Né con Yehoshua né con mammona: le radici del Natale sono indoeuropee

Come ogni anno arriva il Natale, e come ogni anno, con esso, le interminabili polemiche su presepi, alberi di Natale, cristianesimo, laicità ecc., soprattutto relativamente a simboli cristiani (o meglio, cristianizzati) come il presepe all’interno di luoghi pubblici, specialmente scuole. Sono, chiaramente, quelle polemiche che non servono a nulla se non a gettare fumo negli occhi delle persone, tanto più che a fronteggiarsi sono cattolici e laicisti, ossia soggetti che inquinano il dibattito con le loro personali fisime su un concetto del tutto distorto di Natale. Noi sappiamo, invece, che Natale vuol dire una cosa ben precisa, che esula dalle fiabe mediorientali e dalle flatulenze del politicamente corretto.

Quelli che da duemila anni si sono impossessati del Natale arrogandosi il diritto dell’esclusiva, sono solo degli scopiazzatori dozzinali che hanno del tutto pervertito la vera valenza, solare, del Natale, reinventandolo come natività di un piccolo eresiarca ebreo di Betlemme, in tutto estraneo alla tradizione indoeuropea e greco-romana, classica; cosicché, oggi, nessuno pensa più al solstizio d’inverno, al giorno natale del Sole Invitto, alla stagione in cui le tenebre lentamente cominciano a calare a tutto vantaggio della rinascente luce del sole, poiché la sua mente viene intasata dalla religiosità cristiana da una parte e dalla novella (e blasfema) religiosità consumistica, un’idolatria che scalza il bambinello per erigere a feticcio il denaro, dall’altra.

E poi ci sono gli altri crociati al contrario che vogliono levare i simboli cristiani dai luoghi pubblici per fare da zerbini agli immigrati musulmani, ai giudei o a gente che fino a ieri se ne stava dall’altra parte del globo, in nome di un fanatismo non meno pericoloso di quello abramitico, che è il laicismo ateo di progressisti e liberali “aperti” mentalmente. Dai luoghi pubblici sarebbe il caso di tener fuori non solo i ninnoli giudeo-cristiani, ma pure la ridicola sicumera di chi si sente la verità in tasca perché adora i partigiani, ha la tessera del Pd, ed è un affezionato telespettatore di Rai 3, credendo che il proprio relativismo sia “scienza”, e non miope superstizione postmoderna.

Dobbiamo ristabilire la verità storica e culturale sul Natale, anche se oggi interessa a ben poche persone, d’altronde disinteressate, prima di tutto, alla valenza cristiana di questa antichissima festività che purtroppo è oggi la prevalente. Del resto, se ci pensate, tutto quanto ruota attorno al 25 dicembre è di origine pagana perché tutto nasce dai riti connessi al culto solstiziale, da sempre caro ai popoli dell’Eurasia occidentale, e non solo. La simbologia del Cristo, dopotutto, è squisitamente ariana, sia se la intendiamo in senso natalizio sia che lo si faccia in senso pasquale, solamente che dai primi cristiani è stata appiccicata addosso ad un fantomatico personaggio taumaturgico in tutto e per tutto ebreo.

E così sarà utile ricordare come il Natale coincida col periodo solstiziale compreso tra 21 e 25 dicembre, sino alla fine del mese, introdotto dal periodo dell’Avvento che ricalca quello dei Saturnalia romani; il presepe francescano di Greccio non è che il larario dei Romani; Santa Lucia festeggiata il 13 dicembre è un palese simbolo solstiziale retaggio del vecchio sfasamento del calendario, secondo cui il solstizio cadeva, erroneamente, proprio in quel giorno; San Nicola (da cui il nordico Babbo Natale, non senza rimandi odinici) riecheggia il vecchio Saturno che porta dolci e balocchi per i bambini deponendoli proprio nel larario in periodo solstiziale (e da qui l’usanza dei doni degli avi al Centro-Sud e di Santa Lucia in diverse località del Nord); l’albero di Natale, che col cristianesimo non è mai centrato nulla, è simbolo nordico, germanico, dell’albero della vita, dell’Yggdrasil/Irminsul, e la tanto decantata atmosfera magica natalizia è chiaramente retaggio pagano di squisite cornici alpestri innevate, rallegrate da un periodo festoso che coincide con la lenta rinascita della luce del nostro precipuo astro.

Ma che dire delle stesse strenne natalizie e del rituale dei doni, che nasce in remote epoche pagane sebbene oggi sia diventato qualcosa di mostruosamente indecente e tirannico che schiaccia l’uomo invece di celebrarne il salutare ruolo di trasformazione dell’ambiente antropizzato, in armonia con la natura, e i cui passi vengono scanditi dal celeste percorso del sole. Oggi viviamo in un’epoca, ovviamente in Occidente, dove tutto è sovrabbondante e pleonastico, nauseante, ipertrofico, il più delle volte futile e fuorviante, plasmato dal feticismo delle grandi marche e dei prodotti firmati, dalla società dei consumi che riduce tutto al materialismo e all’oscena orgia del libero mercato, a quella esecrata spersonalizzazione che rende l’uomo vuoto contenitore da rimpinzare di fuffa e baggianate.

Purtroppo, in una società massificata come la nostra, è pressoché impossibile recuperare il vero valore di antichissime celebrazioni pagane della tradizione indoeuropea, dovendo lottare contro il moloc chiesastico da una parte e soprattutto contro il mostro consumistico del mondialismo dall’altra, una bestia questa che riduce i riti del Natale primigenio alle spese folli, ai cenoni, alle luminarie elettriche, alla grande abbuffata di regali sempre più tecnologizzati e sempre meno dotati di un senso, di un’”anima”, nel loro piccolo, per quanto i pubblicitari tentino goffamente di ricercare la patetica accoppiata tra l’untuoso sentimento buonista cristianeggiante e l’idolatria del prodotto di marca, sia esso un panettone o l’ultimo modello di “telefono intelligente”.

La pubblicità è il gran sacerdote che presiede al culto della mercificazione dei valori natalizi primigeni, di fatto trasmutati in valori pecuniari, e nei suoi tristissimi rituali è possibile leggere in filigrana tutta la desolante vita di un’umanità ridotta a mandria disordinata di consumatori, di pecore e pecoroni che campano in funzione dei ritmi del mercato, del consumo, della globalizzazione che ciancia in inglese americano. Il Natale non dice nulla, in senso genuino, ai più e diventa allettante solo come periodo di ferie e di bagordi che traghettano all’anno nuovo, in un tripudio di denaro bruciato per l’effimero di un fuoco artificiale, che dura quel tanto da far capire, ai più assennati, quanto sia desertica e spoetizzante la vita dell’uomo materialista che si lascia ingannare e traviare dal finto progresso del turbo-capitalismo.

E tra gli stregoni del mondialismo trovano ampio spazio gli stessi di cui parlavo in apertura, di chi intende spedire nel gabinetto un presepe che, per quanto simbolo cristiano, può indurre ancora a qualche riflessione importante sulla nostra vita, semplicemente per non urtare le utilissime pedine esotiche che affollano il nostro Paese con lo scopo di portare avanti l’agenda distruttrice dello stesso mondialismo. Capiamoci: si può discutere sulla liceità o meno dei simboli cristiani nei luoghi pubblici, ma non certo per leccare i piedi a laicisti, atei e immigrati non cristiani, bensì per celebrare quelle che sono le nostre vere radici, le vere radici d’Italia e d’Europa, che sono classiche e gentili, ma soprattutto indogermaniche, felicemente trapiantate nelle nostre terre natie da chi, nel Natale primevo, celebrava il proprio solare ethos patriarcale, guerriero e tradizionale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/12/ne-con-yehoshua-ne-con-mammona-le-radici-del-natale-sono-indoeuropee.html

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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