Dieci risposte al negazionismo della razza

Nel gennaio scorso scrissi un articolo sulla questione dell’esistenza delle razze umane, in merito alle note dichiarazioni in difesa della “razza bianca” fatte dall’oggi governatore della Regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana. Come noterete, ho cercato di rendere in termini non ideologici le ragioni della bontà dell’esistenza di uno statuto razziale, in campo umano, non perché sia un antropologo o, meglio ancora, un genetista, ma perché, da amatore, sono piuttosto stanco di sentire sempre gli stessi deliri (antifascisti) prodotti dal negazionismo antirazziale.

Ora vorrei tentare di dare una risposta a dieci tipiche affermazioni, care agli antirazzisti di ogni risma, relative alla (presunta) inesistenza delle razze umane, assurdità pseudo-scientifiche grondanti menzogne buttate in politica ma che, ripetute a pappagallo dai negazionisti, sono assurte a dogmi, per chi pende dalle labbra dei sacerdoti del pensiero unico. Chiariamo subito, anche se ne riparlerò sotto, che qui il razzismo non c’entra assolutamente nulla, e infatti è questa una delle sparate infantili preferite dagli antirazzisti. Perché, capiamoci: il razzismo è ideologia, ma lo è anche l’altra faccia della medaglia, l’antirazzismo.

“L’unica razza è quella umana”

Questa è una delle sparate più tipiche, dell’ignoranza antirazzista, mutuata (taluni credono) da Albert Einstein che, oltretutto, di DNA non ne sapeva nulla, essendo vissuto prima della sua scoperta. I professoroni dell’antirazzismo dovrebbero spiegarmi perché: 1) confondono la specie (homo sapiens), che è quella ad essere umana, condivisa da tutti gli uomini del pianeta, con un suo sottolivello, e cioè la razza o, se preferiamo, la subspecie; 2) reputano che l’uomo sia l’unico animale al mondo (perché, se non mi sono perso qualcosa, siamo anche noi animali) a non avere suddivisione razziale. Vuoi vedere che, sotto sotto, tali tromboni si fanno le stesse paranoie da sacrestia degli odiati preti, preferendo suddividere gli uomini in buoni e cattivi o ricchi e poveri? Altro che scienza…

“La razza è un costrutto sociale”

A ruota, segue il vaneggiamento sulla razza ridotta a costrutto sociale, a fisima ideologico-politica, come se questa esternazione non fosse il frutto di una disciplina umanistica (non scientifico-biologica, dunque) quale l’antropologia culturale, disciplina pesantemente connotata da caratteri neomarxisti, del tutto ideologici. Ditemi voi come possono essere “costrutto sociale” i campi d’indagine di craniologia, craniometria, antropologia fisica, antropometria, genetica delle popolazioni, biologia, visto che riguardano il cranio, il corpo, il genoma e l’organismo delle popolazioni del globo… Essere dolicocefali anziché brachicefali non è mica un’opinione, sapete? Tanto meno avere un DNA autosomico da Maori invece che da Inuit, oppure la negatività all’antigene Duffy, alquanto diffusa nell’Africa centrale (maggiore resistenza alla malaria).

“Non si può parlare di razze umane, al massimo di etnie”

Ci risiamo, gli amanti delle dispute sul sesso degli angeli confondono bellamente un concetto biologico (razza) con uno antropologico-culturale (etnia), sebbene certo innervato su di una base biologica che distingue anche materialmente un popolo da un altro. Volendo fare una tassonomia dell’uomo anatomicamente moderno avremo: genere (homo) > specie (sapiens) > subspecie (le 5/6 razze umane) > sub-subspecie (le diramazioni antropiche delle razze umane) > fenotipo (le caratterizzazioni regionali delle sub-subspecie) > etnia (i popoli della Terra con una precisa e storica identità). Capite bene che le differenze intercorrenti tra Veneti e Siciliani saranno etniche, mentre quelle tra questi e gli Yoruba africani sono razziali. L’equazione tra razza ed etnia è dunque fallace, oltre che assurda, perché le distanze tra gruppi biologici umani non sono tutte uguali.

“Di “razze” ne esistono 10, 100 o 1000 a seconda degli autori”

Come sopra, anche questa è una scempiaggine, perché l’antropologia fisica, con la conferma della genetica, individua sostanzialmente 5 razze umane (caucasoidi, negroidi, mongoloidi, amerindioidi/indianoidi, australoidi), che salgono a 6 se stacchiamo i capoidi dal gruppo negroide, e per quanto il meticciato sia possibile (ovviamente, visto che gli uomini sono tutti della stessa specie, sebbene di razza differente) ed esistano dei ceppi etnici intermedi da un punto di vista razziale, è del tutto chiaro che si possano isolare le varie componenti razziali di un soggetto ibrido, grazie all’osservazione antroposcopica e ai test genetici, che stabiliscono precise percentuali, il che può essere utile per determinare l’identità biologica, ad esempio, dei moderni abitanti delle Americhe. Chi va oltre il numero di 5-6 razze confonde i vari gradini della tassonomia, prendendo per razze quelle che sono sottorazze e fenotipi. Per fare un esempio, un tizio bergamasco autoctono sarà classificabile come homo sapiens di subspecie caucasoide, sub-subspecie europide, fenotipo alpino-dinaride, etnia lombarda. Se si fa un pastone dei diversi livelli si capisce come di “razze” ne spuntino centinaia, se non migliaia… I gruppi “macro” non sono stabiliti arbitrariamente, ma in base a precisi parametri, confermati dalla genetica (per quanto fenotipo e genotipo possano differire).

“Lo studioso Franz Boas parlava chiaramente di inesistenza delle razze umane”

Capirai… Boas, nato nel 1858 e morto nel 1942, era uno dei padri “nobili” dell’antropologia culturale, e di misurazioni cranio-antropometriche (lasciando stare la genetica) non ne sapeva alcunché. L’indice cefalico, questo sconosciuto… La negazione totale, maturata solo (guarda caso) nel secondo dopoguerra, del concetto di “razza” applicato all’uomo, non ha nulla a che vedere con la scienza, essendo il frutto di questioni politiche e ideologiche progressiste legate alla condanna di fascismo e nazismo. Tra l’altro, Boas era ebreo, dunque sensibile e di parte rispetto al tema razziale. Proprio come il personaggio seguente.

“Lewontin ha dimostrato come non esistano razze umane distinte in quanto la maggiore diversità genetica è insita tra persone della stessa “razza” piuttosto che tra persone di “razze” diverse.

Ed eccolo qui, il genetista Richard Lewontin, anch’egli ebreo (dunque con agenda), noto per la sua evidente fallacia suesposta e denunziata da un altro genetista come il britannico Edwards, perché solo uno sprovveduto può credere, ad esempio, che un meridionale italico sia più simile ad un nativo delle Ande peruviane, piuttosto che ad un Greco. Lewontin analizzava solo 17 marcatori genetici, giungendo a conclusioni affrettate e ideologizzate, mentre Edwards lo ha smentito dimostrando come la classificazione razziale sia assolutamente possibile ed affidabile al 100%, qualora venga analizzato un sufficiente numero di loci, ossia la posizione dei geni in un determinato cromosoma. I loci sono occupati dagli alleli di un gene, che sono le sue varianti, e la cui frequenza si raggruppa diversamente in base alle diverse popolazioni, considerate simultaneamente. La moderna analisi dei gruppi (cluster analysis) risponde proprio a questa necessità e smentisce grandemente il Lewontin, checché ne dicano gli ultrà antirazzisti.

“Siamo tutti uguali, ci accomuna il 99,9% del patrimonio genetico”

Altra fesseria, visto che una recente revisione di questa credenza ha stabilito che si tratta del 99,5%, ed è notevole se pensiamo che siamo simili allo scimpanzé al 98,5%; la diversità genetica tra gli umani è pari, dunque, allo 0,5%, che racchiude un mondo. Gli scimpanzé e i bonobo sono addirittura due specie (non razze) distinte, nonostante la loro differenza genetica sia pari ad un misero 0,3%. Cani, e pure i lupi, discendono da un comune antenato; ci sogneremmo forse di dire, come accade per l’uomo con la teoria del “comune ceppo africano”, che un mastino napoletano e un alano siano la stessa razza? o che tra un San Bernardo e uno sciacallo non vi è differenza? No, perché le bestie non sono funzionali ad alcuna agenda, non facendo politica (sebbene ci siano politici e “pensatori” che rassomigliano alle bestie, per ignoranza e temperamento).

“Veniamo tutti da mamma Africa, il resto non conta”

Il fatto che si possa discendere da un comune ceppo africano non implica l’inesistenza delle razze umane, come osservato sopra, anche perché l’Africa di 100.000 anni fa non era l’Africa dell’età contemporanea. In altre parole, l’uomo non uscì da quel continente con le sembianze di un negroide, essendosi le razze sviluppate successivamente proprio grazie all’isolamento dei vari continenti, e le razze non sono il frutto di un rimescolamento, di un grande meticciato, perché per quanto l’uomo abbia sempre viaggiato con chi mai avrebbe potuto ibridarsi, in un continente disabitato? Tra l’altro, se parliamo di mulatti, meticci, ibridi, incroci e così via, significa che, a monte, si può parlare tranquillamente di razze “pure”, non certo in senso razzistico ma nel senso di popoli razzialmente omogenei sin dalla notte dei tempi.

“Mischiarsi fortifica la salute, la “razza pura” porta a malattie ed estinzione”

Partendo dal presupposto che parlare di rimescolamento ha senso, per davvero, come meticciamento, i benpensanti che si bevono questa scempiaggine dovrebbero dirmi come mai, dunque, abbiamo avuto per millenni un’Europa puramente caucasoide giunta sino ai nostri giorni in ottima forma, e divenuta culla della civiltà (non certo grazie al meticciato). I presunti benefizi dell’ibridazione? Si limitano alla prima generazione, perché poi questi andrebbero a disperdersi nelle generazioni successive, ma capiamoci, signori: è l’incesto che porta a malattie, debolezza ed estinzione, l’endogamia strettissima tra consanguinei, il che non c’entra nulla con le unioni tra corrazziali. Altrimenti la stragrande maggioranza della popolazione europea oggi non esisterebbe, e nemmeno esisterebbe la sua storica grandezza in campo culturale, scientifico, militare, la grandezza e la gloria di chi, nel bene e nel male, ha civilizzato tutto il mondo dominando anche i climi più selvaggi e ostili all’uomo. Non è razzismo affermarlo, e non è nemmeno un elogio del progresso (viste le sciagure del colonialismo), ma è comunque un dato di fatto.

“Parlare di razze significa sentirsi superiori agli altri, diffondere odio e discriminazione, è razzismo”

Chiudiamo in bellezza, con la più classica delle astruse corbellerie tanto care a ignoranti, antifascisti, antirazzisti, liberali, democratici, cristianucci e chi più ne ha più ne metta. Secondo costoro, ma dopotutto hanno solo subito il lavaggio del cervello da parte delle lobby del politicamente corretto e del pensiero unico che, ahinoi, hanno affondato i propri artigli anche nel mondo accademico, ammorbando il dibattito con oscurantismi, dogmatismi e persecuzioni dei “ribelli” (vedi Watson, lo scopritore del DNA, nientemeno), distinguere la specie umana in razze sarebbe seminare odio e violenza, perché implicherebbe discriminazione. Come, prego? La tassonomia (non la gerarchia) sarebbe fomite di razzismo, ossia di odio e violenza su basi razziali, dove esisterebbe un superiore tra razze inferiori? Quindi chi fa classificazioni delle specie del mondo animale e vegetale, tipo Linneo o Lamarck, sarebbe un perfido istigatore allo sterminio di flora e fauna? Badate che la razza, o subspecie, è semplicemente un concetto biologico che riguarda popolazioni morfologicamente distinguibili, separate geograficamente, aventi peculiari caratteri fisici e genetici trasmissibili per via ereditaria. Una definizione, questa, del tutto asettica, che non scolora minimamente verso l’ideologia (suprematista o negazionista); le razze nulla c’entrano se qualcuno le strumentalizza rendendole bandiere di odio e violenza.

Aboliremo, forse, antropologia fisica e genetica delle popolazioni (che io, correttamente, chiamo razziologia) perché mettere in luce la biodiversità umana sarebbe fomentare segregazionismi e odio razziale? Beh, aboliamo, dunque, anche la politica, la religione, la cultura, financo lo sport e l’enogastronomia, perché possono suscitare rivalità feroci tra uomini! Qui siamo ai livelli de “la causa principale della morte è la vita”, quindi consiglio agli scipiti replicanti di Boas, Lewontin, Livingstone e Montagu di mettersi tutti sotto campane di vetro e attendere la propria dipartita, evitando accuratamente di riprodursi, visto che qualsiasi cosa esista può diventare motivo di conflitti.

Scherzi a parte, in conclusione, diremo che la superiorità, la gerarchizzazione delle razze, è un qualcosa di puramente arbitrario e culturale, tanto che qualsiasi razza potrebbe vantare dei primati sulle altre, e non ha nulla di scientifico. L’esistenza di implicazioni mediche e, soprattutto, di differenze tra razza e razza nel livello del QI medio (ereditarietà genetica dell’intelligenza) sono argomenti interessanti (e delicati) da approfondire, ma anche qui non è il caso di tirare in ballo la politica. Di sicuro sembra esistano differenze tra razze umane in base alle capacità logico-matematiche, come è pacifico che il cranio negroide sia più piccolo di quello caucasoide e mongoloide, tanto che le donne sub-sahariane hanno i fianchi meno larghi delle altre, dovendo partorire bambini dalla testa meno grande degli altri. Ma lungi da me stabilire nessi tra QI e razza; è un discorso troppo scabroso, senza evidenze scientifiche certe, e io non condivido affatto il suprematismo razziale “bianco” (anche perché i livelli di quoziente intellettivo medio sono più alti nell’Asia orientale, che in Europa…).

La razza nell’uomo esiste, come in qualsivoglia altro animale, ed è frutto di isolamento, selezione naturale e sessuale, clima, alimentazione, vicende evolutive varie. Assurdo parlare di superiori e inferiori, perché si è diversi, e così è assurdo parlare di superiori e inferiori a livello di genere sessuale, perché maschi e femmine rimangono diversi, e complementari. Preservare la biodiversità umana, condannando società multirazziale e meticciato, dunque, è solo buonsenso, perché il rimescolamento distrugge e livella, cancellando il patrimonio genetico di tutte le razze e sottorazze (e pure delle etnie, da qui la necessità dell’etnonazionalismo e del comunitarismo) e lasciando l’uomo inerme di fronte alle minacce nichilistiche dei fenomeni globalizzatori. Per non parlare delle conseguenze in termini etno-culturali, socioeconomici, ambientali… Il caso delle Lombardie sconvolte da un succedersi ininterrotto di migrazioni, interne ed esterne, lo dimostra. La coscienza circa le proprie origini, anche biologiche, è fondamentale, ed è il primo passo lungo il cammino di una vita vissuta degnamente, in quanto equilibrio tra ragione e passione.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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