Oltre lo stato, ma entro la nazione

Ieri il parlamento di Barcellona ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna da Madrid, dando il via al processo costituente della repubblica. Di conseguenza, il primo ministro spagnolo Rajoy ha assunto la presidenza e il senato ha attivato il commissariamento della regione autonoma catalana. Lo scontro tra Madrid e Barcellona si fa sempre più duro e i contendenti sembrano lontani da un compromesso salutare sia per la Catalogna che per la Spagna tutta. La questione catalana impone delle serie riflessioni su stati e nazioni onde arginare le violente pulsioni accentratrici e anche le derive centrifughe, che in ogni caso rischiano di fare l’interesse non dei nativi ma degli stranieri e degli enti sovranazionali. A questo proposito non si capisce bene quali siano i propositi, in materia di Unione Europea, da parte catalanista; sarebbe però davvero comico condannare l’unionismo spagnolo per abbracciare quello europeista anche se, come la storia insegna, molti popoli preferiscono rendere conto ad un potere lontano piuttosto che ad uno molto vicino, come in questo caso può essere Madrid. Non vorrei che si rottamasse la plurimillenaria Hispania (che include il Portogallo) per fare un favore alla (finta) nazione europea, che va combattuta e non giustificata!

Il discorso autonomistico torna in auge anche nel Nord dell’Italia, dopo il referendum lombardo-veneto pel Sì, che ha riscosso grande successo in Veneto e decisamente meno entusiasmi in Lombardia, che del resto è una regione artificiale ricolma di immigrati. Non vorrei che queste manie mettessero in secondo piano il discorso identitario in favore di quello pecuniario che, del resto, è ciò che interessa alla stragrande maggioranza delle persone che hanno espresso parere favorevole al decentramento in Lombardia e in Veneto, ma – ovviamente – anche ai Catalani. A mio avviso il punto fondamentale è il seguente: bisogna andare oltre gli stati “nazionali” ottocenteschi per ridare voce (e ossigeno) alle genti in nome dell’etnonazionalismo e del federalismo (serio, non alla legaiola). Questo non significa buttare il bambino (l’Italia, ad esempio) con l’acqua sporca (l’attuale repubblica con tutte le sue magagne) ma rivedere radicalmente la struttura e l’organizzazione dei moderni stati che sono quanto di più lontano ci possa essere dal patriottismo genuino, e non artificiale. Mi auguro che in Ispagna raggiungano la quadra per un concreto federalismo, innanzitutto identitario e preferibilmente senza più teste coronate in mezzo ai piedi (dunque repubblicano), altrimenti si arriverebbe ad un fuggifuggi generale da Madrid, con un poco auspicabile effetto domino nel resto d’Europa.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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6 risposte a Oltre lo stato, ma entro la nazione

  1. Werner ha detto:

    Il discorso è di natura pecuniaria tanto in Catalogna quanto in Lombardia e Veneto, con la sola differenza che la prima reclama l’indipendenza, le altre due l’autonomia legislativa e fiscale. Le ragioni per cui sorgano questi fenomeni socio-politici è dovuto essenzialmente al fatto che sia in Italia che in Spagna, lo stato centralista funziona male e non distribuisce le risorse finanziarie in maniera corretta. La Catalogna ha uno statuto speciale grossomodo simile a quello di Sicilia e Sardegna, che prevede la sola autonomia legislativa e non fiscale, per cui le sue istanze separatiste per quanto infondate sul piano storico ed etnolinguistico, sono comunque comprensibili: ai catalani che producono il 20% PIL spagnolo e il 23% della produzione nazionale, non piace mantenere la burocrazia madrilena coi loro soldi, ma aspirano (a mio avviso giustamente) a trattenere in loco almeno il 90% delle tasse che pagano.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      E infatti un serio, equo e innanzitutto identitario federalismo metterebbe a tacere le beghe sia in Iberia che in Italia. Sembra che qui si mettano in discussione gli stati (cosa legittima, come detto) ma non l’Unione Europea; si parla di una UE fatta di macroregioni al posto degli stati nazionali. Per me è delirio, la UE va eliminata, così come va eliminato l’assistenzialismo parassitario romano che, come sappiamo tutti, avvantaggia il peggio del Meridione a scapito delle virtuose aree settentrionali. Con un etno-federalismo italico, invece, si responsabilizza il Sud mettendolo col sedere per terra, e si fa respirare il Nord, che giustamente – con le tasse che paga – si merita servizi all’altezza. Certo, se le cose non dovessero cambiare ma peggiorare è legittimo che un popolo decida di autodeterminarsi; non è che se il cambiamento lo vogliono solo a Nord il Nord deve rassegnarsi e continuare a subire. Il problema è quale popolo decida di autodeterminarsi, perché la Regione Lombardia è una aberrazione, mentre il Veneto è già un caso diverso. Ecco perché, quando si parla di secessionismi come di centralismi, i due estremi, sento sempre puzza di agenti esterni…

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      • Werner ha detto:

        Sul responsabilizzare le regioni dell’Italia Meridionale – corrispondente all’ex Regno delle Due Sicilie – mediante il federalismo, la vedo parecchio dura. Peggio delle classi politiche delle regioni meridionali ci sono solo quelle dei paesi dell’Africa subsahariana, infatti sono del parere che se la Sicilia estendesse la sua autonomia legislativa a quella fiscale, diventerebbe più simile al Burundi piuttosto che alla Baviera, nonostante disponga di considerevoli risorse naturali, enogastronomiche e artistico-culturali. Lei nei suoi articoli si occupa spesso di questioni genetiche, e penso converrà con me sul fatto che al Sud, il parassitismo politico e sociale sia dovuto soprattutto alla natura delle sue popolazioni, di cui la mentalità prevalente è espressione.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Assolutamente sì: la cultura e la mentalità di un popolo nascono dalla sua etnia, dopotutto, e dall’ambiente. Parliamoci chiaro: in Italia nel secondo dopoguerra fu commesso un errore tremendamente disastroso, far salire al Nord 1-2 milioni di meridionali, meridionalizzando così il Settentrione, e lasciare bellamente nel degrado il Sud col conseguente scialo di quattrini, risorse, infrastrutture ecc. Molto ma molto più sensato, dunque, sarebbe stato settentrionalizzare il Sud, industrializzarlo, commissariarlo laddove servisse, portare padano-alpini laggiù (come già fecero Normanni e Svevi nel Medioevo per ri-latinizzare la Sicilia) invece che spedire centinaia di migliaia di poveri disgraziati qui, con tanto di infiltrazioni mafiose. Se i meridionali non riescono proprio a gestirsi è giusto che Roma li commissari, ma i rubinetti del Centro-Nord vanno chiusi. Chissà che così facendo si diano una sonora svegliata e comincino a camminare, finalmente, con le proprie gambe.

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  2. Matteo ha detto:

    Da meridionale cresciuto in Piemonte sono d’accordo con Sizzi, i rubinetti del Centro-Nord vanno chiusi. Le regioni del Centro e Nord Italia devono smettere di pagare i debiti delle regioni del Sud Italia. Altrimenti il Sud Italia non imparerà mai a camminare con le proprie gambe.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Il fatto è che i soldi che arrivano nel Mezzogiorno (che in parte potrebbero anche essere una sorta di risarcimento post-risorgimentale perché è palese che il Sud abbia subito, più che fatto, i moti risorgimentali) finiscono bruciati tra mafie, corruzione, scandali, nepotismi e situazione in stile Regione Sicilia, dove gli statuti speciali diventano un assist ai delinquenti, più che ai poveri disgraziati. Magari i soldi del Centro-Nord venissero impiegati al Sud per infrastrutture, ospedali, scuole, industrie, cultura e turismo, sviluppo in genere! Io spero davvero che i meridionali possano insorgere in massa contro lo squallore che li tiene imprigionati per eliminare tutti i grumi parassitari che fagocitano le risorse dello stato, e quindi per un federalismo etnico che dovrebbe essere inquadrato, innanzitutto da loro, come una liberazione, una ghiotta occasione di riscatto per dimostrare il valore del Sud e per dimostrare che il Sud sa camminare senza aiuti di chicchessia.

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