Preservare sangue e suolo per la rinascita dello spirito

In un mondo sempre più globalizzato (soprattutto ad ovest) dove a farla da padrone sono i disvalori capitalistici e consumistici defecati dal mito del progresso, dello sviluppo, dell’umanitarismo e dell’egualitarismo, il progetto etno-razziale e identitario del preservazionismo si fa fondamentale, affinché la distinzione comunitaria di un popolo e dei suoi membri blocchi, o quantomeno freni, la propria estinzione.

Non si tratta di mere questioni culturali e spirituali, tradizionali insomma, bensì identitarie ed etniche in chiave anche biologica (fisica e genetica), che non significa materialismo zoologico di taglio positivistico ma gelosa tutela di quel patrimonio di sangue tramandatoci con zelo dai nostri avi.

Razzismo? Nient’affatto: razzialismo, coscienza etno-razziale, orgoglio identitario per le proprie radici, poiché se un popolo originario si estingue sparisce con esso quel DNA che, incrociato con l’interazione con l’ambiente circostante, ha prodotto nei secoli cultura, e dunque civiltà. A che pro difendere, ad esempio, una lingua locale, se non ci si preoccupa minimamente di difendere la gente autoctona che l’ha prodotta e parlata per lunghissimo tempo?

Allo stesso modo, a che giovano l’ambientalismo e la tutela del paesaggio se, a maggior ragione, non ci si preoccupa di salvaguardare il patrimonio antropologico e genetico del popolo indigeno che risiede sul territorio da millenni?

Lo spirito identitario e tradizionalista, dunque etnonazionalista, è sacrosanto, soprattutto oggi, perché nella buona battaglia del pensiero völkisch sta l’unica vera e concreta resistenza alla barbarie cosmopolita rappresentata dal mondialismo, quella barbarie che sradica i popoli della Terra per ficcarli tutti quanti nel tritacarne dell’omologazione globalista, e così facendo produce quell’orrido e insipido meticciato utile solo a rimpinzare la scandalosa epa del libero mercato.

Davvero, amici, insisto particolarmente su questo punto: la protezione del proprio sangue non ha nulla a che vedere con il materialismo; per quanto il sangue sia qualcosa di estremamente concreto e palpabile (ma, del resto, è anche per questo!) non viene concepito dall’etnonazionalismo come mero fluido biologico, bensì come veicolo identitario che garantisce un tramite tra gli avi e i vivi e tra questi e coloro che verranno, essendovi nel sangue la linfa vitale e la carta d’identità, per così dire, di una nazione.

Proprio per questo sono solito dire che l’identità, quella vera, non è un pezzo di carta sfornato dalla burocrazia di uno stato (come quello italiano, magari…) ma sangue, suolo, spirito, ossia natura, e dunque verità. Dall’armonica fusione del sangue del popolo con il suolo patrio da esso abitato (ri)nasce il luminoso spirito che dà vita culturale e civile all’uomo, e che gli permette di non concepire il patriottismo come idolatria di feticci nazionalistici, piuttosto come esaltazione, ma anche su basi tremendamente razionali, della propria concreta identità.

E ripeto: l’identità etno-culturale e biologica, nonché territoriale, è l’unico vero e irriducibile baluardo sul cammino distruttore della globalizzazione a trazione unipolare statunitense dettata dall’agenda dell’imperialismo atlanto-sionista. Credetemi, non vi è bisogno di acrobazie e contorsioni mentali “rossobrune” quando si ha a disposizione la straordinaria ideologia etnonazionalista, che applicata coerentemente conduce alla vera e piena realizzazione di una nazione.

Intendiamoci, le grandi ideologie del Novecento hanno ancora molte cose da insegnarci, ed è giusto difendere il buon nome di socialismo (soprattutto nazionale) e fascismo anche perché dietro le moderne forme di antifascismo e di anticomunismo si nasconde sempre la folle idiozia della liberal-democrazia e del progressismo radical, e dunque la truce rapacità del grande capitale americano, ciò che semina morte e distruzione nel mondo per diffondere la spazzatura “culturale” d’oltreoceano: dall’affarismo al gay pride, passando per la democrazia yankee (un idolo di cartapesta che è cavallo di Troia, sempre e comunque, degli interessi capitalistici).

Si capisce bene come in uno scenario simile, in cui tutto ormai ruota attorno al denaro e alle sue spietate dinamiche distruttive, l’unico antidoto sia rappresentato dalla rivoluzione identitaria e tradizionalista, perfettamente incarnata dall’etnonazionalismo e dal suo prezioso strumento comunitarista. Non lasciatevi gabbare da chi vorrebbe spacciare queste dottrine per razzismo, suprematismo, neonazismo e altre baggianate: la realtà è che proprio le isterie degli antifascisti celano il dispotismo del pensiero unico che, di sicuro, non ha nulla a che fare con sangue e suolo.

Quando si parla di pensiero unico, oggi, si intende quanto, dal 1945, avvelena l’Europa occidentale in nome di (finti) valori umanitaristici atti a mascherare la vera natura della democrazia euro-atlantica, e cioè di neoliberismo a stelle e strisce. Tutti i baracconi sovranazionali come Unione Europea, Nato e Onu non sono altro che emanazioni della volontà alleata di seppellire l’Europa e i suoi popoli sotto cumuli e cumuli di detriti ideologici liberali, che rappresentano la tomba del sangue, del suolo, dello spirito.

La città tentacolare e ghettizzante dell’Europa occidentale, costruita sul modello statunitense, è il degno prodotto di questa infame mentalità alimentata da materialismo becero, edonismo e consumismo: cemento, inquinamento, traffico, quartieri popolari degradati, non-luoghi, centri commerciali, che si fanno forieri di alienazione, depressione, solitudine, malessere e disagio, criminalità, marasma etno-razziale, sradicamento e annientamento identitario funzionali alla dittatura liberal (ossia usurocratica, poche storie).

Il preservazionismo, dunque, diventa non solo lecito ma pure doveroso perché ne va della sopravvivenza della sottorazza europide, dei popoli indigeni d’Europa (come i Lombardi, giusto per citare una popolazione a rischio di estinzione) e delle legittime nazioni del continente; se il loro sangue si facesse esausto non avrebbe più alcun senso difenderne la cultura, o l’habitat, e tramandarne usi, costumi e tradizioni: senza patrimonio antro-genetico più o meno intatto nulla sarebbe più come prima.

E allora, prima che sia troppo tardi, ritorniamo all’endogamia, all’etnicismo, al sacrosanto “egoismo” comunitarista perché a furia di aperture mentali il cervello spicca il volo lasciando spazio a tutto l’immondo e venefico pattume del progressismo (che, ripeto, cela dietro ipocriti discorsi umanitaristici gli interessi dell’imperialismo Usa). Che noi si abbia il coraggio di ritornare alla basilare triade identitaria di sangue, suolo, spirito, unico modo per onorare il passato, vivere degnamente il presente e assicurare un futuro almeno decente ai nostri figli.

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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