Italia vuol dire Cultura: per una religione civile patria

In una risistemazione della Repubblica Italiana, radicalmente riformata in senso presidenziale e soprattutto etnofederale, lo staterello-francobollo vaticano verrebbe, ovviamente, assorbito dall’Italia assieme a San Marino, Monaco e Malta. L’esistenza di queste entità pulviscolari prive di sangue, suolo, spirito, e di seria motivazione storica, è un insulto ai popoli d’Europa, e alle nazioni storiche del continente, dunque. Tanto più che tutti sappiamo quanto chincaglierie come San Marino o il Lussemburgo e il Liechtenstein siano solo balocchi per ricchi evasori, trastulli per agiati parassiti.

Parlando del Vaticano, tuttavia, una questione spirituale, in realtà si pone, come è ovvio, essendo questa briciola di Roma contaminata da millenni dai veleni del cristianesimo cattolico, che ha eretto il Vaticano a sua centrale, con esiti nefasti per l’Urbe, per l’Italia e per l’Europa intera. Come è risaputo non ho alcuna simpatia per ebraismo, cristianesimo e islam, essendo tre teste del medesimo mostro monoteista del deserto mediorientale; per quanto il cristianesimo sia radicato in Europa da duemila anni, esso rimane un corpo estraneo che ha pervertito lo spirito tradizionale, originario, degli Europei, trascinandoli in folli avventure come le crociate interne e al ripudio dei culti per davvero tradizionali delle nostre terre, ovverosia quelli gentili.

Dipendesse da me, assorbirei il Vaticano, trasformerei San Pietro in un gigantesco museo e manderei papi, cardinali, vescovi e quant’altro a zappare la terra in campagna, cosicché potrebbero davvero rendersi utili, per la prima volta nella loro vita, alla collettività italica. Sono duemila anni ormai che papi e papisti ostacolano i destini d’Italia, ed è noto quanto la Chiesa si sia rivelata nefasta ai fini di un’unificazione politica della Penisola che avrebbe evitato, certamente, tutta una serie di sciagure succedutesi nel tempo.

Basterebbe solo citare l’epopea longobarda, e come i preti si siano sempre accaniti contro il Regno Longobardo, facendo carte false per evitare che i Longobardi calassero in profondità nell’Italia centrale liquidando una volta per tutte la Roma papalina e annettendosi il Lazio (o meglio, il Ducato romano); tutti sappiamo del pernicioso ruolo svolto dai romani pontefici (titolo in origine pagano usurpato dai diversamente rabbini) per chiamare in Italia, di volta in volta, i loro amiconi bizantini e franchi/francesi, al fine di evitare l’edificazione di uno stato unitario italiano forte e autorevole, sotto la guida già di Goti e Longobardi.

Dico questo non certo per maledire 1500 anni di separazione politica delle Italie (sicuramente frutto anche della differenziazione delle stesse) ma per esecrare le scorribande continue degli stranieri, a casa nostra, sollecitate e agevolate dai mafiosi dello stato pontificio, per di più in un quadro politico e amministrativo della Penisola che si ritrovava polverizzata in innumerevoli e inutili staterelli, e non in grandi entità politiche che rappresentassero per davvero le Italie, i popoli storici precipui dell’Italia (che, ribadisco, sono a mio avviso 6).

Anche alla luce di queste faccende, nonché del mio razionalismo, mi ritengo laico, che non significa laicista e propagandista ateo; da un punto di vista religioso e spirituale, per quanto mi riguarda, sarei tranquillamente per un recupero della gentilità ario-romana e ario-italica, non senza rispolverare anche i culti pagani locali, come possono essere quelli liguri e celtici, epperò non certo in chiave confessionalista e teocratica, bensì come riscoperta – soprattutto civile e culturale – di quelli che furono culti per davvero tradizionali di Italia ed Europa.

Sono laico nella misura in cui terrei rigidamente separate le sfere della politica e della religiosità/spiritualità: nessun dio deve essere messo al di sopra del destino etnonazionale degli Italiani, essendo la realtà razziale più importante di ogni altra cosa (e dico razziale come connubio di elementi di sangue, di suolo, di spirito, senza intenti positivistici e da materialismo “zoologico”). Al contempo sarei, tuttavia, per la promozione di una religione civile, laica, un credo patriottico che celebri la Patria (o meglio ancora, le Patrie) dando un volto anche spirituale, nel senso cioè di civiltà e cultura millenarie, a quel patto etnico e federale che vedrei alla base della rinascita italica.

Qui immagino le accuse di giacobinismo e neofascismo, o di scimmiottamento di costumanze transalpine. Nulla di tutto questo. Se poniamo, al di sopra di ogni cosa, il bene e l’interesse dell’Italia e delle sue nazioni storiche, è più che logico dare anche una legittimazione spirituale a questo aspetto che non può essere meramente materiale: una legittimazione che non può venire dal cattolicesimo – essendo stato la fonte di ogni sciagura italiana medievale, moderna e contemporanea – ma dal recupero sobrio, austero e razionale delle vestigia pagane, unite dunque al dato etnico, dell’Italia romana che fu, dell’Italia oltretutto rispettosa delle proprie peculiarità sub-nazionali.

Questa religione patriottica celebrerebbe il retaggio lasciatoci dai nostri nobili padri, che sono italici e reto-etruschi, umbri e romani, liguri e celti, greci e illirici, sino ad arrivare a Goti e Longobardi, i primi come continuatori tardo-antichi della romanità (ancorché “barbarica”), i secondi come iniziatori del Medioevo italiano e della regalità italica inserita nel quadro imperiale del SRI. La Corona Ferrea conservata a Monza sta a simboleggiare questo glorioso passato italo-germanico, sacro connubio tra romanità peninsulare e germanesimo continentale.

Ma la suddetta religiosità civica andrebbe anche a toccare gli aspetti più culturali, umanistici se vogliamo, dell’italianità, celebrando l’Italia come culla della romanità e del diritto, della latinità, delle arti e dell’estro artistico, del pensiero classico romano, della maestria sublime di Dante come del Rinascimento. E siccome l’italianità non è nulla di granitico e compatto, omogeneo, banalmente monotono e appiattito solo su di una parte di essa (per quanto, capiamoci, il mito di Roma nasca e si sviluppi in una cornice ben precisa, anche se comunque mediana, centrale, a metà strada tra Nord e Sud), questa celebrazione deve farsi rispettosa della variegata natura del Paese, che è poi l’unico modo per raggiungere una coesione tra areali etno-culturali e storici diversi.

Mi rendo perfettamente conto che, oggi, nel reale, Roma è lontana anni luce dai fasti che furono, essendo impantanata in un processo di degradazione e decadenza che dura non da secoli, ma da millenni; nonostante questo è pur sempre Roma, e il suo prestigio, il significato che ricopre non solo per l’Italia ma per l’Europa intera, non verranno mai meno. Naturalmente, questo implica da parte della politica italiana concreti sforzi tesi al commissariamento di quella città (come del Mezzogiorno), anche mediante la promozione di un’azione “aristocratica” che possa principiare dalle terre più virtuose d’Italia, ossia le granlombarde.

Ma il lato politico, amministrativo, burocratico qui non c’entra, parlando di sfera spirituale, religiosa, culturale. Esistono grandi problemi anche nelle Lombardie, ma questi non inficiano la legittimità storica dell’etnia (gran)lombarda e lo stato attuale di Milano (ben lontana dall’essere ideale capitale lombarda) non cancella affatto gli aspetti più nobili della città ambrosiana e della cultura meneghina.

Non nella Chiesa (che ha parassitato e pervertito il pensiero classico e la gentilità, senza inventarsi nulla), non in religioni estranee all’Italia e all’Europa, non nel laicismo materialista e ateo dei “lumi”, che sbocca nel progressismo, sta la rinascita spirituale di Italia e Italiani, ma nella riscoperta delle loro genuine radici che sono ariane, pagane, italico-romane ma anche, ovviamente, caratterizzate dalla naturale eterogeneità di questo Paese. Alla base di tutto stanno, ancora una volta, sangue, suolo, spirito, triade basilare dell’identitarismo razionale; una triade che ben si sposa con il cromatismo italico rosso-bianco-verde, non principiato con stracci giacobini scopiazzati alla Francia, ma con la tradizione indogermanica, declinata in chiave romana. Sotto l’egida dell’aquila legionaria emblema del Diespiter.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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