Bergamo e il suo territorio

Gonfalone orobico

Bergamo si trova allo sbocco delle Prealpi Bergamasche, in una fascia collinare a ridosso dell’alta pianura. Il suo territorio è prevalentemente montuoso (64% della superficie), seguito dall’area collinare (12%) e infine dall’alta e media pianura padana (24%). I confini geografici dell’attuale provincia sono dati dalle Alpi Orobie a settentrione, dal fiume Adda a ovest, dall’Oglio ad est, mentre a meridione i confini sono sempre stati variabili e fluttuanti, a seconda del periodo storico, non essendovi delle barriere naturali. Nell’antichità e nell’Alto Medioevo il territorio bergamasco comprendeva (pare) anche la Valsassina a ovest, il Cremasco a sud e, forse, la Valle Camonica ad est, che del resto ancor oggi è, per una piccola porzione, in provincia di Bergamo.

Nel territorio bergamasco, un po’ come in quello bresciano, possiamo trovare una grande varietà di elementi geografici e naturali: le Alpi (cima più alta il Pizzo Coca, 3.050 metri), le Prealpi (da segnalare il massiccio della Presolana, 2.521 metri), le valli attraversate da tre importanti fiumi (Brembo, Serio, Cherio), i laghi (Sebino e d’Endine), la fascia collinare allo sbocco delle vallate caratterizzata dalla produzione vinicola (vedi soprattutto la Valcalepio), l’alta pianura e la media pianura con una fascia di risorgive (i fontanili) che costituisce la Bassa bergamasca. La provincia appartiene all’ambito idrografico del bacino padano e, in buona parte, a quello abduano.

Nel territorio bergamasco si sono succeduti, nel corso dei secoli, diversi popoli che comunque non hanno lasciato il medesimo impatto etnico; al di là della fase preistorica mesolitica (quella dei cacciatori-raccoglitori cromagnoidi, propriamente indigeni) e neolitica (che diffuse l’agricoltura in Europa sull’onda dell’espansione demica capelloide proveniente dai Balcani e dal Mediterraneo orientale), meritano menzione quelle antiche popolazioni alpine o mediterranee che costituirono il misterioso strato preindoeuropeo dell’Italia padana, ovvero i cosiddetti Liguri e i Reti delle Alpi: i primi, quantomeno ai loro esordi, facevano parte del continuum sudoccidentale ibero-ligure (strato paleo-mediterraneo, lo stesso di Baschi e Proto-Sardi), mentre i secondi erano parte della famiglia linguistica tirrenica (anariana ma non levantina, forse legata agli stessi Baschi e ai progenitori indigeni delle attuali popolazioni del Caucaso), che includeva anche gli Etruschi, e hanno costituito per secoli un fossile alpino con sparse sacche montanare.

Il periodo storico di più grande interesse, tuttavia, anche per via del maggior numero di fonti e attestazioni concrete è rappresentato dalla penetrazione centro-europea messa in atto dall’elemento indoeuropeo, a cui si attribuisce l’arianizzazione dei Liguri e la calata delle tribù proto-celtiche dai valichi alpini, i parlanti leponzi da cui discese la Cultura golasecchiana, che interessò buona parte del territorio orobico. I famosi Orobi (o meglio Orumbovii) erano infatti una tribù celtica, parte della più ampia confederazione insubre, situati lungo la fascia pedemontana che da Como arrivava sino a Bergamo, mentre nel territorio nordorientale dell’attuale provincia i residui retici seguivano la facies culturale della Rezia transalpina e cisalpina. La fondazione (e la denominazione) di Bergamo si devono a genti celtiche che espansero al di qua delle Alpi la cultura hallstattiana.

Successivamente calarono i Galli storici da nordovest (lateniani), non cenomani ma parte dell’invasione gallica insubrica che, infatti, valse al territorio bergamasco l’annessione romana alla Transpadana e non alla Venetia, come accadde pel Bresciano cenomane: Bergomum ruotava attorno a Mediolanum, santuario gallico. La romanizzazione coinvolse prima il territorio fortemente celtizzato di pianura, collina e Prealpi e successivamente quello alpino della Rezia, assieme a Camunia e Valtellina. Non vi fu una vera e propria colonizzazione romana (così come non vi fu quella etrusca) ma deduzione fittizia con l’insediamento di veterani di guerra e di aristocratici romani. Ciò non esclude lo stanziamento di qualche gruppo dell’Italia centro-meridionale così come quello dei cosiddetti laeti, coloni germanici a cui venivano affidate terre padane nel corso del tardo Impero.

I Romani non alterarono il quadro etnico bergamasco ma, ovviamente, latinizzarono e romanizzarono il nostro territorio apportando l’acculturazione di Roma antica, l’elemento linguistico latino, la civilizzazione di usi e costumi, diritto, religiosità, tecnologia dell’epoca ed integrarono il Bergomatum Ager nel quadro dell’Italia augustea, anche se per tutta una serie di motivi che abbiamo già analizzato altrove la Gallia Cisalpina (e dunque la Lombardia storica) costituisce a suo modo un contesto a sé stante, rispetto all’Italia peninsulare. Con la romanità sbarcò il cristianesimo, un dato culturale purtroppo fondamentale dell’identità bergamasca, che per millenni ha agito da collante comunitario andando però a demolire le origini gentili e la classicità incentivando omologazione, bigottismo, ottusità e ignoranza.

L’ultimo apporto, in termini etno-culturali, a Bergamo e suo comitatus, per usare linguaggio altomedievale, è stato quello germanico, di superstrato, con genti come Goti, Longobardi e Franchi, soprattutto con i secondi che, in superficie per l’appunto, modificarono la fisionomia etnica, linguistica e culturale bergamasca lasciando anche il nome alla stessa terra storica bergamasca, che è quella lombarda. Vi furono anche coloni germanici di origine teutonica, sino alle soglie dell’epoca comunale, ma – come per il caso romano – non alterarono quello che riguardava la grande maggioranza della popolazione orobica che ancor oggi, qualora autoctona, reca seco identità cisalpina celto-ligure e di idioma gallo-italico, come il resto dell’Italia nordoccidentale, e si distingue dunque dall’Italia centro-meridionale anche per questioni biologiche. Il ruolo svolto dai Germani in Italia, dai Longobardi segnatamente, fu cruciale per il processo di trasformazione che portò il nostro Paese dalla tarda antichità al Medioevo e, al di là delle esagerazioni di parte pontificia, franca e risorgimentale (vedi Manzoni), rappresentarono quel necessario elemento innovativo per rianimare un’Italia prostrata dal lento processo di decadimento del potere romano e dal caos seminato da scorribande barbariche e dal malgoverno bizantino.

Le successive esperienze politiche del Bergamasco riguardarono solo dominazioni territoriali: il libero comune, il Ducato di Milano, la Serenissima Repubblica veneta, le vicende giacobine, lombardo-venete e dell’Italia unificata cangiarono il quadro amministrativo, sebbene, nel secondo dopoguerra vi fu un afflusso consistente di immigrati interni meridionali che interessarono anche la nostra terra, seppur meno rispetto al vero e proprio triangolo industriale padano. Includiamo anche la massa allogena propriamente detta, sebbene non ibridatasi in maniera significativa con la popolazione autoctona. Vicende che, comunque sia, non hanno scalfito l’indole dello zoccolo duro bergamasco, caratterizzato da umile laboriosità, tenacia, forza e grande spirito di sacrificio, uniti allo spiccato senso identitario e conservativo che ha garantito per secoli l’orgogliosa autonomia orobica.

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Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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