L’attualità identitaria e tradizionalista del solare ethos ariano

Un punto fondamentale di un ideale manifesto etnonazionalista ed identitario è costituito dall’arianesimo, inteso come ferrea volontà di recuperare, preservare e tramandare il patrimonio etnico e culturale dei nostri avi indoeuropei, da indicarsi come Ariani laddove si voglia definirne lo statuto antropologico (biologico, dunque genetico e fisico). Sappiamo quanto questo termine sia stato banalizzato e inflazionato dagli avvenimenti del XX secolo, sia in senso razzista che antirazzista, ciò nonostante è bene utilizzarlo anche per emendarlo da ogni scoria ideologizzante, soprattutto di stampo antifascista.

Gli Ariani, il cui etnonimo in questione designa i locutori antichi delle lingue cosiddette indoeuropee (o indogermaniche), furono quell’insieme di popoli eurasiatici, in origine nomadi, la cui Urheimat si colloca tra le steppe del Mar Nero e del Mar Caspio, e che a più riprese invasero l’Europa, ma anche l’Eurasia orientale (sino alla Cina), l’Iran, l’India, il Medio Oriente. Recarono seco, per l’appunto, le lingue indoeuropee (fondamentalmente divise in due tronconi, le centum e le satem), ma anche una peculiare concezione spirituale e religiosa e tutta una serie di innovazioni tecnologiche, legate alla guerra.

L’avanguardia tecnologica indoeuropea garantì ai pastori e guerrieri nomadi di imporsi su un gran numero di popoli preindoeuropei dell’Eurasia, divenendo la loro classe dirigente (sia in senso militare che politico e religioso); questo diede loro modo di forgiare, praticamente, le nostre civiltà, a partire dall’ambito linguistico, religioso e culturale, civiltà che nel caso europeo sono fondamentalmente l’italica, la celtica, la germanica, la balto-slava, l’ellenica e altre minori (come l’illirica e la daco-tracica).

La guerra, la tribù, la stirpe, la famiglia, la società patriarcale, la religione, la natura, i valori virili e sacri, la pietas femminile, il senso dell’onore, della fedeltà e della lealtà, la gerarchia, l’ordine, la solarità e l’afflato spirituale votato all’unione tra mondo terrestre ed uranico… Erano, queste, tutte caratteristiche rintracciabili in ogni cultura indogermanica, dai Latini ai Greci, dai Celti ai Germani, dai Balto-Slavi agli Indo-Iranici.

Siamo profondamente debitori degli Ariani, se non in senso biologico sicuramente in senso culturale, civile, sociale. In senso biologico non siamo di certo prevalentemente indoeuropei, soprattutto se pensiamo all’Europa occidentale e meridionale; il contributo genetico e antropologico ad un territorio come l’italiano è, fondamentalmente, modesto e riguarda un fenomeno di superficie essendo gli Italiani (tutti) per lo più geneticamente mesolitici e (soprattutto) neolitici.

L’incidenza massima dei geni ariani in Italia si ha in area alpina, come è logico che sia, essendo questa da sempre crocevia di incursioni transalpine verso la Pianura Padana e la Penisola. Si parla di Celti, Italici (e Venetici), Germani e anche Slavi. Nello specifico, le aree con maggior concentrazione di componenti autosomiche steppiche (nordorientali) sono il Piemonte occidentale con la Val d’Aosta, l’alta Insubria con il Canton Ticino e naturalmente il Triveneto, in particolare nel suo settore centro-settentrionale (le lagune presentano valori padani).

D’altronde, queste sono anche le zone in cui si concentra la maggior parte del nordicismo fisico italiano, in termini di capelli biondi, occhi azzurri, carnagione chiara e tratti somatici continentali. Attenzione: non sto facendo l’equazione nazista Ariani = Nordici, ma è un dato di fatto che queste caratteristiche fisiche siano state recate in Italia da genti dell’Europa centro-orientale, in cui si è verificata la genesi del fenotipo nordico del Ferro; del resto, parrebbe che già in ambito steppico vi fossero individui depigmentati, anche se cromagnoidi, e questo non tanto per ragioni climatiche quanto per fattori alimentari e vitaminici. Anche la tolleranza al lattosio sarebbe indicativa, in questo senso.

Più decisiva e preponderante, in termini biologici, è la diffusione di linee genetiche paterne ascrivibili alle invasioni ariane, in tutta Europa, Italia compresa, soprattutto per quanto concerne l’aplogruppo R1b (fondamentalmente occidentale) e R1a (pressoché orientale). Questo è sicuramente dovuto all’impeto guerriero e conquistatore ariano, riflettutosi anche sulla fecondazione delle donne locali e, dunque, sulla natalità, che ha contribuito all’espansione del lignaggio paterno in questione. La poligamia, la carica sessuale e l’alta natalità maschile hanno, pare, inciso sul predominio degli aplogruppi di origine steppica in Europa e altrove (India settentrionale, ad esempio).

Ma ciò che maggiormente conta parlando di Italia (e di Lombardia) in rapporto alle genti ariane calate dai valichi alpini è naturalmente l’ambito culturale, spirituale e civile, poiché ad esse le nostre terre devono la propria precipua identità etno-culturale in termini di lingua, di ethos, di religiosità arcaica, di tradizione genuina slegata dai nefasti influssi desertici, di usi e costumi folcloristici e così via. La Lombardia, in senso etnico e storico, è debitrice delle tribù protoceltiche e galliche, della cultura (proto)villanoviana italica, di influssi venetici ad est, della romanizzazione e della cultura latina ovviamente ed infine, anche se in misura molto contenuta, dell’apporto di superstrato germanico, di origine medievale. Si parla soprattutto di Longobardi, in questo caso.

Culturalmente parlando, noi Lombardi potremmo dirci, riflettendo la natura delle nostre lingue locali, celto-romanzi, con un superficiale contributo germanico, vale a dire (come ho più volte ricordato) anello di congiunzione tra Mediterraneo ed Europa continentale.  All’Europa occidentale ci legano l’eredità paleo-mediterranea e i Celti; a quella centrale l’arcaico sostrato ariano dei campi di urne (e, quindi, Hallstatt e La Tène), e il dominio germanico medievale; al resto d’Italia (e per certi versi ai Balcani) il Neolitico, gli Italici calati dalle piane danubiane (di fenotipo alquanto dinarico/adriatico), gli Etruschi e ovviamente Roma antica.

Quando dico che l’arianesimo deve essere un punto fondamentale di un manifesto identitario serio e coerente con le nostre radici e la nostra storia, intendo dire che non possiamo prescindere da coloro che ci hanno plasmati soprattutto da un punto di vista culturale e spirituale, che ci hanno dato le lingue che parliamo e dunque, in un certo qual modo, la mentalità e l’indole, che hanno reso grande la Lombardia come l’Italia intera. La patetica e ridicola demonizzazione operata dall’antifascismo nei riguardi degli Ariani (che, ripeto, non sono creature diaboliche inventate da Hitler ma le genti linguisticamente indoeuropee, intese etnicamente) ci impone di recuperare, emendare e salvaguardare le nostre vere radici da ogni minaccia relativista, ristabilendo la verità storica dei fatti, onorando così i nostri nobili padri.

L’arianesimo non deve essere concepito come cimelio polveroso da museo, ma come parola viva che rifulge ancor oggi nelle nostre vite, indirizzandoci lungo la retta via dell’identità e della tradizione slegate da ogni ciarpame mistificante, sia che si tratti di giudeo-cristianesimo, sia che si tratti di italianismo di cartapesta, soprattutto in chiave di vuota retorica patriottarda castrata da certi foschi miti risorgimentali e resistenziali.

Proprio per questo, essere Lombardi, Italiani ed Europei non deve essere dicitura cartacea dal sapore burocratico, ma verità etnonazionalista che si concretizza nel nostro quotidiano, come simbolo e come destino di un’esistenza votata alla sacrosanta difesa di ciò che, per tutti noi, dovrebbe contare più di ogni cosa: il sangue dei padri (emblema verace di coscienza etnica e razziale, e di stirpe famigliare), il suolo della patria (a suggellare il basilare patto sacrale tra uomo e natura), il solare spirito patriarcale, che nasce nel contesto virile, guerriero e religioso ariano, e giunge sino a noi, ancora integro e attuale, dopo aver resistito a tutte le burrascose vicende della nostra storia.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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