Italiani nella vita non solo alla partita

Ieri sera l’epilogo dell’avventura calcistica italiana in terra francese, nel contesto degli Europei di calcio 2016: ai rigori la nazionale della Germania ha eliminato l’Italia, rispedendo in soffitta, almeno fino al 2018, l’orgoglio patrio di cartapesta di chi si ricorda di essere italiano solo quando si gioca a pallone.

No, non mi ha dato di volta il cervello, non voglio rubare spazio alla consueta rubrica domenicale del Soledì parlando di calcio, bensì vorrei condividere alcune riflessioni in materia di Italia, Italiani e italianità. Ma anche di Europa, visto che questo discorso può benissimo essere esteso ad altre realtà nazionali, peggio messe di quella italica. Il campionato pallonaro europeo che si sta svolgendo in Gallia offre molti spunti interessanti, su cui meditare, per quanto possa trattarsi di una cornice di futilità sportive (che però possono assumere una valenza decisiva in chiave identitaria e culturale).

L’attuale nazionale di calcio italiana non ha molto a che vedere con la realtà etnonazionale del Paese. Sorvolando su quell’azzurro sabaudo che ricorda da vicino la Madonna e una sciagurata monarchia straniera, si pensi alla presenza di calciatori allogeni che ormai da anni bazzicano dalle parti di Coverciano, assieme a rimescolati oriundi, o a come tale squadra sia priva di elementi nativi di territori storicamente italiani che però non rientrano nello spazio geografico di competenza della Repubblica Italiana. Ecco, sì, la nazionale di calcio italiana è a ben vedere la rappresentativa dello stato italiano, non della Nazione, perciò sarebbe più consono chiamarla statale, anziché nazionale. Racchiude i figli di uno stato che non ha basi etniche e nazionali ma meramente di cittadinanza, una cittadinanza ridotta al pezzo di carta che fa magicamente diventare italiani soggetti come Balotelli, Ogbonna, Okaka, El Shaarawy e via dicendo.

Questo non è un banale discorso razzista e discriminatorio, signori, ma la pura logica che viene del tutto annientata quando si viene a parlare di compagini calcistiche peggio messe di quella italiana, come la francese, l’inglese, la belga, l’olandese, la svizzera. Pura la stessa Germania che ieri ha liquidato l’Italia annovera tra le sue fila quasi una decina di forestieri spacciati per tedeschi, con buona pace di chi ama rimembrare la finale dei campionati mondiali del 2014 in Brasile, dove i Tedeschi (per modo di dire) devastarono la locale rappresentativa meticcia.

Al netto del razzialismo io mi chiedo: che senso ha prendere parte a gare internazionali con delle squadre dove di indigeno c’è sempre meno o quasi più nulla (vedi Francia)? Dove va a finire l’agonismo, lo stesso concetto di sportività, la sana competizione se una squadra che dice di chiamarsi Italia o Germania e così via non annovera solo Italiani, Tedeschi e così via? In questi giorni alcuni tromboni di regime, dall’alto delle loro cattedre giornalistiche, addirittura fustigavano la squadra di Conte perché poco “meticcia” poco rimescolata con gli allogeni tanto amati dai Soros e dai suoi tirapiedi adducendo la poca aderenza alla realtà attuale italiana della nazionale di pallone! Io mi lamento della presenza, ormai annosa, di stranieri con la maglia azzurra addosso e certuni invece ne vorrebbero vagonate per vestirla! Questi tizi mescolano lo sport con la politica, perché la linea da seguire venne dettata da Fini e Napolitano tempo fa coccolandosi il “bresciano” Mario Barwuah, ossia non solo un soggetto ghanese ma pure vizioso e dal comportamento totalmente diseducativo!

Costoro vogliono che il calcio a livello internazionale rifletta la società meticcia della contemporanea Europa in crisi d’identità e oberata dalla elefantiaca presenza dell’accozzaglia euro-stellata, che dell’Europa è la negazione. E in effetti a noi Italiani va ancora di lusso se pensiamo a che razza di scempio si compia in Francia, in Inghilterra, in Belgio e in Olanda dove il neocolonialismo pezzente dell’Europa nordoccidentale “ruba” talenti allogeni alle loro terre d’origine per sostituire le schiappe indigene. Ma un discorso analogo vale per altre squadre come il Portogallo, la Svezia, la Germania, la Svizzera, l’Austria dove i calciatori più importanti si rivelano essere soggetti che non hanno nulla a che vedere con le nazioni rappresentate. E l’Italia è sulla “buona” strada, adattandosi a tale andazzo…

Non c’è molto da sostenere in un desolante scenario simile, e si capisce bene come un’Islanda fatta di soli Islandesi, di soli discendenti dell’antica schiatta norrena, riscuota le simpatie di moltissimi identitari anche italici di fronte all’eliminazione della meticcia Inghilterra e nella prospettiva di far fuori pure la Francia (che anagrammata restituisce “African”). Tale nazionale è uno schiaffone in faccia a chi predica il meticciato perché a sua detta vincente mentre la “purezza” risulterebbe debole e perdente. I giocatori islandesi sono lo specchio dell’Europa sportiva che ogni serio patriota vorrebbe, proprio perché conserva la genuina fisionomia dell’agonismo che vince e convince. Al contrario, una squadra nazionale ripiena di stranieri, non è altro che l’espressione del mondialismo, del capitalismo, dell’affarismo di chi investe sull’allogeno abbandonando l’indigeno, portando così avanti delle logiche di sfruttamento che ricordano quelle coloniali. La società multirazziale è il fallimento di una Nazione, ancorché dal passato colonialista, perché è il trionfo delle rapaci logiche consumiste e materialiste incarnate dalla globalizzazione. Chissà come mai multinazionali, enti sovranazionali, lobby e plutocrazie fomentano proprio immigrazioni, meticciamento, multirazzialismo e non quello che derubricano come “razzismo”… Vale qui lo stesso discorso fatto per gli omosessuali e i farseschi “diritti civili”, attentato contro la Tradizione, la Famiglia e pure la Natura direi.

Per questi motivi ritengo abbastanza sterile tifare Italia allo stato attuale delle cose, ma non solo: un’altra ovvia riflessione riguarda la natura del sentimento patriottico italiano. Ci sta benissimo sostenere una nazionale in competizioni sportive, per carità, anche perché non c’è solo il calcio, così come sostenere chi, italiano, partecipa ai giochi olimpici o ad altre gare e campionati internazionali; lo sport è un ottimo veicolo di valori patriottici, se difesi integralmente. In caso contrario è solo business. Sarebbe però il caso di ricordarsi del patriottismo innanzitutto nella vita di tutti i giorni e in affari ben più importanti delle attività sportive o ricreative che siano, delle faccende leggere insomma: che senso ha tifare, calcisticamente, Italia per una sera se poi si torna a tifare “Germania” (cioè Unione Europea) come tutti i giorni dell’anno? Questo sia detto per tracciare una netta linea di demarcazione tra nazione italiana (Europa) e stato italiano (Unione Europea, NATO, ONU), tra la Patria al di là del suo contenitore politico e lo stato stesso che viene inquadrato in vari enti internazionali, e anche per prendere le distanze da chi sbandiera tricolori solo quando sono in ballo le futilità, il tempo libero, e insomma non costa nulla.

Attenzione: non sto facendo la medesima retorica di chi vuole ridicolizzare il tifo calcistico rappresentando gli ultrà come degli energumeni beceri ed incolti e criminalizzando chi va allo stadio in curva, o sostiene con spirito patriottico una squadra “nazionale” comunque indegna; ci sarebbe anzi da dire che il mondo delle tifoserie calcistiche è spessissimo fuori dagli schemi di regime e come molti movimenti extraparlamentari si ritaglia un proprio spazio di genuina rusticità popolaresca sputando in faccia alle maschere del politicamente corretto. Quello che voglio dire è che: 1) L’Italia non è lo stato italiano, men che meno l’attuale repubblica post 1945; 2) Si deve essere consci tutti i giorni della propria vita della nazionalità cui si appartiene, da difendere e custodire gelosamente e con gratitudine; 3) Ha ben poco senso tifare Italia per una partita di calcio e poi, posate le parrucche tricolori e i trucchi azzurri per impiastricciarsi la faccia, tornare in buon ordine a fare il tifo (su cose ben più serie del pallone) per l’europeismo tarocco del Benelux e i suoi mallevadori atlantici, mandando a quel paese l’italianità di Sangue e Suolo.

E allora ricordiamoci sempre di essere Italiani, come Lombardi, Toscani, Siciliani, Sardi, perché solo così può esserci una vera coscienza circa l’autentico significato dell’essere Europa, nostra grande famiglia, che non ha nulla a che vedere con Bruxelles e Strasburgo ma che invece è ciò che ci unisce inscindibilmente ai nostri Padri ariani e che ci permette di tramandare il nostro DNA e la nostra inestimabile cultura a coloro che verranno dopo di noi. Altro che magliette azzurre e palle di cuoio.

Ave Italia!

Italiani nella vita non solo alla partita

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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Una risposta a Italiani nella vita non solo alla partita

  1. lara.angeletti@gmail.com ha detto:

    Ti interesserà sapere un ‘pettegolezzo’, a proposito della ‘France multiculturelle’: nelle famigerate banlieuses, si è creata una sorta di ‘arabo’ strano, il ‘beur’ ( eber, ibrido ): non si tratta di un vero ibrido tra francesi e arabi, ma un arabo di seconda generazione o terza che però vive ‘alla francese’, e quindi ha fortissimi conflitti con l’ arabo che vive all’ araba. Laddove in Francia si presenta una situazione in cui i francesi indigeni, autoctoni, indoeuropei, sono del tutto estranei a questi conflitti, esiste anche una situazione in cui non di rado la police deve intervenire proprio per sedare beghe tra ‘clan’ rivali di ‘arabi’ francesizzati ( per fortuna non geneticamente… ) e arabi fondamentalisti. Tutto questo, mentre lo status quo francese rimane saldamente in mano a francesi che del multiculti se ne fottono, e per far vedere che sono ‘tolleranti’, ogni tanto fanno un ministro algerino o maghrebino, in genere dandogli un ministero senza portafogli ( vedi Taubira ), o intortando gli idioti con le nazionali calcistiche ‘multiculti’. La verità più prosaica è che per questi ‘beurs’ non c’ è spazio nella società: non possono tornare al loro paese, perché non hanno contatti con le culture fondamentaliste dei padri; non possono pensare di fondersi coi francesi, che li tengono saldamente alla larga; insomma, i soliti mondialisti ( che sappiamo bene chi siano ) hanno creato una situazione di sradicati, che etnicamente sono arabi, ma culturalmente vorrebbero essere europei. Al punto che non vogliono stare coi loro connazionali, ma vorrebbero ‘ sposare francesi’ ( e va da sé che i francesi li trovano ripugnanti ). Una situazione esplosiva da disadattamento etnico- culturale, che poi origina i vari Daesh etc.

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