Le tre lombardità

Come ho più volte ricordato, quando oggi si parla di Lombardia e di Lombardi ci si limita alla definizione contemporanea (e artificiale) di lombardismo, restringendo il campo al contesto della Regione Lombardia, entità amministrativa creata da Roma negli anni ’70 del secolo scorso. Parlare di identità lombarda in un contesto simile appare, chiaramente, del tutto riduttivo e si incorre, per di più, in gravi banalizzazioni.

La Regione Lombardia è solo un troncone di territorio storico lombardo, ancorché il precipuo essendo centrale e ruotante attorno al capoluogo Milano, poiché del tutto privo della restante parte delle terre lombarde, così denominate a partire dal Medioevo sino praticamente all’800, quando l’unità d’Italia spazzò via – o quantomeno annacquò – il concetto di lombardità.

Sarà dunque meglio lasciar perdere l’attuale concetto, artificiale va ripetuto, di Lombardia per concentrarsi su quello storico e identitario, che di certo include comunque tutta l’estensione della Regione; in questo, di sicuro, a differenza di quanto accade per altre regioni artificiali italiane, l’entità del Pirellone non ha fagocitato realtà estranee alla Lombardia (se non il settore meridionale della provincia mantovana), mentre ambiti indiscutibilmente lombardi (qui in senso etno-linguistico) rientrano in soggetti dai confini del tutto discutibili…

Esistono, oserei dire, tre lombardità, in chiave storica, identitaria e culturale, e sono le seguenti: la linguistica (in senso stretto, culturale), l’etnica e la grande (che potremmo dire storica).

La Lombardia linguistica (ripeto, in senso stretto) è quella che copre i territori in cui si parlano lingue lombarde standard, vale a dire Regione Lombardia (con l’esclusione dell’oltrepò mantovano), Trentino occidentale, Grigioni lombardofono, Mesolcina, Canton Ticino, Sempione, Verbano-Cusio-Ossola, Novarese, Tortonese.

Questa suddivisione dialettale consiste in ramo insubrico (o cisabduano/occidentale), che ruota attorno a Milano e comprende le loquele storicamente inquadrabili nel contesto dello stato storico milanese (le varianti principali sono milanese, comasco, ticinese, valtellinese, verbanese); orobico (o transabduano/orientale), che copre gli ambiti di Bergamo, Brescia, Valle Camonica, Cremasco, Alto Mantovano e Trentino occidentale, dove si avvertono influssi retici e veneti; alpino (o settentrionale), che riguarda la parte settentrionale, alpina appunto, della Lombardia linguistica (e che ha diversi elementi retici); padano (o meridionale), che è di transizione con l’emiliano e include tutta la fascia meridionale, da Tortona alla punta estrema del Mantovano, passando per Pavia, Oltrepò, Cremona. Alcune zone linguistiche sono di statuto controverso, in quest’ultimo caso, perché nell’area pavese e mantovana oltrepadana si potrebbe tranquillamente parlare di aree emilianofone.

La Lombardia etnica, di cui parlo ampiamente ormai da un decennio, racchiude tutto l’ambito padano-alpino, delimitato dal bacino imbrifero del Po, aree accomunate dall’elemento celto-ligure, gallico e longobardo, e che riguarda la Lombardia nella sua accezione storica post-medievale: Insubria, Orobia, Piemonte ed Emilia (notare come i coronimi Piemonte ed Emilia siano del tutto artificiali e privi di connotazione etnica, non certo casualmente). In questo settore faccio rientrare la Val d’Aosta, valletta piemontese parte del continuum geografico padano, e i brandelli di territorio linguistico ligure transappenninico, mentre escludo la parte terminale dell’Emilia, al di là del Panaro, in quanto storicamente esulante dal contesto longobardo-lombardo.

La Grande Lombardia afferisce la lombardità nella sua accezione più ampia e storica, prendendo in considerazione tutta l’Italia settentrionale (delimitata a sud dalla linea Massa-Senigallia) a partire dalla sua metà nordoccidentale, ossia una sorta di Padania “fatta bene”, sebbene naturalmente non sia una realtà per nulla omogenea, dove troviamo Lombardi etnici, Liguri, Romagnoli, Veneti, Friulani, includendo il Nizzardo e tutta la Venezia Giulia storica, oggi sbrindellata tra Italia e giovani stati iugoslavi.

Parlando di Lombardia linguistica, poco sopra, lo intendevo in senso stretto, poiché sono fermamente convinto che il miglior modo per designare le cosiddette lingue gallo-italiche (o galloromanze cisalpine) sia quello di definirle lombarde; infatti, seppur i linguisti riconoscano l’esistenza di una famiglia linguistica comune lombarda (ristretta), che ho esposto prima, bisognerebbe ricordare come il milanese, ad esempio, sia più vicino agli idiomi piemontesi orientali di Vercelli, Biella e Valsesia che a bergamasco e bresciano…

Ad ogni modo possiamo tranquillamente parlare di Lombardia linguistica/linguistico-culturale nell’accezione suesposta, fermo restando che “gallo-italico” e “lombardo” a mio avviso si equivalgono. Perché lombardo? Perché miglior termine per definire il mondo alpino-padano, alto-italiano, cisalpino, avendo uno squisito significato etnico, e perché la Lombardia medievale includeva tutto il Nord del Paese, essendo la continuazione della Langobardia Maior (con l’esclusione della Toscana). Cosa ormai nota, in quei tempi, gli Italiani del Nord venivano chiamati lombardi all’estero, e Dante divideva il tosco dal lombardo, riferendosi al volgare settentrionale.

Questo sia detto a quei poveri gonzi che sentendo parlare me, o altri lombardisti, di Lombardia vanno subito a pensare a Milano, al Pirellone, alla rosa camuna bianca su sfondo verde e dunque alla regione italiana artificiale. Se mi sentite dire che Piemonte ed Emilia sono Lombardia, non significa che Piemonte ed Emilia siano, nella mia testa, destinati a diventare schiavi della contemporanea Milano, o che siano parte di una entità amministrativa farlocca, ma che storicamente ed etnicamente fanno parte della Lombardia primigenia nel suo significato genuino, in quanto territori lombardi.

La Lega Lombarda, la passata denominazione di Reggio di Lombardia, la classificazione linguistica ottocentesca del piemontese come lombardo e, non da ultimo, il fatto che i toponimi emiliano e piemontese vogliano dire ben poco su di un piano identitario, vorranno pur dire qualcosa, no? Stiamo parlando di una, a suo modo, nazione abitata da popoli strettamente imparentati, che possono tutti quanti definirsi lombardi, senza andare a pensare che “lombardi” sia una etichetta artificiale riferibile esclusivamente ai residenti nella Regione Lombardia, cosiddetta.

Esistono, dunque, a mio avviso tre piani di Lombardesimo e sono quello linguistico, etnico e grande, “maggiore”, e non hanno nulla a che vedere con l’accezione ristretta, contemporanea, di Lombardia. Bene non dimenticarselo, quando si parla di identità, di sangue, di suolo, di lingua, cultura e tradizioni, anche perché fondamentale in ottica etnofederale e per ridare il giusto significato agli etnonimi sgombrando il campo da ogni sorta di banalizzazione.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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