoli. Anche se in accezione comune “Italia” indica la Repubblica Italiana, resta il fatto che uno stato è una cosa e la nazione un’altra. Immagino già la replica: ma se l’Italia è eterogenea come può essere una nazione? Soprattutto da un punto di vista etnonazionalista.

Ecco, la chiave di lettura è proprio questa: etno-nazionalismo, etnia e nazione, nazionalismo animato da spirito etnico. Non esiste infatti un’etnia italiana unitaria, esistono diverse etnie italiane (anche se forse il termine “etnia” può essere esagerato e meglio sarebbe parlare di ceppi etno-culturali, poiché non è che in Italia convivano su larga scala popoli romanzi, celtici, germanici, slavi o baltici…). Al di là delle minoranze gli Italiani sono per lo più romanzi e mediterranei con delle, ovvie, sfumature che distinguono il gruppo celto-romanzo del Settentrione da quello propriamente italo-romanzo dell’Italia centrale e da quello italo-romanzo grecizzante del Sud, con la Sardegna per conto suo, ovviamente.

Del resto, “etnia” non è un concetto strettamente biologico, scientifico, razziale; l’etnia ha un valore più culturale che altro, e si presta dunque ad una interpretazione arbitraria dove il cerchio si può allargare o restringere a seconda di come la si veda. Però, signori, il concetto di nazione è invece più complesso, più articolato e anche – mi si consenta – più nobile ed elevato del mero concetto di etnia perché la nazione è ciò che la storia crea e forgia nel corso dei secoli dando così un volto ben preciso ad un insieme di popoli, di stirpi e di destini. E in questo senso non possiamo ridurre la nazione italiana ad un cumulo di artifici ottocenteschi senza storia e spina dorsale perché sarebbe mendace, ingiusto e fazioso. Se per secoli gli intenti italiani sono stati quelli di unire l’Italia piuttosto che la “Padania” qualcosa vorrà pur dire. E non è vero che ciò si debba agli stranieri e alla massoneria, a meno che qualcuno voglia vedere grembiulini e compassi dietro gli Etruschi, Cesare, Augusto, Diocleziano, i Goti e i Longobardi e la cultura moderna italiana che nasce da Umanesimo e Rinascimento.

Etnonazionalismo ed etnofederalismo, nella mia ottica, servono a stabilire quel naturale equilibrio utile a conciliare l’istanza nazionale con quella più etnica, a dare un viso etnico a quello nazionale senza buttare l’Italia con l’acqua sporca e nemmeno senza minimizzare le ovvie differenze interne che esistono in Italia, a dare finalmente una fisionomia rispettosa del sangue, del suolo e dello spirito al quadro italiano che può dirsi sì nazionale ma anche e nondimeno variegato in accezione etno-culturale.

Non posso che concludere dicendo che ci si rende conto di aver raggiunto una posizione metapolitica, politica e culturale ideale, razionale ed equilibrata quando ci si ritrova tra i piedi babbei legaioli (a volte nemmeno settentrionali puri) che ti danno del neofascista/nazionalista vecchio stampo e idioti fascistoidi da burletta che ti danno del nazi-leghista, dimostrando in pieno di non aver capito alcunché del mio pensiero, o (cosa più probabile) di non avere gli strumenti per comprenderlo senza isteria da scimmie urlatrici. Questi fenomeni sono due facce della stessa medaglia “italiota” stereotipica, e non a caso si rivelano sovente utili idioti al servizio di certe agende, sia anti-italiane che anti-identitarie, e dunque contro la nazione e contro le sue sfumature etno-culturali e comunitarie.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/11/litalia-esiste-oppure-no.html

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Il gradiente genetico italiano est-ovest

In Italia, sempre geneticamente parlando, non esiste solo un gradiente nord-sud (di cui parlo in questo articolo) bensì ve n’è anche un altro in direzione est-ovest che raramente viene affrontato. A parlarne sono stati alcuni studiosi come Alinei, il noto teorico della continuità, e alcuni genetisti come Boattini che ha invece indagato l’Italia non solo da un punto di vista tradizionale che vede contrapposti il Settentrione e il Meridione ma pure in un senso in cui a fronteggiarsi sono l’Italia tirrenica e quella adriatica.

Stando ad Alinei, infatti, si può notare come la Preistoria italiana possa dividersi in settore occidentale (tirrenico) e settore orientale (adriatico), dove il primo risente dei contatti con l’areale franco-iberico (e pure sardo) mentre il secondo mostra massicci influssi balcanici e, in seconda istanza, echi levantini antichi.

Persino Dante, in epoca medievale, parlando di linguistica teorizzò una divisione dell’Italia che corre lungo la dorsale appenninica, poi ripresa dall’Ascoli in epoca contemporanea; gli Appennini infatti tagliano obliquamente la penisola italiana da nord a sud, separando anche ovest ed est, stabilendo così un netto confine geografico tra l’ambito padano-alpino e quello propriamente peninsulare. Questa situazione mette in connessione la Liguria più con la Pianura Padana che con la Toscana, pur essendo entrambe tirreniche, e ciò è naturalmente vero anche da un punto di vista linguistico e culturale.

L’Alinei non manca di sottolineare come la longitudine di Torino corrisponda a quella di Strasburgo, nell’Europa occidentale, mentre Roma sia più ad est di Venezia e quasi in linea con il meridiano di Berlino, in posizione europea centrale; Napoli è su quello di Praga, già Europa orientale, e Taranto addirittura si allinea alla longitudine della Slovacchia orientale! Naturalmente queste longitudini vengono neutralizzate dal peculiare isolamento peninsulare del nostro Paese, nettamente staccato dal resto d’Europa grazie ad Alpi e Appennini, epperò la vicinanza della sponda adriatica italiana ai Balcani rende l’Italia partecipe, soprattutto in accezione antica e nel suo settore orientale, alle vicende dell’Europa (sud)orientale.

Linguisticamente, come accennato, la conformazione geografica dell’Italia separa di netto la sfera gallo-italica e reto-venetica dalle loquele toscane e centromeridionali, tanto da poter tracciare la famosa linea Massa-Senigallia (o, meno precisamente, La Spezia-Rimini), quella del von Wartburg, che evidenzia anche, soprattutto ad ovest, la barriera appenninica che ha fatto da diga alle svariate ondate celtiche che raggiunsero l’Italia nordoccidentale. Ad est, invece, la situazione si fa meno perentoria e difatti è stato più facile per le influenze balcaniche e veneto-emiliane raggiungere l’Italia mediana orientale e, viceversa, per le influenze centromeridionali di penetrare nel settore padano emiliano-romagnolo.

Se dunque, tradizionalmente e giustamente, si indagano l’Italia e la sua eterogeneità attraverso la frattura Nord-Sud (a partire dall’ambito preistorico), più di recente si è posta enfasi anche sulla dicotomia tra l’est e l’ovest e anche tra l’Italia mediana e quella meridionale pensando soprattutto a come la Toscana stessa sia più orientata verso il Nord che il Sud. Del resto la presenza di un corridoio genetico tra Emilia e appunto Toscana è palese, prendendo in considerazione anche solo la storia. Ma, altresì, è interessante notare una serie di differenze, nel contesto mediano, anche tra sfera tirrenica e sfera adriatica.

Se lo sviluppo mediano parla etrusco e italico-romano quello meridionale risente fortemente dell’influsso greco-balcanico e levantino antico, ma prima dei popoli storici la dicotomia riguarda i fenomeni di neolitizzazione dell’Italia. Come anche Boattini ha evidenziato, venendo a parlare di Neolitico, il tema concerne una divisione tra Tirreno e Adriatico nata proprio nel periodo preistorico della diffusione della ceramica impressa/cardiale, chiamata “ligure” ad ovest e “adriatica” ad est. Se quella ligure può dirsi ricca di elementi occidentali e paleo-mediterranei (“sardi”), l’adriatica risente di netto dell’influenza esercitata da Balcani e Levante (Asia Minore, Caucaso) cosicché l’ambito toscano e medio-tirrenico troverà maggiori affinità con l’Alta Italia mentre l’area medio-adriatica con il Meridione.

Anche da un punto di vista linguistico possiamo trovare una contrapposizione tra il settore centromeridionale (osco-umbro) e quello medio-occidentale latino-falisco e ligustico-venetico. La distinzione tra est ed ovest viene a riguardare anche i diversi influssi in ambito “italide” (come dice Alinei): slavi e illirici nel contesto adriatico, celtici in quello tirrenico. Una differenza che possiamo osservare anche nel Nord dell’Italia, dove però la presenza della Pianura Padana ha facilitato l’osmosi e ha permesso la creazione di frontiere significative più da un punto di vista culturale e politico che etnico (l’Adda, il Panaro).

Tutto questo è tratto da alcuni appunti inediti del linguista Alinei che potete scaricare qui. Personalmente, Mario Alinei lo seguo sino a che dice cose ragionevoli come quelle esposte sopra; essendo egli un ex accademico, fa un lavoro davvero interessante sulle fonti archeologiche, basandosi sui principali studi. Quando però si viene a parlare di teoria della continuità e di Etruschi “turchi”, levantini moderni, di grande impatto su tutta l’Italia (in particolare, ovviamente, sulla Toscana), di profughi arrivati coi barconi ecc. ecc. comincio a stancarmi ed infastidirmi.

Quello che diventa ridicolo è credere ancora nel 2017, alla luce dei risultati genetici degli Italiani che ormai tutti possono vedere, che una presunta élite anatolica possa avere avuto un grande impatto biologico. Se modellassimo questa migrazione come qualcosa che ha avuto un 30% dell’impatto sugli Etruschi, rimuovendo questa percentuale dal genoma dei Toscani questi finirebbero per schizzare più a nord del Nord Italia! E non spiegherebbe come mai tutti gli altri Italiani centrali, per non parlare di quelli meridionali, plottino già, senza rimuovere questa parte di presunto genoma etrusco-levantino, a sud dei Toscani.

Ad ogni modo ad Alinei come a Boattini ed altri va reso merito del fatto che si parli di questo gradiente est-ovest, che raramente viene affrontato, visto che si è soliti porre enfasi solamente sul cline genetico classico, quello nord-sud. Basti pensare che lo stesso Veneto, almeno dagli studi finora pubblicati, sembra avere per esempio più J2 della Toscana e dell’Italia nordoccidentale. Anche l’Austria ha una significativa percentuale di J2. Così come spesso tra i Veneti e persino i Friulani si trovano più alte percentuali autosomiche di East Med che negli Italiani nordoccidentali, che d’altro canto possono apparire più paleo-mediterranei (“sardi”). La vera differenza per Veneto (la media del Veneto) e il FVG, rispetto al resto della costa adriatica da Romagna fino a Marche-Abruzzo, sono le decisamente più alte percentuali di componenti nordiche in Veneto e FVG, probabilmente dovute dapprima alle espansioni di Polada e alle migrazioni venetiche, e rinnovate poi da un flusso genico di tipo nordico (celtico, slavo ma soprattutto germanico) che è continuato fino almeno all’epoca medievale. E forse persino dopo.

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Comunanza italo-celtica: il caso degli Umbri

Quanto sto per scrivere è tratto dalla fondamentale opera di indoeuropeistica di David W. Anthony The Horse, The Wheel and Language, e riguarda gli ultimi parlanti del protoindoeuropeo e il ceppo italo-celtico delle lingue indoeuropee occidentali.

I rami celtico e italico della famiglia linguistica indoeuropea non mostrano l’innovazione satem e la regola di ruki, peculiari delle lingue ariane di tipo satem (come lo slavo); entrambi mostrano alcuni aspetti arcaici e condividono anche alcune innovazioni. Le lingue celtiche, oggi confinate alle isole britanniche e alle vicine coste francesi della Bretagna, erano parlate praticamente in tutto il settore europeo centro-occidentale, dall’Austria alla Spagna, attorno al 600-300 a.e.v., quando cioè apparvero le prime testimonianze del celtico. Le lingue italiche erano invece parlate nella penisola italiana all’incirca nel 600-500 a.e.v., ma oggi come sappiamo, la lingua latina ha diverse figlie, ossia le lingue romanze.

Nella maggior parte degli studi comparatistici delle lingue indoeuropee, celtico e italico vengono collocati tra i primi rami indoeuropei che si separano dal tronco. Le genti che parlavano pre-celtico e pre-italico persero i contatti coi gruppi orientali e settentrionali dei locutori indoeuropei prima che avvenissero le innovazioni satem e ruki. Non possiamo ancora dire dove fossero i confini di queste regioni linguistiche, ma possiamo dire che il pre-celtico e il pre-italico si dipartirono per formare un blocco cronologico e regionale occidentale, mentre gli antenati di indo-iranico, baltico, slavo e armeno rimasero alle loro spalle e condivisero una serie di innovazioni più tarde.

Il tocario, la lingua indoeuropea più orientale, parlato nelle città carovaniere del bacino del Tarim lungo la Via della Seta (Cina nordoccidentale) manca, come celtico e italico, delle innovazioni satem e ruki, segno che anche questo idioma deve essere parimenti staccatosi assai presto, per formare un ramo orientale.

Le sacche, largamente distanziate, degli insediamenti kurganici di Yamnaya nella bassa valle del Danubio e nei Balcani, costituirono isole sparse di locutori di dialetti del tardo protoindoeuropeo dove, rimanendo distinte l’una dall’altra, potrebbero aver sviluppato lungo il corso dei secoli varie lingue indoeuropee diversificate. Le migliaia di kurgan (tumuli sepolcrali) ubicate nell’Ungheria orientale suggeriscono una occupazione ininterrotta del territorio da una numerosa popolazione di immigrati, che potrebbe aver acquistato forza e prestigio proprio grazie al suo peso demografico. Questo gruppo regionale potrebbe aver diffuso sia il pre-celtico che il pre-italico.

I siti del vaso campaniforme del tipo Csepel attorno a Buda-Pest, l’ovest della regione insediativa di Yamnaya, risalgono al 2800-2600 a.e.v. Potrebbero essere stati un ponte tra Yamnaya ad est ed Austria/Germania meridionale ad ovest attraverso cui i dialetti provenienti proprio dall’area della culla del protoindoeuropeo si diffusero dall’Ungheria all’Austria e alla Baviera, dove più tardi divennero proto-celtico. Il proto-italico, invece, potrebbe essersi sviluppato a partire dai dialetti che rimasero in Ungheria, ed infine essersi diffuso in Italia attraverso le culture dei campi di urne e villanoviana.

Eric Hamp e altri hanno rispolverato l’ipotesi secondo cui italico e celtico condividerebbero un comune antenato, cosicché un unico flusso migratorio avrebbe potuto contenere dei dialetti ancestrali ad entrambe le due lingue indoeuropee in questione. Da un punto di vista archeologico, tuttavia, gli immigrati Yamnaya qui, come altrove, non lasciarono tracce materiali durature, fatta eccezione per i loro kurgan.

Ecco ora alcune mie riflessioni.

A proposito della comunanza italo-celtica, un caso emblematico è rappresentato dagli antichi Umbri, tradizionalmente ritenuti parte della famiglia osco-umbro-sabellica calata in Italia con una seconda ondata italica, ma che alcuni autori antichi, e moderni, riconducono all’alveo delle genti celtiche. Certo, la cosa non deve sorprendere se pensiamo al fatto che Italici e Celti, anticamente, erano comunque parte di un unico continuum indoeuropeo occidentale.

Plutarco, ad esempio, stabilisce una connessione tra Ambrones, Insubri e Umbri, accomunati dall’etnonimo, mentre Catone il Censore nelle sue Origines li fa discendere direttamente dai Galli. Gli Ambrones dei Romani erano di stirpe celto-germanica e una leggenda vuole che siano in relazione con i Liguri, il cui endo-etnonimo era simile al nome, appunto, degli Ambroni. Il parere degli storici antichi va sempre preso con le pinze, perché è assai facile che questi fraintendano la realtà col mito e mescolino leggende locali con leggende straniere, sopperendo alla carenza di informazioni. Oltretutto, non è nemmeno inusuale che gli antichi appiccichino a un popolo straniero l’etnonimo di un popolo che conoscono meglio, o che adattino un nome forestiero al proprio sistema linguistico, di fatto storpiandolo.

Non deve comunque sorprendere che vi siano delle similarità tra Umbri e popolazioni celtiche stanziate nel Nord Italia, a partire dagli Insubri, prima di tutto perché Italici e Celti erano, come detto, parte di un unico grande ceppo, inizialmente, e poi perché proprio nel Settentrione le genti italiche della prima e seconda ondata (quella degli Umbri) ebbero contatti tra di loro e con gli stessi Liguri arrivando così spesso ad una fusione come accaduto per le genti umbro-liguri dell’Emilia (che forse riuscirono a raggiungere anche le vallate interne di Piemonte e odierna Lombardia). L’affinità linguistica tra Celti e Italici è ormai risaputa, come del resto è noto che le espansioni italiane di Urnfield (i campi di urne centro-europei) accomunano culture regionali quali Canegrate, Golasecca, Este, protovillanoviano e villanoviano, cultura umbra e laziale ecc.

Gli Umbri furono, probabilmente, coloro che diffusero il villanoviano nell’Italia centrale creando la “Grande Umbria” che si estendeva dalla pianura cispadana sino al confine centro-meridionale italiano; dagli Umbri si staccarono altri rami quali il piceno e il sabino, e del resto gli studi tradizionali parlano di famiglia osco-umbra proprio per indicare tutto il filone italico, del secondo tipo, stabilitosi in Italia centrale e meridionale. Nel Meridione, come sappiamo, trovarono spazio Osci, Sanniti e altri minori distaccatisi dai primi due.

Nel Nord dell’Italia vi sono alcuni toponimi che fanno davvero pensare agli Umbri (il cui etnico potrebbe derivare da una radice indoeuropea che, come esiti, ha dato tra gli altri il celtico *amb-, “acqua, fiume”, il latino imber, “scroscio di pioggia” e il sanscrito ámbu, “acqua”), come ad esempio Ombregno e Umbriana (Bergamo), Ombriano (Crema), Ombria (Parma) e così via. Anche nel Sud Italia vi sono nomi di luogo che suggeriscono un’eco umbra come Umbriatico (Crotone), Valle degli Umbri (Gargano), il torrente Umbrio (Catanzaro) ecc.

Pensare ad una sorta di antica comunanza umbra è alquanto suggestivo, considerando che gli autori classici vedevano proprio negli Umbri l’ethnos più antico d’Italia, presente nella Pianura Padana, nel cuore dell’Italia e al Sud dove le genti osco-umbre erano storicamente stanziate. La presenza massiccia di R1b-L23 (Z2103) nell’Italia centro-meridionale (soprattutto meridionale) ha fatto pensare alla famigerata, e con tutta probabilità inesistente, migrazione recente dall’Anatolia da parte degli Etruschi, messa però severamente in discussione dalla scarsità di L23 proprio nella culla etrusca tra Toscana e Lazio; con tutta evidenza, quell’aplogruppo (peraltro rinvenuto anche a Yamnaya, culla proto-ariana) sarà giunto in Italia tramite un’espansione del Bronzo proveniente dai Balcani, in cui taluni vorrebbero ravvedere l’origine dei popoli osco-sabellici, tradizionalmente ritenuti invece affini agli Umbri, come ricordato.

Di sicuro gli Umbri calarono in Italia da nord, altrimenti nemmeno si spiegherebbe il parere degli storici greci e romani su una loro presunta origine gallica. Celti non erano ma la loro appartenenza all’orizzonte culturale villanoviano li mette in relazione con le altre culture indoeuropee d’Italia, lasciando intendere che proprio con l’arrivo in Italia degli Italici osco-umbri principia la prima fioritura della civiltà di Villanova, il cui areale geografico, oltretutto, coincide con le sedi storiche degli Umbri, e degli Etruschi (forse meglio proto-Etruschi) nella loro fase protovillanoviana-villanoviana italica. Bene ricordare, infatti, che la fase orientaleggiante del Villanova etrusco (da cui, appunto, la civiltà etrusca tout court) è da attribuirsi al tardo periodo di questa cultura, grazie soprattutto ai contatti con l’area magno-greca del Sud Italia.

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L’espansione italiana dei campi di urne

Campi di urne italiani

Quando si viene a parlare di Preistoria e Protostoria italiane, gli studiosi nostrani riescono a dividersi e perdersi persino in un bicchier d’acqua. Parlando di Italia preromana, nel nostro caso, ci sono autori che fanno derivare la Cultura laziale (dalla quale derivano i Latini) dal protovillanoviano e villanoviano, altri fanno l’esatto contrario, talvolta tirando in ballo le terramare, e talvolta persino Polada. Altri ancora come la Bietti Sestieri (che insegna in Salento) per i proto-Latini parla di connessioni con le culture delle tombe a fossa dell’Italia meridionale (Campania e Calabria), caratterizzate da sepolture a inumazione (la Bietti Sestieri è quella che azzarda, inascoltata, un’élite di origine fenicia per gli Etruschi, come riporta Gilda Bartoloni).

Comunque sia, le tombe della Cultura laziale, in particolare quella della fase più arcaica, sono esclusivamente a incinerazione, dunque di facies indoeuropea (Urnfield), come per Canegrate, e poi Golasecca. E rimangono tali anche dopo l’influenza dalla FossaKultur (le culture delle tombe a fossa dell’Italia meridionale, per l’appunto). A dimostrazione del fatto che non cambiano il loro specifico costume indoeuropeo, nonostante i contatti con una cultura non indoeuropea. Questa dicotomia italiana tra rito dell’incinerazione e dell’inumazione, durante l’Età del ferro (IX-VIII secolo a.e.v.), è egregiamente mostrata nella cartina sottostante, e possiamo affermare che coincida con le aree più arianizzate del nostro Paese, fondamentalmente quelle del Nord e del Centro (ambito italico-celtico).

Età del ferro italiana

I Latini, come sappiamo, appartenevano alla prima ondata degli Italici (latino-falisca) assieme ad altri popoli quali Falisci, Capenati, Ausoni, Opici, Enotri, Siculi e anche Venetici, tutte genti collegate dall’ambito protovillanoviano sviluppatosi nell’Italia settentrionale. Gli Umbri invece, parte della seconda ondata italica (osco-umbro-sabellica), derivano dalla Cultura di Terni anche detta facies di Terni (o facies di Terni-Colfiorito). Se si guarda alla cartina tratta da Etruscologia di Pallottino è una cultura tutto sommato solitaria, a ridosso di culture tutte a incinerazione/cremazione.

Nello scritto, di cui trovate sotto uno stralcio, Francesco Di Gennaro, allievo di Renato Peroni, considera la facies di Terni una facies locale del protovillanoviano. Renato Peroni è stato uno studioso, come Pallottino, che ha combattuto strenuamente certe facili fascinazioni, nella cultura italiana, verso le origini orientali di qualsiasi cosa (il complesso dell’ex oriente lux). Ne nasceranno ancora di Peroni e Pallottino? Me lo auguro, perché la tendenza ad esaltare e a vedere del meticciato ovunque, in Italia, recato da genti levantine composte da profughi (profughi = fratelli migranti), è pura ideologia, assai pericolosa, oltretutto, in uno scenario contemporaneo attanagliato dal mondialismo.

Sempre nello scritto di Di Gennaro, anche le facies di Tolfa-Allumiere, e di Roma-Colli Albani, fanno parte del sistema protovillanoviano. E questa, tra le altre cose, è l’associazione più comunemente accettata.

Tolfa-Allumiere e Roma-Colli Albani dovrebbero essere facies proto-laziali, dai quali è poi scaturita la Cultura laziale dei Latini. In particolare, i Colli Albani sono il territorio più intensamente legato alla nascita dei Latini. Un territorio vulcanico, esattamente come il territorio tra nord del Lazio e sud della Toscana, il centro nucleare degli Etruschi (vero che la principale triade divina etrusca è composta da Tinia/Giove, Uni/Giunone e Menrva/Minerva ma il patrono degli Etruschi è Voltumna/Vertumno, divinità vulcanica. Ed è a Voltumna che è dedicato il principale santuario etrusco, quello che riunisce tutti i “popoli etruschi” una volta l’anno).

Qui sorge, tuttavia, un nuovo problema: se sia Umbri che Latini sono di emanazione protovillanoviana, perché da un punto di vista linguistico latino e umbro non farebbero parte delle stessa famiglia? Forse la situazione è più complicata di così, e non a caso sono molti gli studiosi che separano gli Italici latino-falisci da quelli osco-umbri, ritenuti il prodotto di una seconda espansione per convenzione chiamata anch’essa italica. Potrebbe anche darsi che ad elementi protovillanoviani se ne siano innestati di altri, non necessariamente anariani, o meglio ancora che gli Osco-Umbri siano villanoviani.

La presenza, nel Centro-Sud, del clade Z2103 (L23), diramazione dell’R1b rinvenuta presso i resti umani di Yamnaya, ritenuta dalla Gimbutas l’Urheimat protoindoeuropea, potrebbe anche far pensare ad un’espansione osco-umbra proveniente dall’area balcanica, mentre U152 apparterrebbe alla prima ondata degli Italici, quella latino-falisca. Alcuni autori del passato assecondavano l’ipotesi della migrazione dai Balcani (o dall’Asia Minore), sebbene rimanga più probabile che anche gli Italici di stirpe osco-umbro-sabellica siano giunti nella Penisola scendendo dalle Alpi orientali.

Non sappiamo come chiamassero sé stessi gli Umbri; la penetrazione di elementi “umbri” (vedi Ambrones o tribù umbro-liguri) nell’Italia settentrionale forse potrebbe raccontarci altro. Nel senso che forse, “Umbri”, fu a un certo punto il nome dato confusamente a più entità diverse, ma tutte originarie dei campi di urne dell’Europa centrale, al pari dei Celti di Canegrate e Golasecca e dei protovillanoviani italici della Pianura Padana (legati ai Venetici del Nord-Est), successivamente diffusisi in tutta Italia.

Ecco il parere del Di Gennaro:

«In epoca recente si è andata sviluppando la tendenza a sottolineare all’interno del Proto-Villanoviano la presenza di gruppi locali che sembravano preludere alla formazione delle contrapposte unità culturali, se non etniche, della prima Età del Ferro; pertanto si è affacciata un’accezione restrittiva del concetto di P. con riferimento alla sola area di successivo sviluppo del Villanoviano tipico, preferendo per gli altri gruppi le parallele denominazioni di «protogolasecchiano», «protoveneto», «protoatestino», «protosabino», «protolaziale», «protoapulo». Per il Latium vetus è invalso per un certo periodo l’uso del termine Proto-Villanoviano con riferimento alle sole fasi non avanzate del Bronzo Finale, riservando alla fase terminale la definizione di «Prima fase della cultura laziale».

Di Gennaro – Proto-Villanoviano
http://www.treccani.it/enciclopedia/…rte-Antica%29/

Gilda Bartoloni – Villanoviano

http://www.treccani.it/enciclopedia/…rte-Antica%29/

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Il nuovo corso leghista e la grande sfida dell’Italia etnofederale

Con Matteo Salvini che cassa la dicitura “Nord” dal simbolo della Lega sembra esaurirsi l’esperienza nordista del partito che fu di Bossi, in favore di un progetto leghista a livello nazionale. Questa è la logica conseguenza di un movimento che, nel 2012, giunto ai suoi minimi storici, venne travolto dagli scandali del “cerchio magico” bossiano, tra ruberie, diamanti, Belsito, Rosy Mauro, Tanzania, Renzo Bossi e fondi poi bloccati. In realtà la “Padania”, la fantomatica invenzione del 1996 varata sul Po da Umberto Bossi, non è stata affossata dalla svolta nazionalista di Salvini ma dalla banda del senatur stesso, che la tenne in vita circa 5 anni per poi archiviarla nel 2000-2001 al fine di poter tornare al governo con Berlusconi (l’eterno padrone), tranquillizzando l’allora PdR Ciampi sui (farseschi) propositi secessionisti.

Appare dunque patetico gettare la croce del “tradimento” addosso a uno che, se vogliamo, ha salvato la Lega Nord dall’oblio e che, comunque, è stato fortemente voluto dalla base leghista, che così ha spedito nel dimenticatoio Bossi e ha abbandonato definitivamente i propositi separatisti, d’altronde null’altro che fuffa propagandistica presto rinnegata dai suoi stessi artefici. Perciò mi sembra del tutto stucchevole la recriminazione di Umberto contro Matteo, considerando che proprio il primo fu colui che innescò il processo di de-nordizzazione ed instradò la Lega lungo i binari della normalizzazione, ponendo di fatto le basi per la banalissima presa di coscienza salviniana, circa la natura di un movimento che ha rimpiazzato, nei fatti, il buco lasciato scoperto dalla dipartita di Alleanza Nazionale. La Meloni è sicuramente ben poca roba.

A mio modesto parere la Lega ha buttato nel gabinetto 35 anni, ossia i suoi (partendo dalla Lega Lombarda), perché tra autonomie, federalismi, secessioni, devolution, federalismi fiscali solidali ecc. ha combinato ben poco, portando a casa il nulla. Col senno di poi è forse troppo facile dirlo ma è evidente che lo sbaglio più grande fatto dal Carroccio sia stato quello di seguire tortuosi sentieri anti-meridionalisti, arrivando al muro contro muro, inscenando poi i classici teatrini pontidesi che venivano, peraltro, smentiti dalle tavolate di Arcore dove Berlusconi riusciva sempre a mettere a cuccia Bossi e i più scalmanati dei suoi.

Al di là del fatto che la Lega, nata come incendiaria, si sia poi rivelata un fedele pompiere al servizio di Roma, non solo a livello di Nord contro Sud ma anche di etica, integrità, onestà, di lotta alla corruzione e ai forchettoni democristiani (ricordiamo episodi come la maxi-tangente Enimont, lo scandalo Credieuronord, e i già citati fatti di Tanzania), non sarebbe stato molto ma molto meglio creare un partito federalista, a livello nazionale, che sin da subito portasse avanti le tesi di un Cattaneo o di un Miglio senza pagliacciate padaniste e posizioni sterilmente anti-romane e anti-sudiste? Un approccio totalmente diverso alla questione settentrionale e meridionale avrebbe di certo permesso ad una Lega molto più razionale e meno folcloristica e “di pancia” di portare a casa qualche risultato e, innanzitutto, di creare un vasto movimento d’opinione favorevole ad una radicale riforma costituzionale in nome del federalismo.

Un federalismo serio, naturalmente, su basi etniche, culturali e poi anche economiche, chiaramente, con il governo che rimane a Roma ma con un parlamento federale e un presidente della repubblica, garante dell’unità nazionale e della bontà di un’Italia politicamente unificata, il cui ruolo viene plasmato in senso presidenziale, un uomo forte cioè custode della religione civica nazionale romana e del patriottismo (non artificiale, ottocentesco, ma storicamente motivato) genuino. A livello federale, non venti inutili regioni, tra cui diverse con uno statuto autonomo/speciale che diviene pozzo senza fondo sulle spalle di tutti i cittadini italiani e foriero di deleterie derive alla siciliana, ma 5 massimo 6 areali etno-culturali coesi da storia, identità, tradizione, lingua dove al limite parte delle attuali regioni – ovviamente ridisegnate razionalmente – costituisca la rete provinciale di questi areali, di queste macroregioni storicamente motivate.

Dobbiamo prendere, seriamente, coscienza della diversità che esiste in Italia, non per arrivare all’anti-settentrionalismo, all’anti-romanismo e all’anti-meridionalismo ma proprio per raggiungere la quadra etnofederale che garantirebbe miglior vita anche alla nazione in generale, senza insensati livellamenti verso il basso e senza tentazioni separatistiche. Proprio il federalismo servirebbe a disinnescarle, così come servirebbe a prevenire un centralismo malato e sbagliato che trascinerebbe inesorabilmente nel baratro tutte le regioni italiane. Non è infatti giusto che le regioni più virtuose debbano rimetterci per via di quelle più disgraziate; non è giusto che una parte d’Italia, anziché un’altra, venga, come dire, colonizzata per volontà centralista arrivando ad inguaiare sia chi emigra che chi rimane; non è giusto, altresì, che si impongano ritmi uguali ad aree storiche differenti, dove vigono usi, costumi e mentalità in linea con la propria peculiare cultura, che non è da sradicare ma armonizzare, con le altre, nel quadro etnonazionale.

Ovviamente serve la collaborazione e la convinta adesione da parte di tutti, senza le quali non ci si può poi stupire se, a nord come a sud o in Sardegna, nascano spiccate tendenze verso un autonomismo a tinte antinazionali sulla falsariga di quello catalano. Partendo dal sacrosanto presupposto che prima degli stati viene il benessere dei popoli (non solo a livello economico), per quanto possa essere vero che indebolire l’unità nazionale sia un favore agli stranieri (e a certi enti sovranazionali), non va dimenticato che gli attuali stati europei occidentali sono solo vuoti contenitori che fungono da succursali dell’imperialismo americano e della Nato, perciò di sovranità e di autorità nazionali ve ne sono ben poche… L’indipendentismo può diventare un cavallo di Troia nelle mani del nemico, ma anche la statolatria pseudo-giacobina, spesso dal puzzo mafioso e massonico, è una pericolosissima avversaria del sangue, del suolo, dello spirito della nazione e delle sue piccole patrie interne.

Cerchiamo dunque di trovare un equilibrio, una salutare moderazione razionale, laddove serva, per mettere d’accordo il dato nazionale con quello subnazionale, onde evitare derive centraliste (perniciose) e pulsioni secessioniste e disgregatrici che in nessun modo farebbero l’interesse delle genti d’Italia perché finalizzati a ideologie distruttrici e, per questo, fedeli alleate del sistema mondialista, nemico d’Italia come delle sue matrie. Proprio per queste ragioni il nuovo corso della Lega targata Salvini (per quanto Salvini sia un personaggio spesso spoetizzante) potrebbe rappresentare una grandissima occasione di rinnovamento radicale dello stato italiano e della sua Costituzione, che non saranno mai in nessun modo più sacri del destino dei popoli che abitano il Paese. Serve, come già detto, la collaborazione di tutti gli Italiani, proprio per salvare sia l’Italia – concepita come nazione storica – sia le regioni etno-culturali che la costituiscono. Gli stati simil-nazionali di matrice ottocentesca sono baracconi che han fatto il loro tempo, rivelandosi troppo spesso gabbie in cui le genti languiscono; la rivoluzione di cui l’Italia e l’Europa abbisognano è rappresentata dalla sfida etnonazionalista che sta nel dare finalmente voce e forma alle identità etniche reali (non immaginarie), certamente nel rispetto dei quadri nazionali ma senza alcuna concessione allo statalismo che, ad esempio, devasta da 70 anni tutta l’Italia.

Quando riusciremo, alfine, a dare legittimazione politica e giuridica alle sfumature etno-culturali esistenti in Italia sapremo che questo Paese è cambiato, in meglio, poiché senza frammentazioni micro-sciovinistiche (e anche senza europeismo di cartapesta in stile Benelux) avremo raggiunto l’agognato traguardo di una etno-nazione costituita da più piccole sub-nazioni, che è poi l’unico modo per salvare il buon nome dell’Italia più nobile, aulica ed elevata, plasmata da Roma, e per sconfiggere, senza sciagurati scenari balcanici, la bestia mondialista che mette i vari popoli d’Italia uno contro l’altro, a tutto vantaggio del parassitismo anti-identitario.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/10/il-nuovo-corso-leghista-e-la-grande-sfida-dellitalia-etnofederale.html

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Oltre lo stato, ma entro la nazione

Ieri il parlamento di Barcellona ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna da Madrid, dando il via al processo costituente della repubblica. Di conseguenza, il primo ministro spagnolo Rajoy ha assunto la presidenza e il senato ha attivato il commissariamento della regione autonoma catalana. Lo scontro tra Madrid e Barcellona si fa sempre più duro e i contendenti sembrano lontani da un compromesso salutare sia per la Catalogna che per la Spagna tutta. La questione catalana impone delle serie riflessioni su stati e nazioni onde arginare le violente pulsioni accentratrici e anche le derive centrifughe, che in ogni caso rischiano di fare l’interesse non dei nativi ma degli stranieri e degli enti sovranazionali. A questo proposito non si capisce bene quali siano i propositi, in materia di Unione Europea, da parte catalanista; sarebbe però davvero comico condannare l’unionismo spagnolo per abbracciare quello europeista anche se, come la storia insegna, molti popoli preferiscono rendere conto ad un potere lontano piuttosto che ad uno molto vicino, come in questo caso può essere Madrid. Non vorrei che si rottamasse la plurimillenaria Hispania (che include il Portogallo) per fare un favore alla (finta) nazione europea, che va combattuta e non giustificata!

Il discorso autonomistico torna in auge anche nel Nord dell’Italia, dopo il referendum lombardo-veneto pel Sì, che ha riscosso grande successo in Veneto e decisamente meno entusiasmi in Lombardia, che del resto è una regione artificiale ricolma di immigrati. Non vorrei che queste manie mettessero in secondo piano il discorso identitario in favore di quello pecuniario che, del resto, è ciò che interessa alla stragrande maggioranza delle persone che hanno espresso parere favorevole al decentramento in Lombardia e in Veneto, ma – ovviamente – anche ai Catalani. A mio avviso il punto fondamentale è il seguente: bisogna andare oltre gli stati “nazionali” ottocenteschi per ridare voce (e ossigeno) alle genti in nome dell’etnonazionalismo e del federalismo (serio, non alla legaiola). Questo non significa buttare il bambino (l’Italia, ad esempio) con l’acqua sporca (l’attuale repubblica con tutte le sue magagne) ma rivedere radicalmente la struttura e l’organizzazione dei moderni stati che sono quanto di più lontano ci possa essere dal patriottismo genuino, e non artificiale. Mi auguro che in Ispagna raggiungano la quadra per un concreto federalismo, innanzitutto identitario e preferibilmente senza più teste coronate in mezzo ai piedi (dunque repubblicano), altrimenti si arriverebbe ad un fuggifuggi generale da Madrid, con un poco auspicabile effetto domino nel resto d’Europa.

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Figurine e figure di m….

Un paio di figurine goliardiche, appiccicate da alcuni tifosi della Lazio nel settore romanista dello stadio Olimpico di Roma, che ritraggono Anna Frank con indosso la maglia dei capitolini giallo-rossi, hanno scatenato un delirio che sta andando avanti ormai da giorni. Questi adesivi non sono una novità, circolano da parecchio tempo, e tutti sappiamo delle inclinazioni ideologiche laziali (ma, in parte, anche romaniste); tuttavia lo scalpore è nato dalla segnalazione di membri dell’influente comunità ebraica romana e, come si sa, quando questi si lamentano subito si scatena, tra i bravi gentili, la gara a chi meglio le liscia il pelo. Gli Ebrei di Roma gridano all’antisemitismo, ma è mera propaganda: la realtà, al di là degli sfottò da stadio, è ben diversa e in Italia parla chiaro, considerando che il nostro Paese è tra i principali sostenitori di Israele e non ha in alcun modo una tradizione fatta di antisemitismo (la giudeofobia preconciliare è un’altra cosa). Questo lo sanno benissimo i Giudei stessi, che riconoscono nell’Italia uno dei popoli più tolleranti nei loro riguardi, da sempre.

Chi dunque confonde la realtà con l’innocuo becerume delle curve, evidentemente strumentalizzato per far guardare la gente da un’altra parte (sapendo benissimo quanto le vicende storiche intercorse tra il 1933 e il 1945 mandino ancor oggi in tilt l’opinione pubblica), mente sapendo di mentire e la cosa peggiore è che con la scusa di quattro figurine e di qualche sfottò politicamente scorretto tra opposte tifoserie non perde l’occasione di invocare il solito giro di vite alle già esistenti, e abbondanti, leggi contro la libertà d’espressione. Non so se vi rendete conto: chi si appella alla democrazia, alla libertà, alla civiltà e alla tolleranza è poi puntualmente il primo a fare il diavolo a quattro per tappare la bocca all’avversario, dimostrandosi peggiore di qualsivoglia nazistello curvaiolo, che è solo una macchietta. Da una parte si esalta Giordano Bruno contro l’oscurantismo cattolico, dall’altra si è pronti ad ardere sul rogo i tifosi della Lazio per delle baggianate… E infatti la vera minaccia contro la libertà delle persone non sta affatto nel comportamento goliardico, e dunque insignificante, di qualche sostenitore bianco-celeste ma nella sete di repressione e assolutismo antifascista che tanto eccita i sedicenti paladini della democrazia. In questa farsa non ne escono male i tifosi laziali, ma coloro che, di fatto, elevano gli Ebrei su tutte le altre etnie (normalmente sbeffeggiate in lungo e in largo) ritenendo un crimine anche solo prenderli per i fondelli. Sarebbe questa la tanto decantata libertà e tolleranza degli antifascisti targata 2017 era volgare?

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