Considerazioni economiche sull’immigrazione

Un ottimo articolo del contubernale Roncari su migranti, migrazioni e politiche di accoglienza ed integrazione, da un punto di vista socioeconomico, per sfatare i più logori luoghi comuni sui presunti apporti benefici allogeni alle comunità nazionali europee.

Dato che la dottrina politico-economica di sistema afferma che l’immigrazione è un’importante risorsa, se non fondamentale, per le economie sviluppate e in calo demografico dell’Europa, ritengo opportuno illustrare, soprattutto a chi non ha mai approfondito la questione o non ha le conoscenze per farlo correttamente, l’insensatezza di queste conclusioni a livello teorico nonché chiarire alcune questioni alla luce della realtà in cui si trova il nostro continente.

Si consideri la più nota delle giustificazioni dell’immigrazione, cioè che “gli immigrati servono perché fanno i lavori che noi non vogliamo più fare”.

Si tratta di una giustificazione piuttosto ridicola perché la causa per cui certi lavori non vogliono più essere svolti è che non sono remunerati adeguatamente: basterebbe semplicemente lasciar agire la legge della domanda e dell’offerta per far aumentare la remunerazione e quindi trovare persone disposte a lavorare!

Molti allora cercano di arrampicarsi sugli specchi e iniziano a dire che “l’immigrazione serve per colmare la carenza di offerta di lavoro nei paesi ricchi e per ridurre l’eccesso di offerta di lavoro nei paesi poveri portando così a una convergenza dei salari reali nel lungo termine e quindi a un miglioramento del benessere per tutti”.

Mettendo da parte il fatto che appellarsi alla carenza di lavoratori quando la disoccupazione giovanile a livello europeo supera il 20% potrebbe risultare piuttosto ridicolo, bisogna comunque riconoscere che gli immigrati aumentano effettivamente l’offerta di lavoro.

Siamo tuttavia sicuri che ciò sia veramente un bene per la popolazione indigena? Che effetti ha un aumento dell’offerta di lavoro sulla popolazione indigena?

Per la legge della domanda e dell’offerta, l’aumento dell’offerta di lavoro causata dagli immigrati comporta una riduzione del salario reale (cioè il salario corretto per l’effettivo potere di acquisto) che, da una parte, fa sì incrementare il benessere perché gli immigrati fanno aumentare la produzione riducendo i prezzi (grazie alle economie di scala), ma, dall’altra, fa diminuire il benessere perché gli immigrati fanno salire la domanda aggregata aumentando così il livello dei prezzi.

Secondo la teoria economica, l’effetto positivo dovrebbe essere superiore a quello negativo, e quindi l’immigrazione sembrerebbe effettivamente una risorsa (anche un aumento demografico autoctono lo sarebbe, dato che aumenta l’offerta di lavoro!), ma bisogna ricordarsi che i modelli economici fanno assunzioni semplicistiche che possono ottenere risultati opposti rispetto alla realtà.

Una prima semplificazione è che gli immigrati abbiano lo stesso impatto a livello sociale degli individui indigeni, assunzione altrettanto smentita dalla realtà visto che gli immigrati tendono a ricevere cospicui aiuti sociali, perché con le loro famiglie numerose consumano sovente più di quello che producono, nonché a ridurre il benessere sociale per via delle loro esternalità negative (aumento della criminalità, riduzione dell’educazione media, etc.).

Una seconda irrealistica assunzione è che i fattori di produzione, quali l’energia, la terra, le materie prime, siano disponibili in quantità illimitata, assolutamente ridicolo su un territorio al limite del collasso urbanistico, oramai quasi privo di materie prime e di abbondanti fonti di energia sostenibile come la Lombardia (e in misura minore l’Europa).

A tal riguardo va poi aggiunto che alcuni economisti (celebre il modello di Solow) sostengono che si potrebbe fare un uso più efficace delle risorse (migliori tecnologie), ma in caso di risorse limitate questa ipotesi può essere valida solo nel breve o medio periodo perché una volta raggiunta la massima efficienza energetica non si può più migliorare.

Questa semplificazione si ricollega inoltre alla giustificazione che “gli immigrati servono a sopperire il pericoloso calo demografico che stiamo subendo e ridurre quindi l’invecchiamento della popolazione”.

Naturalmente, la tesi si basa sull’ingenua supposizione che la crescita demografica possa portare a un miglioramento del benessere grazie allo sfruttamento delle economie di scala permesse da una domanda sempre maggiore.

Dato che, in presenza di risorse limitate, i rendimenti di scala sono tuttavia crescenti solamente fino a certo punto, si conferma in realtà la tesi di Malthus, cioè che nel lungo termine un aumento della popolazione porti a una riduzione del salario reale.

Certi economisti affermano che il lungo periodo di aumento demografico e crescita del salario reale iniziato dalla seconda metà dell’Ottocento abbia invalidato il modello malthusiano.

Peccato che questo lungo periodo di crescita economica e demografica è stato permesso grazie all’incredibile disponibilità di energia a basso costo data dai combustibili fossili e, con le attuali conoscenze, pare proprio che finirà una volta superato il picco di produzione di questi ultimi.

L’aggiunta del problema dell’invecchiamento della popolazione alla giustificazione dell’immigrazione la porta inoltre a un livello di insensatezza ancora maggiore: dato che l’attuale popolazione in Europa non è sostenibile nel lungo periodo, gli immigrati non farebbero altro che ritardare il problema dell’invecchiamento della popolazione aumentandone oltretutto la dimensione, e rendendone di conseguenza ancora più difficile la soluzione!

Vi è poi una terza ridicola semplificazione da menzionare, cioè che la produttività del lavoro degli immigrati sia la stessa della popolazione autoctona, poiché risulta particolarmente comico come detta ipotesi sia smentita, non solo dalla realtà, ma anche dalla precedente giustificazione “gli immigrati servono perché fanno i lavori che noi non vogliamo più fare” (cioè quelli a bassa produttività).

Quest’ultimo punto va poi approfondito anche per quanto riguarda l’impatto degli immigrati sulla redistribuzione del reddito all’interno della popolazione indigena: l’immigrazione va difatti ad aumentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri.

Questo perché, da una parte, l’aumento di offerta di lavoro causato dagli immigrati porta a una riduzione del salario reale, diminuzione che colpisce il benessere dei lavoratori indigeni (che in genere sono il ceto più povero), mentre, dall’altra parte, l’aumento della domanda di risorse come terra e capitale causato dagli immigrati porta ad un aumento del loro prezzo (cioè affitti e tassi d’interesse), incremento che favorisce quelli che percepiscono queste rendite (che in genere sono il ceto più ricco).

Dato che la scienza e i media sono spesso manipolati dalle lobby economico-finanziarie (ceti ricchi) non dovrebbe quindi risultare difficile capire perché al pubblico l’immigrazione sia presentata spesso come una risorsa non solo importante, ma addirittura necessaria.

Adalbert Roncari

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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Una risposta a Considerazioni economiche sull’immigrazione

  1. Franco Treni ha detto:

    Questo articolo andrebbe fatto leggere ai vari catto-sinistri che danno addosso a qualunque cosa identitaria

    Mi piace

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