Ambientalismo? Sì, grazie, ma etno- ed eco- nazionalista

Mi sono soffermato più volte sul basilare nesso tra identitarismo etnonazionalista e ambientalismo razionale, che dovrebbe far comprendere come non possa esistere alcuna coscienza ecologista slegata dall’istanza patriottica, e tradizionalista. Eppure sappiamo bene, purtroppo, quanto i cosiddetti “verdi” italiani ed europei siano pressoché ciarlatani della sinistra progressista, spesso e volentieri ben più preoccupati di “diritti civili” che di ambiente.

Questo accade perché si è completamente perduta di vista la tutela, sacrosanta, dell’integrità etnica del popolo indigeno, di cui si parla solo ed esclusivamente se si tratta di tribù sperdute del sud del mondo, sfruttate per la solita propaganda antirazzista dei nostrani perbenisti.

Oggi, tuttalpiù, ci si limita al dibattito culturale, religioso, linguistico o folclorico, ma guai a parlare di razza, etnia, antropologia fisica, genetica, insomma di sangue e verità biologiche, altrimenti i sonni degli antifascisti verrebbero pesantemente turbati. Chiaramente, nel caso degli Europei, che sembra siano gli unici sulla faccia della Terra a dover soccombere in silenzio.

E, di conseguenza, si perde di vista l’inscindibile legame tra sangue e suolo, tra popolazione autoctona e sua terra natale, che sono parimenti minacciate dalla globalizzazione e da tutti quei fenomeni da essa suscitati, tra cui i flussi migratori dal terzo mondo verso l’Europa.

L’imbecillità dei “verdi” è concentrata nel loro concetto progressista di ambientalismo, un qualcosa di funzionale al sistema mondialista che non mette minimamente in discussione il distruttivo impatto dell’immigrazione di massa sul territorio: devastazione del verde, espropriazioni di terreni, cementificazione selvaggia, inquinamento, traffico e la conseguente distruzione del tessuto etnico, culturale e sociale originario di un territorio.

Immigrazione significa, infatti, sovrappopolazione, e la Lombardia conosce bene questo termine, reso ancor più drammatico dall’esodo meridionale e, più di recente, dal massiccio afflusso di genti esotiche. Inevitabilmente queste deportazioni di popoli – solleticate dall’affarismo più bieco e spietato, ammantato di filantropia – verso aree a loro estranee comporta la devastazione della natura, il peggioramento della qualità della vita e chiaramente tutti i disagi sociali del caso.

Quello che oggi vi spacciano per progresso e sviluppo è solo un nefasto mito turbo-capitalista, un feticcio materialistico e consumistico impregnato di tutti i veleni postmoderni, miranti ad intossicare e uccidere la coscienza identitaria e tradizionalista delle genti. E questo perché annientando il sentimento patriottico di una popolazione si spiana la strada al totale dominio imperialista dell’omologazione occidentale.

Ecco dunque l’econazionalismo, che fa da antidoto a questa scellerata temperie contemporanea, un’ideologia nota in Italia grazie al movimento insubrico Domà Nunch, che ha sempre avuto a cuore le sorti ambientali della Lombardia, concentrandosi sull’ambito dell’Insubria (la parte occidentale della Lombardia linguistica). L’econazionalismo, in buona sostanza, è una via politico-culturale che fa coincidere il concetto di nazione con quello di ecosistema, dando così legittimazione ambientalista, o meglio ancora naturale direi, al sentimento nazionalista, che sa farsi anche etnonazionalista.

In realtà questo movimento ideologico non pone eccessiva enfasi sulla questione etnica, e biologica a livello antropologico, ma di sicuro si fa prezioso strumento nella lotta contro la globalizzazione e l’immigrazione di massa, che come detto sopra sono chiaramente mortali minacce all’equilibrio di un sistema ecologico, e dell’ambiente. A ben vedere lo stesso etnonazionalismo prevede un forte sentimento ambientalista, proprio perché non ci può essere sangue senza suolo, e viceversa: a che pro l’ecologismo se il popolo autoctono si estingue?

Bisogna dunque comprendere che di ambientalismo ha senso parlare solamente se declinato in senso etnicistico e identitario: ci opponiamo alle specie alloctone di flora e fauna importate (quasi sempre specie parassitarie che vanno a detrimento di quelle autoctone) e non diciamo nulla a proposito dei tracolli immigrazionistici e multirazziali? Condanniamo inquinamento e deforestazione di casa nostra, ma non diciamo nulla su una delle loro cause, che è l’esodo da un Paese straniero? Spostare uomini, animali e specie vegetali da un luogo all’altro, soprattutto se agli antipodi in senso ambientale e climatico, comporta guai per tutti, indigeni e allogeni.

Sradicare popoli, come animali e vegetali, significa estirpare l’identità biologica (e culturale, nel caso umano) della specie, e sottospecie, per trapiantarle in un contesto ad esse estraneo, finendo per distruggere chi ospita, sconvolgendo la catena del sistema ecologico, e snaturando chi viene letteralmente deportato.

Le piante alloctone soffocano le autoctone, le bestie alloctone predano e conducono alla morte per malattia e fame quelle autoctone (riproducendosi in maniera incontrollata), gli individui allogeni, per quanto possano essere “civili”, minano l’integrità di popolo e territorio ospitanti, e fanno il gioco di chi si erge a nemico ipocrita di tutti, avendo lo scopo di scatenare guerre tra poveri per dominare autoctoni e alloctoni con la pacificazione dell’omologazione mondialista. Non ha insegnato nulla l’ecatombe di Pellirosse e Indios?

Chiaramente flora, fauna e umanità allogene non hanno colpe intrinseche, perché nei primi due casi vengono sradicate e importate da esseri umani e nel terzo caso, per quanto anche qui vi sia lo zampino dell’imperialismo apolide di matrice americana, a monte vi sono sovente povertà, guerre, persecuzioni, carestie e via dicendo. Ma questo non significa che un popolo indigeno debba tollerare tutto ciò, anzi, deve opporsi con tutto sé stesso alle minacce mortali rappresentate dalle torme di sradicati, di tutti i generi e specie, trapiantati a forza nel proprio contesto, dalle mafie usurocratiche.

Il problema alla base di tutto questo è costituito dalla globalizzazione, che chiaramente è espressione dell’imperialismo americano, braccio armato del mondialismo, la cui distruttiva portata si concretizza nello sconvolgimento del pianeta attuato anche grazie ai fenomeni migratori, di qualsiasi tipo. Ed è importante comprendere come tali migrazioni rappresentino anche una minaccia concreta all’ecosistema, perché impattando contro un territorio straniero, rispetto a chi migra, generano caos, devastazione, squilibri, destabilizzazione e annientamento di ogni profilo peculiare di quella regione.

A vantaggio di chi, tutto questo? Potete immaginarlo da voi. Dove si ricrea una babele multirazziale e multiculturale c’è lo zampino della finanziocrazia apolide e del cosmopolitismo, che sono strumenti nelle grinfie dei tiranni capitalisti americani e dei loro burattinai bancari; costoro hanno così il comodo pretesto per armare eserciti ed esportare la loro personalissima idea di democrazia, al fine di imporre la propria “pace” fatta di livellamento, schiavitù affaristica, progressismo e spersonalizzazione degli individui mediante pattume liberale. Si annienta l’identità della gente per trasformare tutti in placide pecore da condurre al macello.

Il fenomeno migratorio moderno, così, si colloca nel solco della rapacità globalista occidentale, in quanto arma di distruzione di massa contro quelle società forti, sane, identitarie e orgogliose della propria natura combattiva, da non confondersi con razzismo ed intolleranza, che sono invece prerogative dei colonialisti di ieri e di oggi. Opporsi, dunque, a flussi e società multirazziale significa amare, amare le proprie radici, la propria terra, il proprio sangue, non facendo ricadere odio sugli altri, che diventano a loro volta vittime di questo sistema economico scellerato, ma battendosi contro ogni forma di nichilismo valoriale, che genera mostri.

Odio, violenza, terrore, intolleranza, razzismi e discriminazioni non fanno parte del bagaglio culturale ed etico del sincero patriota ed etnonazionalista, essendo appannaggio dei filantropi di cartongesso che, strumentalizzando catastrofi umane, mettono gli uomini uno contro l’altro affinché prevalga su tutti il dispotismo del grande capitale atlantista. A scapito delle popolazioni, autoctone e allogene, ma anche di flora e fauna, perché l’avvelenamento, la distruzione e lo stupro infame della Terra sono elementi connaturati al dominio plutocratico, e che solo un coscienzioso ambientalismo identitario può tentare di contrastare in maniera sagace. Con l’astensione, doverosa, di quegli utili idioti “verdi” più usi a cianciare di antifascismo, che di concreto spirito ecologista.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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