Più muri, meno ponti

Uno stato che si rispetti, e che dunque non si tramuti in una gabbia dittatoriale gravante sulle spalle dei suoi cittadini indigeni (angariati, per di più, da degrado, malcostume, corruzione, inettitudine, ideologia statolatrica nemica della libertà e servaggio verso lo straniero, quanto cioè accade nell’attuale Italia oppressa dalla RI), è uno stato che rappresenta, tutela, esalta e rende giustizia al suo popolo, rivelandosi autorevole e forte coi forti, resistente ad ogni minaccia esterna, indipendente e orientato sempre all’autodeterminazione, senza scendere a patti su questioni di vitale importanza.

Chiaramente, non è il caso dell’attuale Repubblica Italiana, essendo una misera colonia dell’imperialismo americano, pedina della Nato, serva dell’Unione Europea (e dunque di Parigi e Berlino), prigioniera di più di 70 anni di dispotismo antifascista che l’ha resa mero apparato senza nazione, ovverosia uno strumento nelle mani dei poteri forti parassitari che la usano come clava contro i popoli italiani indigeni, e non contro le prepotenze dei forestieri (siano essi occidentali e ricchi che provenienti dal terzo mondo e in brache di tela).

Non è, qui, una questione di neofascismi, di neo-sovietismi, o di rigurgiti di giacobinismo; si tratta di assicurare all’Italia uno stato, e dunque un governo, che sappiano farsi rispettare, sia all’estero che all’interno, e di conseguenza che agiscano sempre e comunque nell’interesse dei popoli italiani, e non a loro detrimento. Si capisce, dunque, che per una coerente azione di governo in questo senso si debbano adottare politiche economiche incentrate sul protezionismo, sul dirigismo, sulla nazionalizzazione delle grandi industrie, sulla salvaguardia di agricoltura e allevamento locali (e dunque dell’alimentare nostrano, punto di forza pan-italiano), recuperando naturalmente la sovranità monetaria ed impedendo l’emorragia di fresche forze giovanili dirottate all’estero, oltre a fermare una volta per tutte l’odioso fenomeno della delocalizzazione delle aziende.

Sarebbe davvero ora di piantarla con le scorribande dei moderni lanzichenecchi che irrompono in Italia per fare compere depredandoci di marchi ed industrie storici (con la complicità, è ovvio, di uno stato imbelle che si preoccupa solo di eseguire la volontà americana, atlantica e franco-tedesca), mentre ogni velleità italiana all’estero viene prontamente bollata come egoismo e fascismo. Il libero mercato assoggetta i destini dei popoli ai capricci del capitalismo, della plutocrazia, impedendo la sacrosanta sovranità nazionale e dunque la propria autodeterminazione, anche in termini economici, produttivi, agricoli, industriali, occupazionali.

Uno stato forte, sano e libero da legami di sudditanza nei confronti dello straniero e delle lobby, sarà uno stato che protegge la propria economia, il proprio lavoro e le proprie industrie, nazionalizzando le principali, quelle di interesse davvero nazionale; dirigerà la vita economica del Paese finalizzandola al suo benessere e alla sua prosperità, non solo economica ovviamente; espellerà multinazionali straniere e assesterà sonori calci nel sedere a tutti gli organismi sovranazionali, tra cui le banche internazionali; tutelerà i lavoratori indigeni e le loro famiglie, impedendo delocalizzazioni e immissioni massicce di allogeni, pedine colorate sfruttate dai moderni negrieri per liquidare la sovranità nazionale e i diritti dei suddetti lavoratori indigeni; lotterà senza tregua contro le ingerenze straniere, il parassitismo lobbistico, e l’immigrazione, attivandosi, invece, per rimpatriare tutti coloro che risultano fuori posto; preserverà la natura e l’ambiente, il paesaggio, come valore identitario e culturale, ma anche come fonte di sostentamento e di benessere per gli autoctoni.

Se l’organismo statuale italiano non riesce a conciliare la visione etnofederalista con quella presidenziale (e dunque con protezionismo, dirigismo, sovranismo e una dose bastante di autarchia) esso si rivela, come ora, una prigione repubblicana, che invece di promuovere la realizzazione delle genti italiche la svilisce, ancorandole sul fondo di uno statalismo ben poco proficuo, in quanto tributo atlantista alla volontà dei vincitori dell’ultimo conflitto mondiale. Del resto è la bibbia degli antifascisti italiani (la Costituzione) a parlar chiaro circa la cattività che gli Italiani sono costretti a subire, da un settantennio abbondante.

Ci sono interessi nazionali che accomunano i Lombardi ai Siciliani e i Veneti ai Sardi, e sono interessi che vanno dall’economia all’industria, dalle politiche agricole a quelle monetarie, e dalla difesa alle politiche migratorie. Roma dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per tutelare il mercato italiano e il lavoro italiano, essendo in ballo i diritti dei lavoratori e delle loro famiglie, nonché la sovranità di questo Paese che è in completa liquidazione da decenni. E, sicuramente, il fatto che questo stato non è né carne né pesce, e cioè né presidenziale (e sovranista) né (etno)federalista, in quanto beceramente plasmato meticciando il sistema francese con quello tedesco, non aiuta in alcun modo l’Italia a risollevarsi dalle rovine di un italianismo accartocciato su sé stesso, tanto da aver ridotto la stessa Italia ad un distorto concetto di patria artificiale statolatrica del tutto castrata.

Se c’è un Paese al mondo che non ha bisogno di ricevere lezioni da chicchessia, questo è proprio il nostro, ed anche per tale motivo lo stato dovrebbe battersi in ogni modo per farsi rispettare, dando rispetto a chi se lo merita, e smettendo i panni degli stoini delle zampe altrui. La vergogna della svendita delle aziende italiane agli stranieri (con tutto ciò che ne consegue) deve avere fine, ed è giusto imporre dazi e mantenere le dogane per salvaguardare la propria sovranità economica e monetaria. Oggi, altresì, anche le faccende migratorie assumono un certo peso in questa direzione, basti pensare a come i furbacchioni d’oltralpe (ma non solo) vogliano la botte piena e la moglie ubriaca a scapito dell’Italia, costretta a sobbarcarsi tutto il peso dei massicci movimenti migratori nel Mediterraneo.

Con uno stato presidenziale, etnofederale e forte nella propria sovranità e nella tutela dei propri interessi, avrebbero fine tutti quegli infami soprusi consumati a scapito dell’Italia in vari campi, soprusi che hanno luogo anche grazie alla permanenza del Paese nella Nato e nell’Unione Europea: la Nato fa l’interesse degli Usa, l’Unione Europea di Germania e Francia, con l’italietta dei servi ridotta a tappetino calpestato da cani e porci. E cosa riceve in cambio? Torme di immigrati, con tutto il loro bel carico di problemi, tra cui l’invasione del nostro mercato interno ad opera di prodotti immessi in maniera del tutto sleale e proditoria, a detrimento dei beni italiani.

Con l’etnonazionalismo il futuro dei popoli italiani si fa roseo, ma senza di esso assume una tonalità ben diversa, e molto più in linea con i connotati di chi in Italia non ci dovrebbe stare nemmeno dipinto. Personalmente, sono contrario ad ogni forma di colonialismo, a maggior ragione a partire da quello che noialtri subiamo dagli Stati Uniti e dai loro principali cagnolini europei (Regno Unito, Francia, Germania), e che passa anche per l’adesione pedissequa dell’Italia ai dettami internazionalisti in materia di allogeni, senza dimenticare la continua sudditanza occidentale nei confronti di Israele e del sionismo. In questo quadro non stupisce se oltre ai veleni dell’Occidente e alle problematiche alloctone ci si deve misurare anche con le ingerenze politiche ed economiche di Paesi in via di sviluppo o emergenti, che assaltano barbaricamente l’Italia con l’intento di risucchiarla nel perverso vortice mondialista, giustificato dal nefasto mito (ipocrita) dell’umanitarismo.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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