L’omicidio di Elena Lonati

Elena Lonati

Elena Lonati

Nell’agosto di dieci anni fa moriva ammazzata in quel di Brescia Elena Lonati, studentessa ventiquattrenne orrendamente trucidata da un immigrato cingalese di nome Wimal Chamila Kumara Ponnamperumage all’interno di una chiesa del quartiere residenziale di Mompiano, dove costui veniva impiegato come sacrestano.

Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, l’allogeno avrebbe bruscamente invitato la ragazza ad uscire dalla chiesa che stava per chiudere, mentre essa s’attardava accendendo una candela all’altare della Madonna; nacque così un diverbio tra i due degenerato per colpa del Cingalese che spingendo violentemente la Lonati contro il portone della chiesa le faceva perdere i sensi sbattendo con la nuca sulla maniglia interna. Questo quanto l’anomalo sacrestano avrebbe raccontato agli investigatori, ma chi può escludere che le cose siano andate diversamente, ossia che il tizio abbia tentato un approccio finito malissimo?

Ritenendola morta e non, come in realtà era stando all’autopsia, solo svenuta (ma anche questo lo dice il criminale, unico testimone del misfatto) invece di chiamare i soccorsi come sarebbe stato logico ecco che il barbaro la incapretta, le mette del nastro adesivo su bocca, collo, mani e piedi stringendolo con forza e con più passaggi proprio all’altezza della gola e la rinchiude in alcuni sacchetti della spazzatura come estremo oltraggio, nascondendo poi l’esanime giovane in una nicchia della chiesa.

L’irrazionalità belluina di questo comportamento fa capire che l’immigrato volesse uccidere, sbarazzarsi del corpo di colei che aveva tramortito chissà per quale reale motivo, e con estrema efferatezza e disprezzo della vita umana (per di più in un luogo sacro, in cui lui prestava aiuto) cagionò alla vittima una morte atroce, in un’agonia durata un’ora. La morte sopraggiunse infatti per strangolamento, uno strangolamento deliberatamente voluto dall’assassino di Elena Lonati per evitare che, sopravvivendo, potesse parlare. Se davvero il Cingalese avesse ritenuto morta la giovane Bresciana, per quanto preso dal terrore, dove starebbe il senso dei sacchi e soprattutto del nastro adesivo usato come una corda?

Si diede alla fuga all’indomani del delitto confessandolo telefonicamente ai famigliari che invece di denunciare il fatto ai carabinieri lo dissero al parroco della chiesa che a sua volta tacque e avvertì le forze dell’ordine solo in serata, con il cadavere della povera Elena occultato in una scaletta da più di un giorno. Il clero che assolda un sacrista rivelatosi omicida è lo stesso che ne ritarda la cattura.

Una volta messo alle strette l’uccisore della ragazza lombarda venne arrestato dai carabinieri e rinchiuso nel carcere di Brescia con l’accusa di avere ucciso la giovane donna, crimine da lui stesso confessato. Verrà condannato a 18 anni e 4 mesi di galera con rito abbreviato, ma grazie alla solita storia della “buona condotta” di “detenuto modello” da un anno costui beneficia della semilibertà e più avanti chiederà l’affidamento in prova.

18 anni e 4 mesi edulcorati dalla magnanimità dei giudici. Questo quello che vale la vita di una ragazza di 24 anni orrendamente ammazzata in un luogo che si presume sacro da un criminale immigrato che oggi gode della semilibertà. Delitti come questi ti fanno rivalutare la pena di morte tanto più che nascono da assolute futilità dove però la barbarie, spesso allogena, non riesce a trattenersi e sfocia nell’omicidio. Una figlia, una nipote, una sorella, un’amica, forse una fidanzata è stata strappata ai suoi cari da una violenza animalesca ed intollerabile, ma oggi si pensa solo a fare concessioni a chi di tale ignominioso reato s’è macchiato.

Pensando allo strazio di chi amava Elena e soprattutto alla sua atroce, assurda, inaccettabile fine non può esistere alcun perdono e anzi non può nemmeno esistere che un omicida se la cavi così a buon mercato quando a ben vedere meriterebbe di espiare con la sua stessa vita l’abominio compiuto; io sono dell’idea che chi deliberatamente uccide un innocente non sopprime solo la di lui vita ma pure la dignità umana stessa di sé, cui rinuncia compiendo il misfatto. Perché si dovrebbe rieducare e recuperare un criminale? A che pro? Perché una famiglia distrutta cui è stata tolta la gioia di un figlio dovrebbe vedere accresciuto il proprio dolore dalla beffa del carnefice che esaurita la pena se ne torna libero, e libero magari di reiterare quello stesso reato compiuto? Se non una pena capitale, diamine, che crepi in carcere dopo aver passato il resto dei suoi giorni spaccando pietre e sputando l’anima.

La verità è che il Popolo d’Italia si ritrova oppresso da enti mondialisti che coccolano la feccia e che non si preoccupano minimamente delle conseguenze che questa potrebbe cagionare alla gente comune, la più vulnerabile. Elena Lonati venne uccisa in un momento in cui Brescia e la sua provincia venivano sconvolti da una lunga serie di efferati omicidi, i cui protagonisti erano immigrati, appartenenti alla cerchia di coloro che proprio nella città della Leonessa hanno occupato grazie alle istituzioni il centro storico, il Carmine, San Polo, via Milano.

Venni da subito colpito dalla morte della povera Elena, perché nel suo bel volto, nella sua giovane vita spezzata in una così aberrante vicenda scorsi lo stesso destino cui la Lombardia sembra auto-condannarsi circondata com’è da istituzioni sorde, da un’Italia ridotta a stato-colonia, da una Chiesa che ha in totale non cale i nativi, e da tutta una serie di figure che invece di tutelarla promuovendone sviluppo e benessere la abbandonano alla mercé del peggio migratorio che può contare sull’idiozia antifascista e immigrazionista per prosperare a scapito dell’indifesa gente locale. Ma attenzione a farlo notare perché potreste sentirvi dire, per sberleffo, che se l’allogeno delinque è colpa vostra dacché non sapete integrarlo.

Che Elena riposi in pace e la sua famiglia trovi un po’ di conforto.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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