Se il maschio non diventa Uomo e la femmina non diventa Donna

Il recente delitto di una ragazza consumatosi a Roma, e finito sulla bocca di tutti, porta alla nostra attenzione, ancora una volta, l’aggressività omicida nei confronti di donne indifese, che non intendono continuare una relazione con uomini violenti, possessivi, perversi. Premetto: si tratta di omicidi, non di propagandistici “femminicidi”, un’irritante etichetta post-sessantottina ideata per demonizzare il genere maschile e assolvere le donne da ogni responsabilità e comportamento scriteriato. Chi si riempie la bocca cianciando di femminicidio (Laura Boldrini, per fare un nome a caso) è un progressista che strumentalizza dei reati, per quanto ricorrenti, al fine di portare l’acqua al proprio mulino anti-tradizionalista. Vale per questo ambito, vale per l’ambito dell’omofobia, del razzismo, dei conflitti generazionali e appunto di genere e via dicendo. La creazione di neologismi (peraltro orripilanti) politicamente corretti è una piaga dei nostri tempi.

Credo proprio che le uccisioni di donne per mano di uomini vendicativi che non riescono ad accettare una separazione (spesso dovuta per l’appunto alla violenza di maschi arroganti, prepotenti, incapaci di andare oltre al proprio ego infantile e malato) nascano da una società che ha perso la bussola in materia di relazioni umane, sconvolta com’è dalle conseguenze del relativismo annientatore che opera in Europa dai tempi dell’Illuminismo; venendo meno importanti valori frutto di punti di riferimento stabili e solidi come la Patria, la famiglia, la pietas religiosa, la solidarietà etnica tra simili in cui spiccano ideali cavallereschi tesi alla protezione dei più deboli, ci si ritrova a che fare con una spaventosa solitudine dove le scarne relazioni sentimentali degenerano troppo spesso in conflitti furibondi. Basta vedere con che facilità i matrimoni finiscano e si rimanga in pessimi rapporti dopo una separazione, per capire come ormai si è smarrito quasi del tutto il senso del dialogo, della reciproca comprensione, di rapporti edificanti tesi al benessere e alla felicità delle persone, che così possono generare e crescere dei figli in un ambiente sano e sereno.

Macché, tutto questo è un miraggio in un desolato scenario dove la modernità ha in un certo senso castrato l’uomo impedendogli di essere forte, autonomo, sicuro di sé come si addice al maschio tradizionalista, lasciandolo facile preda delle frustrazioni, dei rancori, delle vendette, della misoginia; allo stesso modo la donna viene pervertita dai veleni femministi e si ritrova ad essere una frivola e capricciosa “principessa Disney” che perde i tradizionali tratti della femminilità in favore dell’anarco-individualismo e del materialismo più becero: essa si ritrova così in balia dei finti valori consumistici messi in giro dal ’68, tesi ad assecondare ogni suo appetito irrazionale e finalizzato al soddisfacimento egoistico dei propri ghiribizzi. Cosicché, in una relazione, i figli di famiglie già di per sé troppo spesso fragili e problematiche si ritrovano allo sbaraglio in contesti relazionali tempestosi, e a donne “leggerine” e superficiali probabilmente prive di una certa stabilità nei rapporti fanno eco uomini gelosi e possessivi, tormentati da bassa autostima ed incapaci di accettare la normalità di una vita “anonima”, la cui debolezza finisce per scatenare comportamenti criminali. Perché è così, amici, è una debolezza per quanto diabolica, è frutto di una dipendenza malata nei confronti della figura femminile che se frustrata porta ai fatti di cronaca nera che ben conosciamo. Un uomo forte e sicuro di sé non arriverebbe mai a picchiare e per giunta uccidere una donna, men che meno perché non vuole continuare un rapporto, ma capirebbe subito con razionalità e lucidità che c’è una totale sproporzione tra la fine di una storia e la violenza, la vendetta omicida. Certo, è facile intuire come un uomo possa vivere con dolore e sofferenza una rottura condita magari dalla ex che frequenta altri uomini, ma non si deve mai arrivare a varcare una certa linea, innanzitutto fissata dalla ragione, andando peraltro a detrimento dello stesso soggetto che la oltrepassa. Forse, sarebbe piuttosto il caso di interrogarsi sul tipo di relazioni che si intraprendono, oggi come oggi, e sul perché troppo spesso non riusciamo a tollerare le inevitabili sconfitte che costellano il cammino terreno dell’uomo, e vale per entrambi i sessi. A ben vedere, si rimane sovente vittime di sé stessi.

Abbiamo completamente perso di vista i valori tradizionali che un tempo, sebbene in situazioni di miseria e ristrettezze, tenevano unite le persone; non c’era nulla, ma c’era tutto in termini di genuinità. Oggi abbiamo tutto ciò che vogliamo in termini di tecnologia, scienza, medicina, consumo, intrattenimento, multimedialità (pensiamo ad Internet) ma forse non abbiamo quasi più nulla in termini affettivi e lo dimostrano le famiglie sconquassate da conflitti troppo spesso generati da banalità e incomprensioni patetiche, da profonda immaturità. La favola della donna emancipata dal femminismo ha provocato gravi danni nel cervello delle giovani donne, che così sono come diventate attentatrici suicide nei riguardi del conservatorismo sano; viceversa ha esacerbato l’uomo che si ritrova prigioniero del rancore misogino provocato da condotte femminee che, in effetti, spesso degenerano in frivolezze, instabilità, capricci, opportunismi. Le donne devono togliersi dalla testa che il rispetto del loro ruolo tradizionale (che non è quello partorito dai deserti semitici, ma quello della società indoeuropea) di madri, mogli e compagne, ancelle del focolare, conforto ai mali della comunità sia un oltraggio alla propria dignità. Badate che la femminilità e i tratti classici che la contraddistinguono, ossia la dolcezza, lo spirito materno, la sensualità, la complicità e anche quel pizzico di autorità casalinga che, ad esempio, era incarnata dalla figura lombarda della regiura, non sono una maledizione, bensì la coerenza con la propria natura e il ruolo sociale che la stessa, da centinaia di migliaia di anni, ha affidato alla femmina. Rendiamoci conto di come l’intossicazione da relativismo postmoderno abbia plagiato le donne a tal punto da farle concepire la maternità come un peso, un’onta, una vergogna figlia del maschilismo e della società patriarcale (!), lo scotto da pagare ad una società che odia le donne (!) e che vuole costringerle ad usare il seno per allattare piuttosto che per… allettare (!). Non vi rendete conto che queste velenose scemenze vanno a detrimento innanzitutto della donna stessa, che oggi è ridotta ad una merce del grande capitale (al pari degli immigrati) e sfruttata per il soddisfacimento di bassi appetiti consumistici, sia maschili che femminili? Pensate a quanta depravazione si presta la sacrale intimità dei recessi muliebri, il tempio ove si forma la vita ma che oggi è ridotto a postribolo pornografico dagli stessi media. A volte stigmatizziamo cotanto altre culture da dimenticare che razza di aberrazioni l’Occidente ateo e materialista abbia generato.

Quanto sopra non sia detto per assolvere l’uomo dalle proprie responsabilità, anzi: se le donne si gettano in pasto ai bassi appetiti assecondando certi loro lati oscuri è proprio perché magari hanno perso delle solide guide, che le accompagnino lungo il cammino della realizzazione di sé senza andare a danneggiare la propria comunità. L’uomo moderno occidentale infatti è come se si fosse messo la gonna lasciando le brache alle donne, sicché queste confondono la libertà con l’anarchia mentre l’uomo perde in virilità riscoprendosi debole, dipendente, mammone/bamboccione, privo di nerbo e succube di poco costruttivi narcisismi. Questi sfracelli partono dalle famiglie che però a loro volta riflettono il dramma di una società europea smarrita e depressa, priva di una solida visione del mondo incentrata sull’orgoglio patrio, la difesa del nucleo famigliare che è la base di una società sana, e una spiritualità conforme alla storia dell’Identità d’Europa. Siamo flagellati dal giudeo-cristianesimo laico immerso nelle torbide acque della modernità e da una cieca fede nel progresso, un feticcio ideologizzato nascosto sotto i panni del benessere e della felicità. Peccato che siano pie illusioni, e le nostre comunità disgregate dal relativismo, dal capitalismo e dai capricci individualistici vengano minate alle fondamenta da questi falsi miti e affondate nel mare dell’indifferenza più totale, borghese e conformistica, la stessa che (pare) ha bellamente ignorato la criminale aggressione ad una donna indifesa nella periferia romana.

L’ancora di salvezza è, come sempre, nell’identitarismo, nel tradizionalismo, nel comunitarismo, dove alla moderna barbarie occidentale frutto del mondialismo distruttore risponde vittoriosamente l’ordine di una società sana, battagliera, orgogliosa e forte, dove gli uomini siano uomini e le donne siano donne nel pieno rispetto non degli stereotipi ma degli innati ruoli che la Natura ha affidato ad essi e che le tradizioni hanno assecondato comprendendo appieno quanto senza l’armonia e l’equilibrio di una comunità retta da solidi valori conservatori (ma non reazionari, mi raccomando) maschi e femmine finiscano in pasto alla sovversione divenendo i peggiori nemici delle comunità medesime. E così facendo i maschi non diventano Uomini, le femmine non diventano Donne, a tutto svantaggio della stabilità sociale sbalestrata da un conflitto tra sessi nato da una patetica immaturità di fondo, da una paura di crescere, che si addice ad un asilo ma non ad una collettività di uomini adulti. E ad approfittarsene, mettetevelo bene in testa, sono gli inguaribili parassiti nemici delle nostre nazioni.

Ave Italia!

Se il maschio non diventa Uomo e la femmina non diventa Donna

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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Una risposta a Se il maschio non diventa Uomo e la femmina non diventa Donna

  1. Mirko ha detto:

    Il femminicidio è una montatura. Gli omicidi italiani sono passati dai 2.000 del 1991 ai 500 di oggi: una diminuzione mai vista prima che ha portato il nostro paese ad avere un tasso di omicidio sotto l’uno per centomila (un quinto di quello americano). In questo quarto di secolo gli omicidi di donne sono stati dai 150 ai 200 all’anno, con tendenza alla diminuzione. Non è assolutamente vero che siamo i peggiori del mondo industriale visto che in Germania, Svizzera e Giappone gli omicidi sono equamente divisi fra uomini e donne. Ora come ora, tutto questo trambusto è dovuto al vergognoso operato dei giornalisti, sempre più vili e sempre più cialtroni, ed è riscontrabile in ogni campo. Naturalmente, nessuna particolare attenzione deve essere posta riguardo ai fanciulli ai quali capita di vedere i genitori sgozzati, le case distrutte dalle fiamme, o le sorelle molestate da bande di assalitori negri superdotati. Le immagini devono essere sensazionali, spaventose, terrorizzanti, angoscianti; il pubblico, meglio se si tratta di minori, deve restare sconvolto, attonito, inibito, castrato per i prossimi quaranta anni, storpiato nella personalità, pronto ad obbedire a qualunque comando, come facevano un tempo i cani del noto torturatore di cani Ivan Pavlov.

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