Comunanza italo-celtica: il caso degli Umbri

Quanto sto per scrivere è tratto dalla fondamentale opera di indoeuropeistica di David W. Anthony The Horse, The Wheel and Language, e riguarda gli ultimi parlanti del protoindoeuropeo e il ceppo italo-celtico delle lingue indoeuropee occidentali.

I rami celtico e italico della famiglia linguistica indoeuropea non mostrano l’innovazione satem e la regola di ruki, peculiari delle lingue ariane di tipo satem (come lo slavo); entrambi mostrano alcuni aspetti arcaici e condividono anche alcune innovazioni. Le lingue celtiche, oggi confinate alle isole britanniche e alle vicine coste francesi della Bretagna, erano parlate praticamente in tutto il settore europeo centro-occidentale, dall’Austria alla Spagna, attorno al 600-300 a.e.v., quando cioè apparvero le prime testimonianze del celtico. Le lingue italiche erano invece parlate nella penisola italiana all’incirca nel 600-500 a.e.v., ma oggi come sappiamo, la lingua latina ha diverse figlie, ossia le lingue romanze.

Nella maggior parte degli studi comparatistici delle lingue indoeuropee, celtico e italico vengono collocati tra i primi rami indoeuropei che si separano dal tronco. Le genti che parlavano pre-celtico e pre-italico persero i contatti coi gruppi orientali e settentrionali dei locutori indoeuropei prima che avvenissero le innovazioni satem e ruki. Non possiamo ancora dire dove fossero i confini di queste regioni linguistiche, ma possiamo dire che il pre-celtico e il pre-italico si dipartirono per formare un blocco cronologico e regionale occidentale, mentre gli antenati di indo-iranico, baltico, slavo e armeno rimasero alle loro spalle e condivisero una serie di innovazioni più tarde.

Il tocario, la lingua indoeuropea più orientale, parlato nelle città carovaniere del bacino del Tarim lungo la Via della Seta (Cina nordoccidentale) manca, come celtico e italico, delle innovazioni satem e ruki, segno che anche questo idioma deve essere parimenti staccatosi assai presto, per formare un ramo orientale.

Le sacche, largamente distanziate, degli insediamenti kurganici di Yamnaya nella bassa valle del Danubio e nei Balcani, costituirono isole sparse di locutori di dialetti del tardo protoindoeuropeo dove, rimanendo distinte l’una dall’altra, potrebbero aver sviluppato lungo il corso dei secoli varie lingue indoeuropee diversificate. Le migliaia di kurgan (tumuli sepolcrali) ubicate nell’Ungheria orientale suggeriscono una occupazione ininterrotta del territorio da una numerosa popolazione di immigrati, che potrebbe aver acquistato forza e prestigio proprio grazie al suo peso demografico. Questo gruppo regionale potrebbe aver diffuso sia il pre-celtico che il pre-italico.

I siti del vaso campaniforme del tipo Csepel attorno a Buda-Pest, l’ovest della regione insediativa di Yamnaya, risalgono al 2800-2600 a.e.v. Potrebbero essere stati un ponte tra Yamnaya ad est ed Austria/Germania meridionale ad ovest attraverso cui i dialetti provenienti proprio dall’area della culla del protoindoeuropeo si diffusero dall’Ungheria all’Austria e alla Baviera, dove più tardi divennero proto-celtico. Il proto-italico, invece, potrebbe essersi sviluppato a partire dai dialetti che rimasero in Ungheria, ed infine essersi diffuso in Italia attraverso le culture dei campi di urne e villanoviana.

Eric Hamp e altri hanno rispolverato l’ipotesi secondo cui italico e celtico condividerebbero un comune antenato, cosicché un unico flusso migratorio avrebbe potuto contenere dei dialetti ancestrali ad entrambe le due lingue indoeuropee in questione. Da un punto di vista archeologico, tuttavia, gli immigrati Yamnaya qui, come altrove, non lasciarono tracce materiali durature, fatta eccezione per i loro kurgan.

Ecco ora alcune mie riflessioni.

A proposito della comunanza italo-celtica, un caso emblematico è rappresentato dagli antichi Umbri, tradizionalmente ritenuti parte della famiglia osco-umbro-sabellica calata in Italia con una seconda ondata italica, ma che alcuni autori antichi, e moderni, riconducono all’alveo delle genti celtiche. Certo, la cosa non deve sorprendere se pensiamo al fatto che Italici e Celti, anticamente, erano comunque parte di un unico continuum indoeuropeo occidentale.

Plutarco, ad esempio, stabilisce una connessione tra Ambrones, Insubri e Umbri, accomunati dall’etnonimo, mentre Catone il Censore nelle sue Origines li fa discendere direttamente dai Galli. Gli Ambrones dei Romani erano di stirpe celto-germanica e una leggenda vuole che siano in relazione con i Liguri, il cui endo-etnonimo era simile al nome, appunto, degli Ambroni. Il parere degli storici antichi va sempre preso con le pinze, perché è assai facile che questi fraintendano la realtà col mito e mescolino leggende locali con leggende straniere, sopperendo alla carenza di informazioni. Oltretutto, non è nemmeno inusuale che gli antichi appiccichino a un popolo straniero l’etnonimo di un popolo che conoscono meglio, o che adattino un nome forestiero al proprio sistema linguistico, di fatto storpiandolo.

Non deve comunque sorprendere che vi siano delle similarità tra Umbri e popolazioni celtiche stanziate nel Nord Italia, a partire dagli Insubri, prima di tutto perché Italici e Celti erano, come detto, parte di un unico grande ceppo, inizialmente, e poi perché proprio nel Settentrione le genti italiche della prima e seconda ondata (quella degli Umbri) ebbero contatti tra di loro e con gli stessi Liguri arrivando così spesso ad una fusione come accaduto per le genti umbro-liguri dell’Emilia (che forse riuscirono a raggiungere anche le vallate interne di Piemonte e odierna Lombardia). L’affinità linguistica tra Celti e Italici è ormai risaputa, come del resto è noto che le espansioni italiane di Urnfield (i campi di urne centro-europei) accomunano culture regionali quali Canegrate, Golasecca, Este, protovillanoviano e villanoviano, cultura umbra e laziale ecc.

Gli Umbri furono, probabilmente, coloro che diffusero il villanoviano nell’Italia centrale creando la “Grande Umbria” che si estendeva dalla pianura cispadana sino al confine centro-meridionale italiano; dagli Umbri si staccarono altri rami quali il piceno e il sabino, e del resto gli studi tradizionali parlano di famiglia osco-umbra proprio per indicare tutto il filone italico, del secondo tipo, stabilitosi in Italia centrale e meridionale. Nel Meridione, come sappiamo, trovarono spazio Osci, Sanniti e altri minori distaccatisi dai primi due.

Nel Nord dell’Italia vi sono alcuni toponimi che fanno davvero pensare agli Umbri (il cui etnico potrebbe derivare da una radice indoeuropea che, come esiti, ha dato tra gli altri il celtico *amb-, “acqua, fiume”, il latino imber, “scroscio di pioggia” e il sanscrito ámbu, “acqua”), come ad esempio Ombregno e Umbriana (Bergamo), Ombriano (Crema), Ombria (Parma) e così via. Anche nel Sud Italia vi sono nomi di luogo che suggeriscono un’eco umbra come Umbriatico (Crotone), Valle degli Umbri (Gargano), il torrente Umbrio (Catanzaro) ecc.

Pensare ad una sorta di antica comunanza umbra è alquanto suggestivo, considerando che gli autori classici vedevano proprio negli Umbri l’ethnos più antico d’Italia, presente nella Pianura Padana, nel cuore dell’Italia e al Sud dove le genti osco-umbre erano storicamente stanziate. La presenza massiccia di R1b-L23 (Z2103) nell’Italia centro-meridionale (soprattutto meridionale) ha fatto pensare alla famigerata, e con tutta probabilità inesistente, migrazione recente dall’Anatolia da parte degli Etruschi, messa però severamente in discussione dalla scarsità di L23 proprio nella culla etrusca tra Toscana e Lazio; con tutta evidenza, quell’aplogruppo (peraltro rinvenuto anche a Yamnaya, culla proto-ariana) sarà giunto in Italia tramite un’espansione del Bronzo proveniente dai Balcani, in cui taluni vorrebbero ravvedere l’origine dei popoli osco-sabellici, tradizionalmente ritenuti invece affini agli Umbri, come ricordato.

Di sicuro gli Umbri calarono in Italia da nord, altrimenti nemmeno si spiegherebbe il parere degli storici greci e romani su una loro presunta origine gallica. Celti non erano ma la loro appartenenza all’orizzonte culturale villanoviano li mette in relazione con le altre culture indoeuropee d’Italia, lasciando intendere che proprio con l’arrivo in Italia degli Italici osco-umbri principia la prima fioritura della civiltà di Villanova, il cui areale geografico, oltretutto, coincide con le sedi storiche degli Umbri, e degli Etruschi (forse meglio proto-Etruschi) nella loro fase protovillanoviana-villanoviana italica. Bene ricordare, infatti, che la fase orientaleggiante del Villanova etrusco (da cui, appunto, la civiltà etrusca tout court) è da attribuirsi al tardo periodo di questa cultura, grazie soprattutto ai contatti con l’area magno-greca del Sud Italia.

Annunci

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
Questa voce è stata pubblicata in Genetica e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Comunanza italo-celtica: il caso degli Umbri

  1. Gianluca ha detto:

    Allacciandomi a questo articolo ti mostro questo stralcio dal libro “Guida alpina della provincia di Brescia” del 1889, solo per curiosità ovviamente visto che è molto datato. Parte rigurdante paesi dell’alta Valcamonica:
    “I paeselli romiti alpini di Valle Camonica hanno storia e civiltà più remota che molti luoghi grossi del piano.
    Veza in sanscrito vale “casa”.
    Viù in osco significa “via”.
    Queste finali in “ù” sono umbre, come Temù, Lecanù, Tù, Mù, Braù (Braone), Aliù (Allione), Dangù (Angone) ecc.
    Gavia rammenta il sanscrito “gravas” che sognifica muli e vacche, e la famiglia romana “Gavia”.

    Ok cose probabilmente superate dalla linguistica, cmq te lo volevo far conoscere (se già non lo conoscevi). Buonagiornata, ciao!

    Mi piace

    • Paolo Sizzi ha detto:

      Eh sì, il problema è che gli eruditi dell’800, come lo stesso Gabriele Rosa che ha studiato lingue e costumi di Bergamo e Brescia, per via delle lacune dell’epoca andavano molto a spanne, perciò inseguivano etimologie improbabili.
      Vezza deriva da una voce dialettale bergamasco-bresciana vèsa/èsa che signifca “botte” ma anche “acquedotto” (in toscano è veggia), e il cui etimo nasce dalla stessa radice latina di “veicolo” (*veha o *veiha), nel senso di “trasportare”. A meno che ci sia dietro qualcosa di simile a “vaso” o “vascello”. Il sanscrito lo lascerei perdere, anche se lingua indoeuropea al pari del latino, dunque affine. Gavia invece, come moltissimi altri toponimi settentrionali quali Gavarno, Gavardo, Gaverina, Gavazzo ecc. deriva da una voce forse preindoeuropea *gava che significherebbe “canalone”.
      Tutti gli altri toponimi in -ù io penso nascano dalla volgarizzazione camuna degli originali latini, quindi non scomoderei la -ú dell’osco-umbro (tipo Viteliú, “terra degli Itali”): Viù, Temù, Lecanù, Braù hanno lo stesso esito di terù, marsù, canù, bignù, lifrucù che sono accrescitivi o peggiorativi resi in italiano con -one.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...