Il quadro toponomastico bergamasco

La toponomastica bergamasca*, come quella lombarda e italiana, mostra la stratificazione etno-linguistica che nei secoli ha caratterizzato il nostro territorio, ma anche le sue peculiarità naturali e come l’uomo ha modificato il paesaggio con la sua azione antropica, durata per millenni. Le tracce linguistiche, etniche, sono state mediate dal latino, dal volgare bergamasco e poi dal dialetto di Bergamo talché i nomi di luogo giunti sino ai nostri giorni possono spesso apparire opachi, come si suol dire in toponomastica, e cioè misteriosi e di difficile interpretazione. Questo è dovuto all’oscillazione linguistica a partire dai documenti medievali che attestano i toponimi, in cui una forma toponimica viene tramandata corrotta e alterata nella grafia, il che comporta una confusione semantica tra quello che poteva essere l’etimo originario del toponimo e la sua esteriore forma di significante. Aggiungiamo il fatto che i nomi di luogo più antichi nascono da lingue di cui ormai si sa poco o nulla e che oggi non dicono alcunché alla stragrande maggioranza delle persone.

Come abbiamo visto nel precedente articolo storico e geografico sulla terra bergamasca, esiste una stratificazione etnica e linguistica segno del succedersi dei popoli e delle lingue sul nostro territorio, dovuta ai fenomeni di sostrato prelatino (a volte anariano) che si incontrano e scontrano con la romanizzazione e la conseguente latinizzazione e coi fenomeni di superstrato dovuti, in maniera praticamente esclusiva, ai contributi lessicali e onomastici dei popoli germanici, come i Longobardi.

A livello di antichissimo sostrato preindoeuropeo, sebbene sia questo un concetto piuttosto nebuloso e controverso, la tradizione individua nel territorio orobico due matrici linguistiche: quella ligure e quella retica (o nord-etrusca), parti del più ampio contesto solitamente denominato “paleo-mediterraneo”, o “mediterraneo” tout court, a cui apparterrebbero anche lingue come basco, iberico, proto-sardo, etrusco, lingue caucasiche. L’etrusco è, per la verità, un caso ambiguo poiché per taluni studiosi si colloca, appunto, in tale antichissimo sostrato paleo-europeo mentre per altri è una lingua orientale, anariana, imparentata col lemnio e ovviamente col retico. Per fare qualche esempio, al ligure vengono attribuiti toponimi quali Barzizza (da *barga “capanna di argilla”), i vari Botta e Botto (da *bodo “fossato”), Gaverina, Gavarno, Gavazzo (da *gava “canale, corso d’acqua”), Rovetta e Rava (da *rava “frana, precipizio”), nonché il classico suffisso -asco/a (qualcuno ipotizza anche -osco e -usco) utilizzato per esprimere proprietà, discendenza, appartenenza e rimasto produttivo fino all’epoca medievale (ad es. Curnasco, Casco, Trevasco, Somasca, Grabiasca e anche l’etnico bergamasco) e forse pure il suffisso -ona usato per denominare centri abitati (come ad es. Carona).  

Troviamo toponimi ritenuti liguri in tutta l’Italia nordoccidentale, Canton Ticino incluso, e sono considerati dalla maggior parte degli autori preindoeuropei, anche se, recentemente, alcuni studiosi affacciano l’ipotesi che il ligure fosse un’antichissima lingua indoeuropea, a metà strada tra celtico e italico, affine al leponzio delle Alpi centro-occidentali, idioma proto-celtico arricchito da molti elementi preindoeuropei, assorbiti nell’area alpina (cfr. alfabeto di Lugano e stele di Prestino). Nell’area propriamente ligure vengono attribuiti a tale antica lingua toponimi come Genova, Bormida e Polcevera.

Per quanto riguarda i toponimi retici, alpini, vengono di solito considerati tali quelli terminanti in -enna/-enno o anche -ena/-eno come Endenna, Lenna, Berbenno, Teveno o anche alcuni nomi di luogo dal significato oscuro come Ama e Amora, Sardegnana, Lesina, nomi che solitamente si trovano nelle sacche montagnose di Prealpi e Alpi dove potrebbero essere rimaste delle tracce dell’antico passaggio di genti preindoeuropee, prima della grande celtizzazione dell’Orobia.

Ed è infatti attribuibile ai Celti la più consistente traccia etno-linguistica, lasciata al territorio bergamasco, frutto di più ondate susseguitesi al di qua delle Alpi e fondamentalmente dovute a genti protoceltiche come gli Orumbovii e genti galliche quali gli Insubri. Alcuni studiosi descrivono anche una terza penetrazione celtica, che avrebbe recato, tra Bergamo e Brescia, due dei tratti più caratteristici delle parlate arcaiche di queste due aree come l’aspirazione della s sorda, soprattutto se intervocalica, es. hèmper < sèmper, e la dentalizzazione della s sonora, sempre intervocalica, es. àden < àsen.

La massima concentrazione bergamasca di toponimi di origine celtica si può trovare nella parte occidentale della provincia, verso il territorio insubrico propriamente detto, anche se un po’ in tutte le terre orobiche emergono nomi di luogo dall’aspetto, e dal suono, celtico. Di sicuro i Celti si insediarono per lo più in pianura, nella fascia collinare, e nelle valli prealpine, sfruttando fiumi e laghi, e passando il testimone dai Celti golasecchiani ai Celti lateniani, i Galli dei Romani. Tra i tanti toponimi celtici bergamaschi possiamo citare a mo’ d’esempio lo stesso Bergamo (dal dio celtico Bergimus), i vari Gromo, Grumello e derivati (che indicano poggi, collinette o anche pascoli), Marne (*marga “terra argillosa”), Parre (antico oppidum orobico, da *pa-ar “gran campo”), Sombreno (da summus + *bren “luogo scosceso”), Suisio (dalla radice *sev- e suffisso -isio, tipici degli idronimi celtici). La grande massa di questi toponimi è segnalata dai tipici suffissi di origine celtica e/o gallo-romana: -ate (*-at- celto-ligure) impiegato, nell’area golasecchiana, per esprimere appartenenza (negli etnici ad esempio, come in Bergomates) ma soprattutto prossimità a luoghi naturali come i corsi d’acqua, unito a toponimi che indicano caratteristiche naturali del territorio (ad es. i vari Brembate, Bonate, Cenate, Seriate, Telgate); -ago/a (gallo-romano –acum/a < *-ak-) utilizzato un po’ in tutto il Nord Italia (anche nelle varianti -igo/a o -acco/-icco in Friuli), pure in epoca medievale, per toponimi prediali, che indicano cioè la proprietà di un fondo, di un podere, e che sono quindi composti (solitamente) da antroponimo + suffisso (ad es. Vercurago, Arzago, Cavernago, Gorlago, Odiago); -uco o -ugo, da -ucus (es. Bottanuco e Blancanugo, località scomparsa); -asio e -isio, da -es, un suffisso idronimico (ad es. Rodes, Trebes, Quisa, l’antico nome di Clusone Clisione, e Viandasso); infine un tipico suffisso gallo-romano come -dunum, dal celtico *dun “rocca, altura fortificata” che dà -duno ma anche -uno (ad es. Chiuduno, Comenduno, Bettuno, MondunoDuno).

C’è poi tutta una serie di toponimi e, in particolare, microtoponimi che hanno alla loro base dei termini comuni di origine celtica e che sono distribuiti in tutta quella che era l’antica Gallia Cisalpina come ad esempio ronco e derivati (usati per colline e vigneti su poggio come Roncallo, Roncola, Roncobello ecc.), ganda (indicante terreni franosi come Ganda, Gandino, Gandosso ecc.), tegia (capanno, come per Valtesse, Tegia, Tezzi ecc.), brugo e brolo (rispettivamente “brughiera” e “giardino cintato”, come per Brugaletti e Bruga e per Bruntino e Fontanabrolo, a Bergamo), pett- (“pezzo di terra in salita”, come per Petos, Petosino, Petello), barr- (“sterpeto”, come in Baradello, Bàresi, Barzesto ecc.), corna (“rupe, masso”, come in Corna Imagna, Cornalba, Cornalita) e molti altri.

Naturalmente la maggior parte dei toponimi di Bergamo, come di Lombardia e d’Italia, è di origine latina stante la romanizzazione del nostro territorio principiata con la conquista della Transpadana nel II secolo avanti era volgare e completata in epoca augustea. Nomi di luogo bergamaschi nati palesemente in epoca romana sono, ad esempio, Fornovo (forum novum), Cologno (colonia), Presezzo (praesidium), Castro (castrum) ma soprattutto i prediali composti da gentilizio romano e suffisso latino in -anus/a e anicus/-a come Azzano, Stezzano, Bariano, Ranica (Hilarianica), Zanica (Vettianica), Parzanica ecc., spesso alternati ad -acum. Li troviamo concentrati nella pianura bergamasca a sud di Bergamo, ossia dove anticamente si trovava la centuriazione romana dell’agro bergomense, e nella zona del Lago d’Iseo, luogo di villeggiatura di patrizi romani in cui, tra l’altro, venne introdotta da Roma la coltivazione dell’ulivo. I suffissi in -atico/a dovrebbero invece incrociare, per estensione, il sostrato celto-ligure con quello latino rafforzando il valore geonomastico, vedi Aviatico, Entratico, Bagnatica ecc.

Va ricordato anche il contesto medievale del latino, volgare, da cui nascono toponimi indicanti costruzioni civili e militari (Camerata, Cassiglio, Paladina, Pianca, Trebecco, Dignone-Domignone, i vari torre e castel), edifici religiosi (Monasterolo, Abbazia, Ghisalba < ecclesia alba), nuove fondazioni (Cortenuova e Comun Nuovo), proprietà terriere (Predore, SorteSolto, Fondra, Pradalunga ecc.), colture (Novezio, Serta, Coltura e i toponimi con suffisso collettivo -eto come Colarete < *coriletum), attività varie (Stabello, Forno Nuovo, Allegrezza < grancia, Frerola, Mola ecc.) e caratteristiche del territorio sia naturale (toponimi alla cui base possiamo trovare aggettivi come clausus, imus, mollis, bacìo, primus e anche nomi come isola, canto, cuneus, ponta, plagia, motta ecc.) sia antropizzato (Brusicco, Padergnone, Senda, Rota, Romentatico, Sorisole < *siliceolae (?) “strada selciata” ecc.). La stragrande maggioranza dei toponimi bergamaschi è stata toscanizzata (spesso in maniera grottesca, tanto che alcuni etimi sono stati falsati, come ad esempio Fiumenero per Föm-nìgher, “fumo nero”), ma di tanto in tanto emerge qualche nome di luogo di rilievo dal suono dialettale come Pontida (“appuntita”), Cà Füdrìs (vedi fodro, l’albergaria medievale, da un termine longobardo per “foraggio”), Pertüs (“passaggio stretto”), la Betósca (dal latino *beituscula), Gérola (dal latino glarea, “ghiaia”, con suffisso diminutivo) ecc.

L’ultimo contributo toponomastico in senso etnico viene dai popoli germanici: Goti, Longobardi, Franchi, coloni teutonici di epoca ottoniana. Le tracce più consistenti, ovviamente, sono dovute ai Longobardi. Il superstrato germanico può suddividersi in etnici, nomi propri, appellativi, altri residuali e prediali con classico suffisso -ingo o -engo (dal germanico *-ing-). Per la prima categoria possiamo citare, a mo’ d’esempio, Bolgare e lo scomparso Gibidi, tracce lasciate da minoranze etniche giunte in Italia coi Longobardi (Bulgari e Gepidi, in questo caso); per la seconda Boltiere, Torre Boldone, Azzone, Mezzoldo, Rodi ecc.; per la terza Romano di Lombardia (da arimannus), il perduto Stodari (da stodarius “stalliere”), forse Valle Imagna (Valdemagna, in bergamasco, da waldeman “guardiaboschi”, in longobardo ecc.); per la quarta Bordogna, Bracca, Capizzone, Grini ecc.; per l’ultima, sempre a titolo esemplificativo visto che ve ne sono svariati, Martinengo, Morengo, Pedrengo (con antroponimi latini) e Valarengo, Paltaringo, Guntoningo, Carlinga (con antroponimi germanici, solitamente scomparsi).

Ai Longobardi dobbiamo il contributo germanico più consistente anche per quanto concerne toponimi socio-culturali, militari, antropici come nel caso dei vari breda e braida, gaggio e gazzo, fara, stodegarda, blacca, sala ecc. o agiotoponimi quali San Michele, San Giorgio, San Salvatore che riprendono santi molto cari alla devozione popolare longobarda.

Per quanto concerne le categorie toponomastiche vanno qui menzionate le tipologie di nomi locali riferiti alla natura: 1) idronimi (corsi d’acqua); 2) limnonimi (laghi); 3) oronimi (rilievi montuosi); 4) coronimi (regioni geografiche); 5) fitotoponimi (flora); 6) zootoponimi (fauna). Idronimi e limnonimi (1, 2) sono i toponimi più antichi che possiamo trovare poiché, essendo l’acqua un elemento fondamentale nella vita delle comunità, i nomi originari si sono conservati fino ad oggi e presentano etimo preindoeuropeo oppure protoceltico (ad es. Adda, Brembo, Serio, Cherio, Oglio, Lario); gli oronimi (3) possono invece essere più recenti, essendo di scarsa importanza per gli antichi, e nascere da metafore o nomi espressivi (es. Monte Secco, Pizzo Strinato, Resegone, ForcellaDiavolo e Diavolino, Pizzo Baciamorti, Valle d’Inferno, Via Mala, Grotta dei Pagani), da dotte ricreazioni moderne (come i nomi delle partizioni alpine, tra cui le stesse Orobie < Orobi), ma anche dall’uso pratico dei pastori (Vago e Solivo, ad esempio); per quanto concerne i coronimi (4) basti qui ricordare Val Cavallina (gli equini non c’entrano, il nome della valle nasce dall’antico Cavelle, cfr. ligure *gava “fossato, canalone”); pei nomi di luogo nati da fitonimi (5) citiamo a mo’ d’esempio Bedulita, Cerete, Olmo al Brembo, Oneta, Sambusita; pei nomi di luogo nati da zoonimi (o terionimi) avremo Volpera, Asnenga, Luprita, Sparavera, Cornagera ecc.

Gli elementi naturali sono, del resto, centrali nel folclore locale, basti pensare al culto degli alberi di Celti e Germani (tiglio, frassino, farnia, olmo, faggio ecc.) o all’importanza di certe piante ed erbe per Romani e cristiani (l’ulivo o la verbena, ad esempio). Parlando del sacro è d’uopo citare gli agiotoponimi nati a partire da agionimi o teonimi prevalentemente cristiani, cattolici, ma anche pagani: in quest’ultimo caso, nella Bergamasca, troviamo antichi toponimi come Sudorno e Sedorgna (da Saturno), Minervio (da Minerva), Marcoriolo e Mercorina (da Mercurio). La gran mole degli agiotoponimi è ovviamente cristiana ed è superfluo qui ricordarli; citiamo solo gli svariati San Michele, San Martino (venerazione introdotta dai Franchi), San Rocco, Sant’Alessandro (patrono di Bergamo), San Pietro, San Paolo e ovviamente la nutrita quota di nomi di luogo dedicati alla Madonna.

Chiudiamo ricordando alcuni tipici suffissi toponimici bergamaschi e lombardi frutto della volgarizzazione del latino quali i diminutivi prediali -olo, -eno, -ero, -oro, -ine; il tipico lombardo -onno che deriva dal latino -one/-ono; -usco e -osco dal latino -usculum, -usculus; -obbio, altro suffisso peculiare, da -ubulus, -uculus, sempre latini; -edo dal collettivo –etum; -arius e -ilis, spesso usati per elementi naturali come la vegetazione o artificiali come gli allevamenti; -allo dal latino -alis che può dare anche -ale e -alia (-aglia) con lo stesso valore del collettivo -eto; –esio dal latino -ensis forse su influsso delle terminazioni celtiche, già incontrate, -asius e –isius. Vi sono anche dei casi in cui un toponimo può essere formato dall’agglutinazione di particelle prefisse al corpo toponimico come ad esempio in Dalzio (ad Alze), Dalmine (de Almene), Terno (inter amnis), Poscante (post Cantum), Nimotorre (da in ima turre).

*Per stilare questo articolo ho tratto spunto dai tradizionali scritti in materia di toponomastica italiana come quelli di Dante Olivieri, Giovan Battista Pellegrini e Alberto Zamboni. Circa uno sguardo etimologico globale sui nomi di luogo bergamaschi si veda qui.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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