La letteratura lombarda

Il Porta

Il Porta

Con l’avvento dell’omologazione e della centralizzazione forzata prima nel Risorgimento e poi nel Fascismo, le lingue lombarde, così come molte altre lingue parlate nell’allora Regno d’Italia, sono state man mano raffigurate come dei rozzi dialetti dell’italiano da eliminare il prima possibile per far sì che i territori di confine del regno fossero veri e propri baluardi contro i “nemici” transalpini. Nel passaggio alla Repubblica le cose non sono sostanzialmente cambiate e una delle scuse più pacchiane usate per cercare di ridicolizzare il lombardo, delegittimando così anche il nostro diritto a usarlo, si appella alla desueta definizione di lingua di origine ottocentesca: una lingua è un idioma codificato con propria letteratura storica.

In realtà, la motivazione proposta è veramente ridicola poiché il lombardo vanta una ricca letteratura storica che si sviluppa pienamente a partire dal Cinquecento, ma che affonda le sue radici in alcune opere in volgare del Duecento.

Andando a parlare di letteratura lombarda, va innanzitutto ricordato che, come nel resto del mondo, la capacità di leggere e scrivere era un’abilità di cui si potevano vantare solo le classi sociali più elevate, le quali vivevano per lo più nelle grandi città. Per tale ragione la letteratura lombarda si è sviluppata sui due principali poli culturali e politici della Lombardia, cioè Milano e Torino, dando così origine a due correnti letterarie (nonché a due grafie classiche) piuttosto separate. Se Torino era il polo accentratore solo per la Lombardia occidentale, Milano ha rappresentato il polo per la Lombardia centrale, orientale e buona parte di quella meridionale. Per quanto riguarda le basi storiche della letteratura milanese, non c’è accordo (tanto per cambiare!) sull’opera o sullo scrittore che potrebbe essere considerato come il riferimento iniziale, anche se molti ritengono il “Sermon divin” di Pietro da Barsegapè la prima pietra miliare della letteratura milanese.

Ricalcando il filone didattico e religioso del Basso Medioevo, l’opera in questione non è altro che un poema popolare risalente al 1264 di poco più di 2.400 versi dove si narrano, con toni critici verso la ricchezza e la superbia, le più importanti vicende bibliche. Per altri studiosi bisogna invece attendere giusto qualche anno più tardi con gli scritti di Bonvesin de Laripa (o de la Riva) tra cui spicca il “Libro de le tre Scritture” del 1274: un componimento diviso in tre parti che sembra una sorta di anticipazione della Commedia dantesca.

I lavori di Barsegapè o di de Laripa possono essere sicuramente considerati come le prime opere della letteratura milanese, ma è tuttavia azzardato definirle opere in milanese poiché l’assenza di alcune peculiarità del lombardo (tra cui le vocali anteriori arrotondate e la negazione postverbale) ne evidenziano la natura di volgare scadente. L’uso scritto del volgare lombardo riprende vigore con la signoria dei Visconti, ma per parlare di vera e propria letteratura in milanese bisogna attendere la risoluzione del problema della grafia.

Nel 1606 Giovanni Ambrogio Biffi tenta una prima codifica con il “Prissian de Milan de la parnonzia milanesa”, dove cerca di risolvere il problema delle vocali lunghe e brevi e propone il dittongo “ou” per rappresentare la vocale anteriore arrotondata semichiusa [ø] e semiaperta [œ]. La codifica definitiva avviene però a fine secolo quando Carlo Maria Maggi introduce il trittongo “oeu” per rappresentare i fonemi [ø] [œ] fondando finalmente la grafia milanese classica. Grazie anche alla sua notevole produzione, che spazia dalle poesie alle commedie, come “Il manco male”, “Il Barone di Birbanza”, “I consigli di Meneghino”, “Il falso filosofo”, “Il Concorso de’ Meneghini”, il Maggi può perciò essere considerato il padre della letteratura milanese. Fu inoltre Carlo Maria Maggi a introdurre la maschera di “Meneghin”, l’incarnazione del popolo milanese: umile, onesto, saggio, forte nelle avversità, lavoratore sensibile e generoso.

Il Settecento vede un’esplosione della letteratura in milanese con poeti come Domenico Balestrieri, Carl’Antonio Tanzi, Girolamo Birago, Giuseppe Parini, Pietro Verri, Francesco Girolamo Corio e sopra a tutti Carlo Porta. Carlo Porta è sicuramente il più grande poeta in milanese e le sue opere vanno a colpire l’ipocrisia religiosa del tempo (“Fraa Zenever”, “Fraa Diodatt”), a descrivere le figure popolari (“Desgrazzi de Giovannin Bongee”, “La Ninetta del Verzee”) e a esporre le sue idee politiche (“Paracar che scappee de Lombardia”, “E daj con sto chez-nous ma sanguanon”), cui si aggiungono dei sonetti in difesa del milanese (“I paroll d’on linguagg car sur Gorell”) e di Milano (“El sarà vera fors quell ch’el dis lu”). Il Porta indica il milanese come “lengua del minga e del comè” e designa come scuola della vera lingua del popolo il Verzee, il mercato della verdura di Milano. Nell’Ottocento nascono numerosi giornali in milanese, ma sicuramente è doveroso segnalare i dizionari: il Cappelletti, il Banfi, l’Arrighi, l’Angiolini e l’opera monumentale del Cherubini.

Con l’età contemporanea, cadono purtroppo in disgrazia sia la letteratura sia la lingua parlata e i pochi contributi in milanese, come quelli di Delio Tessa e Giovanni Barrella, si riempiono di patetici toscanismi.

Nell’area di influenza del milanese va tuttavia citata la letteratura bergamasca: degne di nota sono la traduzione seicentesca dell’”Orlando furioso” di Alberto Vanghetti e gli scritti settecenteschi dell’abate Giuseppe Rota, ma meritano menzione anche autori come Giovanni Bresciani (autore cinquecentesco), Carlo Assonica, Pietro Ruggeri e Giacinto Gambirasio.

Discorso particolare necessita invece la letteratura occidentale. Gli importanti traffici commerciali con la Provenza, e la storia politica che ha portato il Piemonte a essere sotto l’amministrazione savoiarda e non con il resto della Lombardia, hanno difatti rappresentato elementi di peculiarità nello sviluppo sia del lombardo occidentale che della sua letteratura. Come per il milanese, vi è dibattito su quale possa essere considerato come il primo documento della letteratura piemontese, ma la molti ritengono che i “Sermoni Subalpini”, una raccolta di ventidue omelie complete risalenti alla seconda metà del XII secolo, siano la prima opera in volgare occidentale. In questo periodo la Lombardia occidentale inizia inoltre a subire l’influsso della poesia provenzale tanto che, accanto ai trovatori provenzali, ci sono anche celebri piemontesi, come Nicoletto da Torino, e nelle vallate alpine il provenzale si afferma come lingua parlata dal popolo. Nei secoli successivi vi è una lenta evoluzione del volgare che diventa piemontese solamente all’inizio del Cinquecento con le opere di Gian Giorgio Alione di Asti. La raccolta più importante è sicuramente la “Opera Iocunda no. D Johanis Georgii Alioni astensis – metro maccaronico materno et gallico composita” nel secondo decennio del secolo citato che contiene scritti sia in piemontese (tra cui i “zeu da carlever”) sia in francese.

Nel diciassettesimo secolo la lingua è ormai matura e verso la fine il Marchese Carlo Giambattista Tana di Entraque compone la celebre opera teatrale “Ël Cont Piolèt”, che viene subito rappresentata con molto successo ma che sarà stampata solo alla fine del secolo successivo. Verso la fine del Settecento il piemontese diventa oggetto di studio e nel 1783 nasce la prima “Grammatica piemontese” grazie al medico Maurizio Pipino (autore anche di un vocabolario quadrilingue) che la dedica alla principessa di Piemonte, di origine francese e desiderosa di imparare la lingua locale: a differenza del resto della Lombardia, il Piemonte si è difatti affermato come stato e quindi l’uso ufficiale del piemontese diventa uno strumento di legittimazione del dominio sabaudo. Con l’Ottocento si forma il teatro piemontese e l’esponente più noto è Vittorio Bersezio: tra i suoi lavori vanno citati “La sedussion”, “La beneficenza” e il celebre “Le misérie ‘d mossù Travet”. Come per il milanese, l’Ottocento è però anche il secolo dei giornali in lingua locale e dei dizionari: sono difatti editi il Capello, il Zalli, il Gavuzzi e il grandioso Conte Vittorio di Sant’Albino. Anche per il piemontese l’età contemporanea riserva la medesima sorte delle altre lingue lombarde e sia la letteratura sia la lingua parlata sono velocemente abbandonate.

Adalbert Roncari

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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