La necessità vitale dell’etnofederalismo in Italia

L’etnofederalismo, ossia un federalismo costruito su base etnica, è quanto ritengo più adatto ad armonizzare la naturale eterogeneità italiana senza giungere a poco proficui secessionismi, spesso e volentieri funzionali ad un’agenda mondialista che, dietro istanze di autodeterminazione, cela la regionalizzazione d’Europa col mero scopo di rafforzare un dominio centralista di marca franco-tedesca (l’italietta ridotta a spezzatino conterebbe meno di quanto possa contare ora, si capisce).

Non mi mostro scettico sui secessionismi perché affezionato ad uno stato-apparato ottocentesco come quello italiano (ci mancherebbe pure, considerando cosa è divenuto nel dopoguerra), ma perché per realizzarsi o scelgono la via delle armi (improbabile nell’odierna Pianura Padana narcotizzata dal consumismo) oppure l’iter della diplomazia che porterebbe un popolo come quello lombardo col cappello in mano al cospetto di Unione Europea, Nato, Onu. Anche no, grazie: sputare su Roma per leccare il deretano alle capitali mondiali della depravazione globalista?

Un patto etnofederale tra Italie (non ne esiste certo una sola, folle anche solo pensarlo) garantirebbe, innanzitutto, la salvaguardia dell’identità etno-culturale di Grande Lombardia, ambito tosco-umbro, Meridione e Sardegna, senza buttare a mare ciò che, da millenni, è comunque riuscito a plasmarsi creando una cornice storica, geografica, culturale di marca italico-romana che accomuna tutto il Paese. Certo: sono più forti le differenze che le comunanze, negarlo sarebbe da idioti, ma credo che un concetto storico di Italia e italianità esista, e riposi in quanto elaborato nei secoli da popoli di cui dovremmo andare tutti fieri quali Etruschi, Italici, Romani, financo Goti e Longobardi.

Naturalmente sono il primo a fare distinzioni tra l’Italia di cui ho testé parlato e lo stato italiano, nello specifico l’attuale Repubblica Italiana, e infatti non smetterò mai di sottolineare come, il sottoscritto, quando elogi l’Italia si riferisca alla sua accezione più alta e nobile, storica, benedetta dalla romanità e non certo alla burocrazia politico-amministrativa, beceramente coloniale, dell’attuale capitale d’Italia. L’Italia esiste come esiste l’Iberia, la Germania, la Gallia/Francia, la Britannia, la Scandinavia e così via, e al pari di queste è lo sfondo culturale aristocratico, spirituale, su cui agiscono popoli etnicamente differenti ma che condividono questa sottile linea rossa patria principiata da eventi storici senza eguali. Signori, va bene tutto, ma l’unità politica d’Italia non se la inventò Garibaldi, bensì un signore chiamato Ottaviano Augusto circa duemila anni prima…

Questo non significa condividere le sparate retoriche alla Ippolito Nievo o da Libro Cuore in cui l’Italia è vista come unica famiglia popolata da fratelli, assolutamente no. Non siamo tutti uguali, non siamo un’unica famiglia, non siamo fratelli-romani-e-basta, perché questo è palesemente smentito da antropologia, genetica, linguistica, cultura e mentalità, storia, aspetti socioeconomici e cioè tutto ciò che procede dal dato di sangue e suolo interagiti nelle diverse plaghe d’Italia. L’Italia esiste e può anche esistere uno stato italiano, a patto che sia profondamente rispettoso delle articolazioni interne di queste Italie e abbandoni ogni velleità centralista, statolatrica e neofascista.

Credo che un’unità politica sia anche utile per questioni di interesse comune, nonché geopolitiche, laddove una Penisola fatta a pezzi rischierebbe di venire spazzata via in un batter d’occhio mentre se unita e coesa – senza satrapie di sorta – potrebbe farsi valere, tutelare al meglio la propria sovranità, parlare con una sola voce nel momento in cui le contingenze lo richiedano. Penso fortemente che un’Italia etnofederale e presidenziale sia immensamente preferibile a qualsivoglia “Europa” polverizzata in regioni sempre più piccole dove, come suaccennato, a contare sarebbero solo Francesi e Tedeschi (eh sì, perché mentre in Italia si farebbe a gara a chi si sminuzza di più, tornando al quadro preunitario, in Francia permarrebbe lo spietato centralismo di Parigi, a tutto svantaggio di chi gradirebbe seguire derive micro-sciovinistiche in salsa italica).

Questo federalismo etnico andrebbe a beneficio di, massimo, sei areali etno-culturali (Lombardia, Venezie, Etruria, Ausonia, Enotria, Sardegna) oppure, minimo, quattro macro-aree sub-nazionali (ma diciamo pure nazionali, che problema c’è?) omogenee quali Nord (Grande Lombardia), Centro (Toscana e Umbria), Sud (Ausonia-Napolitania, Enotria-Sicilia) e Sardegna. In Italia, infatti, esistono un ambito lombardo-etnico, in senso ristretto, che è quello del fulcro padano dell’Italia nordoccidentale, vale a dire le terre gallo-italiche, celto-liguri, longobardizzate; uno granlombardo orientale, reto-venetico, di pertinenza del Triveneto; uno tosco-mediano, etrusco/tirrenico, che include la Toscana e l’Italia centrale propriamente detta (Piceno, Umbria, Sabina, Lazio); uno ausonico, del Meridione continentale intermedio in parte grecizzato, che ruota attorno alla sfera d’influenza partenopea (anche linguisticamente, tanto da venir chiamato Napolitania, da certuni); uno enotrico, del Meridione estremo, profondamente ellenizzato, segnato dall’egemonia siciliana, tanto che la stessa famiglia linguistica estremo-meridionale viene detta “siciliana”; ed infine, ovviamente, esiste l’ambito di pertinenza sardo che attrae a sé la Corsica, sebbene questa sia stata decisamente influenzata da Liguri e soprattutto da Toscani, che le hanno plasmato l’idioma.

Il concetto allargato di Lombardia (Lombardia che è quanto a me sta più a cuore essendo uno strenuo sostenitore dell’esistenza di una vera e propria etnicità lombarda) abbraccia tutto il Nord Italia, ossia il territorio sub-continentale padano-alpino, anello di congiunzione tra Mitteleuropa e Mediterraneo, terra romanza occidentale considerata tutta quanta Lombardia nel Medioevo, tanto che anche all’estero i settentrionali (e a volte i Toscani) venivano percepiti come lombardi, differenziandoli dagli Italiani del Centro e da quelli del Sud (esisteva anche una interessante dicotomia tra lombardo e longobardo, dove il secondo era appellativo, tardo, più ricorrente nel Mezzogiorno, per indicare la Langobardia Minor spoletino-beneventana). Per non parlare di Dante che, anche linguisticamente, stabiliva una differenza tra i Toschi e i Lombardi (o Lambardi), al di là dell’Appennino.

Potremmo quasi dire che la Lombardia era l’Italia nella sua accezione medievale e moderna, fino al Risorgimento, quando cioè la dignità regale aleggiava sulla metà centro-settentrionale, escludendo il Meridione inquadrato nel suo secolare regno. E gli scambi tra Nord e Centro, soprattutto Toscana, furono alquanto fitti tanto che spesso cognomi e casati ricorrono tanto al di qua che al di là del suddetto Appennino Tosco-Emiliano, confine naturale (perpetuato dalla Linea Gotica) tra continente e Italia peninsulare. Guelfi e ghibellini, liberi comuni, Regnum Italiae, eredità longobarda e franca, si aggiungono all’atavico retaggio ibero-ligure, occidentale, e all’azione esercitata in Emilia-Romagna e nella medesima Toscana dagli Italici protovillanoviani, dati preistorici e protostorici, e moderni, che sospingono l’antica Tuscia verso nord (alla faccia di chi ancora crede agli Etruschi “levantini”). Tuttavia, la Toscana non può essere considerata (Grande) Lombardia.

Sono fortemente a favore di una repubblica italiana presidenziale ed etnofederale, ma per arrivare a ciò si deve innanzitutto cominciare a demolire l’attuale baracca coloniale Usa, schiava di Nato ed Unione Europea, riscrivere da capo a piedi la sua “sacra” costituzione ed arrivare ad un vero proprio patto tra Italie. In caso contrario, e solo in quel caso, è anche giusto che ogni popolo d’Italia segua la propria autodeterminazione perché se non si è finalmente disposti ad accettare la comune responsabilizzazione derivante dal federalismo (serio) non esiste che la parte più sana di questo Paese, vale a dire la Grande Lombardia, debba seguire la sorte degenerativa di un Centro-Sud e di una capitale, sempre meno romana in senso nobile, che non vogliono mettersi in gioco e cominciare a camminare con le proprie gambe. Prima di essere italiano o europeo sono lombardo, e in quanto lombardo prima di tutto viene l’integrità etnica, biologica, spirituale e territoriale della Lombardia. Se uno stato non si adegua alle necessità e ai dettami dell’etnonazionalismo è giusto che sprofondi nel dimenticatoio: il destino dei popoli è infinitamente più importante di una repubblichetta, a maggior ragione se appiattita sulla linea di Bruxelles, Washington/New York e Tel Aviv.

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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