Lo stato, la nazione, l’etnia

Ogni volta che si viene a parlare di Italia ecco sollevarsi un nugolo di polemiche, all’interno degli ambienti identitari, dovuto alla cronica confusione tra i concetti di stato e di nazione talché se uno difende il buon nome del Paese, della Patria, di quello che è genuinamente Italia da millenni viene spesso preso a pernacchie da analfabeti funzionali, specificamente di quelle aree considerate indipendentiste. I più feroci sembrerebbero essere leghisti e loro derivati, ma sono agguerriti anche, e forse più, i cosiddetti duosiciliani del nostro Mezzogiorno con il dente perennemente avvelenato per le questioni risorgimentali. Personalmente, credo che gli unici popoli d’Italia ad avere voce in capitolo trattando di indipendentismo possano essere giusto due: Sardi e Tirolesi meridionali, genti che per tutta una serie di motivi non sono parte del continuum italico. Ciò nonostante, per quanto mi riguarda, le loro terre sono parte integrante del Paese e mostrano anch’essi comunque legami con la Penisola. Va premesso che questa mia disamina, logicamente, può essere valida anche per le altre grandi realtà etnonazionali d’Europa, ma qui parlerò di Italia proprio per la primaria importanza dello scenario nazionale.

Lo stato italiano che esiste da poco più di 150 anni non è l’Italia ma una sua espressione politica contemporanea; sarebbe bene ficcarselo in testa altrimenti certe intramontabili dispute non avranno mai fine, a tutto vantaggio di chi rema contro gli Italiani, tutti quanti. O forse dovremmo pure credere che l’Europa sia la sua goffa caricatura targata Benelux? Uno stato perciò non è la nazione anche se dovrebbe essere il più rappresentativo possibile di essa, ed è per questo che appoggio irredentismo ed etnofederalismo, per dare finalmente un volto davvero etnonazionale alla nostra Patria. Chiaro che nessun patriota avrà in simpatia la Repubblica Italiana essendo una sorta di colonia dell’Occidente americano priva di identità, autorità e sovranità e retta da governi di compromesso nemmeno eletti dalla gente che non ad essa ma ad enti sovranazionali come NATO e UE devono rispondere. Sorvoliamo sul ruolo del Presidente della Repubblica, meramente simbolico e garante di una Costituzione “sacra” vergata dai partigiani, lontano anni luce da quel salutare presidenzialismo da uomo forte cui l’Italia avrebbe bisogno.

Non andava troppo bene nemmeno con la monarchia sabauda, appoggiata dalle democrazie borghesi occidentali in funzione anti-germanica, ma fu quantomeno espressione dell’unità politica raggiunta col Risorgimento rischiarata dall’epopea fascista, prima che tutto finisse a catafascio col tradimento dell’8 settembre e le sciagurate politiche badogliane. La parentesi più luminosa in 150 anni di Italia unita rimane l’esperienza della RSI, che fu la realizzazione del disegno sansepolcrista promotore di un repubblicanesimo sociale e nazionale dal sapore mazziniano, senza corone e tiare in mezzo ai piedi. Oggi i nipotini dei “vincitori” partigiani (da virgolettare perché non vinsero alcunché ma si limitarono a saltare sul carro dei vincitori) denigrano Salò parlando di “repubblichini” e di “stato fantoccio”, ma da che pulpito: c’è ben poco di cui vantarsi prendendo in considerazione le avventure partigiane, di personaggi controversi che si gloriarono di attentati, imboscamenti, guerriglia e atroci scempi come Piazzale Loreto e le vendette postbelliche… Senza contare che, oltretutto, di partigiani veri e propri ce n’erano giusto qualche migliaio.

Bene dunque distinguere lo stato dalla nazione, poiché il primo rimane un’entità politica che dovrebbe essere giustificata dalla nazione, mentre questa esiste storicamente ed è legittimata dal proprio passato e dalla propria identità. Oggi invece si ragiona al contrario e conta solo il baraccone statuale e le sue istituzioni, e poco importa se non rappresenta nessun popolo e non ha alcuna sovranità perché la priorità è proprio quella di impedire l’affermarsi dei nazionalismi etnici e del sacrale binomio di Sangue e Suolo. Obbedendo così ai padroni internazionali della repubblica nostrana che vogliono satelliti e pedine senza alcun vero potere decisionale e senza alcun vero peso a livello globale. In queste condizioni è chiaro che nessun patriota si possa entusiasmare per un’entità politica ufficialmente denominata Repubblica Italiana ma che sbrigativamente viene chiamata Italia confondendo perniciosamente i due piani, quello statale e quello nazionale.

La nazione è invece la Patria, la millenaria realtà identitaria, culturale, linguistica, etnica, storica, geografica, che viene animata dallo Spirito unificatore, che nel caso italiano è quello italico-romano dell’immortale civiltà di Roma antica. Una civiltà nata dall’incontro straordinario tra diversi elementi etnici della Penisola quali il latino, l’italico e l’etrusco che ha fecondato le piccole patrie “regionali” del nostro Paese, dalle Alpi alle isole maltesi. Come se il virile piglio guerriero ario-italico avesse dato la propria impronta ad ogni contrada d’Italia unificandola nel nome del mito di Roma, corroborando così legami etnici che esistevano già dai tempi preromani: paleo-mediterranei (liguri, sardi, tirrenici), neolitici (reto-etruschi), indoeuropei (protovillanoviani, latino-falisci, osco-umbri). L’Italia come Patria ariana esiste da 3.500 anni. La nazione non è stata inventata ma è andata formandosi lungo i secoli venendo via via unita e rafforzata da tutta una serie di elementi etno-culturali e linguistici.

L’italianità dalle Alpi alla Sicilia (pur non essendo nulla di retoricamente omogeneo) è stata rinsaldata culturalmente e politicamente dagli Etruschi, dalla Repubblica romana, dai Cesari con l’unificazione augustea e lo Ius italicus, dall’Impero il cui iniziale perno era proprio il nerbo italico-romano, dai Goti e dai Longobardi, dal Sacro Romano Impero e dalla sua appendice italica, e poi anche da tutta una serie di importantissimi fenomeni appunto culturali come il primato italico della romanità e della latinitas, il diritto romano, l’affermarsi del fiorentino letterario come lingua nazionale, Umanesimo e Rinascimento, la Controriforma, su su fino alle contemporanee basi italianistiche dovute anche all’affermazione della “piccola Prussia” subalpina e dei moti rivoluzionari sfociati nelle guerre d’indipendenza e nell’unità d’Italia. Risorgimento e Fascismo sono stati i due grandi acuti dell’Italia dei tempi più recenti, due fenomeni interconnessi profondamente che sono stati tra le altre cose laboratorio di idee, su svariati fronti, nella concezione moderna della nostra irrinunciabile Patria, una concezione che è forte perché affonda le proprie radici nel nutriente humus del glorioso passato italico.

E per quanto più che di popolo italiano sarebbe corretto parlare di popoli italiani, essendo l’Italia una realtà nazionale piuttosto eterogenea per quanto non certo “multietnica”, un gruppo etnico del Belpaese esiste sicuramente e si è modellato nel corso dei secoli e dei millenni segnatamente nel nome di Roma. Ciò non nega affatto l’esistenza, di cui già ebbi modo di parlare, di areali etno-culturali specifici d’Italia (Lombardia, Venezie, Etruria, Ausonia, Enotria, Sardegna) ma anzi la armonizza e la rende coesa ponendola in una cornice nazionale e patriottica che si fonda sul glorioso concetto di nazione italiana e di italianità che va preservato da ogni banalizzazione, strumentalizzazione ed infamia. L’Italia, cari signori, esiste e non l’hanno di certo inventata i Savoia e Garibaldi, e per quanto variegata conserva ancor oggi una sua prestigiosa fisionomia il cui rispetto impone di venir distinta dalla fisionomia dell’ente statuale che dice di rappresentarne i destini. Ma prima di qualsivoglia stato viene appunto la Patria, la nazione, il cui nerbo è il Popolo, ossia noi, e al netto della politica di governo incarniamo l’essenza più genuina della Saturnia tellus plurimillenaria.

Lo stato italiano è una cosa, la nazione italiana un’altra, così come l’accezione etnica delle genti d’Italia – per quanto non certo da inquadrare come una sottospecie di crogiuolo – non va tramutata in farsa secessionistica o statolatrica ma studiata, compresa, assimilata e successivamente contestualizzata culturalmente e politicamente nel giusto alveo etnofederalista. Il tutto senza andare a detrimento dell’orgoglio patrio italiano che rappresenta il filo conduttore sociale e nazionale posto a fondamento della ragion d’essere del nostro grandissimo ed unico Paese.

Ave Italia!

Lo stato, la nazione, l’etnia

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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3 risposte a Lo stato, la nazione, l’etnia

  1. A ha detto:

    Ho letto varie cose tue e anche se non condivido proprio tutto trovo che scrivi benissimo e sai argmentare in modo intelligente, chiaro ed efficace. In altri tempi saresti stato un oratore di rilievo, oggi saresti un ottimo giornalista freelance. Ci hai pensato?

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Grazie per i complimenti. Beh, sguazzando in contesti umanistici e filologici il giornalismo potrebbe essere un’ipotesi; senza condizionamenti meglio ancora.

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  2. Franco Treni ha detto:

    Dunque per te l’Italia è una Nazione formata da varie etnie accomunate da un comune sostrato genetico, culturale e linguistico? Cosa pensi si debba fare con Tirolesi cisalpini e Slavi della Venezia Giulia? Se non vado errato sei irredentista, dunque immagino che rivendichi alcuni territori che non rientrano nei nostri confini attuali. Secondo me, pur facenti parte di Nazioni differenti dalle nostre (rispettivamente quella tedesca e quella slava meridionale), occupano territori che, oltre ad essere compresi nella regione geografica italiana, furono abitati in epoca storica da popolazioni affini alle altre della Penisola (Reti e Veneti per esempio) e che soprattutto furono civilizzati dal glorioso impero romano, che ne permeò la cultura e gli idiomi (ricordiamoci che la romanizzazione non era imposta, ma erano i popoli sottomessi che, attratti dalla cultura latina, si romanizzavano di loro spontanea volontà, cosicché in tempo 5/6 generazioni l’idioma precedente aveva lasciato il posto a quelli che in seguito diventeranno i vari dialetti italici); cultura e idiomi che sopravvissero fino alle invasioni di, appunto, popolazioni germaniche e slave, e che in alcune aree sopravvivono ancora oggi (si pensi al ladino), o comunque sopravvissero fino a pochi secoli fa (istrioto e dalmatico); e ho anche motivo di credere che alcune tradizioni nostrane abbiano influenzato le nuove popolazioni insediatesi sui territori già abitati da popolazioni latinofone: per esempio, vivendo al confine con la Slovenia, sentivo che tradizioni friulane persistono ancora nel territorio oggi compattamente slavizzato del Goriziano sloveno (territorio cisalpino).
    Quindi penso che la soluzione per queste popolazioni che si trovano all’interno dei nostri confini storico-geografici sia, ovviamente, la preservazione delle loro peculiarità etniche (poiché penso che noi Europei dovremmo aiutarci a difendere le nostra identità e soprattutto perché tali popolazioni sono oramai consolidate nei nostri territori) con conseguente creazione di areali etnici (province) appositi per loro (per i Tirolesi penso corrispondente all’attuale provincia di Bolzano, Ladinia ovviamente esclusa; per gli Slavi della Venezia Giulia non ci ho mai pensato perché quelle terre, da quando abbiamo perso la seconda guerra mondiale, rimangono un sogno; ad ogni modo un territorio corrispondente grossomodo a Goriziano, Carso e Istria interna); riguardo ai loro vicini ladini, friulani, veneti e lombardi, la Nazione dovrebbe darsi da fare per sostenere anche e soprattutto queste etnie, affinché rafforzino la loro italianità e non capiti più che vengano rimpiazzati gradualmente da migranti d’oltralpe come accadde dall’alto medioevo in poi.
    In questo scenario si inserisce, come ci si può immaginare, la riscoperta dell’italianità in città e aree che l’hanno recentemente persa o in cui comunque non viene rimarcata a sufficienza (Gorizia, Istria litoranea, Liburnia, Dalmazia litoranea), e la riscoperta dell’antico passato romano in aree storicamente romane che presentano ancora le tracce di questa magnifica civiltà ariana (Tirolo cisalpino, Carso, Goriziano, Istria interna, Dalmazia interna).
    Ovviamente tutti questi progetti sono in vista di una utopica realtà etno-nazionale, identitaria, autarchica come immaginata da me e, da quel che leggo sul tuo sito, anche da te (non ti conosco ancora abbastanza per conoscere le divergenze fra noi).
    Scusa questo “sfogo”, ma circolano in Rete pagliacci anti-italiani che si fingono sloveni (anche se il loro codice IP rivela tutt’altro) e si inventano la storia di sana pianta…

    Leggo sempre con piacere i tuoi articoli, sia qua che su Ereticamente, e devo dire che le tue idee, pur se espresse con, a mio avviso, eccesiva aggressività (ma, a onor del vero, è proprio ciò che colpisce di te), riescono sempre ad affascinarmi; spero che un giorno tratterai l’argomento delle etnie non-italiche su suolo storicamente italiano meglio di come l’ho trattato io ora, e… continua sempre la tua battaglia per la Nazione e a raffinare il tuo pensiero!

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