Il mondialismo alle radici dell’europeismo di cartapesta

L’Unione Europea rappresenta, fondamentalmente, solo due realtà: Francia e soprattutto Germania. Tutto il resto conta zero o poco più, compresa l’italietta di Gentiloni, un uomo il cui volto è il ritratto della depressione. In Gran Bretagna lo hanno capito per tempo, tagliando, giustamente, la corda e mantenendo sempre intatta la propria sovranità monetaria. L’idea d’Europa che esce dall’apparato del Benelux è dunque un’idea del tutto distorta della vera essenza dello spirito europeo, oggi pervertito da alta finanza, massoneria, mafie, turbo-capitalismo, liberalismo sfrenato e dal trionfo del relativismo che annichilisce ogni istanza etnonazionalista dei Paesi del continente. Un quadro desolante frutto di questi tempi, dove parlare di identità, di tradizione, di etnia e razza suona peggio di una bestemmia da Sant’Offizio.

Il drappo blu stellato è la triste insegna, artificiale e avulsa dalla storia d’Europa, di un continente ridotto a banca, grattacieli, centro commerciale, vetro, cemento e acciaio per dare una sede stabile ai potentati economici che tengono in pugno i destini degli Europei schiacciandoli contro il “democratico” dispotismo mondialista; l’Unione è, del resto, proprio questo: una succursale “europea” dello stato mondiale in fieri presupposto dall’agenda globalista di chi vorrebbe un pianeta Terra tutto uguale, globalizzato, livellato in tutti i sensi e senza più la spina dorsale nazionale costituita dalla sovranità dei popoli.

Ecco, la bandiera “europea” è la degna insegna di un centro commerciale gestito dagli Americani e dalla Nato, un cencio che non rappresenta nessuno se non plutocrati, banchieri, tecnocrati, usurocrati, e, per l’appunto, i padroni del baraccone europeista che sono i paladini dell’Occidente e dei suoi disvalori liberali. A che pro calpestare la propria identità, sovranità e autorità, la propria dignità nazionale dunque, per entrare a far parte di un carrozzone funebre guidato da Tedeschi moderni e loro lacchè francesi? Perché un Paese che ha alle spalle una storia straordinaria, come l’Italia, dovrebbe auto-castrarsi rinunciando alla propria sacrosanta libertà e auto-affermazione?

Aderire alla compagine euro-stellata significa appecoronarsi ai finti valori liberal-democratici nati dagli sciagurati eventi principiati nel 1945, quando i vincitori dell’ultimo conflitto mondiale decisero di che morte dovevano morire, molto lentamente, i popoli europei. Non c’è niente di più lontano dalla salubre visione imperiale, ghibellina, romano-germanica, dell’Unione Europea, che europea è solo di nome perché di fatto è una svendita totale delle proprie prerogative nazionali, di stati liberi e sovrani, in cambio di un piatto di lenticchie e di qualche pacca sulle spalle, che piovono dalla stanza dei bottoni atlantista.

Il progetto europeista può avere un senso se fondato sul rispetto dei popoli e delle nazioni europei, se dunque inserito in un contesto confederale dove si possa ricreare uno spazio genuinamente europeo, motivato da scelte identitarie, tradizionaliste e anche economiche e commerciali ma non in senso liberista e libertario, bensì in accezione protezionista e preservazionista di una identità europea ormai moribonda e banalizzata letalmente dalle pretese di ciò che rimane dei potentati centro-europei, pallide caricature della Germania e della Francia che furono. L’asse franco-tedesco è oggi un’autostrada che si apre dinnanzi al mondialismo, alla dittatura di un Occidente marcio, corrotto e pestilenziale che è la mortale negazione della vera Europa e della sua plurimillenaria storia.

Non stupisce che a questa idea malata di europeismo apolide, meticciato, artificiale e del tutto fondato su questioni pecuniarie, strizzino l’occhio i cavalli di Troia dell’indipendentismo, tradizionalmente veicolo di infezioni progressiste, pronti a pugnalare alle spalle le nazioni per sedersi al tavolo dell’Unione al posto loro, come vorrebbero tanto fare in Iscozia, dopo la Brexit.  Il ritornello è sempre quello dello “stato centralista fascista”, una squallida tiritera principiata con gli eventi spagnoli degli anni ’30 del ‘900, dove lo schieramento dei repubblicani inglobava lo schifo ideologico della sinistra internazionalista e cosmopolita a 360° per far la guerra all’idea di Spagna – sicuramente conservatrice e reazionaria (e bacchettona), ma gelosa della propria sovranità nazionale, garanzia di ordine e disciplina – di Franco e dei nazionalisti.

Con la scusa dell’identitarismo (di cartapesta), che maschera sapientemente mere questioni piccolo-borghesi di affarismo e liberalismo, i nostrani emuli di Baschi, Catalani, Irlandesi, Scozzesi, Gallesi ecc. spargono veleni mortiferi sulla nazione italiana – puntualmente scambiata con la sua repubblichetta coloniale – incensando il moloc europeista di Bruxelles e Strasburgo, in un turbine di consueto delirio autolesionista che porta i latori di fesserie indipendentiste e antinazionali ad idolatrare i “virtuosi” nordici celto-germanico-vichinghi, confermando il tipico complesso del cameriere, del lustrascarpe, insito in ogni italiano caricaturale.

La dice lunga il fatto che chi accusa l’Italia di essere solo uno stato o un’espressione geografica (correndo dietro alle cialtronerie di gente morta, sepolta e putrefatta legata a vecchi imperi multietnici e decadenti) è pronto a vendere l’anima ad una straordinaria parodia dell’Europa, che essendo filiale della Nato ha completamente in non cale la vera Europa dei popoli, delle nazioni, delle identità veraci, ma anzi incarna tutti i fasulli valori anti-europei che vanno a braccetto con la russofobia, l’antifascismo, il filo-americanismo e il filo-sionismo, e quell’islamofobia pezzente (che cioè colpisce gli sciiti e gli islamici che lottano, a casa loro, contro il mondialismo, non certo la feccia salafita) che nulla ha a che vedere con l’identitarismo europeo.

Al netto della repubblica “italiana” creata a tavolino nel secondo dopoguerra, che di italiano ha ben poco, sacrificare l’italianità in nome dell’europeismo del Benelux è pura follia suicida proprio perché l’unica garanzia di vera libertà per tutte le genti d’Italia sta nella coesione etnonazionale del Paese, mediante federalismo ma innanzitutto concertazione su tematiche fondamentali quali identità patriottica, immigrazione, difesa, sovranità economica e politica, geopolitica, e visione del mondo, naturalmente al di fuori della novella CE e della sua dittatoriale monetina unica, coniata sulla base di esigenze e capricci teutonici. Un’Italia a pezzi è un regalo all’europeismo straccione manovrato dai banchieri apolidi, un’Italia unita e coesa, liberata da ogni parassitario organismo multinazionale e rifondata su basi etnonazionaliste e federali, è invece la strada migliore per opporsi, concretamente, alle catastrofiche ambizioni del mondialismo, che sono coltivate sapientemente dagli stessi palazzi dell’Unione.

L’orgoglio e la difesa delle nostre identità locali, signori, sono sacrosanti, e sono il primo a dirlo considerando il mio percorso, ma la loro esasperazione, che diventa micro-sciovinismo, rischia di diventare un assist agli stessi nemici di queste identità locali, che vellicano fantasie indipendentiste non certo perché hanno a cuore le sorti dei popoli europei ma perché vogliono affondare le sovranità nazionali in favore degli enti sovranazionali, come l’Ue, che seminano zizzania per conto dell’ordine mondiale nemico della biodiversità e dunque dell’uomo e della sua più genuina natura etno-razziale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/05/il-mondialismo-alle-radici-delleuropeismo-di-cartapesta.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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