La celtizzazione del Nord Italia

Grazie ai preziosissimi studi dell’archeologo Raffaele Carlo De Marinis sappiamo che la celtizzazione primeva dell’Italia nordoccidentale non risale all’invasione storica dei Galli transalpini relativa al 388 avanti era volgare, come ancora molti credono, bensì alla diffusione della Cultura di Golasecca (IX-IV secolo a.e.v.) principiata dall’Età del bronzo finale e preceduta da quella di Canegrate. Quest’ultima fu emanazione dei campi di urne centro-europei, mentre Golasecca della Cultura di Hallstatt, culture legate alle genti proto-celtiche calate dal valico del Gran San Bernardo e dilagate nella Pianura Padana.

I primi, dunque, ad arianizzare il nordovest italiano furono i Celti protostorici, e non i Galli di Cesare. Calando dalle Alpi le genti celtiche arianizzarono gli indigeni liguri (cosiddetti) dando vita ai Celto-Liguri e, in particolare, celtizzarono l’area insubrica che dal fiume Sesia va al fiume Serio coinvolgendo l’attuale Lombardia occidentale, il Canton Ticino, il Novarese, il VCO e la Bergamasca fino, appunto, al Serio. La principale tribù celtica fu quella degli Insubri che, probabilmente, racchiudeva le altre minori ossia Oromobi, Levi, Marici, Vertamocori, con i Leponzi sulle Alpi omonime.

Le manifestazioni epigrafiche golasecchiane rappresentano la più antica messa per iscritto di una lingua celtica, il leponzio, più precisamente un dialetto celtico continentale non senza contributi nord-etruschi (retici), ben distinto dal gallico continentale recato nel Nord dell’Italia dai Galli di Cesare. Notevole anche l’introduzione, da parte dei golasecchiani, del rito funebre dell’incinerazione, che sostituisce l’inumazione, anche se questo, logicamente, non ci ha lasciato tracce biologiche concrete dei defunti, ed è lo stesso problema di proto-villanoviani e villanoviani nell’Italia centrosettentrionale.

Fondamentale fu il ruolo di mediazione tra Europa centrale e settentrionale e mondo mediterraneo svolto dai Celti di Golasecca, che facevano da tramite tra Celti transalpini ed Etruschi ed Ellenici a livello commerciale (si pensi alla diffusione dello stagno, basilare per la produzione del bronzo). Questa funzione arricchì, ovviamente, il territorio golasecchiano contribuendo alla gerarchizzazione della società, guidata da specifiche élite, la cui importanza è riscontrabile osservando sepolture e corredi funebri. 

L’arrivo dei Celti storici nel IV secolo a.e.v. non portò ad uno scontro tra lateniani e golasecchiani (ricordo che Hallstatt fu la prima Età del ferro mentre La Tène la seconda) e i Galli si assimilarono con i Celti precedenti in quanto, dopotutto, parte del medesimo ethnos. Anzi, in base alla tradizione storica il territorio lungo il corso del Ticino, abitato dagli Insubri golasecchiani, venne spopolato alla fine del VI secolo a.e.v. per via, probabilmente, di uno spostamento delle popolazioni a Milano che fiorisce a partire da circa la metà del V secolo a.e.v. Le invasioni galliche portarono tra Alpi e Pianura Padana altre tribù di Insubri che, secondo le fonti, si fermarono a Milano e territorio proprio per l’omonimia e l’antica parentela tra essi e i golasecchiani.

Geneticamente parlando, i Celti nell’Italia settentrionale possono aver contribuito alla componente WHG (Western Hunter-Gatherers) che è forte proprio nel nordovest europeo e, meno, a quella affine a Yamnaya, culla dei PIE (Protoindoeuropei), che forse non era particolarmente forte negli invasori indoeuropei del Ferro ma sicuramente presente in quelli del Bronzo, che calarono in Italia. Purtroppo mancano campioni nord-italiani del periodo in esame e dunque non possiamo sapere quale fosse, esattamente, il profilo genetico dei nostri antichissimi padri. Di sicuro l’apporto celtico/gallico al Nord non può esser messo in discussione, non solo per le testimonianze archeologiche, linguistiche, culturali, toponomastiche e onomastiche e ovviamente storiche e antropologiche ma anche perché, proprio ai Celti, va attribuita sicuramente una quota di geni nordoccidentali probabilmente rafforzata da Goti e Longobardi. Senza dimenticare che il principale aplogruppo Y-DNA alpino-padano è l’R1b-U152, segnatamente la clade Z36 lateniana, lignaggio squisitamente celtico recato nella pianura del Po dai popoli transalpini a più ondate.

Anche sotto un profilo fisico la popolazione nordoccidentale del Paese può mostrare caratteristiche nordiche riconducibili, prima che ai Germani, ai Celti; tradizionalmente, ai secondi, si attribuisce il fenotipo alpino massicciamente presente nella Padania che, sicuramente, sarà stato portato qui anche (ma non solo) dalle genti celtiche, mentre sarebbe più corretto attribuire a queste il distintivo fenotipo celtico costituito dal Keltic Nordid (nordide dinaromorfo formatosi nell’Europa centrale e oggi massimamente presente nelle isole britanniche, nel Benelux e nella Francia settentrionale) e anche una varietà atlanto-dinarica molto “gallica”, nel senso che è frequente sia nel Nord Italia (Gallia Cisalpina) che in Francia (Gallia Transalpina), associabile innanzitutto alla diffusione centro-europea della Cultura del vaso campaniforme. Naturalmente, una volta in Italia, i fenotipi nordoidi o anche cromagnoidi di Celti/Galli si mescolarono a quelli della maggioranza atlanto-mediterranea, alpina e dinarica, riuscendo però in alcuni casi a conservarsi intatti. Con tutta evidenza il cromatismo spiccatamente celtico era caratterizzato da capelli chiari (più castani che biondi), rutilismo e occhi chiari (forse più verdi o grigi che azzurri).

Tornando agli aspetti genetici, già Cavalli-Sforza e Piazza segnalavano, per il Nord Italia, l’apporto continentale dato dagli invasori celtici e gallici che accosta il nostro Settentrione a Iberia e Francia smarcandolo dal Sud Italia ellenizzato; il genetista Boattini suggerisce che questo antico legame con l’Europa più occidentale possa già risalire all’epoca neolitica e sia dovuto ad una componente neolitica più continentale nel Nord e più mediterraneo-orientale nel Sud, con la Toscana e il Centro Italia che si fanno cerniera tra le due estremità. Diciamo anche che, autosomicamente, esiste una sorta di frattura tra Italia centrosettentrionale e il resto del Paese che è una contrapposizione tra il settore tirrenico “ligure” e quello adriatico “italico”.

I popoli propriamente indoeuropei, in Italia, non hanno certo lasciato una impronta profonda come nell’Europa continentale, settentrionale e orientale ma di sicuro il Nord si smarca dal Centro-Sud anche per un maggior input centro-europeo dovuto sicuramente alle genti proto-italo-celtiche. D’altro canto la stessa mistura Yamnaya raggiunge livelli discreti in Toscana e Nord Italia ma diminuisce scendendo più a sud, e se al Nord è segnale proto-italo-celtico in Toscana è segnale proto-villanoviano/proto-latino. Quella mesolitica WHG raggiunge livelli “franco-iberici” nel campione bergamasco ma si assottiglia già a partire dalla Toscana. La “nordicità” italiana, come è logico aspettarsi, picca nel Settentrione e si può notare anche grazie alla maggior vicinanza del campione bergamasco, rispetto al toscano, a quello francese orientale e inglese del Kent, indice di maggiori geni nordoccidentali di orientamento italico-celtico, soprattutto celtico.

Avrò modo, in altri articoli, di parlare meglio degli aspetti genetici indoeuropei nonché di passare in rassegna altre genti protostoriche quali Venetici (senza dimenticare la presenza celtica nell’Italia nordorientale) e Italici (Latino-Falisci, Osco-Umbri), tra cui i Latini, così basilari per la storia dell’Italia. E prenderò in considerazione anche la germanizzazione dell’Italia, piuttosto scarsa, in termini autosomici, nella maggior parte della Penisola ma sensibile nell’estremità nordoccidentale e soprattutto nordorientale, dove incontriamo anche alcune minoranze germaniche. Del resto sono ben noti gli influssi nordici, anche antropologici, di aree come Trentino, Alto-Adige, Vicentino, Cadore e Cansiglio, Carnia (in cui si registra anche un contributo slavo).

Concludo invitandovi caldamente alla lettura degli scritti del succitato professor De Marinis sui Celti d’Italia, in particolare, relativamente a Golasecca, sulla collana Antica Madre del Credito Italiano, il volume Omnium Terrarum Alumna (1988), e i suoi scritti sulle tre celticità su Antichità Altoadriatiche. Potete consultare le opere del professore anche su academia.edu cercando il suo nome.

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
Questa voce è stata pubblicata in Genetica e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a La celtizzazione del Nord Italia

  1. Luigi ha detto:

    Da cosa viene dedotta,anche solo come ipotesi,la pigmentazione dei galli?

    "Mi piace"

    • Paolo Sizzi ha detto:

      Sia Greci che Romani descrissero i Celti come rossi di capelli; ancor oggi la maggior parte del rutilismo è riscontrabile nell’Europa nordoccidentale; alla linea R1b è attribuito un pigmento chiaro; i tre campioni di Rathlin (Irlanda) risalenti all’Età del bronzo mostrano la classica complessione “celtica”: occhi azzurri, pelle molto chiara, capelli chiari.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...