Etnonazionalismo, il roseo futuro di Italia ed Europa

L’idea etnonazionalista, su cui dovrebbe basarsi un identitarismo patriottico serio ed efficace, è senza ombra di dubbio il futuro (roseo, anche come pigmentazione) di un’Europa desiderosa di combattere a spada tratta contro i veleni del globalismo apolide e di un affarismo sempre più spietato che non guarda in faccia a niente e nessuno. Contrapponendo il sangue e il suolo all’egualitarismo distruttore, l’etnonazionalismo si costituisce come sicuro baluardo a salvaguardia dei popoli indigeni.

Il nazionalismo etnico affonda le proprie radici nei movimenti völkisch di area germanica sorti nell’Europa centrale a cavallo tra ‘800 e ‘900, che in parte ispirarono il nazionalsocialismo; eredi del romanticismo teutonico, queste compagini si ispiravano, per l’appunto, ai principi di sangue e suolo, da cui sorge lo spirito luminoso di un popolo, una nazione, che si fa sua guida lungo il cammino comunitario di una verace realtà etnica.

Ma anche senza scomodare il passato, la natura dell’etnonazionalismo appare evidente grazie all’enfasi posta da esso sul fondamento etnico-razziale, territoriale e spirituale/culturale di una comunità nazionale. Una coscienza identitaria, questa, che diviene riferimento per tutti coloro che, orgogliosi delle proprie radici e desiderosi di contrastare l’eradicazione operata dal mondialismo, si fanno araldi di un messaggio militante duro e puro, vero e proprio pugno nello stomaco ad ogni forma di conformismo borghese anti-patriottico.

L’etnonazionalismo ingloba le istanze del socialismo nazionale, del comunitarismo, del razzialismo inteso come spirito di appartenenza e lotta al sistema auto-genocida che uccide l’Europa, ponendosi come scelta radicale, e vincente, in un’epoca densa di sfide globali, che comportano la messa in discussione dello statuto di popolo, nazione, etnia, comunità.

Vorrei fosse chiaro da subito un concetto: l’etnonazionalismo non è razzismo, non è neonazismo, non è imperialismo, non è suprematismo coloniale; si tratta di identitarismo e tradizionalismo militanti atti alla sacrosanta difesa e salvaguardia dei popoli indigeni di un territorio che, oggi come oggi, appaiono sempre più mortalmente minacciati da tutti i perversi aspetti della globalizzazione, animata dalla rapacità affaristica del capitalismo.

Il nazionalismo etnico combatte con tutte le sue forze quel perverso concetto moderno di Occidente, che fondamentalmente riguarda i falsi valori euro-americani del capitalismo, del consumismo, del materialismo e dell’edonismo, di cui Usa, Ue e Nato si fanno portatori. Il vero nemico dell’Europa identitaria, infatti, non è rappresentato da un inesistente pericolo comunista, bensì dal mondialismo unipolare a stelle e strisce che si serve di tutti i suoi cani da guardia ideologici per avversare la verità di sangue e suolo, alla base di una comunità sana, forte e orgogliosa.

Non v’è miglior antidoto ai veleni mondialisti della visione del mondo völkisch, poiché all’affarismo, all’imperialismo, al dispotismo del grande capitale (che si nutre di antifascismo e anticomunismo) contrappone un identitarismo radicale e coerente teso alla difesa di ciò che costituisce la spina dorsale di ogni popolo. Senza dato antropologico e biologico non si può più parlare di popolo ma di ecumene meticcia e informe, e dunque totalmente in balia di chi demonizza il sangue per affermare le nefaste ragioni (si fa per dire) del cosmopolitismo.

Distruggere un popolo indigeno (gli Amerindi ne sanno qualcosa) è l’anticamera della dittatura plutocratica di banche, lobby e mercati, del perverso culto del dio denaro insomma, che è ciò che manda a rotoli il pianeta scatenando colonialismi, guerre, imperialismi, moti migratori, devastazioni della natura senza riguardo alcuno per gli equilibri ecologici.

E, si badi bene: un popolo non si annienta solo con le armi e i massacri, ma anche (e forse soprattutto) con i subdoli mezzi della propaganda pluralista, cosmopolita, antirazzista, con l’omologazione di tutti i popoli al fosco vangelo dello status quo imposto dai vincitori occidentali dell’ultimo conflitto mondiale. Ed essendo, l’etnonazionalismo, l’unico irriducibile nemico di questa temperie barbarica, è evidente come sia il principale bersaglio della demonizzazione liberale e socialdemocratica, che ravvede nel sangue e nel suolo una implacabile minaccia a ciò che sta più a cuore ai reggicoda del sistema mondialista: i soldi.

Dietro tutte le manfrine progressiste si cela, infatti, il capitalismo, ovverosia la necessità del grande capitale di omologare, uniformare tutto e tutti alla volontà dei mercati, che si nutrono di “diritti civili” e “diritti umani”, nient’altro che ipocrite etichette per designare la spietata standardizzazione dei popoli alla vulgata dell’imperialismo occidentale. La farsa dei “diritti civili” arcobalenati, per pochi, è un modo infame per demolire i diritti sociali di un intero popolo (costituito da famiglie, lavoratori, giovani, poveri disgraziati abbandonati a sé stessi), mentre i cosiddetti “diritti umani” sono il comodo paravento degli esportatori di democrazia per distruggere i regimi politici a loro sgraditi impiantandovi docili fantocci.

L’etnonazionalismo si pone, dunque, come la vera ed unica forma di resistenza efficace e coerente al mostro globalista, che avvelena e lentamente uccide i popoli indigeni e le legittime nazioni cui danno vita; difendendo il sangue, esso ribadisce l’importanza del dato etnico e razziale in quanto fondamento di una comunità genuina, altrimenti inesistente; difendendo il suolo, afferma la necessità di un ambientalismo serio e vincente, che non scinda mai la sopravvivenza dell’habitat naturale da quella della gente indigena che lo popola; difendendo lo spirito, si fa alfiere della cultura autoctona, che del resto è l’anima, la luce, la vita tradizionale e identitaria di una comunità.

Se vogliamo che le nostre realtà territoriali, etniche, nazionali sopravvivano, le sfide globali si vincono con la dottrina del nazionalismo etnico, anche perché la coerenza völkisch ostacola quei perniciosi sincretismi tra identitarismo e tradizionalismo genuini e ideologie ben poco patriottiche come il cristianesimo. E ostacola anche ogni banalizzazione di matrice reazionaria, liberale, neofascista.

E non lasciatevi abbindolare da coloro che vorrebbero spacciare l’etnonazionalismo per guerra fratricida tra nazioni (o popoli parte della medesima realtà nazionale), prendendo a pretesto le vicende balcaniche o dell’Est europeo; un etnonazionalismo su scala italica, ad esempio, risolverebbe annose questioni senza mai giungere a conflitti (del resto mai esistiti) poiché Lombardi, Toscani e Siciliani non sono minimamente paragonabili a Croati, Bosniaci e Serbi, in termini di rivalità, anzi di vero e proprio odio.

La parolina magica, in casi come quello italiano (o iberico, francese, tedesco…), è “federalismo”, strumento pacifico e civile di convivenza sotto il medesimo tetto nazionale che impedisce di arrivare a follie sanguinarie, perché una volta che si raddrizzano tutte le storture di uno stato nato male e cresciuto peggio si possono anche appianare tutti quei conflitti che rendono detestabile la repubblica nostrana alle genti italiche. Una repubblica che dovrebbe essere emblema di una cultura, di una civiltà senza eguali come quella d’Italia, ma che abbisogna come ossigeno di rivoluzione etnica che conferisca finalmente allo stato un volto etnofederale, e che gli impedisca di essere una sorta di intoccabile moloc oberante sulla schiena dei cittadini. Le nazioni legittimano gli stati, non viceversa. Nel segno della salutare Weltanschauung del nazionalismo etnico.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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