Chi sono

Paolo Sizzi

Paolo Sizzi

Salute a voi, sono Paolo Sizzi, identitario bergamasco/lombardo e quindi italiano.

Non sono nuovo dell’ambiente e i più affezionati mi conosceranno bene visto che ormai da anni, pubblicamente, tratto di Identità su Internet con vari blog e profili.

Mi sono reso noto mediante blog, a partire dall’estate 2009, con il cosiddetto Lombardesimo, l’etnonazionalismo lombardo sfociato in due distinti movimenti, il Movimento Nazionalista Lombardo (2011) divenuto poi Grande Lombardia nel novembre 2013.

All’alba dei 30 anni ho deciso una svolta fatidica: contestualizzare il mio lombardismo nel più ampio ed efficace Italianesimo, logicamente, per non rinnegare il prima, in chiave federalista o meglio ancora etnofederalista, al fine di non cancellare l’esperienza passata ma di inserirla appieno nell’avventura italianista che ho deciso di affrontare.

Non è necessario, al momento, intraprendere una nuova iniziativa politica anche solo in un preesistente partito o movimento (e allo stato attuale delle cose non mi riconosco in nessuno) per dire la propria, basta esporsi e sfruttare canali di vario tipo, a partire dal comodissimo canale virtuale, senza dimenticarsi mai del proprio onore, della propria dignità e della propria sacrosanta indipendenza critica da ogni ideologia: l’unica cosa cui non rinuncerò mai non è un programma ideologico-politico ma la difesa degli eterni valori del Sangue, del Suolo, dello Spirito. Rimango inoltre legato alla mia “creatura”, Grande Lombardia, che certo non rinnego, e ci mancherebbe.

Uno potrebbe dire: passando dal Lombardesimo all’Italianesimo hai rinnegato quanto sopra. Ed invece no, anzi, l’ho solo corroborato perché non esiste e non può esistere una Lombardia senza la sua naturale cornice italica/italiana che la contestualizza e le dà quel significato fondamentale che la lega ad ogni altra realtà italiana (Mediterraneo, arianesimo italo-celtico, romanità, latinitas, classicità, gentilità indoeuropea, Romània linguistica, lingua italiana, geografia cisalpina e peninsulare e altro ancora).

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte a svariati secoli di romanizzazione e latinizzazione che ci hanno resi così grandi, unici, speciali dalle Alpi alle Isole Maltesi e da Nizza a Fiume, e questo è il più grande errore che ogni indipendentista “padano” commette sproloquiando di libertà da Roma e dal resto d’Italia, me compreso. Che poi, scusate, ma è il Nord che ha unito politicamente nell’800, mentre l’indipendentismo è nato innanzitutto nel Sud. La Storia lombarda non è indipendentista, e un motivo ci sarà.

Dopo anni di esperienza etnonazionalista radicale urge tornare alla serietà e alla sobrietà recuperando quanto abbiamo dimenticato, obnubilati dall’epos celto-germanico che molto marginalmente riguarda la Lombardia, una terra sì cinghia di trasmissione tra mondo mitteleuropeo e mediterraneo ma perfettamente italiana, e che non può fare a meno della parte precipua della propria Identità: il concetto sacrale di Italia, regione europea certo diversificata ma anche coesa dall’intramontabile mito romano.

Troppe volte confondiamo questo concetto con lo stato italiano del 1797-1861 e con la repubblica coloniale americana scaturita dal 1945, e relativo malgoverno dovuto anche ad un centralismo miope, arrogante, lontano anni luce dai bisogni della Lombardia (ma anche della Sardegna, per dire), e troppe volte dunque pretendiamo di essere Galli o Germani parenti stretti di Irlandesi e Sassoni; non è affatto così perché anche geneticamente il Nord Italia è parte integrante della Penisola e non può esistere una Italia senza il suo capo (mi si consenta questo paragone non solo geografico).

Non vorrei sembrare ipocrita dicendo ciò dato il mio passato, ma in questo tempo ho compreso come un etnonazionalismo estremo sia pura utopia e non conduca a nulla (a meno che si parli di grane) mentre risulti essere molto ma molto più utile, costruttivo e fruttuoso un etnonazionalismo all’italiana in cui la naturale unità del Paese si costruisca nella diversità, parimenti naturale, che deve essere difesa, preservata e tutelata mediante un indispensabile etnofederalismo a livello regionale (poi uno se preferisce può vederci piuttosto una macroregione, una confederazione, un insieme di stati sotto il nome “Italia”, ma io preferisco pensare ad uno squisito federalismo italico). Insomma, non buttiamo il bambino, l’Italia millenaria, con l’acqua sporca, la degenerazione statolatrica principiata nel XIX secolo.

Terre irrinunciabili per una sana azione irredentista italiana (e guardate che la liberazione dell’Italia dal giogo straniero è più che mai attuale), oltre alle presenti devono essere anche quelle di Corsica, Nizza, Monginevro, Valle Stretta, Moncenisio, Svizzera italiana, Val Monastero, Isonzo, Istria, Quarnaro, Pelagosa, e Isole Maltesi che sono il naturale spazio geografico italiano. Aggiungerei la Dalmazia, seppur fuori dal nostro spazio geografico, ma comunque nostra storica sponda orientale.

Attenzione: dico irredentista senza alcuna pretesa bellicosa, intendo dire che sono tutti territori che andrebbero democraticamente affrancati e restituiti alla loro Patria storica, l’Italia.

Qualcuno si stupirà perché sono disparati: che problema c’è? Abbiamo italianizzato la Val d’Aosta e il Tirolo meridionale che sono terre cisalpine ma abitate da minoranze consistenti, possiamo dunque tranquillamente farlo anche con le realtà come noi figlie di Roma ma oggi sotto altri stati e più storicamente italiane di quanto lo siano Aosta e Bolzano.

Una politica che però deve necessariamente essere rispettosa delle identità locali, a patto che esse si dimostrino rispettose dell’identità italiana sovraregionale.

Questo va soprattutto a minoranze come quelle germaniche notoriamente anti-italiane e a volte irritanti, perché dovrebbero ricordarsi che la loro tardiva migrazione dimostra quanto siano ospiti, naturalmente graditi perché tutto sommato compatibili col tessuto alpino-padano.

Non venga mai meno il rispetto per la nostra indubbia eredità italiana, altrimenti rinnegheremmo noi stessi; non farò più l’errore comune a molti di qui di credersi fratelli di Francesi e Tedeschi dimentichi di essere legati innanzitutto al Centro (Toscana soprattutto) e benché meno anche al Sud di questo Paese, seppur culturalmente vi siano influssi transalpini (come al Sud ci potrebbero essere greci e levantini).

Vogliamo essere servi sciocchi di stati stranieri e Vaticano, coloro che ostacolano la nostra unità e coesione da un millennio abbondante? Vogliamo lasciare casa nostra scappando in Isvizzera, Austria, e pure Slovenia? Vogliamo continuare a sentirci Celti e Germani di serie B quando siamo Latini e Italiani in tutto e per tutto, padroni di casa nostra, del nostro destino, e della gloriosa eredità romana che riguarda, rendendoci originali, tutto il territorio alpino-padano, appenninico, costiero ed insulare? Noi siamo i figli prediletti di Roma, amici, anche se spesso non dimostriamo di esserlo, e per certi versi c’è più romanitas nel Centro-Nord che nel Sud.

Io sono maturato, sebbene ogni cammino di vita sia un percorso di maturazione che porta a raggiungere varie tappe nell’esistenza di ciascuno (e non siamo arrivati che con la nostra morte, perché non si smette mai di capire, di apprendere, di crescere a livello culturale, ovviamente dove serve farlo) e ho compreso, dopo anni di radicalismo rasentante a volte la parodia di me stesso, che se ci diciamo Bergamaschi, Insubrici, Lombardi, alpino-padani, dobbiamo anche per forza di cose dirci Italiani e, se non si fosse ancora inteso, questo non significa mangiare la pizza, suonare il mandolino, ingurgitare spaghetti, avere i baffi neri e il corpo irsuto, essere mafiosi (!) e mammoni, ma portare nel proprio “DNA” l’indelebile sigillo di Roma antica, dei popoli preromani della Penisola e degli Italici con relative culture, del Sacro Romano Impero, dell’Umanesimo, del Rinascimento e di ogni altra positiva esperienza italiana che ha accomunato tutto il Paese.

Roma e l’Italia hanno conquistato il cuore di tutta Europa e pure dei Germani, come i Longobardi che fecero di tutto per unirci nel Medioevo, fallendo perché ostacolati dalla Chiesa e dal campanile; sembra solo che non abbiano ancora conquistato a sufficienza il nostro di cuore, noi che a volte ci sentiamo addirittura schifati di essere gli eredi di una Cultura etnica senza tempo e senza eguali, di essere Italiani.

Ave Italia!

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