Il benessere del singolo è quello della sua comunità

Il benessere di un individuo e della comunità di cui egli fa parte passa per la propria realizzazione, che non dev’essere distruttivo egoismo anarco-individualista bensì assertiva creatività finalizzata alla libertà e alla felicità della collettività etno-culturale. E si sa: libertà non è fare quel che più mi pare e piace, per giunta a scapito della mia terra, ma fare il bene del popolo, della comunità di origine affinché l’auto-affermazione personale non si costruisca sulla schiena della nostra gente e della nazione. Si ripete come un mantra che l’uomo è un animale sociale, ma io mi permetterei di dire che l’uomo deve essere animale nazional-sociale, poiché senza spina dorsale patriottica rischierebbe il caos che tutto inghiotte a vantaggio del nulla che avanza.

Chi pensa di affermarsi a scapito della comunità è un soggetto antisociale che si pone fuori dal recinto comunitario in nome di meri egoismi e di infantili capricci spesso stuzzicati dalla temperie mondialista; la nostra individualità, che non è individualismo, si costruisce nel rapporto con gli altri a partire dai nostri simili, dai nostri conterranei e compatrioti, non per sacrificare sé stessi ma, anzi, per rendersi partecipi della vita comunitaria tentando ogni giorno di migliorarla grazie ai nostri doni e ai nostri talenti, che ovviamente vanno messi a frutto per il benessere proprio e di chi ci circonda.

Viviamo in un delicato momento storico in cui l’uomo europeo è sballottato tra il cinico individualismo borghese e il catastrofico ecumenismo terzomondista che abbatte muri per stendere tappeti rossi agli invasori, due estremi che sono anche due facce della stessa medaglia nichilista: il messaggio che manda il pescecane globalista è che per “essere accettato” dalla vacua e frivola società occidentale contemporanea (che ovviamente non è la comunità etnonazionale) si deve ragionare in termini di assoluto relativismo che, in un modo o nell’altro, demolisce i più alti ideali che un Europeo può avere: il sangue della stirpe, il suolo patrio, lo spirito della nostra civiltà.

Il cinico individualista che bada solo a sé stesso e ai propri affari volta le spalle al Paese e agisce sempre e solo nell’ottica del proprio deleterio egoismo, e quindi fa spallucce, in maniera ridicola e patetica, di fronte all’avanzante rottamazione della nazione italiana e delle sue comunità etno-culturali; il fesso terzomondista che sfila in piazza con striscioni arcobaleno, e brache calate, invocando accoglienza e porte-aperte-a-tutti si fa prono dinnanzi all’immigrazione di massa e alla società multirazziale, che sono la tomba dell’Europa e dei suoi valori.

La libertà, la felicità e quindi il benessere del singolo e della collettività non vanno scissi, proprio perché il singolo senza collettività è un niente, un fuscello in balia delle tempestose onde contemporanee, e, certo, la collettività non deve divenire una insipida standardizzazione dallo sgradevole retrogusto cristiano o comunista, una schiera di omini tutti uguali che fanno tutti le stesse cose vivendo come apolidi o automi che obbediscono ai dettami di satrapi del nuovo millennio, gli stessi che dopotutto vorrebbero tanto asfaltare le nostre comunità col rullo compressore del pluralismo cosmopolita. Ognuno deve avere la propria identità individuale ma pur sempre armonicamente inserita nel proprio peculiare ambito etnico e nazionale, appunto per evitare che l’individualismo da una parte e la standardizzazione dall’altra stritolino l’individuo o sacrifichino sull’altare del conformismo borghese le proprie radici.

Ma sono due cose che a mio avviso vanno di pari passo e non possiamo distinguere il benessere del singolo da quello della comunità proprio perché sono intimamente connessi: va tutelata, per l’appunto, la propria personalità e al contempo la collettività comunitaria senza cui, del resto, il singolo soggetto verrebbe abbandonato a sé stesso finendo preda delle sirene e dei veleni del consumismo, del capitalismo, del materialismo barbarico e distruttore.

Ne avevo parlato anche nel precedente articolo di soledì scorso sulla depressione, sul male oscuro che annienta, siccome icneumone dell’anima, la propria felicità, la propria speranza, la propria voglia di vivere e di rendersi utili alla comunità. L’età contemporanea ci priva del nostro spirito, svuotandoci, e ci colma di cianfrusaglie, futilità e spazzatura che alla lunga ci avvelenano facendoci perdere di vista quei valori alti e sublimi per cui vale davvero la pena vivere e lottare. La solitudine, il senso di abbandono, la svalutazione di sé stessi e degli altri, il cupo pessimismo che lascia senza speranze nel domani e può sfociare nel suicido e in altri gesti sconsiderati e distruttivi sono il modernissimo (e “occidentalissimo”) esito della società contemporanea apolide, cosmopolita, relativista e nichilista dove per essere “qualcuno” si fa credere, in particolar modo ai giovani, che serva fregarsene altamente dell’identità e della tradizione prostituendosi agli idoli narcisistici dell’anti-nazione.

Si finisce così per credere che una vita senza paccottiglia mondialista sia una vita indegna di essere vissuta, ed è assurdo perché è esattamente il contrario, e gli stessi che campano come marionette del materialismo e del consumismo, del culto del denaro e del successo o di finti valori effimeri e mortali, da una parte calpestano gli altri ma allo stesso tempo calpestano anche sé stessi, le proprie radici e la propria dignità di uomini e donne. Ma badate bene che da questo tunnel di dolore e disperazione, di desolante deserto interiore, non si esce aggrappandosi alle filosofie di vita cristiane o sentimentalistiche del “volemosebbene”, del pacifismo e dell’egualitarismo, perché sarebbe come rimangiarsi il vomito (perdonatemi il paragone).

I contemporanei mali dell’anima, che sono poi gli stessi che nascono dal demoniaco ventre del mondialismo che spaccia la finzione infame per felicità e benessere – o la schiavitù dei consumi per libertà e realizzazione – si curano e vincono una volta per tutte solo diventando identitari e tradizionalisti, coltivando l’amore e l’orgoglio per le radici etniche, culturali e territoriali, riscoprendo il proprio habitat e rispettandolo in linea coi comandamenti patriottici (non c’è sangue senza suolo, e viceversa), creando famiglie e tutelando il lavoro nostrano che è fonte di sostentamento delle nostre comunità. Lavorare per vivere e non vivere per lavorare, alienandosi e smarrendo la retta via che conduce al vero benessere, alla vera felicità, alla vera libertà.

Siamo parte di una comunità etnonazionale non per annullare sé stessi e la propria individualità ma, anzi, per diventare motore sempre più potente ed efficiente di una comunità forte, sana, virtuosa, sostenibile, ricca di veri valori spirituali e materiali, che edifichi il salutare spirito comunitario per battere il nostro mortale nemico, che oggi ha l’orripilante volto del mondialismo.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/05/il-benessere-del-singolo-e-quello-della-sua-comunita.html

Annunci

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
Questa voce è stata pubblicata in Il Soledì, Società e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...