Alcune riflessioni sul vessillo nazionale

Rosso – Bianco – Verde

Il Tricolore italiano è forse uno dei simboli più vituperati nella storia d’Italia, e questo perché, molto probabilmente, ci si limita ai suoi significati più superficiali: copia del più noto Tricolore francese, bandiera rivoluzionaria e giacobina, in odore di massoneria, artificiale, poco rappresentativa, recente ecc. ecc.

Per carità, nessuno nega che la nostra bandiera nazionale sia, effettivamente, di origine giacobina, ispirata a quella francese (che del resto ne ha ispirate molte altre), e utilizzata (spesso) da soggetti poco raccomandabili, però credo che, se presentata in diversa foggia, più simile alla sua versione originale del 1796-’97, possa essere un gran bel vessillo denso di significati alti e nobili, e autonomi rispetto al Tricolore transalpino.

La sua versione originale, cispadana, presentava bande orizzontali con il rosso sopra, il bianco al centro, il verde in basso, con una forma piuttosto quadrata; nel mezzo della striscia centrale bianca v’era un turcasso, ossia una sorta di faretra, contenente quattro frecce a simboleggiare il sodalizio di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio di Lombardia, le città repubblicane dalla cui unione nacque, appunto, la Repubblica Cispadana, emanazione dell’occupazione francese del Bonaparte, che portò il vento giacobino, rivoluzionario, anche nel nostro Paese (tecnicamente sarebbe pure il suo: Napoleone era figlio di Corsi, dunque di Italiani).

Un’altra bandiera italiana, napoleonica, degna di interesse è quella del Regno d’Italia del 1805-1814: rettangolare, con un rombo bianco al suo interno, su sfondo rosso, contenente a sua volta un rettangolo verde con l’aquila napoleonica, che non è altro che un’aquila imperiale romana sul trespolo con le saette di Giove tra gli artigli, l’emblema delle legioni romane: un simbolo più italiano di così… Saranno anche vessilli giacobini (il giacobinismo primigenio, comunque, è a suo modo un antesignano di fascismo e nazionalsocialismo, bene ricordarselo, grazie a cui viene alla luce il concetto moderno di nazione) ma il loro fascino è tale perché solletica, nelle corde dei patrioti italiani, antichissimi e nobili rimandi di origine indoeuropea.

Apro un inciso: l’odio leghista per il Tricolore italiano è semplicemente demenziale perché una bandiera padana come questa – ancorché moderna – non esiste, tanto che sta pesantemente sul gozzo ai duosiciliani, con le loro litanie anti-risorgimentali sul Piemonte razzista e colonialista; infatti, sebbene si possa vedere un nesso tra il rosso-bianco-verde italico e il blu-bianco-rosso gallico, dove il blu e il rosso sono colori di Parigi e il bianco della monarchia francese, nel caso del nostro Tricolore si può leggere un cromatismo altamente lombardo (in senso etnico e storico) essendo il bianco e il rosso colori classici delle croci padano-alpine dei liberi comuni medievali, a partire dall’insegna di Milano (Croce di San Giorgio guelfa, Croce di San Giovanni Battista ghibellina), e il verde colore visconteo di gusto ghibellino, reimpiegato per le uniformi della Legione Lombarda napoleonica, nonché dallo stemma della Regione Lombardia. I leghisti amano il verde per scimmiottamento degli Irlandesi, ma come vedete non c’è bisogno di guardare in casa d’altri per trovare riferimenti nostranissimi.

Tornando alla questione del cromatismo e dei suoi aristocratici echi, partiamo col dire che, simbolicamente, i colori italiani vengono accostati di volta in volta al paesaggio italiano, alle virtù teologali, alle suggestioni dantesche relative a Beatrice (con tanto di speculazioni “rosacrociane” e vetero-massoniche), a generici sentimenti di amore e di patriottismo; ognuno può vederci i simboli che più gli aggradano ma in questo caso sembrano più interpretazioni “standard” che possono ritornare in contesti diversi da quello italiano. Quel che, invece, intendo sottolineare io, come già fecero altri tra cui anche studiosi importanti (come Dumézil, Del Ponte, Migliori) è il valore simbolico ancestrale del nostro Tricolore, ovvero del suo cromatismo peculiare che permette di stabilire dei paralleli tra esso e le tripartizioni cromatiche dell’antichità, in particolar modo ariane.

Il modello di partenza è infatti rappresentato dalla bandiera della Tradizione canonica: rosso-bianco-nero a strisce orizzontali. Alcuni la confondono con la similare bandiera tedesca del Reich germanico (che ha però il nero sopra) o con l’eguale cromatismo di evoliana e guenoniana memoria: nel caso di Evola rispecchierebbe nigredo, albedo e rubedo della tradizione ermetico-alchemica, nel caso di Guénon la tripartizione in spirito, anima e corpo dell’uomo, posizioni che comunque si intersecano nel contesto delle dottrine tradizionali dell’Occidente, ritornando nelle varie culture di estrazione indoeuropea. Epperò la bandiera sunnominata, traendo comunque spunto dalle posizioni dei due fondamentali studiosi, unisce elementi del sacro con un occhio di riguardo alla suddivisione in caste tipica presso gli antichi Ariani, che in India dura ancora andando a rappresentare un vessillo che vuole essere emblema dell’umano e della sua natura in mens, anima e corpus.

Il rosso è il colore del cuore e della scintilla vitale, dunque dello spirito luminoso e solare che secondo gli antichi albergava appunto in quell’organo, che si pone in cima in quanto segno superiore di forza virile, razionale, “cerebrale”, centrale anche nel corpo umano; il bianco, sotto il rosso, è simbolo di anima e mente, della Luna che non brilla di luce propria ma viene rischiarata dalla fondamentale luce del Sole, un colore “femminile” e simbolo di passioni, pensieri ed emozioni, regolate dal cuore-cervello; infine il nero, in basso, la parte corporea e materiale dell’io, il livello inferiore collegato al ventre, ai visceri, ai genitali.

Una tripartizione questa che non solo trova precisi riferimenti nella tripartizione della società, a partire dal sacro, dal pantheon ariano (sacerdoti, guerrieri, agricoltori-artigiani), ma rispecchia anche quei principi cosmici rappresentati dal Sole, dalla Luna e dalla Terra, cosicché all’astro per antonomasia corrisponde lo spirito, al satellite terrestre l’anima, al nostro pianeta il corpo. Potete trovare maggiori informazioni qui.

Dumézil ha studiato il cromatismo indoeuropeo a partire dalla suddivisione in caste della società ariana, che rispecchierebbe la concezione del sacro e le divinità stesse degli Indoeuropei. Egli sostiene che al cromatismo tradizionale bianco-rosso-nero corrisponda la tripartizione sociale in sacerdoti-guerrieri-contadini/lavoratori (del resto il 3 è numero basilare presso i popoli indogermanici) e dunque la triade divina che ritorna in diversi culti tradizionali come quello italico-romano (Giove, Marte, Quirino), germanico (Odino, Thor, Freyr), celtico (Taranis, Esus, Toutatis), indo-ario (Mitra, Indra-Varuna e gli Asvin) ecc.

Tali divinità erano preposte a particolari funzioni che venivano riflettute dalla società degli uomini indoeuropei, così ad esempio Giove, il dio padre celeste, trovava un parallelo nella casta sacerdotale romana, Marte, dio della guerra, nella classe degli aristocratici-guerrieri, Quirino nel ceto dei produttori (contadini, artigiani, lavoratori), probabilmente, questa, arcaica reminiscenza dei culti preariani legati alla fertilità e a figure di divinità femminili. Il sistema delle caste in India è ancor oggi esemplare, per illustrare il concetto: alle quattro classi sociali (bramini, kshatriya, vaisja, sudra = sacerdoti, guerrieri, commercianti, contadini e facchini), rigidamente separate ed ereditarie, corrispondono il colore bianco della spiritualità luminosa, il rosso del sangue e del fuoco, il giallo dell’oro, e il nero della terra; infine i fuori casta, cioè i paria, gli impuri. Si pensa che questa stratificazione sociale introdotta dagli Arya rifletta anche la suddivisione etnica tra conquistatori indoeuropei e sottomessi dravidici.

La suesposta strutturazione sociale tripartita, correlata alla sfera della religione, collega così alle divinità triadiche basilari (e alle loro funzioni incarnate dagli uomini) il bianco (Giove/clero), il rosso (Marte/guerrieri), il nero (Quirino/produttori). Essa non corrisponde pienamente a quanto detto circa la bandiera della Tradizione ma ha ispirato in me alcune riflessioni a riguardo del Tricolore italiano.

A mio modesto parere l’attuale Tricolore è troppo artificiale, asettico, privo di attrattiva dettata da identitarismo e patriottismo: bandiera troppo anonima e replica di quello francese. Capisco, naturalmente, che le strisce orizzontali si confonderebbero con la bandiera nazionale bulgara, ma vorrei far presente che la versione originale della nostra insegna era a strisce orizzontali e nata ben prima di quella magiara (1796-’97, 1848 quella d’Ungheria), di foggia differente e con un simbolo nel mezzo. La bandiera nazionale d’Italia si meriterebbe, infatti, anche un simbolo da porvi al centro, e che ovviamente non riguarda la ruota dentata repubblicana inventata settant’anni fa.

Come potete leggere anche qui, o in questo articolo di Scianca, i colori rosso, bianco e verde erano presenti nell’ethos ariano dell’antica Roma per i motivi triadici già citati, in riferimento sia alla pietas che alla società, ma anche per questioni ludiche (le fazioni del circo), etniche (le tribù alla base di Roma, ossia Ramnes, Tities e Luceres e quindi Latini, Sabini ed Etruschi) e ancora sacrali (Giove, Marte, Venere-Flora che si collegano a Quirino per questioni relative alla fecondità). In questa tripartizione cromatica italico-romana, il verde sostituisce il nero, o anche il blu scuro, ma parimenti rappresenta la terra, il suolo, il lavoro agreste; inoltre è interessante e suggestivo constatare come la livrea del picchio verde, animale totemico dei Piceni (ramo italico umbro-sabino) sia rossa, bianca e verde.

Oltre a tutto questo, il Tricolore italico (del Sangue) che avrei in mente incarnerebbe anche dei precisi valori patrii riferiti all’Italia e alle aree che la compongono: il numero tre ritorna ancora perché tre sono le macro-aree italiane, Nord, Centro, Sud; il colore rosso posto in cima rappresenterebbe il Nord, la Grande Lombardia, e le sue qualità storiche: la nobiltà del sangue, il fuoco della solarità alpino-padana (e dei suoi rituali), la guerra e i cavalieri (Celti, Romani, Goti, Longobardi, liberi comuni e signorie nel quadro del SRI, sino all’epopea risorgimentale, nata appunto nel Settentrione), il motore-cervello d’Italia, cuore economico e imprenditoriale del Paese; il bianco, luminoso, posto nel mezzo, rappresenta il Centro Italia, la culla della cultura italiana da latinità e romanità alla lingua nazionale, la sede dell’anima, della religio patriottica, dell’eterna maestà dei Cesari, la Saturnia tellus che fu faro di civiltà per tutto l’Occidente; il verde, in fondo, rappresenta il Sud, l’energia selvaggia della natura incontaminata (anche dei terremoti, purtroppo), della foresta e delle montagne ma anche del ruralismo che ormai sopravvive più nell’appendice agricola del Meridione che al Centro-Nord, segno che, sta bene il progresso e lo sviluppo, ma non ci si deve dimenticare delle proprie radici, per rimanere connessi col nostro habitat e la natura che lo circonda: dunque la potenza ctonia dell’elemento terrestre, del suolo.

Chiaramente questa tripartizione non va interpretata rigidamente perché la risultante bandiera simboleggerebbe la triade di sangue, suolo, spirito che ovviamente vale per tutta la nazione, dalle Alpi alle isole maltesi, dalla Corsica al Quarnaro, pertanto sia al Nord che al Centro come al Sud questa suddivisione va intesa integralmente, per quanto si possano stabilire alcuni collegamenti, come ho suggerito. Gli alti ideali di etnia, cultura e territorio devono essere i pilastri della rinascita di ogni popolo che si rispetti.

Assieme a questo cromatismo, e nell’ordine illustrato, sta bene la foggia quadrata del vessillo, come nell’originale, a ricordare il solco quadrato tracciato con l’aratro secondo il classico rituale ariano delle fondazioni sacre, delle città italiche e non, come di Roma, e nel mezzo, sovrapposto, un simbolo patriottico emblema storico d’Italia, quale l’aquila imperiale romana insegna delle legioni. Essa è simbolo uranico per eccellenza, e l’italiano B(u)onaparte la elesse a propria insegna, sgraffignandola dalla nostra antichità. Sì, perché questo simbolo è legato a doppia mandata all’Italia, e assieme al lupo (altro animale totemico spiccatamente italico e romano), incarna i più arcaici aspetti dell’ethos, relativi alla nazione plasmata dalla romanitas.

Anche la sunnominata bandiera napoleonica del Regno d’Italia è molto bella e accattivante, sebbene strumentalizzata da loschi ambienti, anche perché propone una soluzione originale che distinguerebbe la bandiera italiana da quella ungherese, irlandese, messicana (questa sì massonica), iraniana ecc. Oltretutto, il cromatismo rosso-bianco-verde (o simili) ritorna spesso anche in altri vessilli provenienti da terre indoeuropee come appunto Irlanda, India, Persia-Iran, Kurdistan, Tagikistan, pure Ungheria per quanto sia una nazione di lingua uralica, poiché la storica Pannonia, come i suoi vicini, venne caratterizzata da diverse invasioni indogermaniche. Oggi il modello giacobino appare nello stendardo presidenziale, quadrato, e con al centro lo stemma della Repubblica al posto dell’aquila romana, e contornato dall’azzurro sabaudo.

Un colore, quello, che storicamente è legato a Casa Savoia e dovrebbe essere un simbolo mariano collegato al manto della “Vergine”, insegna della casata savoiarda utilizzata durante la battaglia di Lepanto; Dumézil offre una diversa suggestione, sostenendo che a Roma, un altro colore accostato al rosso-bianco-verde era il ceruleo, dunque l’azzurro, e difatti a Costantinopoli v’erano le fazioni del circo dei Verdi e degli Azzurri, sicuramente, assieme ai giochi del circo, retaggio antico-romano. In tutta onestà, comunque, all’azzurro preferisco il nero, soprattutto pensando a cosa quell’azzurro ha rappresentato per l’Italia (lo sfacelo dei Savoia) e rappresenta oggi (il pallone).

Lo studio del vessillo patrio, insomma, offre innumerevoli spunti di riflessione, a patto di non affrontare la questione con le solite banalizzazioni e i soliti pregiudizi da provincialotti o da bettola leghista, che rappresentano un freno ad una degna riscoperta dei simboli italiani, e dell’essenza più intima dell’Italia medesima, che sono molto ma molto di più che il velame repubblicano confuso, dai detrattori dell’italianità, con 3.500 anni di storia.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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2 risposte a Alcune riflessioni sul vessillo nazionale

  1. Gianluca ha detto:

    Bell’articolo. Bandiera molto strana quella del Regno Italico… a parte il Brasile non ce ne sono in giro attualmente. Chissà da cosa deriva…

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      A mio avviso è un motivo napoleonico, non senza influssi massonici. Usata come bandiera di ispirazione militare, era così anche quella del Regno delle Due Sicilie sotto Giuseppe Bonaparte.

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