L’Italia nazionale contro l’italietta statale

La sfida, anche politica, che si pone in atto in Italia consiste nel riuscire, finalmente, a ridare vita a quello che è il nerbo nazionale del Paese e che non coincide minimamente con l’attuale repubblica italiana o con il suo antecedente monarchico. Anzi, il problema sta proprio nell’abisso che separa lo stato italiano dalla nazione italiana, due cose diverse e ben distinte, poiché il primo è la gabbia in cui l’Italia langue da più di 150 anni, priva di quella vitalità e forza che saprebbe ridare speranza a tutti gli Italiani, stringendosi attorno ai propri simboli patrii.

Credo davvero che rendere l’Italia una nazione, un insieme di genti vive e accomunate da vincoli etnici e sacrali (che esistono, eccome se esistono), passi per forza di cose dalla messa in discussione delle fondamenta dello stato italiano, non per scopi eversivi ovviamente ma per ridiscutere la natura dell’organizzazione statuale che potrebbe al meglio rappresentare, ed esaltare, questo Paese. Il compito di ogni patriota sta nel difendere l’Italia come realtà etno-culturale e nazionale millenaria, liberandola così dalle catene di una repubblica coloniale che ha come narcotizzato l’identitarismo ripiegandosi sulla statolatria neo-giacobina del tutto priva di valore etnico e davvero nazionale. Oggi si parla di Italia e si intende il settuagenario baraccone repubblicano dello stato, un misero contenitore di popoli che toglie qualsiasi entusiasmo patriottico, anche perché al servizio della NATO, dell’Unione Europea e dell’ONU, e non del popolo italiano.

Il massimo identitario consentito in questo stato si riduce ad un tricolore spento, alle magliette azzurre della statale di calcio, ad una ruota dentata inventata 70 anni fa e ad uno sterile riferimento linguistico al fiorentino letterario, che non è nemmeno tutelato a livello ufficiale dalla “costituzione più bella del mondo”. Un po’ pochino per accendere i cuori italici infiammandoli con l’orgoglio patriottico… I freddi rituali repubblicani sono quelli di uno stato (ex) nazionale artificiale, dove la burocrazia prende il posto dell’amor patrio e la fedeltà a modelli universalisti e globalisti sostituisce la sovranità nazionale. Una simile realtà non suscita alcunché, anzi, troppo spesso genera piuttosto rabbia, risentimento, frustrazione perché lo stato invece di rappresentare finisce per schiacciare sotto l’elefantiaco peso di istituzioni lontane anni luce dal popolo ed espressione non della sua sovranità e volontà ma del volere di chi manovra a suo piacimento lo staterello in questione, e cioè i suddetti enti sovranazionali, in zelante collaborazione con la finanza globale, l’usurocrazia, la dittatura delle banche e delle multinazionali apolidi.

In compenso, eccovi una spumeggiante fioritura di leggi ideologiche, liberticide, atte a farvi passare la voglia di nazionalismo, giusto per non contrariare i padroni stranieri della repubblica italiana con la vera libertà d’espressione, sebbene a parole venga tutelata dalla Costituzione. Il tutto sapientemente innaffiato di tassazione “svedese” in cambio di servizi la cui qualità è spesso e volentieri “albanese”. E non parliamo di tutti i vari squilibri che esistono nell’Italia vessata dal suo stato, a partire dall’eterna questione del divario Nord-Sud che, passando per il degrado più totale in cui versa Roma, termina nell’inaccettabile tasso di corruzione, assistenzialismo, nepotismo, clientelismo, debito pubblico e via dicendo ormai ampiamente spalmato dalle Alpi alla Sicilia, anche grazie ad un ottuso e perverso sistema di statalizzazione parassitaria dove nelle vene del Paese viene messo in circolo il veleno di certo levantinismo, frutto della collusione tra l’ingordigia imprenditoriale del Settentrione e la criminalità organizzata del Meridione, con la sapiente mediazione del palazzo romano.

Non voglio certo tediarvi elencando le innumerevoli pecche dell’Italia contemporanea ridotta a stato-apparato, e nemmeno voglio passare per anti-meridionale, eppure è innegabile che la “meridionalizzazione” del Nord abbia comportato anche l’espandersi delle ataviche tare della classe dirigente spagnolesca dell’ex Regno delle Due Sicilie. E questo, sia detto, senza scordare le malefatte sabaude a cui si deve la nascita dello stato italiano: per quanto la riunificazione politica delle Italie fosse necessaria, essa fu perseguita in maniera controversa dal Piemonte, lasciando inascoltati gli appelli di un Cattaneo, e preferendo al mazzinianesimo l’appoggio esterno di Inglesi, Francesi e altri personaggi internazionalisti poco raccomandabili. Il processo di unificazione doveva avvenire gradualmente e spontaneamente, come aggregazione federalista, sebbene solo i Piemontesi guidati dai Savoia potessero avere il necessario peso militare per vincere le resistenze borboniche, pontificie e austriache.

Dobbiamo essere onesti, anche come settentrionali: il Risorgimento ha indubbiamente impoverito il Meridione, prosciugando le casse del regno, accorpando le banche, e favorendo nettamente l’industria settentrionale tramite liberismo economico, il che ha condotto ad una marginalizzazione estrema del Mezzogiorno, ad un abbandono dello stesso alla deriva di criminalità e corruzione, grazie agli iniqui accordi tra classe dirigente meridionale, quella dei ricchi latifondisti e dei baroni, e Savoia, inasprendo alcune pecche secolari ereditate dal malgoverno franco-spagnuolo nella bassa Italia. Naturalmente non è che il Nord, prima dell’unità, fosse povero e sottosviluppato (questa è una balla bella e buona dei neoborbonici) ma è innegabile che con l’unità d’Italia abbia guadagnato, e di molto, rispetto a quanto accaduto successivamente a Sud. D’altro canto, il Triveneto ricco non lo era di sicuro, e i primi fenomeni migratori italiani lo confermano, con le grandi ondate di Veneti approdati in Sudamerica. Alla faccia di certi austriacanti 2.0 che ancora incensano Cecco Beppe…

Al di là del passato, che è passato, noi oggi abbiamo il diritto e il dovere di raddrizzare il tiro a quella che è la politica italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, una politica di camerieri e burattini lautamente pagati al servizio dei burattinai forestieri. Il modo migliore per farlo è quello di intavolare un progetto politico che miri a fondere due istanze fondamentali: il nazionalismo (non statolatrico) italiano e l’etno-federalismo (non secessionista), affinché la Patria che è l’Italia si sposi alla perfezione con le “matrie” locali e cioè Lombardia, Venezie, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna, i grandi areali etnici d’Italia, perché solo così ci si può dare un organismo statale comune, con una costituzione (etnonazionalista) comune, che sia flessibile dove serve e rigido dove invece se ne ha bisogno. Nell’italietta odierna invece è il contrario: rigido controllo burocratico e anti-identitario degli indigeni, tassati e beffati, e lassismo spesso totale verso le aberrazioni ereditate dall’adozione del disegno mondialista, covato come serpe in seno alla “comunità internazionale” (un bell’ossimoro, davvero).

Un altro aspetto non da poco è l’irredentismo; sebbene per molti sarebbe utopica una riconquista, io trovo inaccettabile che territori come Nizza, Corsica, Malta, Svizzera italiana, Istria, Fiume e mettiamoci pure Dalmazia siano al di fuori dell’orbita italiana, quando invece essi rientrano a pieno titolo nello spazio geografico italiano o quantomeno nel suo spazio etnico-storico-linguistico. Non si tratterebbe, ovviamente, di scatenare nuove guerre ma la diplomazia dovrebbe occuparsi anche di questo problema non da poco. Per dirla tutta, non ha decisamente senso che l’Italia si tenga l’Alto Adige, a compatta maggioranza germanofona, ma si veda privata di un baluardo italico come la Corsica! Gli Europei dovrebbero ridisegnare i propri confini nazionali in maniera sensata, invece di perdere tempo nei  grigi grattacieli di Bruxelles.

Solo con consolidate politiche di governo sociali e nazionali si può pensare di irrobustire il potere dello stato sui suoi cittadini, così come il dirigismo e la nazionalizzazione, politiche che rispettino comunque le identità locali e il tessuto comunitario originale delle stesse, altrimenti si crea un mostro massonico e dispotico che non al nazionalismo ma all’internazionalismo apolide e distruttore obbedisce, fungendo da perfetta colonia al servizio del solito occupante straniero. Anzi, un’impronta dirigista allo stato nazionale sarebbe provvidenziale, per evitare delocalizzazioni e razzie di aziende straniere ai danni delle aziende italiane. Ma fino al giorno in cui l’Italia non legittimerà una forma di governo presidenziale, etno-federale e schiettamente social-nazionale, capite bene quanto sia poco auspicabile che la repubblichetta italiana si faccia più rigida e controllante, perché questo finirebbe a scapito solo ed esclusivamente degli indigeni e non delle note minoranze che nell’Occidente atlantista diventano intoccabili lobby…

Dobbiamo lavorare culturalmente e politicamente al raggiungimento dell’obiettivo, senza dimenticare che non con la piaga del liberalismo ma con la forza del comunitarismo anti-borghese ed anti-individualista si pongono le giuste basi per riformare il concetto di stato, senza che questo divenga un moloc anti-nazionale  quale è ora, ma trovi proprio la sua legittimazione nelle aspirazioni nazionaliste ed etnicistiche dei popoli che compongono la nazione. Non si combatte Satana con Satana, perciò non si può combattere il mondialismo contrapponendogli un suo prodotto, l’attuale repubblica tricolorita, una prigione antifascista per gli indigeni e una bengodi progressista per gli allogeni, e tutti gli altri corpi estranei.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/01/litalia-nazionale-contro-litalietta-statale.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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