L’etnia lombarda nel contesto italiano ed europeo

Lucia Mondella con la sperada (le guazze)

La mia sensibilità identitaria e comunitaria, che mi caratterizza da sempre ma, soprattutto, da quando nel lontano 2006 ebbi modo di accostarmi alle tematiche care all’etnonazionalismo, mi ha portato nel tempo ad inquadrare la realtà (storica) lombarda come un vero e proprio ambito etnico e culturale a sé stante che, sebbene quasi sempre latente, merita riscoperta e adeguata valorizzazione.

Per quanto, un tempo, fossi decisamente sbilanciato verso l’indipendentismo e l’anti-italianismo (pensando, in particolar modo, all’eterna questione meridionale e alle magagne congenite dello stato nato dall’antifascismo), conservo anche oggi, in qualità di razionale assertore dell’identità – soprattutto culturale – italiana, la visione etnicista lombardista perché palesemente innegabile che la Lombardia (storica, ripeto) abbia tutto il diritto di salvaguardare con ogni mezzo lecito possibile la propria peculiare fisionomia, plasmata da millenni e secoli di storia.

Al contrario di quello che gli stolti potrebbero pensare, al netto degli eccessi di ardore giovanili, non ero un deficiente prima e non lo sono ora e nonostante qualche, naturale, scossa di assestamento ideologico riesco ad equilibrare tranquillamente il mio desiderio conservativo nei confronti del mondo lombardo con l’istanza italianista che è, necessariamente, da incorniciare in un contesto di salutare e serio federalismo etnico.

Serve infatti equilibrio, ragione e buonsenso, perché non si tratta qui di contrapporsi in perniciosi estremismi tra secessionisti e neofascisti bensì di trovare la quadra per evitare di buttare il bambino (l’Italia) con l’acqua sporca (le contemporanee storture repubblicane) e per evitare di incanalare il Lombardesimo in poco proficui tortuosi sentieri micro-sciovinistici, senza ottenere, oltretutto, nulla di buono e, anzi, rischiando di banalizzare tematiche importantissime con atteggiamenti pseudo-legaioli.

Riconoscersi come Lombardi, Italiani ed Europei (oltre che, chiaramente, comunità di razza caucasoide europide non sradicata ma fortemente legata al proprio territorio) non è in nessun modo una contraddizione, perché semplicemente significa riconoscere l’esistenza, simultanea, di tre identità che rispondono al dato etnico, a quello nazionale e a quello continentale. E, inoltre, significa distinguere grandi realtà etno-culturali storiche dai loro odierni contenitori burocratici, artificiali e senza senso patriottico, che vanno osteggiati in quanto non enti rappresentativi dei popoli ma gabbie, prigioni, ghetti in cui le genti di Lombardia, Italia ed Europa languono condannate dall’insensata statolatria simil-giacobina che calpesta il sangue, distrugge il suolo e svilisce il luminoso spirito indoeuropeo delle nostre comunità.

La lombardità è dunque anche etnica: i Lombardi sono un popolo, un gruppo etnico, una suddivisione etno-culturale all’interno del quadro italiano che, certo, è eterogeneo ma include anche i Lombardi ormai da 2000 anni e più. Parlare di Italia multietnica può sembrare esagerato perché non è che l’Italia sia variegata quanto l’Europa, però è innegabile che vi sia, pur su di un territorio ristretto, una mancanza di omogeneità e compattezza che è forse unica in Europa. L’Italia non è i Balcani, ma se vediamo etnie nei Croati, nei Serbi o nei Bulgari (moderni) nulla ci impedisce di vederne nei Lombardi, nei Veneti, nei Toscani e Mediani, nei Meridionali e nei Sardi, per non parlare delle varie minoranze etniche. Risaputo che “etnia” abbia, oltretutto, un valore più culturale che biologico ma, a maggior ragione, considerando la grande variabilità genetica esistente in Italia (maggiore rispetto a quella iugoslava) parlare di etnie differenti non è certo una bestemmia.

Si parlerà anche tutti italiano, si sarà anche tutti cattolici, si sarà tutti – senza dubbio – figli della cultura latina e della romanità ma quando osserviamo la distanza che intercorre tra Sardi e Friulani o tra Siciliani e Lombardi delle riflessioni sorgono spontanee. D’altro canto non esiste certo un baratro tra l’Italia settentrionale e quella centrale (Corsica inclusa), in termini antro-genetici; però è chiaro che vi siano differenze linguistiche, culturali, caratteriali, socioeconomiche, e nondimeno geografiche e climatiche poiché se il Nord Italia è terra sub-continentale dal clima alpino, temperato e sub-mediterraneo, caratterizzato da una vasta pianura (un tempo ricoperta di una foresta planiziale ricchissima di nobili essenze continentali come querce, carpini, frassini, olmi, faggi ecc.) che ne ha indelebilmente segnato la storia, e il carattere, Toscana e Italia centrale rispondono con un ambito peninsulare, mediterraneo (per quanto il cuore appenninico sia montagnoso), circondato dai mari e con un aspetto maggiormente italico del Settentrione.

Il noto stacco esistente in Italia riguarda l’ambito centro-settentrionale da quello meridionale (sebbene come detto le differenze tra Nord e Centro esistano, eccome), poiché il Meridione, come già i primi studi genetici effettuati sull’Italia hanno dimostrato (vedi Cavalli-Sforza, Piazza, Menozzi, Alinei, Barbujani ecc.), ha una netta tendenza sudorientale che lo distingue dal resto dell’Italia, avvicinandosi ai Greci e distanziandosi dagli altri Europei, probabilmente dovuta ad un Neolitico più antico-levantino rispetto a quello vissuto dal Centro-Nord oppure ad una certa intromissione del Bronzo proveniente dal Vicino Oriente. Tuttavia anche l’isolamento del Meridione ha contribuito al suo peculiare aspetto di realtà peninsulare estrema bagnata da diversi mari, nettamente mediterranea, ma anche appenninica tra vulcani e terremoti, e da sempre a stretto contatto con il mondo ellenico.

All’interno del Sud v’è anche una variazione tra Meridione e Meridione estremo che è anche una contrapposizione storica tra Napoli e la Sicilia, con Salento, Calabria e Sicilia medesima alquanto ellenizzati e abbastanza meno italici dell’ambito neapolitano. Tuttavia nell’area più occidentale della Sicilia, tra Palermo e Trapani, vi è una certa tendenza continentale che può anche portare i Siciliani di colà ad assomigliare agli Abruzzesi, i più continentali tra le genti meridionali. La cagione non è da ricercarsi tanto nei Normanni quanto nell’aspetto più occidentale dell’ovest siciliano rispetto al resto dell’isola e a buona parte del Meridione.

Naturalmente, infine, ecco i Sardi, notissimo isolato genetico che li contraddistingue da millenni, con una identità storica peculiare che li rende certo unici in Italia come in Europa essendo, grazie all’isolamento insulare e alla deriva genetica (ma anche al forte effetto del fondatore), una realtà etnica a sé stante e ben distinta da tutti gli altri popoli italiani.

Tornando all’etnia lombarda, per quanto ne abbia parlato molte volte e ormai da anni direi, sarà utile ricordare chi sarebbero i Lombardi etnici e in base a quali criteri questi possano dirsi tali. Ricordiamo che la Regione Lombardia ve la dovete dimenticare (una regione amministrativa giovanissima e davvero imbarazzante, senza alcuna identità concreta); la Lombardia storica comprende tutto il Nord Italia e può essere infatti chiamata Grande Lombardia grazie alla dominazione longobarda comune che portò a designare, nel Medioevo, tutti gli Italiani settentrionali come Lombardi (a volte anche i Toscani, sebbene autori come Dante distinguano i Lombardi dai Toschi, soprattutto da un punto di vista linguistico). Parliamo di un territorio cisalpino, sub-continentale, cinto a nord dalle Alpi e a sud dall’Appennino, barriere naturali che hanno permesso di conservare nei secoli questa identità granlombarda che passa anche per usi e costumi, culture, mentalità, storia e clima. Epperò, al di là delle minoranze alpine, non stiamo parlando esattamente di una realtà etno-linguistica del tutto omogenea, tanto che la designazione di Lombardia etnica non può riguardare tutto il Settentrione.

Definiremo come Lombardia etnica, dunque, sostanzialmente la parte occidentale dell’Italia del Nord, tuttavia con alcune riserve sui territori di Liguria, Emilia orientale e Romagna (sino a Senigallia), motivate da quanto stiamo per dire. I Lombardi etnici sono le genti indigene cisalpine, di lingua gallo-italica (o lombarda) e di ambito macro-etnico celto-romanzo – con qualche influsso germanico medievale – che abitano il territorio compreso tra le Alpi a nord/ovest e l’Appennino Tosco-Emiliano a sud e il confine orientale dato dallo spartiacque padano; infatti i confini della Lombardia etnica potrebbero tranquillamente coincidere col bacino imbrifero del fiume Po, che esclude così Liguria mediterranea, Bolognese e Ferrarese e Romagna. Nel concreto sono etniche le aree insubriche (il cuore storico del Ducato di Milano, capitale lombarda, che comprende anche la Svizzera italiana), quelle piemontesi (includendo la Val d’Aosta per ragioni geografiche), il settore ligure transappenninico, l’Emilia sino al fiume Panaro e quella che oggi è la Lombardia orientale, transabduana, e che include il Trentino occidentale.

L’esclusione, o meglio, l’incerto statuto lombardo-etnico delle tre aree succitate (Liguria, Emilia orientale e Romagna) non riguarda solo questioni geografiche, ma anche etno-linguistiche poiché i Liguri parlano un idioma simile ma distinto dai parlari lombardi/gallo-italici (influenzato dalla koinè medievale alto-italiana al pari delle zone occidentali del Triveneto), sono meno celtici e poco longobardi; e così gli Emiliani orientali, al di là del Panaro, che nel Medioevo fu un importante confine tra Langobardia e Romandiola, e i Romagnoli sino al confine sud dell’Ager Gallicus, mancano di una concreta impronta di superstrato longobarda e, anche a detta di Dante, linguisticamente sono ascrivibili all’ambito romagnolo storico, per quanto il territorio ferrarese sia “ibrido”. Intendiamoci, non esiste alcun baratro tra Lombardia pienamente etnica e Liguri, Emiliani terminali e Romagnoli che potrebbero anche essere inseriti nella stessa Lombardia etnica grazie alla comunione gallo-italica, all’accezione medievale di Lombardia e agli scambi secolari tra le aree periferiche da loro abitate e il territorio puramente alpino-padano.

Certo, i Liguri cisappenninici hanno carattere mediterraneo, mentre gli Emiliano-Romagnoli l’hanno adriatico con una tendenza più spiccata, rispetto ai Lombardi etnici, in direzione italico-romana (il mare è un dato climatico e ambientale fondamentale per Liguria, Emilia orientale e Romagna storica); ciononostante è bene ribadire, onde evitare equivoci, che queste regioni sono indiscutibilmente settentrionali e granlombarde, anche se nei Romagnoli, da Ravenna a Senigallia, è possibile osservare un piccolo cline genetico nord-sud che li fa scolorare nell’Italia centrale. Viceversa, gli abitanti nativi della Lunigiana rientrano appieno nell’ambito ligure-emiliano e sono del tutto settentrionali (anche se non propriamente lombardo-etnici).

Cosicché i Lombardi etnici sono tutte quelle genti dell’Italia nordoccidentale, native del territorio propriamente alpino-padano, di aspetto terragno, linguisticamente gallo-italiche (o galloromanze cisalpine), di impasto etnico celto-ligure-romanzo-longobardo, biologicamente (e culturalmente) anello di congiunzione tra l’ambito mediterraneo e quello mitteleuropeo. Lo stesso carattere dei Lombardi etnici è segnato dalla Val Padana (il propulsore dello sviluppo economico e imprenditoriale tipico), dalle vie fluviali e dai laghi prealpini, nonché da Prealpi e Alpi che contribuiscono alla natura solida, concreta e pratica dei nativi padano-alpini.

L’indole laboriosa, dinamica, tenace, creativa dei Lombardi etnici ha portato a fenomeni di grande intraprendenza artigianale, commerciale e imprenditoriale sin dai tempi dei Celti, ma che ha avuto il suo degno coronamento nell’epopea squisitamente tosco-padana dei liberi comuni, espressione sì di individualismo spiccato ma anche di sapiente organizzazione del territorio, di benessere e di sviluppo che ha reso la Lombardia una delle aree più ricche e agiate dell’Europa medievale e rinascimentale, probabilmente assieme alle Fiandre. La fertile Pianura Padana fu la fortuna dei nostri padri, e di noi stessi, e peccato che il Po non sia sfruttato come si deve anche per decongestionare i traffici su gomma, limitare l’inquinamento e dare ossigeno a città disastrate e avvelenate da intossicazione sia materiale che spirituale.

Nel quadro lombardo domina l’elemento antropologico alpino, seguito da quello dinarico, atlanto-mediterraneo e con un certo influsso nordico che si mescola ai fenotipi precipui. Ancor oggi, chi è nativo della Lombardia etnica, porta dentro di sé le tracce genetiche di Liguri, Celti (e Galli), Etruschi, Romani e Germani, segnatamente longobarde, e conserva un aspetto genomico che praticamente risale a più di 2000 anni prima, all’epoca preromana perché i colonizzatori giunti da Roma non alterarono il carattere genetico del nostro popolo, così come gli invasori germanici, mantenendoci distinti dal resto dei popoli d’Italia, soprattutto meridionali. L’Italia (non rimescolata) è come rimasta congelata dalla Protostoria e proprio per questo è un vero peccato perdere non solo il dato culturale ma prima di questo quello biologico, che sono alla base della natura etnica di un popolo non meticciato. Purtroppo la meridionalizzazione del Nord e la recente immigrazione allogena hanno intaccato in molte zone l’aspetto genuino degli indigeni.

Abbiamo il diritto e il dovere di difendere la nostra identità etnica e culturale così come non possiamo mancare di rispetto all’Italia e all’Europa, che parimenti incarnano parte del nostro profilo etno-culturale. Io, ad esempio, posso dirmi bergamasco, lombardo, italiano ed europeo senza alcun problema e senza che una di queste identità finisca a detrimento delle altre; si tratta solo di armonizzare il proprio identitarismo con delle politiche nazionali veramente etnonazionaliste e non più sterilmente neo-giacobine, statolatriche e per giunta figlie della dominazione coloniale atlanto-statunitense. La ricchezza dell’Italia, e a maggior ragione dell’Europa, stanno nella diversità etno-culturale che le contraddistingue e che devono assolutamente tutelare, proteggere e promuovere, in nome della nostra grande famiglia comune europea. L’italianismo e l’europeismo di cartapesta sono dei fallimenti perché miopi ed insensibili di fronte alle istanze comunitariste ma, per converso, schierati in prima linea nell’accoglienza degli allogeni, nella promozione della società multirazziale e del meticciato e nella demolizione della Tradizione in nome di quel ripugnante laicismo relativista che si fa veicolo di nichilismo anti-identitario.

Un’identità storica italiana che accomuna tutte le genti della Penisola esiste senza alcun dubbio (anche perché di Italia dalle Alpi alla Sicilia si parla ormai da millenni) ma deve imparare a convivere pacificamente con le sacrosante rivendicazioni etniche e culturali dei precipui popoli italiani. In caso contrario non si può condannare senza se e senza ma il fenomeno indipendentista (serio e dunque motivato da identitarismo etnico, innanzitutto), perché a fronte di uno stato apolide, servo dei poteri forti mondialisti, comandato dagli stranieri e quindi ostile agli etnonazionalisti ma tenero con gli allogeni, l’orgoglio patriottico di chi difende sangue, suolo e spirito avrà sempre ragione.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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8 risposte a L’etnia lombarda nel contesto italiano ed europeo

  1. Werner ha detto:

    Da questo articolo devo dedurre che anche i piemontesi sono indicati come “lombardi”. D’altronde così erano definiti anche i coloni provenienti dal Monferrato che popolarono diversi centri della Sicilia e del Sud in epoca normanna. In effetti “Piemonte” non è un toponimo di origine etnica, bensì geografica, perché significa “ai piedi del monte”, se non erro, per la montuosità del suo territorio. Quindi etnicamente sono lombardi seppur con caratteristiche distinte dagli abitanti dell’entità amministrativa denominata appunto “Lombardia”. Se è così questo ci dice chiaramente che le 20 entità politiche denominate “Regioni” vanno abolite e che vanno ripristinate le Province, che meglio rispecchiano le identità locali assieme ai Comuni.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Sì, il Piemonte è Lombardia occidentale e ha un toponimo che non vuol dire nulla, di etno-culturale. Potremmo dire che esista un areale linguistico piemontese (o lombardo occidentale), gallo-italico naturalmente, che include i territori di Torino, Ivrea, vallate piemontesi, Cuneo, Asti, Biella, Vercelli, Alessandrino (senza Tortona), con la Valsesia intermedia (tendente all’Insubria), che ha anche una precisa storia e geografia e che deve includere l’inutile regione valdostana, giusto una valle nel bacino padano, più alcuni brandelli di territorio cisalpino oggi sotto la Francia (Moncenisio, Valle Stretta, Monginevro). In un quadro amministrativo l’etno-regione diventerebbe tutto il Nord-Ovest – senza comunque dimenticare l’accezione squisitamente etnica di Lombardia, illustrata in questo articolo – e come province possiamo mantenere le attuali ma seriamente ridisegnate: Insubria (attuale Regione Lombardia + Svizzera italiana, VCO, Novarese, Trentino occidentale e con la capitale Milano); la Taurasia (cioè il Piemonte rimodellato + VdA); la Liguria (col Nizzardo e la Lunigiana); la Boica (l’Emilia fino al Panaro con Tortona, Oltrepò pavese, Oltrepò mantovano); la Senonia (cioè la Romagna con tutto l’Ager Gallicus e naturalmente il territorio imolese).

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      • Werner ha detto:

        Lo stesso discorso lo si può fare per i trentini, cioè gli abitanti della Provincia Autonoma di Trento, detta pure Trentino, che sono veneti alla stessa maniera degli abitanti delle province di Venezia, Verona, Padova, Vicenza, Rovigo e Belluno, con la sola differenza che costoro hanno degli influssi culturali di matrice germanica, in particolare tirolese. Tra l’altro alla grande famiglia veneta appartengono pure gli abitanti della Provincia di Trieste così come i circa 30 mila istriani veraci rimasti in Istria dopo lo scippo subito ai Trattati di Parigi del 1947.

        Ovviamente sottoscrivo pienamente la sua definizione di “inutile” rispetto alla Valle d’Aosta, una regione da cancellare assolutamente.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Nel Medioevo c’era un forte influsso lombardo su Trento e Verona, poi rimpiazzato dalla preponderante componente veneta. In Trentino la componente lombarda è rimasta piuttosto integra tra Giudicarie, Val di Ledro, Riva del Garda. Forse c’è qualcosa anche tra Val di Non e Val di Sole.

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    • Stefano Spagocci ha detto:

      Le Regioni andrebbero in alcuni casi ridisegnate ma hanno un loro senso anche dal punto di vista etno-culturale. Abolirle significherebbe lasciare tutto il potere allo Stato centrale e demandare alle comunità locali funzioni di minore importanza. E, culturalmente, affermare una (ipotetica) comune identità italiana a cui le comunità locali aggiungerebbero solo un tocco di colore. E’ la visione di buona parte del mondo della destra radicale, quindi Sizzi si dovrebbe chiedere se la sua visione etno-confederale sia compatibile con l’area politica che frequenta. Ammesso e non concesso che un’Italia confederale sia possibile ed auspicabile, occorrerebbe invece dividerla in tre Macroregioni (e un certo numero di Regioni autonome), poi divise in Regioni, divise queste in Cantoni (le attuali Province) e poi in Comuni. Come sosteneva Gianfranco Miglio.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Io non frequento nessun ambiente in particolare, anzi, a livello di aggregazione sono rimasto in buoni rapporti proprio con gli storici camerati lombardisti. Scrivo per EreticaMente perché, al contrario di quanto può pensare lei o un altro lettore esterno, non è un sito nazzziunal-tradizzziunale in senso pizza, pasta, mamma, mandolino ecc. Li rispetto molto e li ringrazierò sempre perché mi permettono di scrivere cose che, spesso, esulano del tutto dall’ambito del patriottismo italiano o dello studio del fascismo, segno che quella comunità culturale apprezza e dà luce anche a posizioni (quasi) diametralmente opposte ma sempre nell’alveo della lotta al postmoderno, al mondialismo e al resto del pattume globalizzato. EreticaMente, sin dalla sua nascita, ha sempre fatto giusta pubblicità alle opere di Lorenzoni, Prati, Grisolia, Rimbotti e così via e di sicuro non combatte l’etnonazionalismo, perché sotto sotto sa che è ancor più radicale e dunque veritiero dei movimenti metapolitici italianisti attuali. Io non sono minimamente per 20 demenziali regioni create da Roma, sono per areali etnici, minimo 4 massimo 6, a loro volta suddivisi in regioni che possono, quello sì, ricalcare vagamente gli attuali confini regionali.

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  2. Stefano Spagocci ha detto:

    Spero innanzitutto che il pacato commento che segue possa trovare spazio in questa sede. La posizione da lei espressa è meritevole di attenzione e del tutto apprezzabile riguardo alla difesa delle ragioni etniche della Lombardia storica (sui confini della stessa potremmo poi discutere ma è un dettaglio). Sono però due le obiezioni che le si possono rivolgere. Per prima cosa, che esista una “identità storica italiana” è quantomeno opinabile. Innanzitutto il termine “identità” andrebbe eventualmente riferito ad una comune antropologia “italica” che non esiste, nè dal punto di vista genetico nè da quello culturale. Naturalmente simili affermazioni vanno giustificate facendo appello all’evidenza empirica, non solo proclamate, ma non è il caso che io ripeta in dettaglio cose che ho scritto decine di volte. Il fatto che in passato parti dell’attuale stato italiano siano state unite in un’unica struttura politica non implica di per sè alcuna identità comune. E’ poi ben noto che l’Italia romana escludesse prima Sicilia, Sardegna e parte del versante sud-alpino e includesse poi parti del Norico e della Pannonia. Gli studiosi che hanno affrontato il problema dell’Italia romana concordano inoltre nel ritenere che quella divisione amministrativa non abbia dato luogo ad alcun idem-sentire “nazionale italiano”, per non parlare dell’irrilevanza della conquista romana per l’attuale panorama genetico “italiano”. Il fatto che il nome “Italia” sia stato attribuito nei secoli a diverse parti di quello che è oggi lo stato italiano non dimostra una comune identità. Al contrario, tende a far pensare all’Italia come “espressione geografica”. Ad esempio, il fatto che tra la Tarda Antichità, l’Alto Medioevo e anche oltre il termine “Italia” avesse un significato non ben definito e variabile a seconda del contesto prova piuttosto la non esistenza di una “nazione italiana” in senso culturale. Se fosse esistita una tale “nazione”, infatti, non ci sarebbero state esitazioni riguardo alla sua definizione. Infine, occorre chiedersi se l’Italia unita (anche confederale) possa essere il contenitore giusto per i suoi popoli. Ne dubito perchè anche uno stato confederale funziona se le sue componenti hanno una “identità nazionale” se non identica almeno largamente compatibile. A meno che (la Svizzera è l’unico parziale esempio) sia molto blando e strutturato quale “patto di mutua assistenza”. Purtroppo, allo stato attuale, la storia e il “carattere nazionale” del Meridione rappresentano un ostacolo insormontabile ad un’ipotetica Italia confederale. Una confederazione “lombarda” corrisponderebbe invece a un’identità antropologica largamente comune e ad un “carattere nazionale” (ed eredità storica) naturalmente orientati al federalismo e alla responsabilità (Putnam docet).

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Incredibile, un messaggio senza insulti, calunnie e banalizzazioni. Sta migliorando.
      La questione dell’italianità è complicata, e non essendoci omogeneità nel Paese è perfettamente inutile mettersi a fare i neofascisti o i nazionalisti della mutua. La verità e l’onestà dovrebbero essere sempre al primo posto, anche quando si viene a parlare di metapolitica e politica. Potrei anche ricordare che il nome “Italia” nasce nel profondo Sud, nella punta della Calabria, sebbene, a quanto sembri, sia un’etichetta etnica usata da Greci ed Etruschi per designare gli indigeni italici dal Centro al Sud Italia, e col significato di “adoratori di giovani tori, di vitelli” (i bovini, come risaputo, erano al centro della vita comunitaria ariana). Un’etichetta che nasce, oltretutto, da un termine di origine osca od umbra. Sono state rinvenute delle interessanti incisioni nel Frignano in cui viene evocato l’etnonimo italico a proposito di federazioni di popoli peninsulari, e che potrebbero essere anche un lascito delle genti umbro-liguri della zona emiliana.
      La questione dell’identità italica/italiana, a mio avviso (ma del resto qui si parla di etnologia ed antropologia, non di scienze esatte, e dunque le posizioni potrebbero essere disparate; un’identità nazionale si forma in seguito a molte cose), non è poi così peregrina, perché se partiamo dal presupposto che i primi ad unificare la Penisola furono i Romani oltre 2000 anni fa, rendendola oltretutto il perno del primo periodo imperiale, non possiamo davvero arrivare alla conclusione che l’Italia sia un’invenzione ottocentesca. Come lei stesso dice sono questioni opinabili, e dunque c’è sicuramente una parte di verità sia nel campo secessionista (su base etno-culturale) sia in quello italianista. Badi bene che non parlo dei più esagitati, e cioè dei leghisti da bettola e dei neofasci ubriachi, e detesto chi vuole ridurre queste complesse tematiche al rango di baggianate da irridere.
      Pertanto se i primi ad unire politicamente l’Italia furono i Romani (estendendo oltretutto all’intera Italia lo ius latii ed esonerandola dal pagamento di imposte che gravavano invece sulle province (mica una cosa da poco il fatto che l’Italia fosse la regina delle province romane)), da un punto di vista anche identitario questo non può essere ignorato! Non possiamo ignorare che sono innanzitutto gli Italiani ad essere eredi di Roma antica, della latinità, della romanità, in termini sia linguistici, che culturali e giuridici; che le regioni escluse inizialmente dall’Italia augustea vennero aggregate più tardi, sempre in epoca romana; che la memoria del nome Italia si perpetuò coi Goti, coi Bizantini, coi Longobardi, coi Franchi e il regno medievale d’Italia e quindi anche col SRI, giungendo sino all’epoca rinascimentale, moderna e contemporanea; che l’Italia, per quanto divisa politicamente per 1500 anni, ha saputo conservare il proprio fascino e prestigio grazie a letterati, nobili, eruditi, pensatori e artisti; che un comune sentire, dunque, esistesse, sebbene ai piani alti della società, ma del resto, se la mettiamo in questi termini, non mi sembra esistesse un comune sentire lombardo che unisse Novaresi e Bergamaschi, Valtellinesi e Piacentini, Sepriesi e Ferraresi… Insomma, gli sforzi unitari, nei secoli, sono andati in direzione italianista, più che lombardista, per quanto sia io il primo a dirlo un’identità etnica lombarda esista perché tra clima, geografia, cultura, linguistica, genetica, antropologia, società ed economia, mentalità, pure enogastronomia ecc. nessun essere pensante potrebbe credere che non vi sia alcuna differenza tra Nord, Centro, Sud e isole.
      In illo tempore la mia intenzione era quella di affrancare il sentimento nazionale lombardo, sicuramente anche sull’onda dell’indipendentismo padano classico (perché è inutile girarci intorno; se non fosse esistita la Lega e anche i suoi esponenti culturali, decenti, nessuno ancor oggi parlerebbe di questione settentrionale, o padana o granlombarda). Epperò bisogna fare i conti col comune sentire della stragrande maggioranza della gente lombarda, perché a me sembra proprio che senta più l’identità italiana, rispetto a quella lombarda. Non va sottovalutato il peso della lingua fiorentina letteraria, che è divenuta nazionale, e che tutti parlano ormai come madrelingua. Non possiamo certo mettere la Lombardia, in qualsiasi accezione se ne parli, sullo stesso piano di popoli come Sardi, Catalani, Baschi, Bretoni, Fiamminghi, Scozzesi ecc. che hanno, da secoli, un’identità definita, una lingua comune, una bandiera storica, un comune sentire che li rende fraterni e coesi. Andiamo, vogliamo negare che nella Pianura Padana, come in Toscana, esista da sempre un campanilismo estremo che mette in secondo piano qualsiasi interesse comune per finire a guerreggiare tra città vicine? La Lega Lombarda andò contro il Barbarossa, ma negli anni seguenti si squagliò come neve al sole, e a Cortenuova Bergamaschi e Cremonesi alleati le davano di santa ragione a Milanesi e Bresciani. Più che identità lombarda condivisa esiste ancor oggi un fortissimo senso identitario cittadino e provinciale, basti visitare gli ambiti più duri e puri di città come Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Parma, Piacenza ecc. L’identità comunale, quella sì che esiste e non morirà mai.
      Io non ho cangiato idea sull’Italia per fare un favore ai meridionali, altrimenti sarei nazionalista fino al midollo e non sarei qui a rimarcare, doverosamente, le differenze identitarie che intercorrono in Italia. Io ho trovato un personale equilibrio su cose che sento mie, come appunto l’identità provinciale, etno-regionale e nazionale. Certo, uno come lei può contestare il fatto che parli di nazione italiana pur sottolineando le evidenti differenze etno-culturali: se l’Italia è eterogenea come può essere nazione? Ma infatti io sono etnonazionalista, nel senso che intendo conciliare l’idea di Patria italica con quella, originale, di identità etnica/culturale lombarda, veneta, tosco-mediana e così via. D’altro canto lei crede davvero sia il caso di lasciare andare alla deriva il nostro Meridione? Che fine farebbe e soprattutto, non sarebbe meglio che fosse controllato dal Centro-Nord piuttosto che da qualche straniero?
      Una cosa è chiara, la dico da sempre anche in qualità di italianista razionale: se il patto etno-federale non venisse accettato da tutti gli Italiani sarebbe del tutto legittimo intraprendere vie alternative all’etno-federalismo, perché è evidente che io non difenda questo stato e che non voglia sorvolare sul fatto che nel Mezzogiorno o si danno una mossa oppure, ad un certo punto, è giusto staccarsene per evitare di affondare con loro. E lo dico anche proprio perché il contenitore tricolore repubblicano di nazionale, sovranista e autorevole non ha proprio nulla essendo colonia atlantica.

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