Dai Cesari ai Cesaroni: addio Totti

Da buon bergamasco le mie simpatie calcistiche vanno, con estrema moderazione perché il calcio è solo un giuoco (per quanto pompato) e tale deve rimanere, alla compagine nerazzurra di Bergamo, l’Atalanta, che quest’anno, oltretutto, ha ottenuto uno storico quarto posto in Serie A con conseguente qualificazione all’Europa League, dopo 26 anni di assenza dagli scenari europei. Quanto sto per commentare non mi riguarda, dunque, ma impone una riflessione circa le persone e il mondo del pallone, che oggi più che uno sport è un’appendice del mondo dello spettacolo. A Roma, domenica scorsa, è stato salutato in pompa magna il feticcio romanista Francesco Totti, milionario in mutande acclamato, in una sorta di rimbambimento generale che dura da 25 anni, come “ottavo re di Roma” o addirittura “imperatore”, esondando pesantemente nella blasfemia. Francamente, se proprio devo pensare a uno come Totti, l’unico omaggio che mi viene in mente, parafrasando i tifosi laziali, è “dai Cesari ai Cesaroni”, anche per stigmatizzare ogni forma di idolatria che inevitabilmente scade nel grottesco e nel ridicolo.

Il delirio di romani romanisti (e non solo) viaggia sulle ali della venerazione di uno che per 25 anni ha giocato sempre con la stessa maglia, magari perché ha preferito campare da pascià a Roma che tentare esperienze altrove rischiando di fare la fine della meteora, come il suo socio Cassano: Totti a Roma è diventato anche personaggio, o forse il personaggio, in un misto di calcio, televisione, rotocalchi rosa, pubblicità corroborato dall’incessante idolatria del tifo giallorosso, del proletariato che esalta il nababbo. Io trovo estremamente ridicolo radunarsi in uno stadio per genuflettersi di fronte ad un uomo che, spogliato dai panni di calciatore, sarebbe uno qualsiasi che non ha nulla da dare e dire alla comunità nazionale. Ma questo passa il convento, in un tempo in cui si vilipendono i valori del sangue, del suolo e dello spirito, e si bestemmiano gli eroi guerrieri di un tempo, la gente finisce per idealizzare fino alla follia personaggi sportivi, dello spettacolo, della musica che non sono altro che gli alfieri del panem et circenses utile a tenere buono il popolino, in modo particolare quello capitolino che ogni giorno di più sprofonda nel marciume. Non mi prostrerò mai dinnanzi ad un essere umano, a maggior ragione se è solo una pedina di quel baraccone fatto di finzione, lustrini, eccessi e fior fior di milioni che potrebbero essere tranquillamente spesi in modo migliore, e non per trasformare i Totti di turno in semidei da adorare per sentirsi in qualche modo vivi, pur essendo larve standardizzate.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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