A proposito di religiosità e spiritualità…

Negli ultimi giorni vi sono state delle accese polemiche in materia spirituale, metafisica e religiosa per via di alcuni scritti di Luca Valentini, autore di punta di EreticaMente, aspramente criticati da persone legate all’ambito della rinascenza cultuale italico-romana, della cosiddetta gentilitas.  Sono critiche mosse a partire da dei passaggi degli scritti in questione, accusati di essere quasi una sorta di apologia del monoteismo abramitico, il che pare francamente fuori luogo. Questo sito, che dalla sua fondazione si occupa di identitarismo e tradizionalismo – dunque di paganesimo – italiano, europeo, indoeuropeo per diffondere un messaggio nettamente anti-mondialista (dunque anti-monoteista, particolarmente in accezione semitica), non potrebbe mai ospitare scritti che suonino come difesa ed esaltazione del pensiero unico, men che meno abramitico, e lo stesso Valentini se ne guarda bene dal farlo.

Non voglio qui, tuttavia, entrare nelle diatribe che si sono scatenate in queste ultime settimane, anche perché non mi riguardano, ma vorrei cercare, per quanto mi è possibile, di prendere una posizione chiara in materia di spiritualità che, notoriamente, non è proprio il mio campo preferito d’indagine. L’ho già fatto altre volte, ma approfitto della situazione creatasi per definire al meglio il mio pensiero che, oltretutto, è un pensiero che si sposa ottimamente con quella che è la linea di EreticaMente: l’eresia, nel senso di libera e consapevole scelta contro la dittatoriale vulgata pilotata dai sommi sacerdoti del mondialismo, una vulgata che ovviamente riguarda anche la religiosità “lecita”, ortodossa, per i moderni canoni dell’ecumenismo quasi sincretico, di cui papa Bergoglio è esponente di spicco (un degno prodotto del Concilio Vaticano II).

Premessa doverosa: questo, come detto, non è il mio campo, non sono un esperto o anche solo un “addetto ai lavori”, e non mi sono mai documentato abbastanza rispetto a molti altri che scrivono per questo sito, perciò non credo di avere tutti gli strumenti necessari per comprendere al meglio tematiche, interessanti ma delicate, che a taluni stanno invece molto a cuore; tuttavia posso di certo abbozzare un pensiero coerente che, logicamente, nasca dalla mia esperienza di identitario e di tradizionalista, senza troppe pretese ma che voglia semplicemente fornire una propria personale opinione in linea col credo etnonazionalista.

Io sono su posizioni laiche, razionaliste, sicuramente anticristiane e dunque anti-abramitiche/monoteistiche ma non faccio di tutta l’erba un fascio, parlando di spiritualità e religiosità. Io sono dell’idea, per quanto laico, che tutto quel che riguarda i culti tradizionali dell’Europa, ossia relativi alla devozione per le antiche divinità preindoeuropee ed indoeuropee, vada difeso, preservato, ripulito dalla corruttela giudeo-cristiana e anche riabilitato, “ricostruito”, perché frutto autoctono del genio italico ed europeo, frutto della civiltà e della cultura delle genti del nostro continente. Io infatti credo che la spiritualità, come la cultura, proceda dal sangue, dall’incontro tra il dato etnico e razziale e quello di suolo e che quindi ogni popolo debba custodire con gelosia la propria ricchezza metafisica, come dovrebbe farlo per la lingua, il lignaggio, la letteratura e l’arte, l’originalità del proprio estro. Per tutto ciò che, insomma, costituisce la sua identità.

In un certo senso io sono materialista (non in senso deleterio), non perché riduca al rango di cianfrusaglie la vita spirituale e la metafisica, ma perché profondamente razionale e orientato alla concretezza di cui sangue e suolo sono degni araldi. Ma capisco perfettamente che la cultura di una nazione comprenda anche la sua spiritualità, la sua religiosità, le sue idee e, d’altro canto, sarebbe di certo riduttivo e superficiale liquidare il mondo della psiche umana, dell’interiorità, come un processo chimico innescato da stimoli esterni. Ci mancherebbe solo di sfociare nel positivismo zoologico e nello scientismo, e cioè nella matrice di tutti i moderni mali ideologici, che riduce l’uomo ad un ammasso biologico di carne degno solo di venire spedito nel tritacarne della globalizzazione.

Questa sarebbe una visione del tutto distorta della razionalità e, del resto, sarebbe impossibile dirsi etnonazionalisti se beceramente e aridamente materialisti, perché vorrebbe dire non credere nella potenza dello spirito di una nazione, nella cultura e nel genio stessi di una nazione, che non è qualcosa di meramente materiale ma di molto più profondo e vitale, per il destino delle genti italiane ed europee. Non si può rinunziare all’essenza più nobile della civiltà europea, che sta nello spirito umano che l’ha animata, epperò deve essere chiaro che questo spirito umano non è qualcosa di umano e basta, quindi di ecumenico, universalistico, riproducibile sempre e ovunque, anche ad altre latitudini.

La civiltà europea è frutto del genio europeo e così la spiritualità, la religiosità stessa. D’altronde, se ci pensiamo, il sangue e il suolo si conservano se vi è uno spirito forte, tenace e combattivo a difenderli perché se fosse solo per il sangue si capisce che basterebbe poco per corromperlo e gettarlo in pasto alla dissoluzione: il lignaggio viene onorato da un animo forte e luminoso che lo trasfigura in qualcosa che va al di là del mero dato biologico. Un credo religioso, perciò, non è intercambiabile da un popolo ad un altro e, anzi, è proprio questa la gravissima tara del monoteismo mediorientale: diffondersi nel mondo come la peste, contagiare più popoli possibile che così rinunzieranno alla propria cultura spirituale indigena lasciandosi ammazzare, dentro, da un credo estraneo basato su un dio inventato di sana pianta e plasmato da menti esotiche. In questo senso il monoteismo è stato un’anticipazione di mondialismo perché il principio era il medesimo, fatto di standardizzazione, massificazione, ripudio della propria identità genuina svenduta per abbracciare il contagio propagatosi dal suo epicentro levantino.

Certo, io capisco anche gli scetticismi di chi prende con le molle il rinnovamento gentile perché, in un senso iniziatico, il cammino del paganesimo si è interrotto ormai duemila anni fa con lo spegnimento del sacro fuoco di Vesta, anche se è affascinante pensare che qualche patrizio romano conservatore abbia potuto preservare, nel proprio intimo, questa scintilla di luce divina mai sopita tramandandola di generazione in generazione. Accostarsi ad un percorso spirituale o religioso non sarebbe come avvicinarsi ad una dottrina politica, o ideologica, e quindi non va sottovalutato l’aspetto dell’iniziazione al culto che oggi, in Occidente, si restringe al cristianesimo romano o alla massoneria.

Ciò nonostante, dal mio punto di vista, credo sia molto meglio rimanere nel campo d’indagine dei culti tradizionali, evitando di sondare contesti ambigui per natura come quelli giudeo-cristiani, islamici, massonici o magici ed esoterici in senso oscuro, estraneo alla tradizione d’Europa. Ma qui mi fermo perché non solo non è materia per me, ma non sono nemmeno uno che dia cotanta importanza ai discorsi religiosi, tenendo sempre ben distinto l’ambito pagano e romano (genuino) dalla patina esotica di cristianesimo e affini. E soprattutto tenendo distinto l’ambito politico, metapolitico e culturale da quello religioso o spiritualeggiante in genere.

Forse può essere, oggi, azzardato parlare di religiosità gentile ispirata ai culti pagani indoeuropei (perché sarebbe davvero proibitivo riattare una religione romana in continuità con l’originale credo classico di Roma antica), mentre non penso lo sia parlare di spiritualità, ossia di sensibilità spiccatamente pagana e non abramitica votata alla riflessione, alla meditazione e anche alla contemplazione di quei misteri che da sempre affascinano l’uomo (indo)europeo, noi contemporanei compresi.

Io sono contro ogni inquinamento spirituale estraneo al nostro continente, perciò mai potrei tollerare un recupero in chiave identitaria delle tre grandi religioni monoteiste. Ma assieme a questo sarei anche contrario all’adozione di qualsivoglia credo o culto comunque non europeo perché non prodotto originale delle genti d’Europa. Essendo io uno che inquadra anche la questione metafisica nell’ambito culturale, ritengo che la vita spirituale di un popolo autoctono d’Europa debba essere in linea con una vera tradizione europea, proprio perché la cultura procede dall’etnia, e non viceversa. Non deve più esserci una civiltà come la nostra suddita di un ideale mortale come quello di Geova, antesignano di quello globalista, meticciatore, multirazziale.

Un Europeo coerente non potrebbe in alcun modo essere schiavo di un dio straniero, di un dio partorito da culture estranee e spesso ostili alla stessa Europa; meglio farebbe a riscoprire la cultura dei propri avi e dell’ideologia indoeuropea perché comunque sia, al di là di religione o spiritualità che siano, il destino del nostro continente e della nostra civiltà può salvarsi solo mantenendo le nostre radici ben piantate in un terreno da sempre fertile per la nostra identità, e poiché senza questo ubertoso humus saremmo degli individui estirpati e facilmente preda dei veleni del mondo, del demoniaco culto mondialista che passa anche per il sincretismo e quindi per la distruzione delle nostre più schiette e genuine origini.

Noi non siamo sotto la giurisdizione del “re dei Giudei”, cari amici, e di nessun altro fittizio personaggio frutto di culture desertiche incompatibili con la rigogliosa natura della Roma antica, repubblicana e augustea.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2018/01/a-proposito-di-religiosita-e-spiritualita.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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2 risposte a A proposito di religiosità e spiritualità…

  1. Pietro Melis ha detto:

    Dal mio blog pietromelis.blogspot.com
    lunedì 15 gennaio 2018
    LE RAZZE ESISTONO SCIENTIFICAMENTE. IL BIANCO E IL NERO NON SONO COLORI

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Grazie per la citazione, signor Melis. E sì, le razze esistono, e non è affatto questione di “colori”, come vorrebbero far credere gli antirazzisti per partito preso. Prima del pigmento viene l’antroposcopia, l’antropometria, la craniologia (e craniometria) e ovviamente la genetica. Nega il concetto di “razza” chi ha paura della verità, e ama fare il giuoco del mondialismo, che si costruisce proprio sull’annientamento dell’identità etnica e biologica, oltre che culturale, dei popoli della Terra.

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