Profilo etno-antropologico della Bergamasca

Dopo avervi presentato, brevemente, un discreto numero di volti più o meno noti bergamaschi (usando esempi di sportivi e sportive e di uomini e donne politici), al fine di fornire immagini concrete di fenotipi orobici, ho deciso di realizzare qualcosa di più ampio e sistematico, dunque davvero soddisfacente, offrendovi un’ampia panoramica con l’impiego di 419 individui, sempre bergamaschi.

Mi sono basato su Bergamaschi viventi, sempre più o meno famosi, tratti dalle voci italiane ed inglesi di Wikipedia e aventi cognomi tipicamente bergamaschi o con una buona diffusione nel territorio orobico; naturalmente, non posso garantirvi siano tutti quanti davvero nostrani o, perlomeno, lombardi, ma di sicuro la stragrande maggioranza di essi è certamente legata al territorio grazie a vincoli di sangue, e non solo di nascita.

Questa volta, però, al fine di effettuare un’analisi più approfondita e sistematica, suddividerò i nostri Orobici in base al fenotipo cosicché si possa anche osservare la frequenza dei vari tipi fisici distribuiti nella Bergamasca. Direi che vi sia sicuramente corrispondenza tra le percentuali fenotipiche di questi individui più o meno noti e quelle di individui “comuni”, anche perché nel primo caso si tratta di soggetti impegnati nella società civile (politica, cultura, religione), nel campo delle arti o dello spettacolo e dello sport o divenuti noti per particolari meriti (o demeriti), e dunque tratti da svariati campi.

Avevo già parlato negli articoli precedenti della composizione fenotipica bergamasca, che si riflette anche nelle caratteristiche genetiche del DNA autosomico dei nativi, in particolare nel primo della serie, qui. Ricapitolando, nel caso bergamasco e lombardo-etnico, si può parlare di una situazione etnica che si inscrive nel quadro dell’Europa sudoccidentale stemperato da concreti influssi continentali che, tuttavia, si fanno più importanti nell’Italia nordorientale assieme a quelli balcanici/adriatici. La Lombardia etnica, in sostanza, si allinea alla composizione etnica di Iberici e Francesi meridionali da una parte e del Triveneto dall’altra, senza dimenticare la prossimità di Liguri, Toscani e Romagnoli.

I Lombardi, e dunque i Bergamaschi, uniscono ad un fondamentale aspetto paleo-mediterraneo, risultato del rimescolamento tra le genti cromagnoidi mesolitiche e quelle (preponderanti) mediterranoidi neolitiche, lo strato steppico, indoeuropeo, giunto in Italia via Europa centrale (dove si deve essere mescolato con i dinaromorfi del vaso campaniforme) con i popoli celtici ed italici; questa componente era di natura nordoide ma anche alpino-cromagnoide e dinaroide e, nella Pianura Padana, andò a modificare, l’aspetto indigeno che miscelava tratti (atlanto)mediterranei, alpini e dinarici.

L’elemento nordico e/o cromagnoide fu molto discretamente rinforzato dalle infiltrazioni di genti germaniche medievali come i Longobardi, rimanendo comunque sempre minoritario in Lombardia, ma anche nel Nord-Est dove i geni indoeuropei sono maggiori rispetto alla controparte occidentale, e ovviamente al resto d’Italia.

Nell’Età del rame e del bronzo potrebbero essersi verificate delle intrusioni di elementi levantini (assieme a qualche più tardo apporto di epoca romana), ma di scarsissima importanza, soprattutto se confrontate con lo spostamento di genti egeo-anatoliche e mediterraneo-orientali nel Meridione d’Italia. Paradossalmente, il Neolitico settentrionale fu più “puro” di quello meridionale, essendo quest’ultimo alterato dalle citate influenze levantine anche di cultura ariana (anatolica). In Italia, naturalmente, il popolo più neolitico di tutti è ancor oggi quello sardo.

Tuttavia negli ultimi 2.000 anni nessun popolo, in nessuna parte d’Italia (con l’eccezione di alcune aree alpine), ha sensibilmente modificato il pool genico e, di conseguenza, il profilo fenotipico degli Italiani, pertanto sarebbe oltremodo ridicolo parlare di un Nord germanico, un Centro bizantino, un Sud arabo/bizantino, a meno che si vogliano intendere gli influssi culturali e sociali esercitati dai dominatori medievali. Da un punto di vista biologico, gli Italiani sono pressoché gli stessi dell’epoca preromana, e infatti costituiscono non un popolo omogeneo, ma più popoli eterogenei, un insieme di nazioni, potremmo dire.

Dalle Alpi a Pantelleria è, anche biologicamente, Europa meridionale (con l’eccezione delle zone alpine estreme), ma va doverosamente specificato che questo gigantesco “cluster” non è affatto omogeneo, come del resto dimostra il famoso cline genetico italiano; se il Centro-Nord segue una direzione occidentale, il Sud va decisamente nella direzione opposta, assieme ai Greci (soprattutto delle isole).

Nel Nord dell’Italia il maggior numero di geni continentali (dunque indoeuropei e nordici) alza la statura, schiarisce pelle, capelli e occhi, irrobustisce le ossa, aumenta la dimensione dei crani che da dolicocefali si fanno mesocefali e soprattutto brachicefali, rende più tolleranti al lattosio da adulti. Naturalmente a questo concorrono anche clima, ambiente, dieta, adattamento.

Si potrebbe dunque dire che nel caso bergamasco (ma anche lombardo) il maggior contributo in termini antropologici (fisici) e genetici arrivi dalle genti alpine e liguri preindoeuropee, unitamente ad influssi di quelle adriatiche, seguito dall’apporto ariano dei Celti (golasecchiani e lateniani). Da registrare, a livello globale, minori influssi etruschi, italici (protovillanoviani, umbro-liguri e romani) e, nel Medioevo, germanici (laeti, Goti, Longobardi, Franchi, coloni teutischi).

I resti umani preistorici rinvenuti nelle grotte delle valli bergamasche ci restituiscono tipi fisici robusti, alpini e mediterranei (associati, in questo caso, soprattutto alle donne) mentre le necropoli altomedievali offrono interessante materiale osseo relativo a uomini e donne dai tratti nordici e cromagnoidi, sicuramente appartenuti ad individui germanici, segnatamente longobardi; accanto a questi sono stati studiati resti ancora una volta alpinoidi e (atlanto)mediterranei. Mancano invece, purtroppo, testimonianze concrete del periodo protostorico e romano poiché, come è facile intuire, i riti di incinerazione di origine indoeuropea non hanno lasciato tracce.

Ora vi presenterò i 419 individui bergamaschi selezionati, maschi e femmine, in ordine alfabetico e suddivisi in base al fenotipo, dal più al meno frequente. Vi ricordo che mi sono basato su soggetti viventi tratti dalle voci italiane ed inglesi di Wikipedia, senza cherry picking, aventi cognomi tipici del Bergamasco o comunque ben distribuiti nel nostro territorio, escludendo dunque tutti coloro non in possesso di questo requisito. Chiaramente non posso sapere se tutti questi 419 personaggi siano bergamaschi almeno per 4/4 ma di sicuro non ho inserito nella rassegna individui, per certo (che io sappia) recentemente mescolati, anche solo con un genitore delle province limitrofe.

Il mio intento, appunto, è quello di dare un affresco corale di Bergamaschi, non di Lombardi in genere, per quanto la Lombardia etnica sia un territorio piuttosto omogeneo e non vi siano dunque sensibili differenze etniche. Ricorderò giusto la maggior concentrazione alpina del Piemonte, il più forte influsso ligure nella bassa transpadana e in Emilia e la maggior incisività dell’elemento nordico depigmentato lungo l’arco alpino, rispetto al settore prealpino e della pianura, il che coincide anche con l’aumentare del DNA continentale ed indoeuropeo. Sicuramente il dato etnico celto-germanico è maggiore nel Piemonte alpino, in Val d’Aosta, nell’alta Insubria (e quindi nel Canton Ticino) e nell’area alpina centro-orientale (Valtellina, alta Valle Camonica, Trentino occidentale, anche se qui esiste un certo sostrato retico basato su residui alpini neolitici) che nella zona pedemontana, anche bergamasca. D’altronde, la prevalentemente montagnosa provincia orobica è sempre stata piuttosto “chiusa” e isolata essendo situata nel cuore dell’odierna Lombardia.

Utilizzerò, da adesso, le diciture scientifiche per indicare i vari fenotipi, ossia quelle con i classici suffissi tassonomici di -ide e -oide; questo perché, per fare un esempio, “alpino” può voler dire varie cose, ancorché più immediato, mentre “alpinide” indica esclusivamente il tipo fisico chiamato, in maniera generica, “alpino”, essendo il suo areale di elezione quello che ruota attorno alle Alpi e dunque all’Europa centrale/centro-meridionale. Preciso anche che, sempre scientificamente, è errato chiamare “razza” dei sottotipi fisici in quanto trattasi, per l’appunto, di fenotipi, di varianti regionali, cioè, della sottorazza europide (i cosiddetti “bianchi”) che a sua volta è una diramazione della famiglia razziale caucasoide, o europoide. Questa gerarchia tassonomica è dettata anche dall’esigenza di integrare l’antropologia fisica alla genetica delle popolazioni: un alpinide bergamasco sarà sempre più geneticamente simile ad un suo conterraneo dinaride che ad un alpinide bavarese, e così via risalendo le ramificazioni dell’albero razziale dei popoli.

Alpinidi. Di certo il sottotipo più cospicuo della Bergamasca, caratterizzato dalla riduzione del fenotipo mesolitico di base cromagnoide (brachicefalia, viso tondeggiante, naso corto e concavo, corporatura tozza, tratti somatici infantilizzati, pigmento intermedio). L’areale alpinide è l’arco alpino e l’Europa centrale/centro-meridionale e l’origine risale ad un fenomeno di adattamento, intercorso in epoca neolitica, ad un ambiente pacifico, sedentario, rurale dal clima temperato e anche freddo. La vecchia antropologia associava, erroneamente, la distribuzione del tipo alpinide al di qua delle Alpi all’espansione celtica irradiatasi dall’Europa centrale.

Davide Agazzi, Amedeo Amadeo, Gianfranco Andreoletti, Angelo Baiguini, Enrico Baleri

Gianni Bergamelli, Valerio Bettoni, Lucia Blini, Tony Bombardieri, Fabrizia Carminati

Elena Cattaneo, Cesare Cavalleri, Silvia Cuminetti, Mario Donizetti, Livio Fanzaga

Roby Facchinetti, Gregorio Fontana, Fabrizio Frigeni, Nicole Garavelli, Oliviero Garlini

Giulia Gatti, Pietro Ghislandi, Sara Ghislandi, Giovanni Giavazzi, Alessandro Gritti

Giovanni Gualdi, Mirco Gualdi, Franco Mandelli, Michela Moioli, Luigi Moretti

Fausto Masnada, Battista Mombrini, Lisa Morzenti, Vinicio Mossali, Mario Noris

Giovanni Ongaro, Alessandro Pagani, Gianfranco Pagnoncelli, Marco Pagnoncelli, Alberto Paloschi

Filippo Maria Pandolfi, Antonio Panzeri, Luigi Pasinetti, Luca Percassi, Sergio Piffari

Savino Pezzotta, Pier Luigi Pizzaballa, Alex Redolfi, Corrado Rossi, Daniele Rossi

Giordano Rota, Ivan Rota, Giovanni Sanga, Fabio Santus, Paolo Savoldelli

Annamaria Serturini, Giuliano Sonzogni, Giorgia Spinelli, Marco Teani

Paolo Valoti, Gianluca Vegini, Marta Zenoni

In ambito alpinoide rientrano due fenotipi, uno peculiare dell’Alta Italia, l’altro presente anche nel resto del Paese e dell’Europa sudoccidentale. Il primo è una combinazione alpino-dinaride/dinaro-alpinide che per certi versi ricorda il tipo padanide del Biasutti (una sorta di dinaroide locale) e che può anche assumere un’aria mitteleuropea, l’altro è il classico alpino-mediterranide che si fa fenotipo di transizione tra l’ambito padano-alpino e quello propriamente mediterraneo, un fenotipo direi pure pan-italiano (fermo restando che nel Mezzogiorno scolora sovente nel beride, il cosiddetto “paleo-sardo”, apparendo decisamente mediterraneizzato). L’alpino-dinaride, presentato qui sotto, sembra predominante.

Fabio Adobati, Giancarlo Bergamelli, Thomas Bergamelli, Roberta Bonanomi, Gaetano Bonicelli

Daniele Capelli, Ludovico Carminati, Maurizio Carrara, Valerio Carrara, Vera Carrara

Matteo Cavagna, Imelda Chiappa, Greta Cicolari, Maria Cocchetti, Simone Consonni

Martina Cortesi, Renato Cortesi, Chicco Crippa, Erica D’Adda, Sara Dossena

Giuseppe Facchetti, Bruno Foresti, Mauro Ghilardini, Francesco Giavazzi, Ivan Gotti

Lia Gotti, Roberto Grigis, Giovanni Guerini, Elio Gustinetti, Pia Locatelli

Tomas Locatelli, Livio Magoni, Mario Manzoni, Ettore Ongis, Tullio Pellegrinelli

Telmo Pievani, Costantino Rocca, Titta Rota, Beppe Savoldi, Valentina Sbergia

Elena Scarpellini, Vittorio Seghezzi, Beppe Signori, Fabio Sonzogni, Carlo Ubbiali

Gianluca Valoti, Stefano Valtulini, Giacomo Vismara, Francesco Zana

Ed ecco invece la carrellata di alpino-mediterranidi, che rimangono metricamente alpinidi/alpinoidi e non sono da confondersi coi beridi, intermedi mediterraneo-cromagnoidi infantilizzati specifici dell’Europa propriamente mediterranea.

Alberto Almici, Gianbattista Baronchelli, Bruno Belotti, Monica Bergamelli, Norman Bergamelli

Vittore Boccardi, Marco Bolis, Valter Bonacina, Luciano Bonetti, Diego Caccia

Ileana Citaristi, Enio Cometti, Alessandro Cortinovis, Giuseppe Crippa, Micol Cristini

Roberto Donadoni, Jenny Dossi, Tiziano Fratus, Laura Gamba, Giovanni Guerini

Valentina Lanfranchi, Angela Locatelli, Elisabetta Maffeis, Siria Magri, Raffaello Martinelli

Denia Mazzola, Marta Milani, Silvestro Milani, Bortolo Mutti, Andrea Possenti

Antonella Rebuzzi, Alessandro Ruffinoni, Andrea Scarpellini, Laura Teani

Chicco Testa, Pierguido Vanalli, Stefano Vanoncini, Luigi Zambaiti

Padanidi. Altro gruppo cospicuo è quello del cosiddetto Padana type individuato dall’antropologo Renato Biasutti, un’etichetta atta a designare un caratteristico miscuglio di elementi dinaridi/adriatidi e atlanto-mediterranidi peculiare dell’Italia settentrionale (ma anche centrale, in parte, soprattutto in Toscana) che ricorda il tipo baschide iberico e occitano, così come il fenotipo alpino-dinaride nostrano può ricordare il carpatide di Romania e dintorni. In effetti padanide e alpino-dinaride cisalpino sono collegati dal dinaromorfismo (alto indice cefalico dunque), il che fa pensare all’espansione del vaso campaniforme da una parte (da qui la comunanza col baschide o con gli atlanto-dinaridi francesi) e agli influssi balcanici e mitteleuropei dall’altra (ed ecco le affinità col carpatide). Non stupisce il fatto che, talvolta, il padanide possa tradire un’impressione “celtica” essendo il frutto di una commistione tra atlanto-mediterranidi indigeni liguri e dinaridi/dinaroidi giunti in Italia proprio dall’Europa centrale proto-italo-celtica, portando seco l’aplogruppo R1b-P312 (più sul celtico/celto-ligure) e anche l’L2 (più sul veneto-italico). Tratti salienti sono brachicefalia/mesocefalia, viso allungato, naso aquilino o comunque convesso dalla radice alta, mento aguzzo, statura medio-alta, mesomorfismo.

Paolo Aresi, Gianpaolo Bellini, Alessandro Belometti, Andrea Bettinelli, Rolando Bianchi

Giosuè Bonomi, Roberto Calderoli, Bruno Carrara, Gisella Donadoni, Maurizio Gervasoni

Stefano Gervasoni (tendenze alp.-din.), Flavio Giupponi, Cristian Invernizzi, Paolo Lanfranchi, Roberto Locatelli (tendenze alp.-din.)

Aurora Lussana, Fabio Maj, Cristiano Masper, Eddy Mazzoleni (tendenze Keltic), Mario Mazzoleni

Matteo Milani, Alessandro Paganessi, Renato Pasini, Pierbattista Pizzaballa, Mirco Poloni

Cristian Raimondi, Giovanni Sala, Giancarlo Salvoldi, Giulio Terzi di Sant’Agata

Claudio Vertova, Marina Zambelli, Cristian Zenoni, Damiano Zenoni

Dinaridi. Ed ecco ora i dinaridi veri e propri, detti anche adriatidi, che in Italia sono massimamente presenti nel Triveneto e lungo le coste adriatiche centro-settentrionali, ma con una discreta presenza anche nella Lombardia orientale. Sono caratterizzati da cranio brachicefalo con alta volta cranica, viso allungato e naso aquilino, mento aguzzo, alta statura, ectomorfismo, pigmento dallo scuro all’intermedio, dimorfismo sessuale marcato. La culla dei dinaridi è nel cuore delle Alpi Dinariche (da cui il nome) da cui si sono diffusi nel resto dei Balcani, nell’Italia adriatica soprattutto settentrionale, nell’Europa centro-orientale (Alpi incluse). La loro morfologia è il risultato dell’adattamento ad un clima aspro di montagna, probabilmente a partire da una forma di tipo paleo-europide balcanico, e rappresentano la controparte europea della famiglia armenoide levantina. La vecchia antropologia associava al fenotipo dinaride le genti italiche irrotte in Italia dall’Europa centro-orientale, il che, in parte può essere vero, fermo restando che gli antenati centro-europei di Venetici, Latini e Umbri saranno stati una miscela di tratti nordoidi e dinaro-cromagnoidi.

Simone Albergoni (tendenze alpinoidi), Franco Arrigoni, Gilberto Bonalumi, Lorenzo Bonetti, Stefano Bonetti

Giovanni Calegari, Ermanno Capelli, Giulio Capitanio, Pieralberto Carrara, Titta Colleoni

Marco Colombo, Angelo Domenghini, Giorgio Fornoni, Matteo Giupponi, Andrea Lazzari (tendenze padanidi)

Angelo Lecchi, Agnese Maffeis, Lara Magoni, Paoletta Magoni (alpinizzata), Giuseppe Merisi 

Tiziano Mutti, Devis Nossa (tendenze padanidi), Fabio Pasini, Armando Pellegrini, Filippo Perucchini

Alessandro Pesenti-Rossi (influssi kurganoidi), Alfredo Pesenti, Marco Pinotti, Mauro Radaelli, Francesco Roncalli

Marco Serpellini (tendenze padanidi), Valerio Tebaldi, Gianfranco Zilioli   

Nella categoria dinaroide rientrano anche i dinaro-mediterranidi, un sottotipo piuttosto pan-italiano (se non specificamente italiano) presente tanto al Nord che al Centro e al Sud, soprattutto nel settore adriatico del Paese, risultato dell’acclimatamento, in contesto mediterraneo, del tipo fisico dinaride proveniente dai Balcani, o anche dall’Europa centrale. Metricamente i dinaro-mediterranidi rimangono, come detto, nell’ambito dei dinaromorfi.

Maurizio Agazzi, Davide Astori, Marco Belotti, Dario Bergamelli, Daniel Bombardieri

Sergio Bonaldi, Roberto Bonazzi, Alberto Carrara, Claudio Cominardi, Claudio Corti

Marino Curnis, Alessandro De Leidi, Ivan Del Prato (tendenze alpinoidi), Danilo Finazzi, Patrizio Gambirasio (tendenze robuste)

Silvio Garattini, Daniele Ghidotti, Sergio Ghisalberti (tendenze alpinoidi), Sofia Goggia, Giacomo Grisa

Maurizio Lorenzi, Luigi Mamoli, Gianstefano Milani (tendenze alpinoidi), Adelio Moro, Vittorio Pessina

Giusi Quarenghi, Giuseppe Remuzzi, Gigi Riva (tendenze alpinoidi), Stefano Salvi, Valentino Salvoldi

Gianluigi Trovesi, Aladino Valoti, Damiano Valsecchi

Anche i noridi appartengono alla sottofamiglia dinaride della sottorazza europide, e trattasi di fenotipo fondamentalmente dinaromorfo alterato da una netta influenza di tipo nordide. Devono il nome al Norico, regione storica dell’odierna Austria, dove infatti la loro presenza si fa più accentuata, denunciando così la propria appartenenza ad un areale limpidamente mitteleuropeo, arianizzazione degli indigeni dinaridi di origine balcanica. In Italia, come è ovvio aspettarsi, i noridi hanno il proprio picco nel Triveneto prealpino e alpino.

Paolo Acerbis, Giorgia Baldelli, Costanzo Barcella, Martina Caironi, Ivano Camozzi

Mario Donadoni, Giancarlo Finardi, Emanuele Merisi (tendenze sub-nordidi), Davide Milesi, Michele Oberti

Eugenio Perico, Gabriele Perico, Morris Possoni, Attilio Rota, Federica Tasca

Matteo Teoldi, Stefano Tomasini, Marco Vistalli, Marco Zanchi

Infine, va ricordato che il fenomeno della dinaricizzazione accomuna i dinaridi agli armenoidi del Levante, inscrivendo entrambi nella cosiddetta categoria tauride (dal nome dei monti del Tauro, in Anatolia). Il tratto saliente comune sta, per l’appunto, nel fenomeno della dinaricizzazione che comporta brachicefalizzazione, cranio piuttosto stretto e plano-occipitale, naso largo e convesso, adunco, unito a statura alta ed ectomorfismo, il tutto dovuto, pare, ad un adattamento ambientale in contesti montagnosi di vita pastorale. Quando non si sa bene se attribuire un fenotipo al dinaride o all’armenoide ecco la comune etichetta di tauride. In Italia, terra alquanto neolitica e levantino-antica, si ha maggior incidenza di questa “ambiguità” nel Meridione, ma qualche caso si può registrare anche al Nord come nei due soggetti bergamaschi qui sotto.

Giovanni Carlo Ferrari, Felice Gimondi

Questi altri, invece, potrebbero presentare influssi di tipo tauride.

Mattia Caldara, Leonardo Morosini, Valerio Nava

Il tauride non è da confondersi con il litoride, ossia con un atlanto-mediterranide (che vedremo sotto) predominante alterato da una mistura secondaria dinaro-armenoide, dunque tauride, presente sporadicamente nell’Europa sudoccidentale, in particolare lungo le coste iberiche.

Flavio Carera, Simone Colombi, Zaccaria Cometti, Giulia Ferrandi, Diego Flaccadori

Manolo Gabbiadini, Melania Gabbiadini, Luca Gamba (forti tendenze tauridi), Beppe Guerini

Atlanto-Mediterranidi. Il tipo padanide che abbiamo incontrato sopra, come visto, è il risultato di una commistione di elementi dinaridi e atlanto-mediterranidi; quest’ultimi appartengono ad una variante “progressiva” ossia alta, robusta, depigmentata e nettamente dolicocefala e leptoprosopa della più vasta famiglia mediterranide, una variante il cui areale di diffusione è situato nell’Europa sudoccidentale (Iberia, Francia meridionale, Italia nordoccidentale). Gli atlanto-mediterranidi si associano al megalitismo dell’Europa occidentale e rappresentano l’ibridazione tra l’agricoltore mediterranoide del Neolitico e il cacciatore-raccoglitore paleo-europide (cromagnoide) dell’Europa atlantica. In Italia esso è presente soprattutto nell’area storica ligure, perciò nella parte occidentale del Nord (non a caso la vecchia antropologia lo chiamava proprio “tipo ligure”), mentre nella Pianura Padana si mescola ai tipi dinaridi (“adriatici”) dando vita al noto Padana type biasuttiano.

Michael Agazzi, Emiliano Brembilla, Nicholas Caglioni, Daniele Filisetti, Laura Ghislandi

Massimo Gotti, Andrea Locatelli, Claudio Mascheretti, Andrea Offredi, Simone Perico

Matteo Pesenti, Marcello Possenti, Pamela Rota

Esiste anche una versione di atlanto-mediterranide depigmentata e più ectomorfa, chiamata atlantide, tipica delle coste atlantiche iberiche ma anche francesi, britanniche e nordoccidentali in genere, frutto dell’adattamento ad un clima, appunto, oceanico dalle estati brevi e fresche e dagli inverni lunghi ma non eccessivamente rigidi. Chiameremo atlantoidi quei tipi atlanto-mediterranidi nostrani che presentano depigmentazione (senza misture nordidi) e che si avvicinano all’atlantide occidentale. Una loro curiosa peculiarità è il viso vagamente “equino” essendo parecchio allungato, unito ad un’aria “iberica”.

Michela Azzola, Michele Bacis, Cristian Bonfanti, Mattia Cattaneo, Marcella Filippi, Oscar Pelliccioli

C’è poi una qualità di atlanto-mediterranide, peculiare dell’Europa nordoccidentale (in particolare della Britannia), che è fortemente influenzata da elementi nordidi, segnatamente Keltic, tanto che per qualche autore si tratta di un vero e proprio nordide dai capelli scuri. Trattasi dell’atlantide settentrionale, atlanto-nordide o nordo-atlantide, alquanto raro in Italia ma che di tanto in tanto può presentarsi nelle terre celtizzate o anche – in casi ancor più sporadici – nelle aree meridionali colonizzate dai Normanni.

Alessio Boni, Roberto Corti, Roberto Tiraboschi, Tomaso Trussardi

Nell’Europa centro-meridionale esiste invece un fenotipo analogo, sotto certi aspetti, all’atlantide occidentale che è il nordo-mediterranide, vale a dire una fusione di tratti mediterranidi e nordidi peculiare di un’area da sempre di incontro tra le genti indigene mediterranoidi – di origine neolitica – e quelle nordoidi – di lingua e cultura indoeuropee – irrotte nel sud europeo a partire dall’Europa centrale/centro-orientale. Questi contatti risalgono alla fine dell’Età del bronzo ma soprattutto all’Età del ferro (tanto che i nordidi classici italo-celto-germanici vengono proprio chiamati “del Ferro”), con il graduale rimescolamento, nel Nord Italia, tra gli autoctoni “liguri” e gli invasori ariani. I nordo-mediterranidi, dunque, prevedono un netto influsso di tipo nordide, a differenza degli atlantidi che sono semplicemente depigmentati dall’adattamento climatico. Nordo-mediterranide potrebbe anche essere un soggetto il cui fenotipo suggerisce una più recente commistione “germanica” medievale, sempre con il tipo indigeno anariano.

Paolo Alborghetti, Andrea Belotti, Massimo Bossetti, Rossano Brasi, Matteo Carrara

Sara Carrara, Janis Cavagna, Carlo Cremaschi, Federica Curiazzi, Marino Defendi

Carolina Moscheni, Valentina Pedretti, Paolo Pelandi, Jacopo Sala, Gaia Trussardi

Anche il sottoscritto, orobico da sempre, rientra in questo ambito (ma qui non ne terrò conto).

Paolo Sizzi

Borreby. Questo fenotipo relativamente arcaico si colloca in un grado intermedio tra l’alpinide e il paleo-europide vero e proprio (cromagnoide) che ha già subito un parziale processo di riduzione di tipo alpinoide. Tipicamente, si tratta di tipo fisico settentrionale associato alle popolazioni germaniche (pur non essendo legato alle ondate ariane) e che, dunque, nell’Europa meridionale può essere giunto anche nel Medioevo grazie alle incursioni barbariche, ad esempio dei Longobardi. Tuttavia è possibile che sia preesistito alle invasioni in questione, come nei Balcani, dove si trova un Borreby specifico di quell’area (e forse coinvolto nel processo di dinaricizzazione), ed è dunque probabile si trovasse anche al di qua delle Alpi tra Mesolitico e Neolitico. In Lombardia non è rarissimo e, sovente, proprio come nei Balcani, presenta pigmento scuro. Tratti peculiari sono cranio brachicefalo e ipsicefalo massiccio, viso lungo, naso grande e concavo (ma non è infrequente quello aquilino), tratti grezzi in parte smussati dall’alpinizzazione, alta statura, endomorfismo. È lecito ipotizzare che i Borreby lombardi depigmentati siano associati alle presenze germaniche medievali.

Gianantonio Arnoldi, Mauro Belotti, Vito Callioni, Enrico Corali, Maurizio Donadoni 

Gian Battista Fracassetti, Giorgio Marchesi, Marco Milesi, Nando Pagnoncelli, Antonio Percassi

Carlo Pesenti, Massimiliano Pesenti, Enrico Piccinelli (influssi nordidi), Matteo Rossi

Giacomo Stucchi (tendenze alp.-din.), Pierluigi Tami, Giovanni Vavassori, Mauro Zinetti (tendenze alpinoidi)

Mediterranidi. La categoria mediterranide basica (anche piccola o gracile) può essere suddivisa in occidentale (o ibero-insulare) e orientale; la prima è peculiare dell’Europa sudoccidentale, la seconda di quella sudorientale e, in parte, del Levante. Oggi non è molto frequente trovare tipi mediterranidi inalterati perché, soprattutto in Italia, hanno subito processi di alpinizzazione e dinaricizzazione. Tuttavia si può ancora dire che il mediterranide occidentale sia tipico di Sardegna, Corsica e Italia centromeridionale (ma si può anche trovare al Nord, soprattutto nella sua metà “ligure”) e l’orientale del Mezzogiorno, con qualche appendice nell’alto Adriatico. Caratteristiche salienti sono cranio piccolo e meso-dolicocefalo, viso allungato, naso leptorrino, tratti armonici, ectomorfismo, pigmento relativamente scuro (soprattutto nel caso orientale); la differenza principale tra ovest ed est sta nell’aria vagamente “levantina” del secondo, che gli conferisce un aspetto spiccatamente meridionale. Ho reperito tipi mediterranidi basici anche tra i Bergamaschi presi in rassegna, che possono risultare logicamente depigmentati; in taluni casi, orientali soprattutto, non posso escludere vi sia qualche natale dell’Italia centromeridionale. Ecco i soggetti occidentali.

Sara Battaglia, Laura Bianchi, Yuri Breviario, Alberto Brignoli (tendenze coarse), Claudia Cagninelli

Lorenzo Carissoni, Ivan Cattaneo, Giuseppe Erba, Alessia Gritti, Daniela Masseroni

Filippo Melegoni, Luca Milesi, Sandro Salvioni, Marco Zanni, Davide Zappella

E qui invece gli orientali, che mostrano effettivamente un aspetto piuttosto “meridionale” e che, dunque, potrebbero anche avere origini legate al Sud Italia, pur avendo cognomi bergamaschi.

Stefano Avogadri, Sergio Carnesalini, Mauro Minelli, Alessandro Salvi

Beridi. Anche detti paleo-sardi, sono questi degli individui peculiari, parimenti, dell’Europa sudoccidentale, in particolar modo di Sardegna, Corsica, Iberia e Italia centromeridionale, che sono caratterizzati da una riduzione alpinoide di un iniziale fenotipo mediterraneo-cromagnoide che potremmo anche definire paleo-atlantide (e cioè il cromagnoide occidentale scuro). Si tratta di un tipo fisico di solito raro nel Nord Italia o che, perlomeno, è difficile appaia nella sua forma canonica al di là degli Appennini; tuttavia credo di avere individuato alcuni Bergamaschi con caratteristiche beridi o, come vedremo più sotto, mediterranidi grezze (coarse, in inglese), contraddistinti da pigmento relativamente scuro, tratti somatici ruvidi ma infantilizzati, aspetto vagamente arcaico, cranio sul brachicefalo, viso tondeggiante, corporatura tarchiata, che se non proprio beridi da manuale potremmo definire “alpinoidi grezzi”. Questi fenotipi sono riconducibili ad un miscuglio di fattezze mesolitiche e neolitiche frutto del rimescolamento tra genti liguri e alpine antiche. Anche qui, ad ogni modo, potrebbero sempre esserci di mezzo influenze meridionali.

Piero Baffi, Andrea Boffelli, Guido Cavalleri, Gian Paolo Facchinetti, Eugenio Gamba

Nicole Gamba, Matteo Guerinoni, Ezio Locatelli, Edoardo Milesi

Alessandro Ruggeri, Giuseppe Valsecchi, Angelo Vescovi

Il mediterranide grezzo suaccennato è invece un tipo mediterranide occidentale alterato da residui grezzi di tipo cromagnoide, tipico del medesimo areale del beride/paleo-sardo, che lo rendono mesocefalo, mesomorfo, robusto, dai tratti somatici tendenzialmente arcaici. Anche qui, per quanto riguarda i rari casi settentrionali (sempre che siano settentrionali “puri”), si tratterà di “fossili” antico-liguri dei tempi neolitici, dall’aspetto vagamente sardo o iberico; effettivamente sono fenotipi che non hanno nulla di levantino (alla mediterranide orientale), ma che tradiscono una certa affinità somatica con quelle che dovevano essere le popolazioni preindoeuropee neolitiche dell’Europa sudoccidentale, non atlanto-mediterranidi.

Giuseppe Biava, Gian Mario Consonni, Giacomo Ferrari, Ruben Garlini, Ivan Pelizzoli

Roberto Previtali, Pierre Regonesi, Ugo Riva (tendenze din.-med.), Damiano Sonzogni

Sub-Nordid. C’è un fenotipo intermedio tra l’alpinide e il nordide, che potremmo anche considerare nordide periferico (nordoide) al pari dell’atlanto-nordide, del nordo-mediterranide, del noride (che abbiamo già incontrato in questa rassegna di tipi fisici bergamaschi), chiamato convenzionalmente sub-nordide, tipico dell’Europa continentale celto-germanica con alcune propaggini cisalpine. Anche in questo caso si tratta di una nordicizzazione, recata da Celti e (soprattutto) Germani, dell’elemento autoctono, qui alpinide.

Nicola Adobati, Stefania Corna, Eugenio Coter, Enrico Ghezzi, Matteo Gritti

Gian Paolo Manighetti, Roberta Midali, Nadir Minotti, Simone Moro

Nicola Radici, Daniela Tognoli, Luca Zanotti

Cromagnoidi. O, forse meglio ancora, paleo-europidi. Con queste etichette si designano i cosiddetti sopravvissuti del Paleolitico superiore/Mesolitico europei, ossia soggetti dalle fattezze arcaiche che sembrano avvicinarsi (in quanto gracilizzati, ovviamente) alla morfologia dell’Uomo di Cro-Magnon, l’uomo anatomicamente moderno che sta alla base degli Europei, assieme all’Uomo di Combe-Capelle che è invece una sorta di proto-mediterranoide (aurignacoide). Il cromagnoide appare alto, massiccio, dal cranio possente dolicocefalo, con viso largo, basso e squadrato, occhi stretti, tratti somatici grezzi e duri, virili, naso convesso aquilino ma anche concavo, pigmento variabile, dimorfismo sessuale marcato. È tipico dell’Europa continentale, soprattutto centro-settentrionale, dove cioè si è meglio conservata l’eredità mesolitica europea, ma si può trovare anche nell’Europa occidentale e meridionale dove, allo stato “puro”, viene chiamato paleo-atlantide e appare scuro. Tra i soggetti bergamaschi analizzati, i seguenti si avvicinano alla categoria rappresentata dal termine generico di paleo-atlantidi.

Evandro Agazzi, Oliviero Bergamini, Edoardo Defendi, Francesco Duzioni, Vincenzo Guerini

Raffaella Lamera, Stefano Lorenzi, Antonio Maggioni, Mario Remonti, Luca Tiraboschi

Vi sono poi altri individui che invece potrebbero rientrare in ambito cromagnoide prettamente continentale, incarnando fenotipi che sembrano essere in linea con gli standard paleo-europidi dell’Europa centrale/centro-orientale e settentrionale. Nel primo caso si tratterà di kurganoidi, o anche balto-cromagnoidi e cromagnoidi orientali, cioè di una forma di tipi fisici arcaici – di aspetto vagamente europeo orientale – associabili alle genti protoindoeuropee originarie delle steppe. Nel caso nord-italiano, questi individui potrebbero avere a che fare con le invasioni germaniche di Ostrogoti e Longobardi, che recarono in Italia profili antropometrici cromagnoidi, naturalmente depigmentati; il kurganoide trova le sue peculiarità in un insieme di caratteristiche somatiche quali occhi infossati, arcata sopraccigliare sporgente, zigomi pronunciati, ampio filtro tra naso e bocca, aspetto scavato, “maturo”, pseudo-dinaroide. 

Luca Belingheri, Domenico Casati, Cesare Natali, Beatrice Trussardi

Anche il più classico dei cromagnoidi, ossia il falide (o dalo-falide), che rappresenta il paleo-europide più prossimo al Cro-Magnon, e dal pigmento chiaro, e che è tipico della Germania centro-settentrionale e della Scandinavia meridionale, è legato alle popolazioni indigene di lingua germanica, e dunque gli sporadici casi reperibili in Italia saranno imputabili alle invasioni medievali. Ciò nonostante è utile precisare che questo tipo fisico va antidatato all’avvento dei nomadi ariani proto-germanici nelle terre teutoniche, essendo associato al sopravvissuto del Paleolitico superiore, fusosi successivamente con i conquistatori del Ferro (a cui infatti vanno primariamente attribuiti nordidi, cordati e kurganoidi). Il tratto forse più caratteristico del falide è dato dal viso squadrato e dalla linea mascellare pesante, con mento marcato e arcata sopraccigliare forte.

Franco Caccia, Carolina Lussana, Ennio Vanotti

Nordidi. Chiudiamo questa lunga carrellata fenotipica del Bergamasco parlando del tipo fisico nordide che, seppur decisamente minoritario, è presente anche nel Nord Italia, soprattutto – come è logico che sia – lungo il settore centro-orientale dell’arco alpino. I tipi fisici davvero nordidi sono infrequenti, essendo questi peculiari dell’Europa centrale e in particolare settentrionale, tuttavia la presenza storica di genti proto-celtiche, galliche e germaniche comporta anche qualche riemergenza nordica in senso antropologico. Il nordide è l’equivalente settentrionale del mediterranide basico, ovverosia l’arianizzazione, recata dai cordati indoeuropei, dei mediterranoidi danubiani: cranio grande e mesocefalo, viso allungato, naso leptorrino, tratti armonici e taglienti, alta statura, ectomorfismo, depigmentazione. L’antropologia tradizionale divide i nordidi occidentali in due rami, chiamandoli “del Ferro”, per via delle invasioni ariane di quel periodo: un ramo è quello Hallstatt, “germanico”, l’altro è il Keltic, “celtico-gallico”. Nel caso dei 419 Bergamaschi presi in considerazione, vi è prevalenza dell’elemento Keltic (o Keltoid), cioè del ramo nordide nordoccidentale, ma che è presente anche nell’Europa centrale, contraddistinto da netta mesocefalia, volta cranica cilindrica, fronte ripida, grande naso convesso, viso quasi a triangolo rovesciato, mento piccolo, statura medio-alta, capello anche castano con occhi azzurri/verdi; in buona sostanza un nordide dinaromorfo formatosi nella culla celtica dell’Europa, a nord delle Alpi.

Pietro Algeri, Vittorio Algeri, Filippo Carobbio, Manuel Cuni, Matteo Gamba

Oscar Magoni, Paolo Mazzoleni, Alessio Pala, Edo Ronchi

Omar Torri, Alessandro Vanotti, Stefano Vecchi

L’Hallstatt è invece il nordide canonico, associato alle genti germaniche continentali dell’Europa centro-settentrionale, e tra gli individui passati in rassegna ne ho inquadrato solo uno che potesse rientrare sotto questa etichetta fenotipica.

Paolo Signorelli

Secondo l’antropologo americano Coon la genesi del nordide è da attribuirsi alla fusione tra l’elemento steppico cordato (Corded), recato dagli invasori ariani che dilagarono nell’Europa centrale, e quello danubiano, rappresentato dai mediterranoidi agricoltori del Neolitico. Il cordato (non necessariamente di pigmento nordico) è caratterizzato da corporatura ectomorfa e cranio grande, ipsicefalo, nettamente dolicocefalo, con fronte alta e diritta, viso molto allungato e stretto, naso leptorrino, mento forte, un fenotipo cioè di base mediterranoide ma estremamente “progressiva”. Oggi è raro, ma il suo areale precipuo rimane quello dell’Europa nordorientale/settentrionale (dove ha dato vita al nordide orientale e ha contribuito alla formazione di diversi tipi nordo-cromagnoidi), con qualche sprazzo qua e là in ogni area raggiunta dai nomadi indoeuropei. Tra gli Orobici analizzati ne ho individuati due che potrebbero mostrare fattezze cordate.

Carlo Pesenti, Emanuele Suagher (trisnonno austriaco, ma il cognome è ormai tipico della Bergamasca)

Altri due (ma defunti) soggetti che mostravano tratti somatici e fisici cordati, mescolati ad elementi nordidi e cromagnoidi, erano Nicola e Francesco Trussardi, in particolare il primo. Due esempi limpidi di germanizzazione delle Lombardie.

Il danubiano, o meglio neo-danubiano oggi, è invece una sottospecie di nordo-mediterranide mitteleuropeo brachicefalizzato, con naso corto e concavo, mesomorfo, come alpinizzato, a cui successivamente si deve essere aggiunto un flebile elemento lappoide dovuto agli spostamenti medievali delle tribù uraliche e altaiche. Tra i 419 eccone uno che potrebbe avvicinarsi a tale descrizione, e che chiude così la nostra ampia analisi.

Fulvio Bonomi

Naturalmente, ho preso in considerazione solo quei fenotipi che risultavano rappresentati dai soggetti bergamaschi qui citati, tralasciando in buona sostanza i tipi fisici dell’Europa orientale e settentrionale (e quelli esotici, dunque).

Ricapitolando, possiamo dire che questa rassegna è abbastanza in linea con le consuete stime sulla frequenza dei vari fenotipi nell’Italia nordoccidentale, nella Lombardia etnica; su un totale di 419 individui, alpinidi e alpinoidi rappresentano il 36,52%, dinaridi e dinaroidi il 24,34%, nordidi e nordoidi il 15,75%, mediterranidi e mediterranoidi il 9,31%, i cromagnoidi l’8,35%, ed infine gli atlantoidi il 5,73%. Una graduatoria molto più precisa, basata sulle entità per fenotipo, è la seguente:

  1. alpinidi (62)
  2. alpino-dinaridi (53)
  3. alpino-mediterranidi (38)
  4. padanidi e dinaro-mediterranidi (34 entrambi)
  5. dinaridi (28)
  6. noridi e Borreby (18 entrambi)
  7. nordo-mediterranidi e mediterranidi ovest (15 entrambi)
  8. sub-nordidi (13)
  9. beridi/paleo-sardi (12)
  10. atlanto-mediterranidi e paleo-atlantidi (10 entrambi)
  11. litoridi mediterranidi grezzi (8 entrambi)
  12. nordidi Keltic (7)
  13. atlantoidi e tauroidi (6 entrambi)
  14. Keltoid (5)
  15. atlanto-nordidi, mediterranidi est e kurganoidi (4 ciascuno)
  16. falidi (3)
  17. cordati (2)
  18. nordidi Hallstatt e neo-danubiani (1 entrambi)

È bene ricordare che questa mia disamina, per quanto indubbiamente indicativa, è “a occhio” e basata su delle fotografie; un’analisi ottimale del profilo craniologico ed antropometrico di un individuo andrebbe effettuata, ovviamente dal vivo, mediante l’utilizzo di strumenti precisi di misurazione, e questo varrebbe anche per la pigmentazione di occhi, capelli e pelle. Il lavoro di un Ridolfo Livi – Antropometria militare – per quanto possa essere anacronistico ci fornisce dati ancor oggi assai interessanti sulla popolazione indigena italiana, con le sue differenziazioni interne. Purtroppo l’antropologia fisica si è persa un po’ per strada (anche per colpa dell’inflazione subita ad opera degli eventi postbellici) e andrebbe riscoperta e aggiornata. Oggi si fa molto più affidamento sulla genetica delle popolazioni, venendo a parlare di biologia umana, ma lo studio di craniometria, antropometria e antroposcopia rimane a mio avviso basilare per ricostruire come si deve la disciplina razziologica, volta all’esame antropologico delle diverse razze e sottorazze umane, con gli svariati loro sottotipi. L’antro-genetica corre ogni giorno il rischio di sparire venendo snaturata, a tutto vantaggio dell’antropologia culturale che non è scienza (esatta) ma pura ideologia neomarxista.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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6 risposte a Profilo etno-antropologico della Bergamasca

  1. Gianluca ha detto:

    Bel post. Questo andrebbe bene anche per la zona bresciana vero?

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Credo proprio di sì. Tutto sommato siamo la stessa gente (anche se il Bresciano abbraccia un territorio molto più ampio e, dunque, con più influssi esterni).

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  2. Decius ha detto:

    Ciao Paolo, hai dato un occhiata al nuovo studio sul profilo genetico dei Longobardi di Collegno pubblicato di recente? Sembra ci siano dei risvolti interessanti ma non sono un esperto
    https://www.biorxiv.org/content/early/2018/02/20/268250

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Sì, l’ho giusto adocchiato in questi giorni. Lo studio è molto interessante, ma nel caso di Collegno la maggior parte degli analizzati sembrerebbe indigena d’Italia e potrebbe anche risalire ad epoche precedenti alla longobarda; come sovente accadeva, i Longobardi hanno riutilizzato un cimitero preesistente, “popolato” in massima parte da soggetti non germanici. Comunque, per adesso, è presto per trarre conclusioni, tale studio va letto, riletto, approfondito, digerito. Si potrebbe, tuttavia, desumere che quanto gli storici moderni ci dicono circa i Longobardi è fattibile: minoranza guerriera e dirigente non puramente germanica ma caratterizzata da una certa eterogeneità dovuta al lungo peregrinare di questi tra Europa settentrionale, centrale e meridionale. L’ethnos longobardo si fondava più su di un senso di appartenenza mitico-religioso e linguistico-culturale che su di una comunanza di stirpe, che caratterizzava invece la classe nobiliare più elevata (anche se, pure qui, la storia delle vicende dinastiche mostra in taluni casi una penetrazione di elementi sempre germanici, ma non longobardi).

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      • carmelo ha detto:

        se sono indigeni perché allora nello studio ci sono individui che sono geneticamente toscani, siciliani, cretesi e ciprioti? i padani erano geneticamente come i siciliani dopo la fine dell’impero romano? e sono diventati più nordici grazie alle invasioni barbariche germaniche ? come te lo spieghi ?

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        In realtà ci sono individui che risultano indigeni, o al massimo “toscani”, e altri che sembrano più in linea coi valori meridionali. Ma questo non riguarda solo Collegno, anche la necropoli ungherese. Nelle tombe di Collegno potevano trovarsi benissimo coloni centro-meridionali spostati a Nord, e lo stesso in Ungheria: i Longobardi assorbirono individui romanizzati già prima di giungere in Italia, individui che saranno stati coloni, schiavi, legionari, missionari, mercanti ecc. provenienti dall’Italia o dal bacino del Mediterraneo. Pensare che le attuali medie degli Italiani settentrionali siano il frutto di un pesantissimo rimescolamento con geni germanici medievali fa davvero sorridere.

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