La sacralità dello ius sanguinis e il destino delle nazioni

La nazionalità è una cosa, la cittadinanza un’altra; la prima riguarda l’etnia e l’appartenenza nazionale dell’individuo e della sua comunità, la seconda l’appartenenza ad uno stato. Stiamo parlando di concetti distinti è chiaro, ma in ottica etnonazionalista le due cose devono coincidere, altrimenti si ha lo ius soli e la svendita della Nazione assecondata dall’individualismo del grigio conformismo borghese.

Il buon identitario è a favore dello ius sanguinis, per mezzo del quale la cittadinanza si acquisisce per diritto di sangue, di stirpe, e non per questioni burocratiche. Da una parte il Sangue, dall’altra il pezzo di carta e il compromesso giuridico in nome del quieto vivere. In un’Italia, e un’Europa, travolte dalle moderne immigrazioni di massa la problematica della cittadinanza diviene cruciale, e chi preferisce seguire la via francese cala inesorabilmente le brache di fronte alla temperie mondialista e alla sua dittatura “illuminata” del pensiero unico universalista e nichilista.

Personalmente, a proposito di tale faccenda, posso riconoscere tre livelli: il primo riguarda la stretta appartenenza etnica dell’individuo, che in un contesto come quello italiano non è qualcosa di granitico ed uniforme, vale a dire che parlare di “etnia italiana” dalle Alpi alla Sicilia è un po’ forzato e sarebbe preferibile seguire la storica demarcazione tra macroaree etno-regionali; il secondo livello è quello nazionale, poiché l’Italia come nazione esiste, ed è una realtà conclamata da secoli, per quanto non si tratti di qualcosa di omogeneo che comunque non smentisce l’esistenza di una nazionalità italiana; il terzo livello è la cittadinanza, che di norma è qualcosa di giuridico e burocratico ma che in ottica nazionalista deve per forza di cose aderire ai livelli precedenti. Altrimenti non si ha più uno stato-nazione di origine giacobina, ma uno stato-apparato sull’esempio americano che si fonda sul crogiolo multirazziale e la perdita totale di una precisa accezione etnica/etnonazionale della cittadinanza del singolo e della collettività. Lo stato deve coincidere con la Nazione, pena la perdita di un’entità politico-amministrativa al servizio dei suoi cittadini indigeni, cui la terra natia appartiene e viene governata dallo stato in questione.

Il mio etnonazionalismo italiano acquisisce una precisa sfumatura federale, ed è per quello che sopra parlavo di tre livelli. L’Italia, al netto del suo stato, riflette una realtà etno-culturale eterogenea che, come si è potuto vedere in articoli passati riguardo gli areali etnici italici, può a grandi linee essere suddivisa in sei tronconi: Lombardia, Venethia, Etruria, Ausonia, Enotria, Sardegna.  Potremmo anche ridurli a quattro, associando Lombardia e Venethia e Ausonia ed Enotria. Questa ripartizione non nega l’italianità, che è un concetto identitario che mette d’accordo tutti gli abitanti della Penisola, ma a mio avviso la corrobora senza frustrarla con nazionalismi di cartapesta o con secessionismi generatisi tra i fumi dell’alcol o le nostalgie di perduti passati preunitari decisamente mitizzati e mai vissuti da chi li propina. L’etnofederalismo salva dalla deriva statolatrica, il nazionalismo e l’Italianesimo dai poco costruttivi micro-sciovinismi che piacciono tanto all’Unione Europea e a chi caldeggia i famigerati Stati Uniti d’Europa per meglio assecondare i desideri atlantisti degli Americani. Si divide con lo spezzatino di popoli per seminare zizzania tra di essi ed impedire che si faccia fronte comune contro i nemici d’Italia e delle sue genti.

Ad ogni modo, la cittadinanza è legata a tutta una serie di diritti e di doveri che fanno il cittadino, e siccome non è fuffa ma basilare fondamento giuridico della propria appartenenza nazionale non può essere regalata come fosse caramelle con sotterfugi, circa la permanenza di un individuo sul suolo nazionale, quali i matrimoni di comodo, le sciagurate naturalizzazioni (cosiddette), il rispetto delle leggi o l’acquisizione di una cultura linguistica e non tale da permettere l’integrazione. Signori, Italiani si nasce, non si diventa mica, perciò non esistono stranieri italiani, è una contraddizione bella e buona! Così come non esistono Sardi lombardi, per dire! E lo stesso concetto di integrazione è una cosa sbagliata e pericolosa, poiché nel tessuto sociale si devono integrare i nativi, non i forestieri (che vanno rimpatriati e, casomai, aiutati nei loro territori). Lo stato ideale non è il carrozzone assistenzialista repubblicano che conosciamo tutti dal 1946 a questa parte, un misero contenitore statale che butta nel medesimo calderone e in maniera indistinta i vari popoli d’Italia e pure gli allogeni “naturalizzati”, bensì lo stato nazionale che tutela per davvero l’etnia e la nazionalità contrastando ogni pericolosa fanfaluca sullo stile dello ius soli e ogni barbarica invasione esterna. Certo, a monte c’è una questione di educazione al sentimento nazionale e patriottico, finalizzata alla promozione dell’endogamia, dell’etnocrazia e anche di una certa autarchia, per quanto gli Europei in Italia non possano certo essere messi sullo stesso piano con gli allogeni. A monte c’è l’educazione al comunitarismo che è ciò che garantisce la coscienza di popolo, di etnia e cultura e di nazionalità.

Tuttavia, il diritto di sangue è la razionalità perché se uno nasce africano non può tramutarsi in europeo come per magia, con un tocco burocratico e di buonismo cristiano fatto legge, e le identità di sangue non sono invenzioni poetiche, per quanto ammantate di romanticismo. Altrimenti, sempre per il logoro volemosebbene, cancelliamo anche i sessi, gli orientamenti sessuali, le condizioni psicofisiche, l’età, liquidando tutto ciò come “costrutto sociale” assecondando i capricci pseudo-filosofici di chi riconosce solo l’esistenza del censo, e guarda caso il suo non è mai al di sotto di quello borghese.

Vedete amici, il diritto di sangue non è un materialistico feticcio (sarebbe ridicolo, quelli col feticismo del materialismo sono proprio i nemici del Sangue) ma è la forma più razionale che vi sia per mettere ordine in uno stato e far sì che coincida per davvero con la nazione, altrimenti si avrebbe la distruzione totale della stessa. Uno stato deve basarsi su un fortissimo senso di appartenenza che leghi le varie genti di un Paese in nome di una comune eredità etnica, culturale, linguistica e spirituale, nonché storica e geografica, non deve essere qualcosa di artificiale fatto a immagine e somiglianza di quei vuoti potentati la cui “identità” si fissa sull’economia, sui “valori” illuministici, sull’industria o la potenza militare. Sarebbe il caso di tenere separate la religione civica del patriottismo dal sotterraneo lavorio della massoneria, che per quanto in un certo senso “tradizionale” è solo la perversione della prima con tanto di torbidi legami con mafie e criminalità assortita; e così è davvero il caso di non confondere lo stato nazionale con lo stato meramente burocratico che vorrebbero imporci dall’alto per calpestare il Sangue, il Suolo, lo Spirito, la Patria nella sua più genuina essenza. E tutto questo per aprire le porte a cani e porci e accelerare il processo di demolizione e delegittimazione del nazionalismo visto come maligno strumento al servizio dei “fantasmi del passato”. No amici miei, non funziona così: qui gli unici strumenti maligni sono proprio gli pseudo-valori dell’ecumenismo, dell’universalismo, del sincretismo, del contagio pluralistico che sulla falsa riga del decadente Impero Romano ellenizzato e del tutto aperto alle inquietanti influenze levantine vuole piegare l’Europa una volta per tutte consegnandola all’unipolarismo americano per il colpo finale.

E proprio l’accostamento con la decadenza della romanità imperiale ci sbatte in faccia siccome sferza una situazione che ricorda da molto vicino quanto subì l’Impero Romano d’Occidente sul finire dei suoi giorni: il cosmopolitismo, l’effeminatezza, l’omosessualismo, il lassismo e il pervertimento dei costumi, la debolezza cagionata dalla castrazione della virilità, le invasioni dei novelli barbari, l’esaltazione della donna non come figura tradizionale ma come veicolo d’infezione di ideologie relativiste e anarco-individualiste (da cui poi la bioetica ridotta a zerbino del capitalismo), ed infine l’universalismo giudeo-cristiano che è peraltro sfociato in età contemporanea nei bolscevismi e nei capitalismi ma anche, paradossalmente, in quel laicismo ateo che non è che umanesimo e “dirittocivilismo” intrisi di cristianesimo filosofico. Come a dire: il papa non può ficcare il naso in questioni etiche e sessuali ma ben vengano le sue sparate xenofile, un’ingerenza che ci sta a pennello perché fa il giuoco di chi manovra i fili dell’Europa post-sessantottina. In realtà, il monoteismo abramitico è a suo modo ateismo, perché asfaltando e rimuovendo i credi tradizionali ha imposto il dispotismo di Geova, di un dio unico straniero inventato per spazzar via i solari culti ariani.

Il Sangue è la Natura e la Ragione, e la sua atavica forza identitaria si contrappone vittoriosamente alla costante denigrazione nichilista e relativista messa in atto da chi, pur appellandosi alla razionalità, arriva a sostituire la Verità naturale con l’artificio e l’inganno del politicamente corretto, spacciato per cartina di tornasole della civiltà. No cari miei, la Civiltà è nell’ordine naturale e tradizionale delle cose e in chi lo segue per costruire e irrobustire, e non per distruggere. Viceversa la barbarie alberga in quei pervertiti cuori postmoderni gonfi d’odio per tutto ciò che è biodiversità e che ostacola il cammino distruttore del mondialismo sulla strada del genocidio autoindotto di quel che rimane dell’Europa, degli Europei e delle loro comunità nazionali.

Ave Italia!

La sacralità dello ius sanguinis e il destino delle nazioni

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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24 risposte a La sacralità dello ius sanguinis e il destino delle nazioni

  1. Anonimo ha detto:

    Una confederazione di stati europea non sarebbe male. Saremmo una superpotenza e potremmo contrastare gli usa ponendo le basi per un nuovo modello di stato socialista. Credo che una visione limitata alla sola realtà italiana sia un po’ miope vista la situazione. L’Europa divisa fa comodo agli usa, diretti discendenti dei nemici storici degli europei continentali, gli inglesi.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Se ragiono così per l’Italia vale anche per il resto d’Europa: la confederazione è a livello europeo, la federazione a livello nazionale, perché non si può buttare sempre in caciara secessionista la questione sull’italianità, non si tratta del mero stato e della repubblica attuale. A livello globale si deve promuovere una solida alleanza tra Europa e Russia (che anch’essa è europea sebbene sia praticamente un continente a sé stante da San Pietroburgo a Vladivostok) e avere buoni rapporti con tutte le altre realtà globali anti-mondialiste e anti-U$A.

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  2. Mario ha detto:

    Prima di tutto dobbiamo battere Renzi, il PD e la Sinistra tutta. Dobbiamo impegnarci tutti e metterci la faccia, altrimenti Renzi e la Sinistra governeranno incontrastati per 20 anni. Se vogliamo difendere la nostra etica, lo ius sanguinis e l’italianità, ci dobbiamo coalizzare e non per forza dobbiamo avere le idee uguali, possiamo pensarla anche diversamente tra di noi, dei contrasti ci saranno, è normale. Anche a Sinistra litigano tra di loro…
    Il nostro solo obbiettivo dovrà essere assolutamente quello di riunire i Moderati… E allora si che Renzi e la Sinistra potranno cominciare a non dormire più la notte.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Moderati? Ci vuole un Trump italico, altro che moderati. I rottami del centrodestra vanno smaltiti: Berlusconi, Meloni, Alfano, Casini, Fini, autentiche inutilità che fan solo danno. La Lega si può tenere a patto che riunisca tutta l’area identitaria italiana e dia vita ad un soggetto etnofederale e nazionale aperto alle forze politiche fresche e non reazionarie. Sociali e nazionali, basta con il conservatorismo stantio dei filo-Usa e filo-Israele.

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  3. Luca ha detto:

    Sizzi provo a prendere sul serio le sue teorie senza affibbiarle preventivamente etichette da razzista o nazista. Un paio di domande.

    Primo: la stirpe, il sangue, la terra, il dna, lei crede che siano oggettivamente dei valori in sé o che siano semplicemente uno strumento migliore per definire cos’è una comunità? Davvero crede che la coesione di una comunità, i valori di solidarietà e il rispetto reciproco siano veicolati dalla forma del cranio o dal colore degli occhi? La nazionale di calcio (uso questo esempio solo perché lo usa lei) non va bene perché ci giocano insieme biondi e bruni? Non è invece la prova che il corredo genetico è abbastanza irrilevante nel definire una comunità e il successo del suo stare insieme? Insomma, non si tratta di un’ossessione inutile?

    Secondo. Tutta la dinamica sociale tra classi scompare dietro le lenti della sua visione identitaria. Se non le piace la parola classe usiamo sfruttatori e sfruttati, schiavi e padroni, ladri e derubati, ricchi e poveri. Vuol negare che esista questa dinamica, che non ci siano ingiustizie? Non credo. Dunque immagino che le vagheggi una comunità di sangue e terra dove tutti questi conflitti si dissolvono quasi per magia. E’ così? Ne è davvero convinto? Non le è mai venuto il dubbio che i nazional-socialismi curino solo i sintomi (il conflitto sociale) invece che la malattia (l’ingiustizia sociale)?

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      “Provo a prendere sul serio le sue teorie”. Già questa albagia e presunzione di essere dalla parte del giusto come crede qualsiasi antifascista la dice lunga.

      Primo: la nostra eredità biologica, territoriale e culturale non è un merito, non è qualcosa che ci rende migliori o superiori a chicchessia, è un dono. Un dono inestimabile che dobbiamo difendere e tramandare come lo abbiamo ricevuto. Va da sé che senza spirito e volontà ferrea il sangue si riduce a qualcosa di meramente materiale che perde il suo valore: uno può essere lombardo quanto vuole ma se si comporta da idiota getta alle ortiche la propria schiatta. Non è una questione di biondi o bruni, non è una cosa così banale: si tratta di DNA che tra Lombardi è omogeneo, mentre l’aspetto fenotipico in minima parte ha importanza genetica, dal momento che tutti i Lombardi purosangue sono caucasoidi europei, sia che siano biondi, sia che siano bruni. L’eredità biologica definisce il pedigree di una comunità, ma deve – ovviamente – essere supportata da una forza etno-culturale, altrimenti poi si finirà per scempiare il proprio tesoro razziale. Ma questo mi pare logico: si nasce europei, non si diventa; quel che si diventa è patrioti.

      Secondo: la mia visione identitaria è alquanto socialista, per quanto trovi sterile le lotte di classe, essendo oggi necessaria innanzitutto la lotta di sangue; prima delle classi io vedo la comunanza di sangue e suolo, auspicando anche quella di spirito. Io sono comunitarista e per quanto riconosca l’individualità del singolo essa deve essere impiegata per il benessere della comunità stessa, perché la vera libertà sta nel promuovere giustizia sociale e benessere in tutti i settori della comunità, non solo per una ristretta fetta di essa. Quello infatti è capitalismo. Se si prende una delle sue più atroci conseguenze, come l’immigrazione di massa verso l’Europa, si noterà come la disgregazione di una comunità passa proprio per il culto del dio danaro che scatena guerre tra poveri indigeni e allogeni. Alla faccia dei poveri fresconi che vedono nei fascismi e nei nazismi i tentacoli del grande capitale. Basterebbe accostare le sparate di Trotski con quelle di un Obama per notare come giudeo-bolscevismo e capitalismo convergano. L’ingiustizia sociale non è veicolata dai social-nazionalismi ma dalla globalizzazione, dal liberalismo, dalla “democrazia” occidentale e borghese, dove ci sarà sempre una nicchia di pochissimi arricchiti e potenti che domina su una schiera di moltissimi impoveriti e tartassati dal sistema-mondo. Per di più, per beffa, in nome di un ecumenismo terzomondista che fa comodo solo a chi trae guadagno dal migrante.

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    • lara.angeletti@gmail.com ha detto:

      Caro Luca, se dietro le mie spalle c’ è il Padre Augusto, e ancora più oltre il Padre Ettore, perché mai devo dimenticarmene per fare piacere a chi non ha i miei stessi Padri?

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  4. Luca Colombo ha detto:

    Anche presumere che sia antifascista è una… presunzione. Anche presumere che essere antifascista sia essere dalla parte sbagliata. Si parte sempre da qualche presunzione. Comunque un po’ di ragione ce l’ha, l’incipit non è dei più felici, ma siccome le sue idee sembrano avere, al di là di tutti i distinguo possibili, molta famigliarità con quelle nazionalsocialiste e siccome le idee nazionalsocialiste, mi perdoni quello che a lei sembrerà il ricorso a un luogo comune, hanno prodotto uno dei più grandi orrori della storia contemporanea, e siccome da quell’orrore sono ormai senza scampo storicamente definite, ebbene prendere sul serio le sue idee senza etichettarle preventivamente come sbagliate o spregevoli dovrebbe considerarlo uno sforzo tutto sommato apprezzabile.

    Questioni di forma a parte, la risposta al primo quesito mi pare del tutto inconsistente e prova la debolezza di un’impostazione basata sulla purezza del sangue, che viene sacralizzata al di là di ogni ragionevole misura. Va ribaltato il ragionamento, e spiegato in modo logico (cioè: che dia spazio a un contraddittorio razionale) perché mai il patrimonio genetico comune sia così essenziale nel definire una comunità se poi risulta ancor più essenziale l’elemento della volontà. Va spiegato in modo più convincente perché mai la volontà va piegata in difesa dell’omogeneità razziale piuttosto che di qualcos’altro. La verità è che la comunità è un dato culturale, quindi “artificiale” (è un dato, certo: quindi ci si nasce e vi si è talmente immersi da sembrare un dato di natura, ma non è così).

    Sul secondo punto trovo maggior spazio di discussione, anche se pure in questo caso la risposta mi pare confusa. Elencare le distorsioni anche atroci del capitalismo non implica minimamente che il social-nazionalismo rappresenti una qualche soluzione. Tanto meno è chiaro perché mai la “lotta di sangue” (sic: cosa significa esattamente?) dovrebbe essere prioritaria e perché dovrebbe essere risolutiva anche delle ingiustizie sociali.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Signor Colombo, a me la sua filosofia spicciola antifascista non interessa minimamente, e se non capisce non deve dare la colpa ad altri accusandoli di deliri o di cose inesistenti. La storiella dell’incubo nazista in un’Europa in cui fascismi e nazismi sono morti e sepolti e il pericolo reale è rappresentato dal sistema mondialista, dalla plutocrazia, dalle democrazie fasulle e dall’omologazione al pensiero unico (con tanto di auto-genocidio) è una farsa bella e buona usata proprio per lobotomizzare, come se nella storia dell’umanità fossero esistiti solo Hitler e Stalin. Mi chiedo come mai ci si dimentichi sempre bellamente delle malefatte del padrone americano, che nasconde dietro ipocrisie libertarie e liberali il torvo volto del suo imperialismo. Etichetti quel che le pare e piace, non mi riguarda, ma non si lamenti se gli altri a loro volta etichettano le sue banalità.
      Circa le repliche, guardi, se non capisce ciò che è limpido come il sole, non è affar mio, credo dipenda dai limitanti pregiudizi che ha indosso: già il fatto di mettermi in bocca cose mai dette (la purezza? sacralizzazione oltre ogni misura? guardi che la razza ariana e i biondazzurri caduti dal cielo qui c’entrano ben poco, il concetto esposto è del tutto razionale) la dice lunga. Chiaro come il sole che se io sono lombardo ma vivo da dissoluto e tengo in non cale la mia eredità antro-genetica riduco il mio stesso sangue a mero fluido biologico che perde di importanza (per me); vede, la cultura procede dall’identità etnica e dunque anche biologica, perché non è che un popolo si forma dalla cultura: grazie ad essa si può riconoscere come tale ma ogni produzione dell’umano spirito nascerà proprio dalle peculiarità biologiche che sono il frutto dell’unione tra il sangue e il suolo dove un popolo nasce, cresce e si forma nel corso dei secoli. Se la Lombardia ha una cultura secolare lo deve al suo popolo e di certo dunque è dall’indole, dalla predisposizione, da quella humanitas che si forma a partire da una comunità etnica ben precisa, definita dall’incontro tra il suo sangue e il suo habitat. Qui, ripeto, perché le banalizzazioni di voialtri son sempre quelle: razzismo o suprematismo nulla hanno a anche fare, qui nessuno sta dicendo che i Lombardi son meglio dei Siciliani o dei Ghanesi o dei Laotiani, ma solo che se si tutela l’ambiente, la cultura, la lingua bisogna tutelare anche chi è interessato da vicinissimo da queste cose, essendo colui che in prima persona vi interagisce. Altrimenti non ha alcun senso: tutelo la fauna e la flora lombarda ma sorvolo sulla gente lombarda? Tutelo la lingua nelle sue varie forme ma chiudo gli occhi sui parlanti che l’hanno modellata nei secoli? Senza le proprie radici un popolo è perduto, e del resto si appoggia in lungo e in largo la sopravvivenza delle più sperdute tribù amazzoniche per poi fregarsene allegramente dei popoli d’Italia, altrimenti sarebbe nazzi-fascio-leghismo-razzismo. Troppo comoda, l’identitarismo etnico è un fortissimo ostacolo sulla via dell’annullamento e dell’eradicazione della globalizzazione, perciò rimarrà sempre sul gozzo di chi vuole un’indistinta massa di manichini tutti uguali, privi di volontà e identità.
      Circa il secondo punto, si parte dal presupposto fondamentale che il socialismo nazionale è l’unica forma di socialismo possibile poiché non è trotskismo internazionalista che finisce per fare il gioco della barbarie imperialista unipolare (Usa, logicamente) ma è esattamente giustizia sociale per tutti gli appartenenti ad un popolo e nazione, unici proprietari della rispettiva terra, senza distinzioni tra la solita tiritera “ricchi-poveri / chi ha-chi non ha” che solitamente abbonda in bocche assai schizzinose in quanto borghesi. Fare leva su ciò che conta per il socialismo nazionale (appartenenza etnonazionale) è il modo migliore, a mio avviso, per andare oltre la barbarie del neomarxismo e quella del diuturno nemico capitalista, lo stesso che da una parte non fa mancar nulla a noi “occidentali” ma dall’altra riduce una comunità in pezzi, priva di punti fermi e identità e devastata dai moderni mali dell’anima. Ma anche del sangue, vedi meticciato e distruzione della propria eredità, della formidabile biodiversità etno-razziale umana.

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      • Luca Colombo ha detto:

        Al netto di tutta la retorica grondante dalla sua risposta, nonché del tono inutilmente polemico (non sono comparso qui per litigare né per provocare), il succo mi pare sia proprio la sacralità del sangue (del resto nominata esplicitamente nel titolo del post). Anzi il succo mi pare essere rivelato dall’esempio, del tutto arbitrario e non pertinente, tra “essere lombardo” e “vivere da dissoluto” come se si trattasse di due concetti contrapposti! Se queste sono le premesse di un ragionamento razionale, andiamo bene. Ancora una volta, è tutto da dimostrare che l’etnonazionalismo sia la risposta all’ingiustizia sociale e che l’internazionalismo ne sia invece la causa. Su questo c’è spazio di discussione, non fosse altro per la complessità delle variabili in gioco. Ma la proprietà comune della terra su base etnica, che dissolverebbe qualsiasi dialettica ricchi-poveri in una idilliaca (questo aggettivo ce lo metto io, ma va da sé seguendo la sua logica) comunità di sangue, be’, si tratta di una fantasia che non ha alcun riscontro storico e che in prospettiva futura non è, oggi, per l’appunto, altro che una fantasia.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Parlasi di sacralità non perché il sangue proceda da improbabili divinità e mitologie ma per esprimere la fondamentale importanza che per il sottoscritto ricopre l’identitarismo etnico. Io mi ritengo del tutto laico e razionalista, per quanto abbia simpatie culturali pel paganesimo ariano, e infatti sono assolutamente contrario a mischiare metafisica e natura poiché il rischio è quello di inscenare pagliacciate come quelle leghiste a Pontida. Cosa c’è di più concreto del sangue e del suolo? Qui espongo la mia opinione, non delle verità assolute, e a differenza dell’antifascista medio che si sente la verità in tasca perché conforme alla volontà dei padroni non ho certo alcuna velleità di imporre le mie idee; piuttosto offro una visuale differente, soprattutto a chi si sente disposto a mettere in discussione le verità preconfezionate che vengono introiettate sin da piccoli nei nostri crani. Credo comunque non ci si intenda, siamo su due lunghezze d’onda differenti: la mia opinione è che aver ricevuto in dono gratuitamente una certa identità che poggia su almeno 4 nonni biologici cognominati alla nostrana, deve divenire un viatico per darsi da fare nella difesa e salvaguardia di ciò che come ampiamente spiegato è baluardo contro la desertificazione, non solo spirituale, delle nostre terre. Il vivere da dissoluto, sempre secondo il mio punto di vista (io parlo per me, il blog è mio, non riporto idee di altri e non ho alcuna pretesa), consiste nel fregarsene bellamente dei propri natali e delle proprie origini ingenerando comportamenti lesivi non solo verso sé stessi ma pure verso la propria comunità che così si ritrova in casa meticciamento etno-culturale, atti suicidi e auto-genocidi, sconvolgimento e distruzione del tessuto sociale originale; diamine, si pensi agli esodi meridionali verso Nord per capire che razza di diabolico piano sia la sostituzione etnica di un popolo ritenuto poco sfruttabile in certi termini. Ho poi esposto ampiamente e lungamente, indi, la mia idea sulla bontà della battaglia etnonazionalista, poiché da una parte si tutelano le origini e dall’altra si inibiscono inutili lotte di classe tra conterranei e connazionali. Circa il fatto che non vi sia dimostrazione storica su questa bontà ideologico-politica (basata su verità naturali, non su fuffa astratta marxista-leninista o cristiana), è un parere suo: mi limito ancora a citare la meridionalizzazione del Nord Italia e alle sue conseguenze anche criminose (mafie, degrado, soggiorni obbligatori)seguita poi dall’arrivo di immigrati sotto certi aspetti ancor più problematici, per esemplificare la distruzione di una comunità che va di pari passo con le ingiustizie sociali. Risaputo che prima i meridionali e poi gli allogeni siano divenuti una sorta di esercito industriale di riserva a disposizione del grande capitale, scatenando guerre tra poveri, tensioni, soprusi, indigeni emarginati o messi a stretto contatto con le periferie degradate di città uccise nell’anima dall’industrializzazione selvaggia e dall’affarismo. Più la comunità è omogenea e radicata nella propria natia terra meno conflitti ci saranno; d’altro canto si confronti una realtà “barbarica” come Milano o anche Roma con quanto accade in Alto Adige e Svizzera, o in altre realtà alpine. Dove c’è società multirazziale e distruzione globalista vi saranno reati, ingiustizie, storture, degrado, inquinamento, cementificazione e via dicendo, anche perché va da sé: più immigrati si accolgono più cemento e inquinamento si genera. Le Lombardie ne sanno qualcosa in termini di sovrappopolazione…

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      • lara.angeletti@gmail.com ha detto:

        Quello che questo tal Luca Colombo, molto poco nella Luce, e molto poco ‘ Cigno Iperboreo Lohengrin’, come vorrebbe suggerire il suo nome ( eh sì… la colomba, che è poi un cigno, non è un simbolo giudaico ma un antico simbolo siberiano… ), non comprende, è che la nobiltà di sangue ( e quindi di stirpe ), ossia la Luminosità nel Sangue in relazione al proprio portato genetico, storico, mnemonico, sacrale, non è data dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, ma dalla fierezza e dalla certezza di discendere da popoli e stirpi con storie proprie e proprio ‘ héritage’, come si dice in francese, dove la parola héritage, ha una chiara radice indoeuropea di *heru/ariya; esistono infatti popoli indoeuropei/ indoarii che non sono biondi, si vedano gli Irani o iraniani, i primi ariani; e si veda cosa scrive in merito Savitri Devi, a proposito di alcuni suoi viaggi in Siria e Iran; ma come già dissi, se mio Padre era Augusto, e prima di lui Ettore ( Hèctor, Ek Thor, Figlio di Thor, cioè di Marte ), per quale stregoneria mondialista devo arrivare a vergognarmene, e quindi a dimenticarmene? Il Rg Veda dice chiaramente che dalla dimenticanza delle origini seguono tutti i mali, e il male maggiore è la formazione di coloro che gli hindu- Arii senza occhi azzurri- chiamano ‘ mlecchas’, ossia il melting pot privo di radici e facilmente sfruttabile: i ‘ golem’ dei talmudisti. Per servire chi? La domanda è chiaramente retorica.

        Qui non ci si può prendere in giro: c’ è qualcuno che tenta di cancellare i popoli geneticamente per riscrivere la Storia, qualcuno che sa benissimo di essere pariah, e pertanto cerca che non esista più alcun ariya. Altrimenti non si può realizzare la ‘ promessa Talmudica.’

        Attenzione alla razza delle vipere, da millenni in attesa di rubare il fenotipo esteriore proprio a quelli che cerca di distruggere, per poi spacciarsi per ‘ razza pura’ dopo aver distrutto gli altri. Questo si chiama sovvertimento di natura. Se essi non sono stati capaci di conservarsi perché pur di spargersi tra i popoli e fare casino, sono diventati anzitempo promiscui, e ora la cosa dà loro noia, non sono fatti che gli indoeuropei debbano scontare per far sentire bene quei tali che seguono la linea farisaica.

        Una pulce può anche ingozzarsi del nostro sangue: non per questo diverrà mai ( geneticamente e spiritualmente ) aristocratica.

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    • Mirko ha detto:

      “hanno prodotto uno dei più grandi orrori della storia contemporanea”

      Il più grande orrore della storia contemporanea è tutt’ora in atto, non è mai cessato di fatto, e possiamo ripescare la sua origine del capitalismo aglo-americano, e le entità che lo muovono. Si parla, spesso e giustamente, degli orrendi crimini, massacri, genocidi, perpetrati dai “grandi” (in senso numerico, non in senso positivo) totalitarismi del ‘900.
      Purtroppo però per qualche strano motivo non si parla mai dei crimini e delle morti perpetrati dal capitalismo, sopratutto anglo-americano. Si passa dallo sterminio dei milioni di nativi americani a fine 800 inizio 900 (e tale sterminio è stato quasi TOTALE) all’operazione Condor in sud America ad’altri attentati a importanti personaggi politici e al rovesciamento di governi democraticamente eletti. In quanti tacciono sui crimini degli alleati durante la seconda guerra mondiale? Dopo gli attacchi terroristici di Hiroshima e Nagasaki, i cosiddetti “alleati”, si sono affrettati ad inscenare i loro processi farsa contro i “criminali di guerra” giapponesi, come avevano fatto in precedenza a Norimberga. Allora, il giudice indiano Radhabinod fece giustamente cadere le accuse dichiarando che si potrebbe istruire un caso giudiziario assai peggiore nei confronti dei “vincitori alleati”, per l’assassinio indiscriminato di centinaia di migliaia di vittime innocenti dovuto alle bombe atomiche e ai bombardamenti a Napalm su donne, vecchi e bambini. e taluni vertici militari statunitensi concordano con la gratuità degli attentati atomici
      Il rapporto ufficiale dell’aeronautica militare statunitense, la sezione al vertice che decide gli obiettivi e i risultati strategici delle missioni, il “U.S. Strategic Bombing Survey report”, del 1 luglio 1946, sostiene formalmente e chiaramente che:
      “le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki non determinano la sconfitta del Giappone…..l’imperatore, il cancelliere, il primo ministro, il ministro della marina e il ministro degli esteri giapponesi decidono la resa nel maggio del 1945…la resa del Giappone si sarebbe avuta senza bombe atomiche e senza piani d’invasione”.

      E sorvoliamo sui “progetti” inglesi, come quello denominato “Vegetarian”,che prevedeva di colpire le città di Berlino, Amburgo, Stoccarda, Aquisgrana, Wilhelmshaven e Francoforte con bombe all’antrace, e vi invito ad informarvi sui danni che tali armamenti recano nella lunga durata; basti pensare all’Isola Gruinard, dove tali armi furono testate, il cui terreno rimase contaminato per 40 anni.

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  5. Luca Colombo ha detto:

    @ Mirko: ma io non mi sogno affatto di negare i crimini del capitalismo. Posso fare altri dieci esempi oltre a quelli già fatti, a cominciare dai milioni di morti indiani causati dal “libero mercato” dei colonizzatori inglesi. Né minimizzo i crimini di guerra anglo-americani, cosa che peraltro sarebbe abbastanza facile da fare visto che si trattava (chiedo venia per la brutale semplificazione) di ritorsioni contro una potenza che per prima aveva mosso una guerra di aggressione. Mi limito a dire che “il capitalismo” è un’entità piuttosto sfuggente che è cresciuta e prosperata all’ombra degli Stati nazionali e dei nazionalismi che li hanno sostenuti. Non stiamo facendo una gara a chi ha più colpe, citavo l’orrore del nazifascismo e di Auschwitz come un unicum (lo sterminio industriale degli ebrei, colpevoli di nulla in quanto ebrei, resta qualcosa di difficilmente giustificabile, non in termini morali, ma storici). Non utilizzo certo l’olocausto come strumento per zittire l’interlocutore, ma ciò non toglie che io continui a consideralo Olocausto. Non dimentico che Hitler era affascinato dall’apartheid statunitense, e che il razzismo era patrimonio comune di molti dei nemici della Germania, ma questo non cambia il giudizio storico sulla folle e criminale “soluzione finale” né può rappresentare una qualche sorta di “attenuante”.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      La guerra condotta dai Tedeschi fu del tutto discutibile (e stendiamo un velo pietoso su quella all’italiana, ma non per colpa dei soldati bensì degli ufficiali sabaudi) e Hitler al pari di Mussolini si rivelò uno sconsiderato facendo scelte sciagurate. Circa le aggressioni però vorrei ricordare le durissime condizioni imposte alla Germania dopo la guerra, e che hanno logicamente spianato la strada al revanscismo hitleriano, senza dimenticare che a suo tempo lo stesso Führer ebbe modo di avanzare profferte di pace e di intesa; si pensi a come evitò di liquidare gli Inglesi a Dunkerque o come in un certo senso fosse stato costretto ad invadere la Polonia. Non si potranno minimizzare i crimini della Germania ma cercare di leggere quello che sta dietro, le responsabilità delle democrazie borghesi occidentali, dell’imperialismo americano, delle ipocrisie anglofrancesi? Va bene, l’Olocausto, lo abbiamo capito, sono 70 e rotti anni che ci fanno una testa così con l’Olocausto, come se nella storia dell’umanità avessero perseguitato e sterminato solo gli Ebrei… Per non parlare delle assurde leggi sul negazionismo: da 2 a 6 anni a chi nega un evento storico. Questo mi fa pensare che la RI voglia adeguarsi alla vulgata stroncando il dissenso. Come si può imporre per legge una verità? Siamo tornati al Santo Offizio?
      Hitler, il nazismo, il Mein Kampf, la Shoah… Chi non li conosce ormai? Chi non conosce a menadito ormai i vari lager tedeschi? Ma allora, visto che i morti non devono avere alcun colore politico, perché fregarsene dei massacri greco-armeni operati dai Turchi? Di quelli palestinesi operati dai guerrafondai israeliani che spesso hanno strumentalizzato le vicende storiche del loro popolo per far fuori chi li ostacolava? Delle bombe atomiche sganciate da chi oggi vuol vietare all’Iran e ad altri ad avere il nucleare? Della striscia infinita di sangue che questi gendarmi del globo con potere di vita e di morte in casa d’altri lasciano da decenni dietro di loro? E anche tutta la barbarie colonialista di chi passa il tempo demonizzando il nazismo e masturbandosi con la reductio ad Hitlerum. Per costoro non vi saranno mai delle Norimberga o L’Aia,, visto che sono maestri nel giudicare ma senza accettare di venire giudicati (Sharon docet). E bene fece Hitler nel fustigare l’ipocrisia di un Roosevelt o dei suoi lacchè euro-occidentali, dal momento che un colonialista-imperialista-schiavista non può biasimare chi rivuole indietro terre etnicamente tedesche.
      Chi vince la guerra scrive la storia e da 70 anni a questa parte si è fatto di tutto e di più per dipingere Hitler, la Germania nazista e il NS stesso come demoniaca follia e male assoluto. Come se la storia dell’umanità si potesse ridurre al periodo 1933-1945 e i nemici della Germania di allora fossero poveri agnellini o idealisti totalmente disinteressati nel muovere guerra al cuore dell’Europa.

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    • Mirko ha detto:

      Il problema, caro Luca, è che spesso questo viene considerato come attenuante per i criminali, ugualmente colpevoli, dell’altro schieramento. Come ha esposto giustamente Paolo, se da una parte abbiamo la totale demonizzazione (che cos’è Hitler se non l’icona per eccellenza del mostro e della figura negativa? Colui che viene saltuariamente utilizzato come mezzo di paragone per qualunque criminale, aizzatore d’odio e omicida seriale?), dall’altra si assiste quasi al fenomeno opposto. Churchill è tutt’oggi una figura collettivamente positiva, eppure, reputava fosse legittimo gassare i selvaggi poco evoluti, ammirava i fascisti, e se non fosse stato per il D-Day, avrebbe cosparso mezza Germania di antrace e iprite, con conseguenza difficilmente immaginabili. Malgrado tutte le innumerevoli atrocità perpetuate da costoro, oggi non mi posso azzardare di considerarli alla stregua di un Hitler o un Mussolini; se ci provassi, verrei immediatamente arbitrariamente additato come nazista, fascista, negazionista, (e parlo per esperienza personale) perché il baffo, che, a prescindere dai crimini commessi, non mi sta di certo simpatico, deve essere sempre visto come il male supremo, e sistematicamente accostato a chiunque palesi un minimo sentimento tradizionalista e identitario. Fermo restando che fascismo e nazismo sono morti e sepolti da 70 anni, nonostante vengano saltuariamente additati, da taluni ciarlatani e vilissimi giornalisti, come la causa di tutti gli odierni mali, mentre le stesse arroganti potenze capitalistiche occidentali sono tutt’ora operanti.

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      • lara.angeletti@gmail.com ha detto:

        Caro Mirko, su come ‘certuni’ che erano a Norimberga hanno riscritto pagine e pagine di Storia del 1900, OMETTENDONE ALTRE, ci sarebbe di che dirne. Ma attenzione: fecero lo stesso quando costruirono la Leyenda Nigra intorno agli spagnoli nelle Americhe.

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  6. Luca Colombo ha detto:

    @Sizzi: il suo è un ragionamento circolare: la razza cui si appartiene è un dono da preservare, e si preserva evitando contaminazioni; la volontà e i comportamenti vanno orientati alla difesa della razza perché la razza è è un dono da preservare. Ovvio che così non se ne esce. Avere quattro nonni di Bergamo è un dono del cielo. Averne uno di Bergamo, due romagnoli e uno ligure? Averne due di Bergamo e due di Bari? Francamente facci molta fatica a seguirla su questo terreno, perché non mi è chiaro quali siano le conseguenze pratiche di certe premesse. Chi ha quattro nonni della val Brembana (spero siano rimasti in val Brembana invece di venire a Milano a ingrossare le fila della manodopera a buon prezzo e la speculazione edilizia) è investito della missione civilizzatrice; quale destino e quale missione ci immaginiamo per gli altri meticci? Lei continua a rovesciare i termini della questione: sono le ingiustizie sociali e le disparità economiche a generare flussi migratori non gestibili, non il contrario. En passant, ricordo che le colpe dell’Occidente nei confronti delle terre oggi origine di migrazione, vedono accomunati nella responsabilità storica tanto le democrazie anglosassoni quanto i fascismi, a riprova del fatto che il socialismo nazionalista non è una gran garanzia sotto questo aspetto.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Continua a banalizzare la questione pensando che il sottoscritto sia razzista-suprematista-segregazionista, nonostante le abbia detto diverse volte che nascere bergamaschi 4/4 non è un merito, così come non è un merito essere 2/4 bergamaschi e i restanti 2/4 calabresi. Il punto è la preservazione della propria eredità antropologica e genetica: va bene solo se sono un indio amazzonico? Se sono bergamasco divento fascio-leghista-populista? Se la pensa così il razzista è lei, caro signore. Io dico che ogni popolo ha il sacrosanto diritto di difendere con le unghie e con i denti la terra dei propri padri, perché l’immigrazione di massa e la società multirazziale sono solo distruzione e guerra tra poveri. Missione civilizzatrice… Da queste affermazioni si può cogliere la banalizzazione dell’argomento, e la diffamazione verso la pratica identitaria che è ben lungi dai nazifascismi cui lei sta pensando. Io non ho certo alcun potere sui miei conterranei ma auspicherei un irrobustimento del senso identitario orobico che non si limiti alle sagre della lega o ai colori nerazzurri atalantini, ma passi anche per l’orgoglio etnico e dunque per la saggezza di saper optare per partner sessuali (etero, naturalmente) indigeni o comunque “compatibili” al fine di preservare al meglio un dono inestimabile come il genoma lombardo. Lo stesso discorso lo può fare un Sardo, un Napoletano, un Nordafricano, un Nigeriano, un Maori ecc. Però vede, se lo fa un Maori lei sarebbe d’accordissimo e lo applaudirebbe, se lo faccio io divento un neonazista da internare. Eppure non vi sono differenze a meno che uno ritenga qualche popolo più degno di un altro, e lì il discriminatore sarebbe il benpensante antirazzista.
      Mussolini e la spada dell’islam erano una sciocca accoppiata, su questo ne convengo, ma solo per un motivo: il colonialismo italiano del Nordafrica impediva ai popoli ivi residenti una rivolta al fianco dell’Asse contro i VERI imperi coloniali occidentali (guarda caso dei mitici e filantropici Alleati), dal momento che in Libia gli Italiani non erano certo ben visti. Io sono contro ogni genere di colonialismi, e come non voglio colonizzare l’Africa così non voglio che l’Africa colonizzi l’Europa solleticata dai banchieri e dai gendarmi del globo. Per il resto, noi Lombardi non abbiamo mai colonizzato alcunché, anzi…

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      • Luca Colombo ha detto:

        Io forse banalizzo, ma lei continua a svicolare. Il punto che continua a eludere è molto semplice: perché mai la preservazione della propria eredità genetica dovrebbe essere considerata un valore in sé? E’ lei che banalizza mettendomi in bocca esempi che non ho mai fatto e che non sono pertinenti: personalmente io me ne strafotto, scusi il termine, tanto dell’eredità genetica dei bergamaschi come dei maori. Il punto dirimente è la cultura, e non certo la genetica. Ma un conto è ragionare sul fatto che certi flussi migratori così massicci sono oggettivamente un problema sociale e potenzialmente un problema culturale, un conto è teorizzare l’omogeneità genetica di una comunità. Quest’ultimo elemento è da lei totalmente idealizzato. Non a caso lei ha bisogno di giudicare dai comportamenti se qualcuno è degno dell’eredità genetica che porta. Ma è del tutto evidente che il cocainomane orobico che viaggia a 250 all’ora sul SUV per andare in discoteca è censurabile per il fatto di essere cocainomane e di viaggiare a 250 all’ora, non perché tradisce una qualche essenza antropologica orobica. Quindi i comportamenti e la cultura sono il vero discrimine, milioni di volte più importante della genetica. Io sono abbastanza conscio del pericolo che la diversità culturale e le piccole comunità corrono di fronte alla potenza omologante del capitale, ma difendere, che so, la Val di Susa dalla devastazione dell’alta velocità ha senso, preservare l’omogeneità genetica dei valsusini no.

        E per favore, non tiriamo in ballo la difesa biodiversità per giustificare la difesa della razza (o del patrimonio genetico o della limpieza de sangre o dell’eredità antropologica o di come le piace di chiamarla). Poi, è ridicola l’analogia con la flora o la fauna lombarda, che ovviamente non viene protetta in quanto lombarda (è quasi imbarazzante doverlo precisare).

        Comunque, lei mi pare vagheggi un diverso assetto politico-istituzionale: viene dunque naturale domandare come si immagina, pur dichiarandosi non suprematista, la gestione politica della difesa della razza. Sgravi fiscali per gli orobici che sposano un orobica? L’emissione di patentino genetico? Scuola gratuita solo per i purosangue lombardi? Le domande non sono ironiche, vorrei capire. E resta aperta – politicamente parlando – la questione del meticciato, che è ormai un dato di fatto, soprattutto se basta avere due quarti calabresi per essere meticci. Quale status giuridico (quali diritti, doveri, privilegi eccetera) sarebbe associato a chi non ha il famoso dono dei 4/4 di sangue locale?

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Ultima replica, poi la chiudiamo perché credo sia inutile discutere con chi non vuol capire. Sto cercando di dirle in tutti i modi possibili che, proprio in quanto eredità, la genetica è un qualcosa di assai prezioso da tramandarsi, e per evitare che tale tesoro sia scempiato col meticciamento (di fatto distruzione del proprio patrimonio genetico, disperso in un rimescolamento poco congruo col proprio areale) ecco la promozione di pratiche intelligenti come quella dell’endogamia, che non significa incesto o rimanere chiusi nella propria valletta ma cercare di preservare il fulcro della propria identità genetica (e fisica, antropologica) optando per partner sessuali il più omogenei possibili a quella che è la razza e la subrazza dell’individuo. Lei non lo ritiene un valore? Affari suoi, che importa a me? Si guardi la realtà genetica della Pianura Padana, e noterà come anche geneticamente sia possibile tracciare un lignaggio granlombardo ben distinto dal resto d’Italia e anche da zone estreme del Settentrione, influenzate da elementi allogeni. Lei continua a girare in tondo evitando di capire che la cultura procede dal sangue, in origine, perché non è il sangue che procede dalla cultura, non è sono lingua e usi e costumi a generare una schiatta, ma il contrario: un popolo dai contorni etnici (quindi anche biologici) ben precisi crea una sua cultura interagendo col territorio circostante. Cultura e indole si formano all’interno di una comunità e sicuramente c’è anche una certa ereditarietà e predisposizione nel mantenere certi tratti (si pensi a come anche l’intelligenza possa mantenersi in un filone famigliare, come ad esempio si potrebbe osservare negli Ebrei aschenaziti, rimescolati con geni europei; solo che di quelli si può parlare, se lo si fa con gli Europei ecco automaticamente le accuse di razzismo); ovvio che l’ambiente condizioni moltissimo un individuo ma c’è anche una indubbia inclinazione, che logicamente non c’entra, per dire, con le dimensioni del cranio. Le sue polemiche mi danno occasione di fare un discorso più ampio di quello che farei limitandomi a rispondere, proprio perché la sua posizione si inscrive perfettamente nell’ambito di un certo antirazzismo ottuso che vede malvagità e suprematismi persino in un cluster genetico.
        Lei si limita a pontificare su meri dati socio-culturali e ambientali, e io le ribadisco che se voglio tutelare l’ambiente tipico della Lombardia sarà una sorta di piccola barbarie piantare specie alloctone o introdurre bestie esotiche, proprio perché questo va a disintegrare le specificità del nostro territorio; allo stesso modo l’immigrazione distrugge il tessuto etno-sociale originario della comunità, tanto più che non ha alcuno scopo filantropico ma meramente affaristico, proprio come accaduto con l’esodo interno meridionale. Poche storie: se la famiglia di uno è sul territorio lombardo da generazioni e generazioni non potrà essere in alcun modo paragonata (non come dignità, ma come diritto ad abitare il territorio d’origine) a quella di un allogeno appena giuntovi, proprio perché poi l’immigrazione di massa odierna è del tutto distruttiva, e non certo costruttiva. Lei non è a favore dell’omogeneità valsusina? Problema suo, a me che importa? Così come una palma risulterà fuori luogo in ambito lombardo, così un immigrato calabrese, africano o sudamericano. O anche una nutria. Inevitabilmente la presenza di esseri viventi, che nel caso umano risulta problematica anche in termini culturali (si pensi alle varie assurde pratiche islamiche), alloctoni danneggia a suo modo le peculiarità di una area geografica, anche pesantemente. Non sto mettendo sullo stesso piano una nutria a un essere umano, prima che qualcuno s’attacchi pure a paranoie di questo tipo, ma sto solo sottolineando che la presenza di soggetti estranei porta inevitabilmente ad una lenta scomparsa della propria identità indigena e cioè di quella che per secoli e secoli ha definito una popolazione. E assieme a questo si aggiungono problemi economici, sociali, di ordine pubblico non indifferenti.
        Non vedo alcuna assurdità nell’appaiare la salvaguardia dell’ambiente a quella del popolo indigeno che lo abita perché è proprio quando un popolo autoctono viene mortalmente minacciato di estinguersi in vari modi (anche multirazziali) che comincia anche la distruzione della natura; il fatto è che posso dirlo degli Indios, degli Indiani d’America, degli Eschimesi o di chi per essi, ma se faccio il medesimo discorso coi Lombardi, i Tedeschi o gli Islandesi saltano subito fuori le solite accuse e le solite strumentalizzazioni-banalizzazioni ideologiche. Sarebbe imbarazzante denunziare la presenza di una flora spesso invadente ed infestante, e per di più aliena, che non c’entra con la vegetazione tipica di qui? Sarebbe imbarazzante denunziare la presenza distruttiva dello scoiattolo grigio americano o del gambero egualmente americano, che va a totale detrimento delle specie autoctone? Lei ha voglia di scherzare.
        Non si tratta di “difese della razza” (la razza, peraltro, è quella caucasoide, non esiste una razza lombarda o italiana) ma di salvaguardia di ciò che è ormai gravemente minato dalla globalizzazione e che si deve cercare di salvare, nel salvabile, per evitare una catastrofe finale. Bisognerebbe bloccare l’immigrazione e cominciare a rimpatriare, anche per via del perverso sfruttamento degli immigrati stessi a tutto svantaggio degli indigeni; se proprio si deve aiutare lo si faccia nel territorio d’origine di chi migra, perché svuotare una terra per andare a riempirne un’altra è sempre un fallimento. Quello che chiede in chiusura trova la sua sistemazione nel comunitarismo e nelle politiche interne etnofederali: non avverrebbe alcuna discriminazione o sopruso, tanto meno ghettizzazioni, perché il principio base del socialismo nazionale arricchito dall’etnofederalismo consiste nel dare il suolo al sangue indigeno, stroncando così anche i globalismi turbo-capitalisti e progressisti. Chi emigra va rimpatriato, anche perché l’immigrazione di massa genera solo problemi, non si tratta di qualche famigliola isolata, e nemmeno di pochi individui, ma di un fenomeno spaventoso e fallimentare per tutti. Ci sono tuttavia vari gradi di ibridazione: il meticcio è l’incrocio di due razze, che è diverso da uno con genitori caucasoidi, o europei, o italiani, perciò ci può essere un margine di discussione in merito agli Europei e alla questione meridionale. In quest’ultimo caso infatti, non sarebbe certo male proporre un rientro del grosso degli esodi dal Sud per rivitalizzare il Meridione e restituirlo ai suoi legittimi proprietari. Vorrei ci si rendesse conto, invece di irridere o banalizzare, che la situazione lombarda in termini demografici è pazzesca: gli indigeni non figliano, ma nonostante questo si raggiungono a seconda delle zone livelli intollerabili di sovrappopolazione, che porta successivamente a cementificazione, inquinamento, distruzione dell’ambiente. Tutto è concatenato, e prima si capirà che l’identitarismo non è becerume, neonazismo o neofascismo e meglio sarà per tutti. In questo senso, non sarebbe comunque fantascienza pensare di far coincidere la nazionalità con la cittadinanza, tutelando innanzitutto chi ha pieno diritto nel calpestare il suolo patrio.

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  7. fxd ha detto:

    io invece non ho problemi contro la difesa della razza, non sono nè per immigrazione o altre cose “moderne” (matrimoni gay ecc…), anzi dò ragione a paolo sizzi quando dice che le sinistre di oggi pensano di tutto tranne ai diritti sociali, e chi invade và respinto anche con le armi… quello a cui sono avverso è l’ esaltazione eccessiva dell’ indoeuropeismo: voglio dire… quella gente invadeva, bruciava, stuprava, assassinava, schiavizzava, portava tutto questo a gente che fino a quel momento indisturbata… è nell’ indoeuropeismo stesso lo spirito di invadere casa d’ altri… certo non è che gli immigrati che abbiamo oggi siano meglio eh, ma gli indoeuropei venivano soprattutto per invadere… se nel gilanismo si viveva veramente in pace ma allo stesso tempo non c’ erano degrado e disordini perchè esaltare gli indoeuropei?
    tra l’ altro nel gilanismo non penso che ci siano state cose tipo immigrazione (prima degli indoeuropei qui c’ erano alpinidi, mediterranidi, vari cromagnoidi e dinarici, presumo che saranno queste le tipiche craniometrie del gilanismo, non erano mica un misto razziale), matrimoni gay, o veganismo.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Stiamo parlando di vicende principiate nell’Età del Bronzo, non l’altro ieri o quest’estate, e all’epoca non c’erano lobby, multinazionali, imperialismi statunitensi, globalizzazione e così via. Gli Ariani sono alla base dell’identità europea, ancorché più sul versante culturale che biologico, però la loro impronta l’hanno lasciata, anche in Italia. Non ha alcun senso paragonare chi ci ha dato un’identità millenni fa con chi oggi invade l’Europa attratto dai parassiti locali; così come non ha senso paragonare le migrazioni germaniche, che hanno risollevato parecchi territori dopo il crollo di Roma. Il “gilanismo” era società paritaria e matriarcale, ctonia, lunare, pacifica, dedita alle arti… Un po’ pochino visto che fine ha fatto, e che culturalmente di allora è rimasto ben poco in Europa e altrove in Eurasia.

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  8. lara.angeletti@gmail.com ha detto:

    articolo perfetto… come ho sempre detto, non siamo nordici, non siamo levantini, siamo italici, e vogliamo restarvi. Non c’ è nulla di male nel voler proteggere la propria tipicità, quando alla fine gli europei sono gli unici a cui viene detto che se vogliono restare integri sono dei razzisti. Si sa tuttavia da dove viene quest’ odio verso gli indoeuropei.

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