Italia, orgoglio longobardo

Lo scorso soledì ebbi modo di presentare una sorta di introduzione all’articolo odierno sul popolo longobardo, stigmatizzando quella tendenza storiografica a piluccare dalla nostra storia, dal nostro passato, a seconda dei propri capricci ideologici; la vicenda dei Longobardi è emblematica in questo perché essi sono stati per secoli vilipesi, demonizzati, ridotti a sporchi barbari sanguinari e distruttori prima dalla Chiesa di Roma, da Bisanzio e dai Franchi (e dalla tradizione da loro discesa) e poi, in tempi recenti, dal filone risorgimentale inaugurato dalla retorica patriottarda e germanofobica di soggetti come il Manzoni.

La cosa più ridicola in questa situazione sta nel fatto che nel più dei casi, i detrattori dei Longobardi sono presunti sostenitori dell’unità nazionale imbevuti di romanismo di cartapesta, i quali sono così partigiani da non riconoscere il fondamentale ruolo storico rivestito proprio dal popolo germanico in questione, che è stato quello di riuscire quasi del tutto a riunire tutti i territori italiani che facevano già parte dell’Italia augustea prima e di quella di Odoacre e soprattutto Teodorico poi; non fosse stato per il papa e per Carlo Magno il Regno longobardo avrebbe unito tutto il Paese risollevando le sorti nazionali di un’Italia frammentata per colpa dei preti e dei forestieri, siano essi stati bizantini o franchi (e poi ancora svizzeri, francesi, spagnoli, austriaci, americani).

Al netto dunque di questa patetica e farsesca propaganda pseudo-romana (che da una parte benedice l’unità d’Italia ma dall’altra denigra i precursori del Risorgimento, solo perché di stirpe germanica), sarebbe un buon servigio reso alla nostra storia quello di rischiarare il passato longobardo della nazione, cercando di dissipare le infami nebbie che occultano la realtà dell’occupazione germanica d’Italia. Intendiamoci: qui non si vuole santificare ma nemmeno passare all’estremo opposto, poiché quel che conta è fornire un’immagine attendibile circa la storia longobarda del Paese. Questo è oltretutto un argomento che meriterebbe una trattazione ampia e che infatti, in parte, è presente nel dibattito storiografico degli ultimi anni, dove i moderni autori tentano di demolire tutta una serie di stereotipi negativi sui Germani e il Medioevo che paiono ormai duri a morire. Qui, chiaramente, il sottoscritto si limita ad un quadro alquanto sommario e generale, per ovvie ragioni, cercando però di rimarcare le caratteristiche positive degli antichi Winnili.

I Longobardi, certamente, durante il primo periodo della loro occupazione dell’Italia non ci andarono molto per il sottile, è ovvio: essendo invasori stabilirono il proprio dominio militare sul Paese a cominciare dal Nord e dalla Toscana, per poi penetrare a fondo nella Penisola fondando il Ducato di Spoleto e quello di Benevento. Il Regno centro-settentrionale (Neustria, Austria, Tuscia e poi Liguria, Emilia e territori veneti di pianura) fu la base dell’espansione longobarda verso il Centro-Sud, anche se solo per un breve periodo finale i due ducati centro-meridionali rientrarono sotto il dominio di Pavia, poiché furono quasi sempre turbolenti ed indipendenti. Grazie alle due sedi ducali di Spoleto e Benevento, i Longobardi giunsero a minacciare seriamente Roma, dopo aver conquistato quasi del tutto pure l’Italia meridionale e solo grazie all’intervento franco e al bigottismo cattolico di, per altri versi, grandi re come Liutprando, i papi riuscirono a salvarsi la ghirba senza cedere del tutto e definitivamente i domini petrini a Pavia.

La conquista longobarda dell’Italia fu descritta con toni apocalittici dai nemici dei dominatori germanici: stragi, saccheggi, stupri, ruberie, barbarie, mostruosità, riti satanici, empietà, discriminazioni verso l’elemento romanico e via dicendo. In realtà queste sono esagerazioni di ovvia matrice vaticana e bizantina, e più tardi franca, dovute alla necessità di demonizzare i Longobardi per impedire che giungessero all’unificazione totale del Paese mettendo col sedere per terra il potere pontificio; salvo il primo burrascoso periodo, seguito tra l’altro da dieci anni di anarchia ducale, i dominatori venuti dalla Pannonia (di stirpe germanica e di lingua germanica occidentale, provenienti sembra dal fiume Elba, in Germania, anche se quando entrarono in Italia presentavano certo un aspetto raccogliticcio fatto di diversi elementi germanici esterni assimilati, non senza qualche influenza celto-romanica e iranica) riuscirono tra alti e bassi a risollevare le sorti dell’Italia dopo la disastrosa guerra greco-gotica che li precedette, rafforzando il regno settentrionale e portando ad un assestamento della situazione anche nei due ducati indipendenti del Centro e del Sud.

Nonostante le tinte fosche dei ritratti fatti loro dai nemici, i Longobardi né discriminarono, né ammazzarono senza distinguo, né schiavizzarono la popolazione autoctona “romana”, e nemmeno vi sono nelle loro leggi divieti di matrimoni misti o accenni su una presunta sottomissione dei “vinti”, che invece pian piano riuscirono – e ben prima di Liutprando – ad integrarsi grazie alle politiche, anche culturali, dei dominatori volte a stabilire armonia tra i vari popoli d’Italia mediante cultura, lingua e religione (è noto come il popolo germanico in questione abbracciasse velocemente la lingua latina e accantonasse pian piano il culto ariano e pagano, giungendo così ad una maggior concertazione coi nativi). Oltretutto, come si sa, i Longobardi etnici erano una esigua minoranza dirigente che si occupava di politica e soprattutto di guerra, lasciando cultura, diritto e religione agli eredi dei Latini; i detentori della tradizione dei padri giunti in Italia dopo una lunga peregrinazione lungo l’Elba e il Danubio, erano infatti gli aristocratici vicini alla corte di Pavia, coloro che anche grazie alle leggi longobarde poterono tramandare per secoli il ricordo delle origini mitiche che si perdevano nella notte dei tempi.

Con lo stabilizzarsi del regno, per longobardi venivano intesi tutti i sudditi dei re senza più accezioni etniche o sociali (tranne per coloro che non erano uomini liberi), tanto che ad esempio, nel Bergamasco, possiamo reperire nei documenti professioni di legge longobarda ancora nel XV secolo, segno di un forte radicamento degli usi e costumi antichi nel nostro territorio, così come in altre terre d’Italia. Infatti, pur essendo una minoranza, i Longobardi incisero sul Paese a lungo, lasciando un’eredità linguistica (a livello di lessico, soprattutto), onomastica (antroponimi e toponimi), giuridica (il diritto longobardo codificato dai re a partire da Rotari, appunto), religiosa (si pensi al culto micaelico ma anche ad alcuni residui pagani che ritornano nelle nostre tradizioni), politica (alla base dei potentati medievali stavano il regno e i ducati longobardi, a partire dal Regno d’Italia imperiale o all’evoluzione amministrativa dei territori sanniti che ruotavano attorno a Benevento), culturale (a livello di insediamenti, di modi di abitare, di stili di vita, di dieta) e non da ultimo anche un’eredità fenotipica e genetica poiché oggi, grazie allo sviluppo della genetica delle popolazioni, possiamo rintracciare nel nostro DNA elementi riconducibili a questi nostri antichi predecessori, corroborando la ricerca con le indagini antropometriche e antroposcopiche che rivelano una discreta ascendenza germanica in territori come Friuli, fascia prealpina veneta, pianura padana e laghi, Toscana, Umbria, Sabina, Sannio e Daunia.

Quando nel 774 Carlo Magno si impossessò di Pavia assorbendo il Regno longobardo in quello franco, non spazzò via la presenza longobarda in Italia, che al Nord rimase al suo posto o andò ad ingrossare le fila dell’ultimo baluardo longobardo rappresentato dal Ducato beneventano, governato da una stirpe di duchi friulani eredi di Alboino; egli, assecondando le subdole politiche pontificie, diede un colpo mortale alle istituzioni regie ma non intaccò la configurazione etno-culturale della Langobardia, tanto che tale etnonimo finì per indicare l’intero Nord Italia, evolvendosi successivamente in Lombardia per indicare soprattutto la parte occidentale del nostro Settentrione, che è la Lombardia etnica gallo-italica, romanizzata e germanizzata in superficie.

Un vero peccato che l’epopea longobarda si sia infranta contro il muro franco eretto con la complicità dei papi, di coloro che basarono le loro sporche pretese di egemonia politica (ben poco evangeliche) su una finta donazione costantiniana e altre menzogne consimili, e nonostante questo (o anzi, forse proprio per questo) dipinsero vigliaccamente gli avversari longobardi come bestie assetate di sangue, empie, “nefandissime”, poiché stavano seriamente per sfrattare il papa riducendolo al rango di un banale vescovo di Roma. Ma la fregola universalista della Chiesa prevalse e così una quasi totale unità d’Italia cadde in pezzi a vantaggio delle mafie clericali avanti lettera e dei sogni imperiali, confessionalisti, di Carlo Magno con gravissime ripercussioni sulla storia medievale, moderna e contemporanea della nostra Patria.

Ristabilire la verità storica è fondamentale per riuscire ad apprezzare al meglio tutte quelle piccole identità che costituiscono il nostro retroterra etno-culturale di Italiani, e in questo senso i primi a beneficiarne sarebbero proprio i Longobardi. Un popolo germanico ma romanizzato che abbracciando l’eredità classica arrivò con la spada a rifondare l’Italia politica e che a suo modo andò comunque sia a rafforzare anche l’unificazione antropologica del Paese: essi si stanziarono a Nord, al Centro e al Sud ricalcando quasi perfettamente i confini dell’Italia augustea, come già prima di loro per certi versi fece Teodorico il Grande, un altro “barbaro” che capì come loro la necessità di coniugare l’impeto guerriero germanico con la straordinaria ricchezza culturale italica.

Del resto fu proprio quella la forza ghibellina del Sacro Romano Impero inaugurato dagli Ottoni: il sacrale connubio tra Italia romana e Germania guerriera, in cui la Lombardia (mia sub-nazione) andò a costituirsi come anello di congiunzione tra la prima e la seconda, proprio grazie al fondamentale contributo del Regno longobardo di Pavia, continuato nel Regnum Italiae medievale. In altre parole, i Longobardi andarono a rafforzare la spina dorsale dell’Italia che in antico fu rappresentata da popoli quali Italici, Etruschi, Romani e Goti. Una spina dorsale che se non fosse stato per i guelfi e i loro patroni avrebbe garantito all’Italia intera di costituirsi come stato medievale proprio come accadde per Francia, Inghilterra, Spagna. Ma anche in questo, nella nostra frammentazione e nella nostra tardiva unità politica recente, siamo in buona compagnia coi Tedeschi che sotto molti aspetti pur essendo alquanto diversi da noi hanno nei secoli instaurato un rapporto privilegiato con l’Italia, fatto di amore-odio ma anche di entusiasmanti alleanze storiche, rappresentate in tempi recenti da quella con la Prussia e col Terzo Reich.

Ave Italia!

Italia, orgoglio longobardo

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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2 risposte a Italia, orgoglio longobardo

  1. Dani ha detto:

    Articolo interessante e ben fatto, come il precedente, che personalmente condivido.

    Però sul finale hai fatto uno scivolone: entusiasmanti alleanze”?

    L’alleanza con la Prussia è vero, (ri)portò all’Italia il Veneto, ma di esaltante ci fu ben poco, visto che militarmente ci furono le sconfitte di Custoza e Lissa. A meno che tu intenda come “entusiasmante” l’aver ottenuto un successo nonostante le sconfitte militari e solamente in virtù dell’alleanza con la Prussia.
    E quella col Terzo Reich? Entusiasmanti le leggi razziali? O la spedizione dell’Armir? O forse l’8 settembre?

    Poi per il resto, ripeto, sono d’accordo con te. Lavoro per un’azienda Tedesca da anni e ti posso assicurare che per certi versi la mentalità Tedesca e quella Italiana sono complementari, pur innestandosi su una base comune. Superate le iniziali difficoltà di comunicazione, comprese e accettate le rispettive differenze, si creano dalla collaborazione tra queste due mentalità delle sinergie di grande successo.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Nessuno scivolone: l’entusiasmo deriverebbe semplicemente dalle suggestioni storiche e simboliche dovute a tali alleanze. Sull’Asse credo la si veda diversamente ma non è questo l’articolo ove discuterne; circa il legame con la Prussia, esso riportava in auge un legame Italia-Germania in contrapposizione ad un impero austriaco che di germanico aveva ormai poco o nulla e che, appunto, teneva sotto il suo giogo il Triveneto.

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