Gli Umbri e il maggio italico

Corsa dei Ceri

Il 15 maggio cade la Festa dei Ceri (o Corsa dei Ceri) di Gubbio, che è festa di tutta l’Umbria. Tale antichissima usanza eugubina (da cui l’orrendo gonfalone della Regione Umbria), per quanto camuffata da vesti cristiane, ha un’arcaica origine precristiana umbro-romana, più precisamente risale ai culti in onore di Cerere per festeggiare il risveglio della primavera (come nelle classiche ricorrenze di inizio maggio). Se ne hanno tracce nelle Tavole Eugubine, e gli attuali grossi “ceri” lignei portati di corsa a spalla, un tempo dalle corporazioni medievali, e sulla cui cima vi sono statue di tre santi (il patrono Sant’Ubaldo, San Giorgio e Sant’Antonio abate), simboleggiano sia la luce dei ceri – nei secoli rappresentata da una luminaria – che l’albero di maggio, e il suo culto rurale squisitamente pagano. Maggio era il mese dedicato dagli antichi Italici alla Dea Madre, celebrata con nomi diversi (Giunone, Venere, Fortuna, Cerere, Tellus, Dia, Flora, Maia, Bona Dea, Cibele più tardi), e non certo per caso l’invenzione della Madonna trova in maggio il suo mese prediletto. Aprile-Maggio sono i due mesi in cui esplode il tripudio floreale della primavera, e il passaggio da uno all’altro viene sancito con le già descritte ricorrenze di Calendimaggio (o di “cantare il maggio”).

Assieme alla primavera esplode la femminilità, e da qui i riti che ruotano attorno alla figura della donna, della fecondità, del maiale, del seme maschile, della sessualità, che tra canti, balli e falò terminano in orge. Centrale era il rituale legato all’albero di maggio, in tutte le tradizioni indoeuropee. Una terra come l’Umbria, nota per i suoi incantevoli scenari naturali e per il legame peculiare tra uomo e natura (si pensi a Francesco d’Assisi, una figura cristiana pregna di solarità ariana, per quanto oppressa dalle tenebre abramitiche) trova nel mese di maggio la sua degna esaltazione, e a metà di esso si colloca così la festa suddetta, in concomitanza peraltro coi Mercuralia romani in onore del figlio della pleiade Maia (dea di maggio). La ricorrenza quasi ossessiva del numero sacro 3, le allusioni quasi sessuali dei ceri eretti che perpetuano l’immagine sacra dell’albero della vita, le processioni, le corse, le ascese e le soste, uniti a canti, balli, libagioni, fiori, colori, rottura momentanea dell’ordine sociale stanno a rappresentare l’arcaicità di una serie di usanze preariane e ariane che nel tempo si fondono col nuovo culto cristiano; e così le figure dei tre santi sostituiscono la triade indoeuropea (grabovia) di Iguvium Giove – Marte – Vofione col patrono Ubaldo, il guerriero Giorgio e il garante della fertilità Antonio.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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