Il feticcio del progresso e i sommi sacerdoti del culto progressista

Storicamente, l’indipendentismo europeo, e non solo, si sposa con ideali progressisti ed egualitaristi in quanto le battaglie per la libertà di diversi popoli oppressi da entità statuali centraliste assumono, spesso, i nebulosi contorni delle rivendicazioni di sinistra (generica). Vengono in mente i Catalani, i Baschi, i Corsi, i Sardi, i popoli britannici sottomessi dal Regno Unito, per fare qualche esempio europeo.

Il peggior problema di questa visuale è quella di asservire l’ideale indipendentista, che in certi casi ci può anche stare (soprattutto in mancanza di ordinamenti federalisti), al relativismo tipico dei sinistrorsi, secondo cui siamo tutti uguali, non esistono razze ed etnie, il fascismo è il male assoluto, la tradizione è ciarpame, i sessi sono costrutti sociali come l’orientamento sessuale e via delirando.

Se la sinistra dura e pura di un tempo poteva limitare l’anelito egualitaristico alle classi sociali più svantaggiate e oppresse da ceti parassitari, oggi, non esistendo più questa sinistra verace comunista, chi si spaccia per erede del marxismo si inventa il ritorno dei fascismi per esaltare il pluralismo e la mastodontica accozzaglia globalista, con esiti catastrofici da un punto di vista etnico, sociale e nazionale.

E questa tara si fa cristallina proprio nel caso di chi vuole coniugare la causa indipendentista a quella progressista: a furia di blaterare di libertà a 360°, si finisce per confondere l’autodeterminazione di un popolo con tutta la chincaglieria socialdemocratica e/o liberale, ed è così che chi sfila nei cortei secessionisti di Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda, Scozia e via dicendo va a braccetto con immigrati, omosessuali, femministe, antifascisti di ogni risma.

È un qualcosa che ha preso piede anche in Italia, persino tra vecchi leghisti lombardi o veneti riciclatisi come indipendentisti, con la scusa di sorpassare la Lega a sinistra e di dare un’immagine “umana” del secessionismo, dopo gli eccessi (propagandistici e null’altro) della Padania di Bossi, Borghezio, Calderoli e soci. Sicché costoro finiscono per abbracciare lo stesso stile dei catalanisti, tra allogeni spacciati per cisalpini, antifascismo d’accatto, europeismo, xenofilia contrapposta ad uno stucchevole anti-italianismo (per la serie: meridionali e Roma no grazie, ma nessun problema con gli immigrati più esotici), progressismo laicista a metà tra radicali italiani e verdi “europei”.

Perché ho parlato di progressismo relativamente alle tematiche indipendentiste, autonomiste e federaliste? Perché non può esistere alcun indipendentismo serio senza rispetto dell’etnonazionalismo, dell’identità etnica dei popoli che non è solo linguistica ma anche di sangue e di suolo (e di spirito come mentalità e indole). Ha ben poco senso condannare l’Italia, Roma, la Repubblica Italiana se poi si deve fare la fine dei polli mondialisti…

Io, personalmente, ho lasciato perdere l’indipendentismo anche per queste ragioni ma, soprattutto, per evitare di buttare il bambino (l’Italia e la sua millenaria civiltà) con l’acqua sporca (lo stato italiano figlio di Risorgimento e resistenza, nonché colonia atlanto-americana), e infatti non c’è alcun bisogno di gridare “secessione!” per condannare l’attuale configurazione della Repubblica Italiana. Distinguere l’Italia dal suo stato contemporaneo mi sembra davvero l’abc, altrimenti dovremmo pensare che la Lombardia sia il Pirellone e l’Europa lo straccio blu con le stelline.

Sono da sempre un convinto assertore della salvaguardia etnica dei genuini popoli d’Italia, tra cui il lombardo, e infatti lungi da me il sovranismo di cartapesta che non mette in discussione lo stato, il tricolore, le istituzioni di uno stato mondialista malato di occidentalismo antifascista, quell’italianismo da avanspettacolo fondamentalmente basato sul Centro-Sud e sugli stereotipi più vieti, che ha più a che fare coi cinepanettoni natalizi piuttosto che con la realtà etnonazionale d’Italia.

Ma, va da sé, che la condanna del progressismo prescinde dai movimenti secessionisti perché chi idolatra il feticcio del progresso facendosene sacerdote del culto (e quindi la galassia liberal) appartiene a quella risma di sinistra che ha svenduto il socialismo al liberismo, facendo un baccano infernale per i diritti civili di pochi (e ricchi) sacrificando quelli sociali del popolo (e dunque della povera gente).

Le preoccupazioni dei progressisti? Gay pride, bioetica ridotta a macelleria, uteri in affitto, aborti indiscriminati, suicidi legalizzati, laicismo xenofilo, antirazzismo, antifascismo, cosmopolitismo, rottamazione della patria, e ciò che è il motore di tutto: l’innato, radicato, inestirpabile e abominevole americanismo.

Parte tutto da questo, dalla prostituzione delle sinistre europee, assieme ai liberali, al grande capitale e a quel moderno concetto malato di Occidente che equivale all’imperialismo americano, al proteiforme mostro atlantista che si fa “nero” coi rossi e “rosso” coi neri, all’unipolarismo mondiale secondo cui tutto deve essere governato tirannicamente da banchieri apolidi che si servono del braccio armato dei gendarmi del globo. Del resto, cosa sono gli Stati Uniti? Uno sterminato film dell’orrore.

Non per prendere le difese del comunismo, a cui non mi ispiro preferendovi il socialismo nazionale, ma lo capite bene che essere (genuini) comunisti non abbia nulla a che vedere con le derive neomarxiste della Scuola di Francoforte… Tanto per capirsi, Stalin, Castro, il Che, Mao non sputavano su patria e confini, non erano omosessualisti e non promuovevano società multirazziali fatte di sradicati.

La stessa degenerazione della sinistra italiana nasce dall’apertura di Berlinguer all’atlantismo, con il parto sciagurato dell’euro-comunismo, che ha poi condotto alla comparsa di tutta quella demenziale schidionata di partitelli e partitini di sinistra stile Vendola e Luxuria, o “Potere al Popolo” e Liberi e Uguali. Soggetti non solo da prefisso telefonico (come percentuale di voto) ma pure completamente inutili nella loro tragicomica schiavitù alla mentalità liberale euro-americana.

L’identità e la tradizione di una nazione sono sacre ed inviolabili, come i suoi confini, perché baluardi del popolo contro le minacce sradicatrici della globalizzazione e del democratico dispotismo fondato sul pensiero unico antifascista, le cui mire sono quelle di appiattire, omologare, triturare tutto per ridurre la diversità ad un disgustoso omogeneizzato, atto a fare da carburante alle società consumistiche, senz’anima, dell’Occidente.

Se asfaltate il sangue, il suolo, lo spirito, e cioè l’identità etno-culturale, di un popolo o li alterate tramite meticciato e società multirazziale fate il gioco della rapacità capitalista, che si serve anche e soprattutto degli utili idioti antifascisti per attuare il genocidio democratico dei popoli della Terra, in particolar modo di quelli europei. E non a caso quella parodia d’Europa che è l’Ue è degna succursale dell’imperialismo americano, dormitorio Nato e assurda negazione delle vere radici, dei veri valori e delle vere identità delle genti europidi. Il progressismo è un nemico mortale, sia come perversione del socialismo che, soprattutto, come esaltazione di un idolo infernale foriero della distruzione nostra e della nostra terra.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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4 risposte a Il feticcio del progresso e i sommi sacerdoti del culto progressista

  1. Marco ha detto:

    Sizzi, uno dei motivi che hanno portato all’identificazione dell’Italia e degli italiani in toto da nord a sud come delle caricature stereotipate di un centro-sud cinepanettoniano, è stata l’industrializzazione e soprattutto la spersonalizzazione del Nord. Nel momento in cui si venne a creare(o fu fatto in modo di creare) un Nord industrializzato e “ricco” rispetto al centro-sud spopolato di risorse ed autoctoni, per effetto domino, il Nord non aveva più alcuna storia culturale, cinematografica, da offrire. Volendo, si potrebbe anche fare, sì, ma l’immagine del Nord Italia all’estero è semisconosciuta, se si eccettua la caricatura dell’italiano che “veste bene”(altra ridicolizzazione del consumismo) e che vede in Milano una delle “capitali della moda”.

    Sul fatto del cinema, vabbè, quello è un problema del tutto italico, il mostro di Hollywood, una delle peggiori armi di distrazione di massa giudaiche mai apparse sulla faccia del pianeta, ha appianato tutto lavando il cervello a moltissimi(anche oltralpe, anzi oltralpe forse sono messi anche peggio con i deliri mentali), lasciando appunto le briciole cinepanettoniane.

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    • Marco ha detto:

      Aggiungo che, da meridionale quale sono, mi sono visto dire cose come “ma se vengo giù e mi presento con una maschera da Pulcinella starò simpatico/a”? e cose simili. Vedi, non danneggia solo voi lassù tutto ciò, ma anche noi. Gente che pensa che stiamo ancora a suonare mandolini in mezzo alle strade e ad essere allegroni nullafacenti “di buon cuore” tutto il giorno. Volendo essere cinici e realisti, neppure nel 1700 si suonavano mandolini in mezzo alla strada così a caso, se eccettuiamo coloro che lo facevano per guadagnarsi da vivere come attori o musicisti di strada.
      Ma è anche un problema di su: emiliani e romagnoli che pensano che l’orgoglio delle loro zone siano “la ferrari e i salumi e la piadina”, e stop, finisce lì. Gente che se chiedi a loro “sai perché la tua regione è stata chiamata Emilia”? non azzeccheranno il console Emilio di epoca romana, neppure per sbaglio. Siamo carichi di stereotipi appioppatici dagli americani dal 1945, stereotipi che abbiamo fatto nostri e dei quali sembriamo anche vantarci perché non conosciamo la nostra storia. Sì, la pizza napoletana è buona come tutta la cucina campana, ma ridurre tutto ciò a mera questione di gola(anche al nord lo si fa, sebbene al nord lombardo-veneto ci si vanti più di stare 24 ore su 24 a pensare al lavoro non accorgendosi che le piazze vengono invase da allogeni provenienti dai peggiori luoghi del pianeta, ad attirarsi l’odio di moglie e figli e finire depressi sconfinando nel tunnel dell’alcolismo e della droga con le fabbriche chiuse e fallite) è ridicolo e soprattutto è una mentalità da colonizzati, da “ci è rimasto solo questo”. Il genocidio culturale avanza inesorabile se pensi che appunto anche quell’ultima “magra consolazione” ci stanno togliendo: fosse per me, verrebbero abbattuti/e a colpi di cannone tutti i “fast food” importati dall’America. TUTTI. Nessuno escluso.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Ogni popolo di ogni latitudine ha i propri pregi e i propri difetti, ci mancherebbe che stia qui a santificare il Settentrione d’Italia (che, d’altronde, se si fa invadere da chicchessia significa che ha le pezze al sedere da sé). Tra le piaghe caratteriali dei popoli nordoccidentali (lombardi) rientrano senza dubbio affarismo, individualismo, vita per lavorare e non lavoro per vivere, campanilismo, maggior pulsione occidentalista rispetto al Meridione, mentalità liberale e così via, cose che sono anche retaggio medievale dell’epoca comunale. Vedo però che la tentazione di ridurre tutta l’Italia allo stereotipo di un gigantesco Sud è assai radicata, e non solo all’estero, perché se uno, ad esempio, badasse ai palinsesti Rai vedrebbe come è tutto un unico bailamme di roba meridionaleggiante e mi viene in mente l’odiosa fiction di Rai 1 con Beppe Fiorello protagonista assoluto. A me queste cose fanno veramente roteare le balle, soprattutto se sommate agli esodi meridionali e all’occupazione pressoché esclusiva da parte dei meridionali degli impieghi statali e parastatali.
        Per carità, un meridionale potrebbe dirmi: che vuoi? sono stati i tuoi avi a unire l’Italia, mica i miei. La conquista piemontese delle 2 Sicilie ha comportato gli esodi del dopoguerra, un po’ come il colonialismo francese che ha cagionato i massicci flussi di allogeni delle colonie verso la Francia. Sicuramente lo stato è sbagliato perché ha puntato tutto sul Nord economicamente (trascurando il Sud e spingendolo a svuotarsi), usando però i meridionali come “forze d’occupazione” dei posti chiave politico-amministrativi anche del Settentrione. Credo che in questo abbia contato molto il ruolo svolto dai “liberatori”, diffidenti verso i settentrionali della resistenza comunista (e di Salò) e indulgenti coi meridionali, anche sfruttando il fenomeno mafioso, come risaputo…
        Riconoscendo la storicità italica (che non c’entra con Risorgimento e fenomeni seguenti) riconosco la necessità di una repubblica italiana, ma solo ed esclusivamente se assume il volto di un serio federalismo etno-culturale, di uno stato al servizio delle genti d’Italia e veramente rappresentativo, non un baraccone elefantiaco che ammazza la diversità invece di esaltarla.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Gli stereotipi italofobici nascono all’estero, soprattutto negli Usa, dove la gran massa degli immigrati italiani era, ed è, di origine meridionale. Lì c’è Hollywood che ha fatto da cassa di risonanza diffondendo cliché beceri che non rendono giustizia al Sud, figuriamoci al Nord… Le colpe del Settentrione riguardano la classe dirigente che ha visto di buon occhio l’esodo meridionale come, oggi, vede bene quello allogeno, per avere manodopera a basso costo da sfruttare; l’affarismo è sicuramente una piaga lombarda, ma non si può ridurre la questione a ciò, bisogna anche considerare le colpe di Roma e dell’Italia del dopoguerra che, da una parte, ha sacrificato il Sud come territorio, dall’altra ha distrutto il Nord e contribuito all’auto-genocidio dei suoi autoctoni, tanto che in certe aree del Nord-Ovest sono spesso minoranza. Livellando in questo modo il quadro si annienta la cultura indigena, la si altera, la si meticcia, e vale anche per il sangue ibridato come il suolo devastato. Per non parlare della diffusione delle mafie, in alcuni casi sorte dal soggiorno obbligato di marca democristiana dei capi mafiosi (vedi mala del Brenta, in Veneto).
      Tutti hanno delle responsabilità, ma la cosa più esecrabile è che, alla fine di tutto, a prenderlo in quel posto è la gente comune, gettata in guerre tra poveri prima coi meridionali e poi con gli allogeni.

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