Separatismi? L’Europa ha bisogno di Reconquista!

In questi giorni abbiamo assistito, per l’ennesima volta, ad una serie di attacchi islamisti all’Europa e al mondo europeo: Germania, Finlandia, Siberia e Catalogna. L’attentato più sanguinoso, anche per la dinamica e gli intenti dei terroristi (ovviamente, come sempre, di estrazione afroasiatica), è stato senza dubbio quello che ha colpito la capitale catalana, Barcellona, in cui sono morte 14 persone, tra cui due Italiani. Il terrorismo islamico, in Europa, colpisce dove la degenerazione morale e materiale è ai massimi livelli: in Inghilterra, in Germania, in Francia ovviamente, in Iscandinavia, nel Benelux e ora nel cuore della Catalogna, una regione iberica dalla radicata storia indipendentista, e dal disgustoso orientamento politico progressista.

Barcellona è una delle capitali europee del degrado, dell’”apertura mentale”, dello sballo, della generazione Erasmus, degli eccessi e dunque, immancabilmente, della società cosmopolita, iper-tollerante, auto-genocida. Catalani etnici ne esistono sempre meno, soprattutto a Barcellona, una metropoli farcita di immigrati e di iberici meridionali come gli Andalusi e per di più, come se non bastasse, flagellata da questo vomitevole separatismo per nulla etnicista basato sull’egoismo economico e l’odio per gli altri Spagnoli. Badate bene: odio per gli altri Spagnoli ma xenofilia a mille. A Barcellona non vogliono Castigliani e turisti, ma i “rifugiati” sono sempre i benvenuti. Chi semina vento, raccoglie tempesta.

Il catalanismo, d’altronde, non ha mai avuto nulla a che fare con l’etnonazionalismo, poiché l’unico accenno molto vagamente etnico riguarda la questione linguistica. Un fenomeno inquadrabile, del resto, nell’ampia galassia del classico indipendentismo antifascista (dunque antirazzista, anti-identitario, anti-comunitarista), quello progressista (ma legatissimo al vil danaro, come tutta la galassia della sinistra europea), dove si sputa addosso ai propri vicini simpatizzando per gli immigrati più esotici possibile. Fenomeno tipico di tutta l’Europa atlantica od occidentale in genere: Catalani, Baschi, Galiziani, Sardi, Còrsi (popolo però dotato di attributi), Occitani, Gallesi, Irlandesi, Scozzesi ecc. Si tirano un po’ fuori dal novero Bretoni e Fiamminghi o anche (in parte) i Tirolesi meridionali, che si discostano dal separatismo di sinistra (di chiara ispirazione terzomondista antifascista) avvicinandosi a qualcosa di più “bianco” o identitario. Non meriterebbero alcuna menzione, ma ci sono pure alcuni separatisti siciliani che vorrebbero re-islamizzare la Sicilia per staccarla dal continente; in casi simili qualche maledizione il Basaglia se la meriterebbe…

In questi movimenti secessionisti rimane, comunque, la follia di voler rendere indipendenti popoli sì storici ma rappresentati da pochi milioni di anime, le cui istanze (ragionevoli) verrebbero tranquillamente soddisfatte con un congruo etno-federalismo. Come vedete, anche e soprattutto a Barcellona, questi secessionismi rossi divengono altrettanti cavalli di Troia dentro cui si nascondono i feroci nemici d’Europa pronti ad irrompervi  e farne scempio dopo essersi furbescamente presentati come “poveri fratelli migranti che fuggono da guerre, fame, miseria e bla bla bla”; ma in realtà i terroristi dell’Isis sono l’ultima ruota del carro, perché i nemici principali dell’Europa sono i traditori, i collaborazionisti, i gregari dei mondialisti e cioè di quelli che vorrebbero popoli e nazioni annientati dalla società cosmopolita, quindi apolide, priva di identità e spina dorsale, traboccante cemento e smog.

Fenomeni come il catalanismo alimentano il mondialismo perché si basano su mere questioni pecuniarie mascherate da rivendicazioni etno-culturali, bramosie egoistiche che se ne fregano dei vicini di casa (pensate che Castiglia e Catalogna hanno perfino il medesimo etimo…) per abbracciare il mondo, la massa allogena, ossia quelle pedine che loro credono di sfruttare per le secessioni suicide ma che in realtà hanno il coltello dalla parte del manico. Non serve comunque andare sino in Catalogna, basta analizzare il primo leghismo e i cialtroneschi movimenti attuali, soprattutto venetisti, che ne ripropongono le confusionarie istanze: antifascismo, anti-romanismo, italofobia, anti-meridionalismo ma grande inclusivismo nei confronti degli immigrati, purché ovviamente votino per le loro fantascientifiche indipendenze, e soprattutto grande attaccamento ai denari.

Stiamo parlando di quella tendenza vetero-leghista di opporsi al nazionalismo, anche etnico, per sposare l’indipendentismo europeo classico, oggi riproposta dai replicanti delle prime leghe per sorpassare la Lega Nord a sinistra, in un momento in cui Salvini sta decisamente virando verso una sorta di lega nazionale italiana. Paradossalmente, per quanto il separatismo dei Catalani sia storico, posizioni come le loro sarebbero più sensate (ma egualmente perniciose) in Italia, poiché decisamente più eterogenea dell’Iberia. Non corre un abisso tra Castigliani e Catalani, due realtà oltretutto confinanti, mentre in Italia c’è un netto stacco tra Centro-Nord e Sud, più Sardegna. Ma ribadisco: rendere indipendenti (ma da cosa?) regioni abitate da pochi milioni di persone rimane una follia poiché ci penserebbe un razionale federalismo a sistemare sia le questioni economiche (che alla fine sono quelle che interessano alla gente comune e ai politicanti) sia quelle identitarie, che stanno più a cuore ai sinceri etnonazionalisti.

L’Italia non è l’India, signori: in India vi sono ben 4 gruppi razziali distinti, mentre in Italia ne esiste solo uno, del medesimo sotto-gruppo (europide) per quanto variegato, epperò vorreste tenere unita l’India ma non l’Italia, una realtà che al di là delle contraddizioni esiste geograficamente-storicamente-culturalmente da millenni? E allo stesso modo vorreste vedere una penisola iberica a pezzi quando, anch’essa, ha una storia comune millenaria che passa per la Hispania romana, i Visigoti e culmina nella Reconquista?

Già, la Reconquista, eccola qui la parola d’ordine oggi più che mai attuale. Riconquistare, con l’unità d’intenti delle nazioni europee e dei loro popoli storici, le proprie terre cacciandone gli invasori e prima ancora i loro mallevadori politici, sociali e religiosi che sono il cancro interno che permette agli allogeni di invaderci e di dedicarsi, per giunta, a criminalità e terrorismo. Se l’Europa intera recuperasse anche solo un briciolo della sua gloria passata non si farebbe mai e poi mai mettere sotto scacco da un branco di beduini assassini, il cui miglior alleato è il nostro becero conformismo ai canoni postmoderni del relativismo e della liquidità anti-identitaria, secondo cui non esistono più razze, etnie, generi sessuali, orientamenti sessuali, credi religiosi, condizioni psicofisiche ma solo un devastante marasma nichilista dove a contare sono esclusivamente gli appetiti più bassi e biechi che foraggiano la scandalosa epa del dispotismo mondialista. Il trionfo del dio danaro, lo stesso che dà linfa vitale ai separatismi dei più ricchi.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/08/separatismi-leuropa-ha-bisogno-di-reconquista.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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8 risposte a Separatismi? L’Europa ha bisogno di Reconquista!

  1. Werner ha detto:

    Ottima analisi. Dei nazionalismi da lei citati nell’articolo, di sicuro quello catalano è il più ridicolo: sono tutti nazionalismi civici, e poiché sono privi di una componente ideologica etno-identitaria, sono da considerarsi dei “nazionalismi vuoti” o pseudonazionalismi. Non può esserci nazionalismo se non vi è alcun riferimento alla razza di appartenenza, all’origine etnica di un popolo.

    Ciò nonostante, quelli che ritengo abbiano maggiore fondamento sono quello còrso e quello sardo, popoli trattati male da Francia e Italia, i rispettivi stati di appartenenza. I còrsi poi hanno subito vessazioni dall’occupante francese fin dal 1769 che nulla hanno da invidiare a quelle che la Turchia da sempre commette ai danni dei curdi. Inoltre la Francia, a causa del suo giacobinismo omologatore del suo Stato, ha efficacemente snazionalizzato la Corsica, di etnia e lingua italiana, anche dal punto di vista psicologico, tant’è che oggi nessun còrso si sente italiano o quantomeno legato alla cultura italiana.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      In Italia gli unici a cui potrei vagamente riconoscere istanze latamente separatiste sono proprio Sardi e alto-atesini germanofoni (perché sono abbastanza numerosi, fossero 4 gatti diluiti come Cimbri e Mocheni non la penserei così); e tuttavia Sardegna e Alto Adige ricadono nel nostro spazio storico e geografico, se non proprio etno-culturale. La Corsica è Italia e purtroppo è stata proprio svenduta dal Genovesato (Napoleone era biologicamente italiano). Il fatto, appunto, è che il giacobinismo, partito da alcune basi concrete, è poi completamente deragliato andando ad impantanarsi nella “grandeur” che di etno-nazionale non ha alcunché perché è solo statolatria coloniale ed imperialista che assimila cani e porci ma poi fa la voce grossa coi vicini di casa (Francia vs. Italia).

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      • Werner ha detto:

        Certo, i sardi sono un’etnia distinta da quella italiana e la loro parlata è certamente una lingua e non un dialetto dell’italiano. Ma come ha giustamente osservato lei, essendo la loro isola fisicamente parte della penisola italica, non è poi così sbagliato che facciano parte dello Stato italiano. L’importante è che loro caratteristiche etno-linguistiche vengano preservate. Quanto all’Alto Adige, l’origine di questa terra è ladina, ma le imponenti migrazioni di popoli germanici verificatesi a partire dal X secolo, hanno modificato la sua composizione etnica ed è divenuto germanico; da precisare inoltre che una parte dei germanofoni dell’AA discende da ladini germanizzati in epoca asburgica nel Settecento.

        Oltre al separatismo còrso e sardo, ho dimenticato di scrivere, che riconosco la validità di istanze secessioniste ai baschi. Il nazionalismo basco è diverso da quello catalano e fa sovente riferimento alla questione dell’identità etno-linguistica. I baschi sono sicuramente un’etnia distinta da tutti gli altri gruppi etnici che formano la Spagna, non sono classificabili come neolatini e penso abbiano i requisiti per poter avere un proprio Stato.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Beh, nemmeno i dialetti gallo-italici discendono dal fiorentino letterario: tutti i parlari d’Italia sono il frutto del latino volgare influenzato dalle loquele di sostrato, a seconda dell’area. Io uso dialetti da un punto di vista sociolinguistico (perché oggi, purtroppo, ghettizzati, sempre meno utilizzati, annacquati e – al di fuori di contesti rurali – assai deboli per confrontarsi con altre lingue maggiormente codificate e sviluppate; insomma, si sono rattrappiti dopo il trionfo culturale del volgare toscano delle tre corone). La Sardegna può rimanere in Italia, sull’Alto Adige (pur essendo terra cisalpina e prima che germanica, annacquata, romana e romanza) si potrebbe anche invece seguire il confine, oggi, etno-linguistico di Salorno già usato in epoca romana, lasciando il Tirolo sud alla Germania (l’Austria non esiste), a patto che però questa perdita venga compensata dalla redenzione dell’Istria e del bacino isontino (reclamare la Dalmazia forse è eccessivo). Io comunque, anche per l’Iberia, proporrei un modello federale per pacificare le inutili beghe e marciare uniti dove serve: Galizia-Portogallo, Baschi, Spagnoli/Castigliani, Catalani (col Rossiglione che è area catalana, ancorché oggi sotto la RF).

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  2. Alberto Selis ha detto:

    I nazionalismi non hanno mai una sola componente politico-ideologica.
    Il nazionalismo basco ha forti radici cattolico-conservatrici( con qualche punta razzistica anti-spagnola, vedi Sabino Arana): col tempo i Baschi si spostano a sinistra per l’ottusa politica centralista di Franco.
    La Catalogna è proprio un’altra storia: è sempre stata una zona anarco-comunista, e non a caso nella Guerra civile la roccaforte repubblicana era Barcellona.
    In Italia, il centralismo è politicamente associato alla Destra, e Mussolini ha avuto le sue colpe nella politica di italianizzazione forzata portata avanti( con una certa violenza) in Valle d’Aosta, Friuli, Tirolo e Sardegna.
    I Tirolesi tendono a destra non per chissà quale motivo, ma perché sono sempre stati sostenuti dai movimenti pangermanisti e di destra radicale, sia austriaci che tedeschi, in chiave anti-italiana.
    Su questo, Pétain, conscio della multietnicità della Francia, è stato molto più intelligente e lungimirante di Franco e Mussolini: per esempio, ha sempre tollerato ed anche protetto il nazionalismo bretone. E non a caso, oggi in Francia il centralismo statale è associato al giacobinismo.
    Sono sempre gli eventi storici a determinare la tendenza politica di un nazionalismo: se in Italia nazionalismi e micro-nazionalismi hanno tendenze anti-identitarie, la colpa è anche dei fanatici fascisti.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Che gli indipendentismi storici europei siano associati all’ambito progressista, marxista, terzomondista è fatto abbastanza noto: il loro Leitmotiv è proprio la demonizzazione degli stati nazionali sempre spacciati per fascisti o nazisti, mai per generalmente sinistrorsi; naturalmente, spesso, la questione ideologica è una bandierina da sventolare per opportunismo anche a seconda della collocazione politica degli avversari ma le lotte di liberazione di popoli oppressi o sedicenti tali sgorga, solitamente, dall’ala sinistra degli schieramenti. Le eccezioni più vistose le ho già sottolineate. Oltretutto il termine “giacobino” è ormai parecchio inflazionato, perché a dirla tutta il nazionalismo nasce proprio nella Francia rivoluzionaria, dove si oppone il popolo alle grandi caste dell’ancien régime: corone e preti, nulla di etnico o nazionale perciò. In generale l’indipendentismo europeo è antirazzista e progressista, oggi soprattutto, e si tende invece ad associare al nazifascismo movimenti come la Lega Nord, da cui presero per tempo le distanze anche diversi separatisti europei, ovviamente sinistrorsi. Ad ogni modo, oggi, è del tutto inutile parlare di destre, centri, sinistre, di reazionari o giacobini, di fascisti e comunisti e di altre vecchie dicotomie oggi inutili. Si deve badare alla concretezza, cioè alle etnie e alle nazioni e per questo non vedo incoerenza, al di là delle storie del passato dei vari popoli, tra un nazionalismo razionale e non sciovinista, dunque aperto al federalismo (serio), e un identitarismo etnico altrettanto razionale e non micro-sciovinista. No all’Europa degli stati-contenitore senza spina dorsale, ma anche no ad un’Europa ridotta a puzzle dove si finisce per esaltare stati microscopici come Malta o Andorra perché “piccolo è bello”.

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  3. Alberto Selis ha detto:

    Dipende, Paolo, dipende. Anche il secessionismo dei croati nei primi ’90 aveva una base chiaramente di Destra.
    E’ vero che la maggior parte degli indipendentismi attuali tendono a sinistra, ma è anche vero che è molto più identitario difendere il campanile e la comunità locale, invece di uno Stato vuoto che ingloba popoli che poco hanno a che fare col tuo.
    I nazionalismi e micro-nazionalismi attuali, molto spesso, sono dettati dalla reazione contro il mondo “liquido”, e in tutto questo c’è molto di identitario.
    D’altronde potrei replicarti che lo stesso nazionalismo italiano nasce nell’Ottocento e non è per nulla identitario: è invece legato a massoni, liberali, mafiosi e altri personaggi, italiani e non, che fanno accapponare la pelle.
    E molti nazionalisti italiani di oggi esaltano quella gente là.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Se il nazionalismo italiano nasce nell’800, i movimenti micro-nazionalisti sono nati molto dopo. Non dobbiamo cadere nell’errore di confondere una mera entità statuale con nazioni e popoli storici. A nessun identitario verrebbe in mente di parteggiare per una repubblica come l’italiana, che è stata messa in piedi per volere degli stranieri, e non certo degli Italiani. L’italianità è invece un’altra cosa, e non può essere confusa col Risorgimento e le sue insegne, sebbene quel periodo sia stato una sorta di risveglio e di desiderio di unità e libertà dal giogo straniero anche se poi, puntualmente, le cose sono andate diversamente, ma quella è un po’ la sorte di tutta l’Europa occidentale contemporanea. Proviamo a ragionare senza tirare in ballo gli -ismi: esiste un’identità italiana? Sì. Esiste un’identità lombarda, veneta, sarda o toscana? Sì, e non credo sia in conflitto con quella italiana. Il problema sta nella forma di governo che si decide di adottare, perché la storia parla chiaro e non nega l’esistenza dell’Italia, così come quella delle sue regioni storiche. Sul campanile andiamoci cauti, perché sta bene una riscoperta delle macro-identità italiane ma farei volentieri a meno delle guerre fratricide del Medioevo tra città vicine. Non è una buona idea combattere il mondialismo con il micro-sciovinismo, perché si tornerebbe al Francia o Spagna… Si cerchi piuttosto di trovare un compromesso tra il macro e il micro, senza neofascismi o centralismi statolatrici ma parimenti senza derive secessioniste, che oltretutto in Italia sfocerebbero nel ridicolo: si comincia con la Padania e si finisce a Val Brembana vs. Val Seriana.

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