Il presidenzialismo per un rinnovamento radicale dell’Italia

Un punto saldo della mia visione politica riguarda il presidenzialismo, opzione razionale e ponderata all’interno delle dinamiche statuali di una rinnovata repubblica italiana, che sappia unire all’istanza (etno)federalista quella sacrosanta del sovranismo, contrapposto ad ogni delirio sovranazionale incarnato da europeismo d’accatto, internazionalismo, mondialismo Nato e Onu. Oggi l’italietta di Mattarella conta meno di zero, essendo un organismo apolide alle dirette dipendenze di Bruxelles, Londra, Parigi, Berlino, Washington, New York e Tel Aviv.

Il ruolo attuale del presidente della repubblica è qualcosa di meramente simbolico: un garante dell’unità d’Italia non per motivi patriottici ma per assicurare all’Occidente che lo stato sia integro e tutto teso, in ogni sua parte, alla sudditanza verso gli Usa, ossia verso i caporioni dell’alleanza atlantica e sionista. Se uno va a riguardarsi i nomi dei capi dello stato noterà come essi siano, quasi tutti, di origine meridionale e democristiana e cioè graditi all’occupazione statunitense del nostro Paese.

Nel secondo dopoguerra, i piani di ristrutturazione americana dell’Italia – in combutta con la mafia italo-americana, ossia la stessa che spalancò le porte della Sicilia all’invasione alleata – prevedevano un netto predominio politico del Meridione, immettendo nel pubblico massicce quote di soggetti ausonici, al fine di controllare il Centro-Nord ritenuto infido, in quanto dai trascorsi partigiani (rossi) ma soprattutto “repubblichini”.

Checché se ne dica sul Sud anti-sabaudo, il referendum su monarchia e repubblica vide il successo della prima proprio nel Mezzodì, essendo questo caduto presto nelle mani degli Americani e divenuto Regno del Sud retto dai codardi Sciaboletta e Badoglio, fuggiti a Brindisi nel 1943. Codardi padani, intendiamoci, ancorché il penultimo re d’Italia sia nato e cresciuto a Napoli.

Con l’avvento della repubblica non si ebbe, ovviamente, uno stato indipendente, sovrano, patriottico, bensì un aborto a metà strada tra il centralismo francese e il federalismo tedesco, ossia né carne né pesce, favorendo così l’egemonia (anche militare) americana sulla Penisola. E il Quirinale se ne sta lì, col suo sontuoso palazzo ex papalino, popolato da un capo dello stato dal ruolo, appunto, simbolico che non perde occasione per ricordare agli Italiani quanto siano schiavi dello straniero, sia esso occidentale e ricco che del terzo mondo e povero in canna (ma che trova nell’italietta di Napolitano e Mattarella il paese di Bengodi).

Proprio per questi motivi, il presidente della repubblica non è voluto da nessuno, non è eletto cioè direttamente dal popolo, non viene scelto da esso, bensì viene imposto dalle cricche parlamentari e in quanto tale è sempre un grigio personaggio anziano, anonimo, anodino, politicamente di scarso peso ma che rimane intoccabile essendo il rappresentante della volontà del padrone atlantico.

Infatti, il PdR gode di culto della personalità mediante leggine tese a condannarne il vilipendio, leggine che sembrerebbero “fasciste” se non fosse che sono volte a stroncare il dissenso contro una carica istituzionale – che non è nemmeno voluta dalla gente – in quanto garante dell’antifascismo e della castrazione del sovranismo italiano. Lo sentite Mattarella, no? Lui difende l’unità d’Italia ma guai a parlargli di sovranismo: una schizofrenia solo apparente, perché l’unità d’Italia non è null’altro che un’assicurazione sulla vita dello status quo mondialista.

Chiaramente parlo dell’unità d’Italia per come viene intesa all’interno dello stato-apparato di stampo ottocentesco, e cioè come feticcio statolatrico che diviene prigione e non baluardo dei popoli italiani. L’unità della repubblica italiana ci può anche stare, ma se diviene priva di sovranità, di razionale patriottismo e di coesione federalista assume i tratti della coercizione statalista e centralista, nemica dell’auto-affermazione etno-culturale.

Il presidenzialismo, invece, porterebbe all’elezione diretta da parte del popolo di un presidente della repubblica che assuma anche l’incarico di capo del governo, evitando un inutile sdoppiamento dove il PdR, come ora, avrebbe solo incarico simbolico, ma costoso, non voluto dal basso, e per beffa tutelato da leggi liberticide. E, appunto, incarico simbolico gradito più alle caste internazionaliste che alla gente che questo ruolo dice di rappresentare.

Nel sistema presidenziale, il capo dello stato è sì il garante dell’unità ed integrità dello stato, ma questa volta per fini davvero patriottici, sovranisti e tesi alla difesa e realizzazione dei popoli d’Italia, anche grazie alla presenza di un parlamento federale che ne rappresenti le sacrosante istanze etno-culturali. Ne approfitto per ricordarvi che un’Italia seriamente etnofederale non avrebbe più bisogno di venti, inutili e costose, regioni artificiali, poiché al posto di enti inventati di sana pianta troverebbero spazio organismi aderenti alla realtà antropologica del Paese, in numero massimo di 6 (vale a dire Lombardia, Triveneto, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna).

Il capo dello stato presidenziale porterebbe avanti un’agenda nazionale volta all’autodeterminazione italiana in tutti i campi e che, dunque, preveda necessariamente l’uscita dalla Ue, dall’euro, dalla Nato, dall’Onu e l’espulsione dal suolo italiano di ogni ente sovranazionale, finanziocratico, imperialistico, multinazionale, nonché degli immigrati, dei rappresentati delle religioni monoteistiche (e allogene in genere) e di tutti coloro che remano contro la doverosa realizzazione degli Italiani, non più oppressi da elefantiaci apparati anti-patriottici.

Socialismo nazionale, etnofederalismo, sovranismo sarebbero riuniti nelle mani del PdR posto a capo di un sistema di governo presidenziale e di una rinnovata religione civica finalmente liberata da tutta la narrazione finto-patriottica di questi quasi 160 anni di Italia artificiale. Va da sé che il presidenzialismo che ho in mente deve dare degna rappresentazione anche all’etnonazionalismo declinato in senso federale, altrimenti come ho più volte detto, nessun patto tra Italiani è possibile.

Il PdR rinnovato nella sua carica incarnerebbe gli interessi comuni di tutte le plaghe d’Italia, dalle Alpi a Lampedusa, dalla Corsica all’Istria, dalle coste tirreniche a quelle adriatiche: ritorno della lira, esercito, geopolitica, strategie, lotta all’immigrazione e al mondialismo, alleanze eurasiatiche in chiave indoeuropea, dirigismo equilibrato, protezionismo, lotta alle multinazionali, alle banche e alla delocalizzazione (nonché al rapace mercato libero internazionale), affermazione di un nuovo spirito civico italianista non neofascista o statolatrico ma che sappia esaltare al meglio il patrimonio culturale comune delle Italie.

Cos’è l’Italia se non cultura, civiltà, arte e bellezza, romanità senza tempo (non quella caricaturale, capiamoci) e spirito ario-italico che sopravvive nei secoli e nei millenni, nonostante le svariate sozzure della peggior italietta possibile plasmata dagli eventi del dopoguerra? Un presidente della repubblica dovrebbe riuscire a dar vita e voce ad una politica di governo che sappia equilibrare in maniera magistrale il particolare e il generale, mettendo il Paese al riparo da ogni nefasta ingerenza straniera.

Una repubblica italiana conserva un suo senso e una sua dignità solo a queste condizioni, e cioè a condizione che una nuova aristocrazia (in senso etimologico) sorga luminosa, ispirata anche ai dettami völkisch del Lombardesimo, e possa dare voce all’Italia dei migliori che però non si ponga al di sopra del popolo, in maniera sprezzante, ma che anzi cerchi il suo consenso affinché dalle sue file possa uscire davvero un presidente della repubblica popolare, non più eletto dalle caste ma dalla volontà degli Italiani.

Senza presidenzialismo e senza etnofederalismo la repubblica italiana perde di significato e, infatti, si riduce a ciò che vediamo oggi: un ente apolide, rappresentato da uno slavato e anonimo tricolore e da una ruota dentata disegnata nemmeno un secolo fa, che non solo conta pochissimo a livello internazionale, ma pure in patria gode di pessima fama e non è in grado di imporsi sulle influenze mondialiste ributtandole a mare; e questo perché lo stesso ente in questione, essendo parte del sistema, non può rivelarsi di certo antidoto al globalismo eradicatore.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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