Le diramazioni di R1b-U152

Finalmente mi son deciso a testare in maniera un po’ più approfondita il mio aplogruppo paterno che, come ricorderete, è R1b-U152 (la mutazione S28). Tale linea è, con tutta probabilità, un marcatore ancestrale relativo alla macro-famiglia indoeuropea (occidentale) italo-celtica, formatasi nell’Europa centrale nel contesto delle antiche culture del Bronzo e del Ferro, per l’appunto ariane. U152 cominciò ad espandersi a sud-ovest e sud-est sulla spinta del sistema di Urnfield (campi di urne), che in Italia fu caratterizzato dalle culture proto-celtiche di Canegrate e Golasecca nell’Italia nordoccidentale, da quelle proto-venetica e atestina nell’Italia nordorientale, dalla proto-villanoviana della Pianura Padana, e poi dalla villanoviana, da cui discendono il ceppo italico latino-falisco e osco-umbro.

Un ulteriore flusso di U152 in Italia è da attribuirsi ai Galli, giunti nel IV secolo a.e.v., ed è proprio alle genti celtiche che si deve la massiccia presenza di tale linea paterna nella Francia orientale, in Belgio, nella Germania sudoccidentale e renana, in Isvizzera e per l’appunto nell’Italia nordoccidentale. U152/s28 è un ottimo sintomo di lignaggio celtico diffusosi a partire dall’Europa centrale, nell’areale della culla della civiltà celtica tra Hallstatt (prima Età del ferro) e La Tène (seconda Età del ferro), una civiltà derivata dai campi di urne. Probabilmente fu anche merito dei Romani se tale aplogruppo si può trovare in altri luoghi d’Europa come Sardegna, Corsica, penisola iberica, Inghilterra meridionale, Balcani ed isole greche (Creta su tutte), senza dimenticare un possibile contributo residuo dovuto a Italiani moderni, in particolar modo a mercanti italiani, cagione, forse, della presenza di U152 presso i Baschiri, turcofoni di Russia.

U152 ha, naturalmente, dei subcladi principali, tra cui possiamo citare Z36, Z56, Z192 e l’immancabile L2 (da cui L20), che sembra essere il più antico, probabilmente entrato in Italia a partire dalla Cultura del vaso campaniforme, magari assieme al P312/S116. Z36, che stando al test effettuato con YSEQ è il mio subclade, è ben rappresentato in Italia nordoccidentale, Svizzera, Francia orientale, Germania sudoccidentale e Belgio, ed è un chiaro segno celtico, nato nelle Alpi e diffusosi con le varie ondate celtiche, che furono massicce anche nell’Italia settentrionale, sia nella fase di Canegrate/Golasecca che durante le invasioni galliche storiche; questo clade passò poi ai Liguri stanziati tra Piemonte, Liguria, Emilia (e attuale nord della Toscana), venendo così celtizzati, e finì nel Sannio dopo la grande deportazione che gli Apuani subirono a opera dei Romani.

Z56 pare conciliarsi bene con l’espansione (proto)villanoviana (derivata da Hallstatt e infatti mostra una straordinaria somiglianza con le culture austro-bavaresi del Ferro) messa in atto dagli Italici della prima e seconda ondata, latino-falisci ed osco-umbri, ed è infatti diffuso in Pianura Padana, Toscana, Umbria e Marche, Lazio e Italia centro-meridionale; sicuramente interessò anche gli Etruschi prima del tardo villanoviano (fase culturale in cui, si pensa, si sia inserita presso di loro una élite orientale) e quindi ai Romani, che potrebbero avere ridistribuito il clade in tutta Italia grazie alle colonie, cosa che potrebbe essere accaduta, ad esempio, a Brescia dove si verifica una discreta presenza di Z56, ovviamente dopo Z36 che è il più diffuso. Ma non si può escludere che l’ingresso di genti proto-villanoviane in Italia (da nord-est) abbia incluso parti dell’odierna Lombardia.

L’aplogruppo delle prime ondate proto-italo-celtiche è invece L2 che infatti è forte nel Triveneto, in Liguria (secondo moderni autori i Liguri erano a metà strada tra Celti e Italici) e ha vari picchi nell’Italia centrale e meridionale, ma che, globalmente, pare davvero più forte fuor d’Italia, che nell’Italia medesima, essendo un subclade molto antico nato nel cuore dell’Europa ed espanso ad ovest come ad est (nella Cultura lusaziana, per dire); in aree come Ucraina, Polonia, Ungheria, Gran Bretagna, Brabante, Polonia e Germania L2 è legato alla Cultura (arianizzata) del vaso campaniforme e alle successive culture proto-celtiche del Bronzo, chiaramente traccia di comunanza proto-italo-celtica. Il fatto che, in Italia, L2 sembri più italico (e venetico) che propriamente celtico pare coincidere anche con la provenienza delle genti proto-italiche dalle loro precedenti sedi centro-orientali (pianure danubiane) – dove oltretutto L2 è ancora forte – mentre quelle proto-celtiche alpine (da cui poi i Galli di La Tène) portatrici di Z36 erano spostate verso occidente, prima di calare dai valichi alpini per raggiungere la Val Padana. Tuttavia è forse meglio indicare L2 in Italia come proto-italo-celtico, magari correlato ad un importante cultura come quella di Polada, penetrato con delle avanguardie nelle terramare del cuore padano del Paese.

Z192, come Z56, mostra invece un aspetto abbastanza italico-romano e la sua presenza in Sardegna conferma questo pensiero, lasciando intendere che gli individui sardi con tale aplogruppo potrebbero benissimo discendere da coloni romani o italiani centro-meridionali in genere.

Parlando della mia schiatta paterna, presento un cognome raro che parrebbe originario della Toscana (attorno alla città di Firenze) e che, secondo alcuni genealogisti, sarebbe fuoriuscito dal capoluogo toscano in seguito alla Battaglia di Montaperti (4 settembre 1260), in quanto guelfi, ed emigrato anche nel Bergamasco (in Val Gandino); da qui, questi Sizzi fiorentini si sarebbero uniti al casato dei Noris dando vita ai Sizzo de’ Noris della nobiltà trentina. Vi sono però anche fonti secondo cui i Sizzi orobici sarebbero indigeni:

Sizzo de Noris (Sicci, de Siciis, Sitius, Sitz, Siz, Sizo, Sizzi, Sizza) Famiglia originaria di Montegio in Val Gandino (Bergamo), derivata dai de Rutellis de Noris, trasferitasi a Trento nell’ultimo decennio del XIV secolo, ottenendone la cittadinanza nel 1488 con Pietro detto Sizo del fu Cristoforo. L’origine fiorentina dei Sizzo ventilata da Tettoni-Saladini non è documentata. Il “draperius” Lorenzo è console di Trento nel 1521. Nobiltà bergamasca riconosciuta a Giovanni Giacomo, commissario generale delle Giudicarie, consigliere e cancelliere vescovile, dal principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo il 6.03.1649. Nobiltà del Sacro Romano Impero concessa da Ferdinando III il 6.10.1654 ai fratelli Giovanni Giacomo, Cristoforo e Tommaso e ai cugini Antonio, Bernardino e Giovanni. Elevati al grado di conti palatini il 3.05.1658 da Ferdinando Maria elettore di Baviera e del Palatinato. Giovanni Battista Benedetto (†1.08.1773), capitano di Castel Pergine, elevato al grado di “comes cancellariae Bohemicae seu Mediolanensis” nel 1773 dall’imperatrice Maria Teresa. Giovanni Battista e Filippo Matteo elevati al grado di conti del Sacro Romano Impero con miglioramento dell’arma da Maria Teresa il 18.01.1774. Aggregati alla matricola nobiliare tirolese nel 1842.

Si consulti:
Famiglie nobili trentine d’origine bergamasca / Tullio Panizza. – In: Bergomum. – A. 8 (1933), p. 302-307
Secondo contributo alla storia di famiglie nobili della Venezia Tridentina di origine bergamasca / Tullio Panizza. – In: Bergomum. – A. 9 (1934), p. 292-314 

Qualora fosse vera la presunta origine fiorentina (che, come ho sempre detto, non potrebbe che lusingarmi) dei Sizzi, più che di linea diretta nel caso bergamasco si tratterebbe di gente del posto al servizio di questi notabili Toscani fuoriusciti da Firenze; se invece, cosa più probabile, fosse vera l’origine bergamasca, seriana, del mio casato potrei discendere dagli stessi Sizzi (o Sizzo) citati sopra, attestati nel XVI secolo come commercianti di stoffe di lana di Gandino, che si spostarono per affari in quel di Trento venendo ascritti alla nobiltà asburgica. E in questo senso il mio Z36 è più probabilmente bergamasco che toscano, sebbene nella parte settentrionale, non solo gallo-italica, dell’attuale Toscana vi siano individui con tale subclade. Tuttavia i Toscani sono in preponderanza Z56, il che dovrebbe far comprendere anche che la cultura (proto)etrusca fu abbondantemente arianizzata. E dunque di orientaleggiante, nel tardo-villanoviano, ci fu davvero poco, e a livello superficiale, elitario per l’appunto.

L’etimo del cognome, come già scrissi in passato, è da riconnettersi ad un antroponimo maschile o di origine latina (Sittius, forse da mettere in relazione col latino sitis, “sete, siccità, brama” anche in senso figurato) oppure germanica (Sizzo, ipocoristico di nomi bimembri germanici come Sighard o Sigfrid, anche latinizzati, così come Frizzo lo è di Frideric). In Toscana si usano due particolari vocaboli, ossia sizio e sizza che evocano il casato dei Sizzi e che significano, rispettivamente, “seggio” o “desco” (dal tedesco Sitz) e “gelido soffio (di tramontana)” (dal latino sidus, “freddo eccessivo”).

Concludendo, R1b-U152, lignaggio ereditato per via paterna, è l’aplogruppo più importante dell’Italia centro-settentrionale, presente anche al Sud ma ivi minoritario rispetto ad altre linee, come ad esempio il famoso R1b-Z2103 recato probabilmente da qualche movimento balcanico/anatolico strettamente imparentato con Yamnaya (dove infatti questa linea fu trovata) e dunque squisitamente indoeuropeo. In tutte le regioni italiane, fatta eccezione per Sardegna e Calabria, R1b è la principale linea paterna, frutto dell’espansione verso ovest delle genti protoindoeuropee, sorelle di quelle portatrici di R1a insediatesi nell’Europa orientale, nell’area iranica e in quella indo-aria dell’India settentrionale.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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