La vera catastrofe nella distruttività dell’affarismo plutocratico

L’Italia centrale, squassata dal sisma a distanza di sette anni dal terremoto aquilano, impone una riflessione doverosa sul rapporto tra uomo e natura, che per colpa del primo sa rivelarsi alquanto distruttivo, se non catastrofico, come abbiamo potuto vedere in questi drammatici giorni costellati di rovine, morte, macerie, sofferenza, ma anche tanta italiana solidarietà tra connazionali.

Il Reatino, come sappiamo, è l’ombelico geografico d’Italia, siamo nel cuore italico del Paese. La Sabina è una regione storica ricca di suggestioni epiche, a partire dall’epopea ario-italica di Aborigeni e Sabini e cioè di popoli fieri, montanari, testardi e coriacei che scacciarono dalla zona rispettivamente i Siculi prima e gli Umbri poi per quanto anch’essi popoli italici della prima e seconda ondata ariana che riguardò la Penisola. I Sabini, peraltro, si originarono proprio dagli Umbri, così come i Piceni, mediante il rito della Primavera sacra che portò distaccamenti tribali di giovani guerrieri a colonizzare nuove aree della Saturnia tellus, guidati dal proprio animale totemico e sotto l’egida del dio guerriero Marte.

La Sabina è anche la stessa area dell’Aquila, quello spaccato di Abruzzo squisitamente centrale che fa parte della fascia mediana d’Italia dove il rustico paesaggio montano appenninico si incontra con vicende dense di storia e di gloria. Popoli che diedero del filo da torcere alla stessa Roma e che segnarono i destini della propria terra, parte dell’Umbria storica assieme al Piceno, anch’esso colpito duramente dal terremoto con epicentro ad Amatrice.

Sono queste le contrade pure di un Francesco d’Assisi, figura cristiana pregna di richiami pagani, la cui armonica simbiosi con la natura ha reso grande al di là della cristianità della sua figura, che qui poco importa. La sinergia francescana tra uomo e natura richiama il ruralismo, il contadinato, il comunitarismo e la ruspante vita di popoli montanari come quelli appenninici. Ma parlando di Appennini si finisce inevitabilmente per parlare anche di faglia appenninica, perciò di terremoti. Per rimanere in tempi relativamente recenti pensiamo al 1997 in Umbria e Marche, al 2002 nel Molise, al 2009 nell’Aquilano, al 2012 in Emilia e al 2016, oggi, nella Sabina, nell’area storica a cavaliere tra le regioni di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.

Ma l’Italia è una terra da sempre sconvolta dai paurosi sommovimenti delle viscere terrestri e non solo nell’Italia centrale: Friuli, Irpinia, Reggio e Messina, Belice, anche nelle mie zone, nell’area del Sebino, c’è un moderato rischio sismico e il Medioevo ci tramanda drammatiche memorie di un fortissimo terremoto nell’Italia settentrionale nel 1117, noto come terremoto di Verona. Questo per ricordare anche a certi ultrà padani di non usare con leggerezza il riferimento di “terre ballerine” al Centro-Sud visto che da questo punto di vista siamo realmente quasi tutti sulla stessa barca, eccetto i Sardi.

E ogni volta che si ha notizia di forti terremoti (al di là di quelli apocalittici del passato) le vittime si contano a decine, se non a centinaia proprio come all’Aquila o ad Amatrice e dintorni. Ma la cosa peggiore è che questi sismi non sono, di per sé, così disastrosi se non fosse per la fattura delle abitazioni che si tramutano in tombe per i loro proprietari: case dirute, vecchie, fragili, costruite non si sa come e nemmeno collaudate per così dire, focolari domestici che da luoghi del cuore famigliare diventano sepolcreti a cielo aperto, trappole mortali per chi ci vive, grandi e piccini. E non si possono certo ascrivere ai terremoti l’ingordigia, l’avidità, la speculazione e l’affarismo, la corruzione, l’inettitudine e la dabbenaggine, la strisciante ignominia di chi lucra sugli affari edilizi infischiandosene altamente di chi rischia di morirci incastrato e schiacciato. E dove sono poi coloro che sarebbero preposti al controllo? Dove sono i tecnici, i periti, gli amministratori, la politica comunale, provinciale, regionale e nazionale?

Nelle zone ad alto rischio sismico o non si abita o si abita rispettando le regole antisismiche, costruendo in maniera razionale ed intelligente, non è possibile tollerare oltremodo situazioni ove le persone muoiono come mosche sotto le macerie, ancor oggi nel 2016 era volgare. E lo stesso discorso vale per gli inestimabili tesori artistici e monumentali dell’Italia centrale che vanno messi in sicurezza onde evitare di sbriciolare anche il nostro patrimonio artistico aumentando la distruttività di un terremoto che, da solo, non combinerebbe certo gli scempi che il giornalismo ci mostra in questi tragici giorni di lutto, assieme, va detto, ai tristissimi spettacolini di immigrati clandestini, usati come “volontari” (bell’ossimoro), messi in piedi per giustificare la loro ingiustificabile presenza su suolo italiano.

Ed è qui che entra in giuoco il rapporto simbiotico con la natura che dobbiamo recuperare prima che sia davvero troppo tardi, soprattutto in aree per certi versi ancora selvagge come quelle alpine e appenniniche. La natura, se violentata, si difende e non ha alcuna colpa; inutile maledire la furia degli elementi quando il marcio sta tutto nel losco operato degli speculatori edilizi che per guadagnarci da rapaci (con rispetto parlando per i rapaci veri e propri) sorvolano sulla sicurezza, oppure nella superficialità di periti inetti ed imbecilli incapaci di svolgere il proprio lavoro, o ancora nella negligenza di chi dovrebbe farsi arbitro e supervisore di queste situazioni, ossia lo stato. Uno stato italiano che però, oggi come oggi, ha ben altro a cui pensare, schiacciato com’è dalla dittatura euro-atlantica dell’Occidente antifascista.

Dagli antichi padri italici così come dalla lezione francescana ci viene l’insegnamento basilare dell’equilibrio da raggiungere tra comunità e natura, tra indigeni e loro habitat naturale, poiché l’ambiente nella sua dimensione ancor selvaggia ed incontaminata non va sfidato ma rispettato, altrimenti sono dolori seri. Non sto dicendo che si debba sposare l’anarco-primitivismo o l’ecologismo descrescista pezzente di cialtroni come i verdi e le varie associazioni (sinistrorse) che finiscono per propagandare la liquidazione della sovranità nazionale, ma sto invece suggerendo di smetterla di assassinare il territorio con l’industrializzazione selvaggia, i disboscamenti, l’inquinamento delle acque, la cementificazione che culmina nell’abusivismo, e con la sovrappopolazione che inevitabilmente l’immigrazione di massa alimenta, per di più in aree già densamente popolate come la Pianura Padana o la Campania.

Ogni tragedia “naturale” è annunciata, prevedibile ed evitabile (come sempre si ripete a pappagallo dopo l’ecatombe) non perché la natura sia matrigna ma perché l’inguaribile sete di denaro, potere e lussuria dei vampiri apolidi e cosmopoliti allo stesso tempo non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a disabili, anziani, bambini, donne e ai più deboli in generale che assieme ai loro cari terminano la propria esistenza spappolati sotto i crolli di quelle che dovrebbero essere le dimore di una vita, le cornici delle proprie gioie famigliari, e che invece diventano letali ruderi ridotti in rovina dalla guerra affaristica del capitalismo distruttore.

Ave Italia!

La vera catastrofe nella distruttività dell’affarismo plutocratico

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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Una risposta a La vera catastrofe nella distruttività dell’affarismo plutocratico

  1. Antonio ha detto:

    Bravissimo Paolo!

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