Solstizio d’estate 2769 AUC

Ieri sera, in compagnia di altri sodali comunitaristi, ho partecipato ad una piccola ma significativa iniziativa identitaria la cui semplicità può essere un toccasana in una società terribilmente globalizzata come la nostra, una società che ha smarrito il senso più intimo e genuino dell’identità di un territorio e di un popolo. Abbiamo infatti approfittato della vicinanza al solstizio d’estate (che si celebra domani sera, 20 giugno) per ritrovarci in un incantevole scenario selvaggio dell’alto Seprio, in territorio varesotto, e festeggiare così lo spirito del contadinato.

Il ruralismo infatti, nel limite del possibile per quanto affascinante, permette di ritrovare quel contatto perduto con la natura che era invece concretezza della vita quotidiana per moltissimi dei nostri avi, lontanissimi dall’alienazione della vita metropolitana che in città come Milano o Roma diventa terrificante e distruttiva; un totale attentato all’essenza di una comunità etnica indigena che in ambito contadinesco invece può ancora preservare una certa verginità, mantenendo i tratti fondamentali della fisionomia primigenia.

Nella vita di tutti i giorni, non necessariamente cittadina dal momento che molte logiche metropolitane si possono trovare anche in ambiti ben più modesti e certe fenomenologie sono reperibili persino dove uno non si aspetterebbe, sommersi dal rumore e dalla frenesia abbiamo quasi del tutto smarrito quella sensibilità che invece fino a qualche generazione fa era ancora spiccata; se da una parte, oggi, abbiamo molte più comodità e benefici rispetto ad un tempo (ma stiamo parlando di materialismo, dopotutto) dall’altra non siamo più padroni di una dimensione più intima e vera, genuina, dell’esperienza umana, un qualcosa che può concretizzarsi solo in ambito rustico, contadino o montano. Il cibo biologico prodotto a livello casereccio, la possibilità di allevare e coltivare a chilometro zero, la cottura a diretto contatto con un fuoco alimentato a legna che aggiunge sapore alla cibarie, e una cornice naturale lontana dal trambusto dei centri abitati e delle battutissime strade padane, nonché dal fastidioso “vociare” ossessivo dei media, può garantire anche solo per una sera e una notte l’esperienza di un tempo trascorso a stretto contatto con una natura quasi del tutto incontaminata, arricchita dal paesaggio prealpino lombardo.

Si sa come la montagna, anche a livelli moderati, possa regalare momenti importanti di vita immersa nell’ormai “assurda” dimensione del silenzio. L’ascesa a qualcosa di più elevato della pianura assume anche una suggestiva sfumatura allegorica, ossia una elevazione che dal piattume delle vite quotidiane triturate dalle ritualità borghesi conduca alla catarsi che solo in contesti speciali può verificarsi, ed uno di questi è indubbiamente la montagna, ma anche la collina a suo modo. L’isolamento, il silenzio, la natura selvaggia nei pressi, i boschi e le nere cime che fanno da fondale divengono il palcoscenico naturale in cui si ritrovano contubernali affratellati dalle comune origini di sangue ma anche di sensibilità identitaria e patriottica. Solo il comunitarismo può donare esperienze siffatte, anche se per una sera, a maggior ragione se sopra le teste dei convenuti vi è un cielo lombardo solcato da plumbei nuvoloni innocui, qualche isolato lampo accompagnato dal fragore degli elementi che dirompono sprigionando tuoni, e in lontananza uno squarcio che s’apre tra i boschi digradanti mostrando la bucolica visione di uno spaccato di scintillante Verbano e delle colline insubriche sullo sfondo, al di sopra del lago. Ognuno nel suo ruolo contribuisce alla realizzazione del dipinto che va prendendo forma in un saturdì granlombardo diverso dal solito.

Dopo qualche tortuosa stradina dissestata in mezzo alla selva si giunge infatti in una squisita ampia radura con tanto di edifici diruti tra gli alberi intorno e un rustico all’interno piacevolmente arricchito da locali atti alla vendemmia e da antiche vestigia agresti coperte di muffe e muschio. Il fondo è coltivato e trovano spazio sia ortaggi che frutta biologici, assieme alla vite, cercando di ricreare quelle che sono condizioni il più naturali possibile. Trova spazio anche del pollame, insidiato dalla oscura boscaglia soprastante in cui si celano carnivori volpini pronti a tendergli agguati mortali, se non fosse per le recinzioni.

Anche il sottoscritto è cresciuto, fortunatamente, in mezzo a bestie, ortaggi, alberi da frutta, campi, boschi e vigneti in prossimità del vecchio cascinale di famiglia, e non è dunque del tutto estraneo all’alfabetizzazione rurale, epperò l’occasione di gustare scorci di rustiche realtà di altre contrade è sempre stuzzicante e permette anche di misurarsi con ambienti differenti dal proprio.

La convivialità cameratesca viene ravvivata da carne alla griglia aromatizzata da erbe e legna arsa dal focolare, birra, patate arrostite, verdura condita alla mitteleuropea (senape ed erba cipollina) e dolci caserecci con marmellata locale e farine ricche di nutrienti (così come il pane fatto in casa); il desco vede intorno ad esso un gruppetto di camerati etnonazionalisti lombardi, accomunati dalla sensibilità per i dettami völkisch e anche per la dimensione spirituale dove il sangue viene ad unirsi al suolo generando così quello spirito luminoso che nei secoli Liguri, Celti, Romani e Longobardi hanno ravvivato siccome fuoco sacro mai spento, e la cui custodia è stata in epoca moderna affidata ai Lombardi.

Ed il culmine della serata è proprio il fuoco, nella fattispecie il classico falò solstiziale del periodo estivo, quando la primavera passa il testimone all’estate. Se d’inverno infatti il protagonista di Yule è il ceppo ardente nel camino, questo periodo è quello dei grandi fuochi all’aperto la cui tradizione affonda le radici nelle usanze antiche delle genti alpine celto-liguri (e non solo) e in cui ruote lignee simboleggianti il sole e i sacri simboli della religiosità indogermanica venivano bruciate con tanto di sacri arbusti ed essenze aromatiche. Non a caso sulla sella di un monte nei paraggi i Celti festeggiavano proprio il solstizio d’estate.

Legna secca scelta, frasche e sterpi ancorché umidi per via dei precedenti acquazzoni vengono radunati nel luogo scelto, al di sotto dei terrazzamenti, ed un fuoco dapprima timido e poi via via più allegro e crepitante ravviva gli animi dei partecipanti alla serata sul finire della giornata di sabato 18 giugno, preoccupati per eventuali rovesci temporaleschi. Il pericolo scampato viene gioiosamente salutato dalle fiamme che illuminano ora le figure e i volti dei camerati, stretti intorno al fuoco in lunghi momenti di silenzio, interrotti solo di tanto in tanto da qualche gutturale inflessione insubrica o transabduana che suggeriva alcuni argomenti sui cui riflettere.

Lo scenario ove si stava consumando il plurimillenario rituale era del tutto oscuro e silente, sovrastato dalla mole di un nero cocuzzolo appuntito alle nostre spalle e dall’anello boscoso che cinge lo spiazzo antropizzato. Era come se su quel capannello aleggiasse lo spirito che attraverso i tempi connette le tradizioni dei Padri antichi a quelle dei moderni figli uniti dall’intento di non lasciar morire tutto quello che ci rende ancora uomini dotati di precise identità etniche, culturali e territoriali. Identità rese sacre dalla nobiltà di spirito che riemerge ancor oggi sotto forma di ripristino di costumanze solari un tempo radicatissime e poi occultate dai goffi panni del cristianesimo cattolico.

La giornata va a spegnersi assieme alle fiamme del falò, ma le ceneri di essi covano quella brace che finché verrà ravvivata da Uomini di ferrea volontà patriottica e gentile non morirà mai e si riproporrà come folgore squarciante le grevi tenebre contemporanee dove l’ignoranza e il relativismo la fanno da padroni. Anche in un accadimento di così piccola e limitata importanza, abbiamo potuto come si suol dire “staccare la spina” dalla quotidianità, troppo spesso piatta e priva di sussulti, per immergerci nella natura incontaminata quasi a fondersi con essa non per un cupio dissolvi decontestualizzante ma per meglio apprezzare la più intima essenza dell’Uomo europeo che rimarrà per sempre legata ai fasti antichi della invitta solarità indoeuropea e al rapporto unico, simbiotico, con la terra.

Ave Italia!

Solstizio d’estate 2769 AUC

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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