Scegliamo l’ethos, scegliamo la Vita

Premessa doverosa: la stima che nutro nei riguardi dei pannelliani e delle loro battaglie “civili” è pari a zero e il più delle volte cede il posto al ribrezzo che mi suscita il loro sciacallaggio consumato sulla pelle di poveri diavoli disperati. Dico ciò perché la mia posizione su bioetica, aborto ed eutanasia non è in linea coi dettami di “santa romana chiesa” e dei suoi reggicoda reazionari, duri a tirare, ideologicamente, le cuoia negli ambienti destrorsi d’Italia.

In linea di massima condanno la macelleria genetica da laboratorio perché nasconde l’affarismo di chi gioca a fare il padreterno e la meschinità del modernismo scientifico, decisamente inquadrato nei ranghi del mondialismo e del pensiero unico di cui esso si fa latore; ciò che è naturale non va soffocato con le trucide mire delle multinazionali del farmaco e delle manipolazioni genetiche, altrimenti anche l’uomo verrebbe drammaticamente snaturato e ridotto ad una cavia su cui sfogare tutta l’arroganza di dottoroni ideologizzati messi a libro paga del virtuale stato mondiale dell’Occidente postmoderno.

Tuttavia su alcune delicate questioni come l’aborto e l’eutanasia mi fermo a riflettere perché così come è sbagliato sentirsi onnipotenti e al di sopra della natura sovrana, è sbagliato anche accanirsi inutilmente su soggetti terminali oppure pensare di voler far nascere a tutti i costi delle vite che sarebbero spacciate sin dal loro esordio. Dell’aborto ho già parlato settimana scorsa, spiegando i casi in cui sarei contrario e quelli in cui invece sarei favorevole, mentre oggi mi soffermo sulla tematica calda della settimana appena conclusasi, relativamente all’eutanasia, al tizio a cui hanno “staccato la spina” in Isvizzera, e a tutti gli annessi e connessi del caso.

I radicali sono decenni che cavalcano in lungo e in largo i temi della bioetica e i casi (umani) individuali che di volta in volta balzano agli onori delle cronache anche per via delle strumentalizzazioni fatte dai pannelliani stessi (gente che, politicamente, non conta nulla, ma riesce sempre a far parlare di sé quando si tratta di sfruttare malati terminali et similia). Costoro hanno campo libero in Italia perché tutte le altre forze politiche continuano a cincischiare e a dare un colpo al cerchio e uno alla botte per evitare di spazientire il Vaticano ma, al contempo, anche per evitare di perdere voti. Le ingerenze della Roma clericale durano da due millenni circa, ma sembra che ormai la gente lo abbia accettato come un dato di fatto, e preferisce dunque girarsi dall’altra parte. I mestieranti sinistrati saltano in piedi gridando allo scandalo quando il papa lancia anatemi contro le posizioni laiciste relative alla bioetica, appunto, perché a loro avviso sono scandalose ingerenze, ed è sicuramente così. Peccato poi che i sinistrati in questione si dimentichino di scagliarsi contro il Vaticano quando, nella persona del Bergoglio, auspica porte aperte a tutti i “fratelli migranti”, abbattimento di muri in luogo di ponti, fratellanza giudeo-cristo-islamica e tirate d’orecchi ai vari Trump, Le Pen, Salvini ecc. Forse la condanna delle intromissioni vaticane negli affari di stato italiani, e non, va a targhe alterne?

Il papa dovrebbe tacere, e con lui tutti quelli che lo condannano o tollerano a seconda delle loro convenienze politiche. Con Francesco, invero, il defunto Pannella è stato sdoganato già prima che tirasse le cuoia, ed infatti oggi sembra esserci più sintonia tra radicali e Chiesa cattolica postconciliare vieppiù conscia del suo ruolo anti-identitario e anti-tradizionale che le hanno inculcato Roncalli e suoi successori: sembra che si risveglino, di tanto in tanto, tradizionalisti quando si tratta di difendere la “vita”, sebbene la concezione di “vita” cristiana sia la solita sbrodolata assistenzialista e terzomondista.

Io credo che l’eutanasia sia legittima, laddove serva ad alleviare per sempre le sofferenze di un malato terminale (indi in uno stato irreversibile) inchiodato al suo letto (magari cieco e tetraplegico come l’Antoniani delle recentissime cronache) e credo anche che vada messo nelle condizioni, a casa sua, nello stato in cui versa le tasse e che dovrebbe erogargli servizi decenti (senza dunque prendere la via dell’esilio volontario), mediante cliniche specializzate. Oltretutto, dovrebbe essere interesse anche dello stato, prima del cittadino, quello di legalizzare l’eutanasia perché grazie ad essa si potrebbero risparmiare un bel po’ di quattrini, che verrebbero invece scialati invano nell’accanimento terapeutico di casi irrecuperabili, instradandoli invece nelle migliorie da apportare al servizio sanitario nazionale, per il benessere di tutti i cittadini che ne hanno davvero bisogno. Anche l’aborto servirebbe, in questo senso, naturalmente in casi tragici che potete tutti immaginare, e non come infame scorciatoia per lavarsi le mani di un innocente che rischia di mandare all’aria i piani di soggetti scriteriati.

I proprietari e i responsabili della nostra esistenza siamo noi stessi, e ci sono casi in cui certe scelte vanno ad influenzare la vita comune della collettività. L’aborto per un capriccio stronca una vita in fieri che andrebbe a ravvivare una demografia europea ferma al palo, ma l’eutanasia, per motivi decisamente seri, permetterebbe di reimpiegare al meglio delle risorse altrimenti sprecate. Il termine “suicidio” applicato all’eutanasia a mio dire stona, perché c’è vita e non-vita: nel primo caso il suicidio diventa un abominio ma nel secondo il “suicidio” è una liberazione sia per chi decide di interrompere il suo tragico ed irreversibile cammino terreno, sia per sgravare lo stato, per non parlare del sollievo di cui beneficerebbe la famiglia del soggetto. Patetico chi crede che l’eutanasia spalancherebbe le porte al suicidio di massa, perché per quanto riguarda il “mal di vivere” delle giovani generazioni ci penserebbe una salutare rieducazione comunitaria a rimettere in riga la nostra smarrita gioventù.

L’Europa falcidiata da un drammatico calo delle nascite, indigene, ha indubbiamente bisogno di una sana iniezione di vita, ed è per questo che l’aborto per capriccio e leggerezza assume i contorni dell’omicidio; non così per l’eutanasia perché quando applicata per porre fine ad atroci sofferenze non pone certo fine, con esse, ad una esistenza degna di essere vissuta, essendo questa al capolinea già prima della (presunta) interruzione. Del resto, è da ipocriti condannare l’eutanasia e chi sceglie di “staccare la spina” quando non ci si trova nella situazione del soggetto malato o gravemente disabile. Pure Turoldo, Wojtyla e il cardinal Martini hanno rifiutato l’accanimento terapeutico, e se rifiutano loro dovrebbero forse esimersene i laici? Oltretutto la testardaggine che tiene inchiodato ad un letto un individuo che tira avanti (si fa per dire) con dei macchinari è qualcosa di innaturale, di strafottente e di ostinatamente stupido, da parte di chi pensa di decidere per l’invalido. Perché le balle della Chiesa cattolica, o di chi per essa, dovrebbero sostituirsi al naturale corso delle cose, oppure costringere chi non vuole a rimanere “in vita” lungo un trascorrere dei giorni che diventa solamente un doloroso prolungamento di atroci sofferenze o di stato vegetativo?

L’etnonazionalista deve sempre scegliere la Vita, ossia la luminosa esistenza degna di essere vissuta sino in fondo perché preziosa per sé stessi, per la propria famiglia e per la comunità. Ma ci sono casi in cui non si può più parlare di Vita e non per chissà quale velleità superomistica ma perché diventa solo un atroce limbo prima che cali per sempre il sipario, una gabbia e una condanna in cui a languire non è mai una sola persona, ma pure i suoi cari e la sua comunità. Seguiamo il solare ethos dei Padri, non la tenebrosa morale cristiana dei levantini.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/03/scegliamo-lethos-scegliamo-la-vita.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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