La questione linguistica lombarda

Lombardia 1590

Lombardia, 1590

Vorrei pubblicare ora una serie di articoli scritti dal lombardista Adalbert Roncari, di Grande Lombardia, circa la linguistica lombarda, una interessante dissertazione alla scoperta dei peculiari tratti delle loquele alpino-padane nordoccidentali, parte del continuum occidentale del romanzo e generalmente classificate come gallo-italiche (si escludano qui ligure e romagnolo). Il focus si pone sul milanese classico volgare, la variante lombarda più “pura” e prestigiosa.

Uno dei problemi fondamentali che potrebbe affrontare la Lombardia etnica federale è la questione linguistica.

Considerata l’inesistenza di una koiné1 lombarda, sarà sicuramente palese come, al momento, il problema non solo appaia di difficile soluzione, ma si presti allo sviluppo di proposte risolutive differenti.

Tale evidenza va a nostro parere ricercata nell’elevato grado di differenziazione che con il tempo si è creato all’interno delle numerose loquele lombarde.

Sarebbe infatti sciocco non riconoscere che la soggezione a differenti dominazioni straniere ha inevitabilmente comportato lo sviluppo di un elevato grado di differenziazione dei vari vernacoli parlati in Lombardia.

Ma se da una parte ciò rappresenta un bene poiché si tratta di un vastissimo patrimonio culturale importante per lo studio delle nostre origini e della nostra storia, dall’altra è innegabile che la peculiare situazione linguistica lombarda potrebbe agli occhi di molti “giustificare” quelle che non sono altro che deleterie posizioni campanilistiche.

Per carità, una moderata dose di campanilismo può anche essere desiderabile, ma mettersi a reclamare la creazione di pseudo-Liechtenstein per ripugnanti ambizioni economiche o strani complessi egocentrici supera abbondantemente i limiti del ridicolo.

Ed è anche nell’intenzione di evitare dannose beghe tra conterranei che abbiamo sviluppato quella che, a nostro avviso, è la soluzione migliore alla questione linguistica che dovrebbero adottare i Lombardi (e conseguentemente un futuro organismo politico lombardo).

Entriamo ora nel dettaglio analizzando quella che è una delle principali esigenze di un qualsiasi popolo: un linguaggio per la reciproca comprensione.

Non serve certamente un particolare titolo di studio per intuire che, se ogni Lombardo utilizzasse il vernacolo casalingo per redigere, ad esempio, un semplice passaggio di proprietà, si verrebbe a creare una situazione di caos tale da impedire moltissimi scambi (anche informativi) tra gli stessi Lombardi.

È anche vero che tutti i dialetti lombardi sono degni di tutela e ogni Lombardo ha il diritto di tramandare il proprio idioma alle successive generazioni, preferibilmente anche tramite l’ausilio delle istituzioni.

Come risolvere di conseguenza questo trade-off tra la necessità di una comunicazione agevole e la necessità di una tutela della propria loquela?

Dovrebbe essere palese che il compromesso migliore stia chiaramente nell’elezione di un particolare idioma al rango di koiné (e poi a lingua nazionale2 di un futuro stato etnofederale italiano) sviluppando contemporaneamente efficaci strumenti di tutela delle varianti locali.

Ciò comporta naturalmente un ulteriore problema da risolvere: che loquela andrebbe scelta come koiné lombarda?

La pratica suggerisce tre essenziali modalità di soluzione del rilevante quesito.

1) Elezione di un dialetto a koiné: un particolare dialetto viene scelto per motivazioni di diversa natura come il più opportuno nel rivestire il ruolo di koiné. Sarebbe il caso, ad esempio, del (volgare) fiorentino letterario trecentesco che, per il prestigio datogli da alcuni suoi poeti, fu scelto nel Cinquecento come lingua letteraria della regione geografica italiana e anche, in rivalità con il francese, della Lombardia e delle Venezie.

2) Creazione ex novo di una koiné: una ristretta cerchia di persone competenti, come una commissione composta da linguisti esperti, sviluppa “a tavolino” un idioma che racchiuda elementi comuni appartenenti a tutte le varianti della lingua in oggetto e che possa rivestire il ruolo di koiné. È il relativamente recente caso del romancio nei Grigioni svizzeri, dove negli anni ‘80 del secolo scorso la Lia Rumantscha ha sviluppato il Rumantsch Grischun, un nuovo idioma basato sulle 5 diverse varianti del romancio.

3) Adozione di una “lingua franca”: si elegge al ruolo di koiné una loquela con un affermato prestigio e una completa codificazione. Sarebbe un po’ il caso della Confederazione Elvetica, dove sono state scelte come lingue ufficiali delle tre principali componenti etniche (alemanna, franco-provenzale, lombarda) tre rispettive lingue letterarie prestigiose (tedesco standard, francese standard, italiano standard).

L’ultima modalità esposta viene esclusa per l’aperto conflitto con i principi basilari dell’etnonazionalismo, e perché comunque l’italiano in Lombardia è ormai radicato da secoli e rappresenta la lingua dello stato italiano, lingua nata in Toscana e non in Pianura Padana.

Non ci vuole molto per cogliere che la soluzione migliore per la situazione lombarda è probabilmente una doppia applicazione della prima modalità.

Considerata l’elevata differenziazione del lombardo è infatti praticamente impensabile mettersi a creare una koiné basandosi su centinaia di differenti dialetti.

Per questo riteniamo che la soluzione migliore per il caso lombardo sia l’elezione a koiné del milanese, ovviamente depurato dai forestierismi degli ultimi secoli.

Sosteniamo ciò poiché, oltre a vantare una discreta letteratura moderna e una buona codificazione, il milanese ha la cruciale caratteristica di essere la loquela mediamente più comprensibile per i Lombardi.

Pregio di grande importanza se si considera che il compito primario che dovrebbe svolgere sarebbe quello di consentire una semplice comunicazione tra i Lombardi.

Ma se l’elezione di un dialetto a koiné è, di fatto, una scelta obbligata per quanto riguarda la lingua di comunicazione tra tutti i Lombardi, discorso diverso meritano le varianti locali.

Questo essenzialmente perché il concetto stesso di “variante locale” può avere differenti scale di applicazione.

Per evitare di dilungarci troppo, lasciamo però da parte tutto il dibattito legato alla migliore scala di focalizzazione linguistica e ci limitiamo a dire che, secondo noi, con la definizione “variante locale” vada inteso un insieme di parlate fortemente intercomprensibili.

Nel caso lombardo, le varianti locali coinciderebbero grossomodo con le parlate delle aree geografiche che nelle nostre cartine definiamo come distretti (per esempio, il canton Milano è diviso nei distretti di Milano, Monza, Busto Arsizio, Pavia e Lodi).

Per chi ha visto le succitate mappe, è facile intuire che la relativamente bassa variabilità linguistica dei distretti consente eventuali creazioni ex novo di koiné.

Se sia meglio scegliere l’elezione di un dialetto a koiné anziché la creazione ex novo, si tratta di una decisione che andrà approfondita e valutata caso per caso.

Adalbert Roncari

1 In questo contesto, il termine koiné va naturalmente inteso come la versione di una lingua che, per motivazioni di diversa natura, è comunemente accettata da un’ampia scala di locutori, in contrapposizione alle varianti locali.

2 Teniamo a precisare che, sebbene siano sovente presi come sinonimi, il concetto di “lingua nazionale” è ben distinto da quello di “lingua ufficiale”. La lingua ufficiale è infatti l’idioma che uno stato adotta legalmente per la produzione dei propri documenti ufficiali su tutto il suo territorio, mentre una lingua nazionale è una lingua riconosciuta e tutelata da uno stato solamente in ambiti territoriali limitati. Un ottimo esempio è dato dal romancio, che in Svizzera è lingua nazionale, ma non lingua ufficiale.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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