La religione civica della rinascita italico-romana

Quando si viene a parlare di politica la questione religiosa è, naturalmente, un affare di secondo piano; essendo argomento a sfondo metafisico è buona norma che chi governa ed è chiamato ad amministrare un Paese lasci perdere le beghe che competono ai ministri del culto e ai loro fedeli. Mescolare la politica ai credi religiosi significa creare una miscela esplosiva pronta da un momento all’altro a far saltare in aria una Nazione. Attenti bene: ciò sia detto non per parare il sedere a chi si nasconde dietro al pluralismo multiculturale (e che è nemico dell’Italia, dunque), ma per evitare di confondere l’identità patriottica con altre fumose faccende.

Uno stato deve essere laico ma ciò non vuol dire ateo e laicista a tutti i costi: in altre parole non deve commettere l’errore di passare dal confessionalismo teocratico all’ateismo materialistico che svilisce ogni questione spirituale e, di fatto, passa da una dittatura oscurantista all’altra. Lo stato non deve occuparsi in prima persona di religione poiché non è una “chiesa” epperò, in ottica patriottica e identitaria, è doveroso che non si faccia mai mettere sotto dai preti di qualsivoglia confessione e che prenda le distanze da quelle che con l’Europa e l’Italia nulla c’entrano.

Perché l’Italia dovrebbe tutelare l’ebraismo, l’islam, e altri culti forestieri? Ma anche, perché l’Italia dovrebbe riservare un trattamento speciale ai credi cristiani quando la religione cattolica ha arrecato solo danni al nostro Paese (al di là magari del patrimonio culturale e artistico)? Sappiamo bene che il cattolicesimo sia capeggiato dallo stato più piccolo della Terra ma i cui danni sono inversamente proporzionali alle sue dimensioni; il Vaticano è una piaga che affligge ancor oggi tutti gli Italiani e con la scusa della radicata tradizione cattolica si permette di ficcare costantemente il proprio naso negli affari di stato (soprattutto in materia di allogeni e di carità a esclusivo vantaggio loro e di chi li pastura).

La Chiesa non può certo essere eliminata di colpo (eliminata in senso culturale, non fisico, si capisce) ma sbarazzandosi di quel ridicolo timore reverenziale nei suoi riguardi deve essere messa sotto lo stato, e non sopra o alla pari, poiché un Paese non si governa a suon di rosari, bibbie, avemmarie e tonache pretesche. Inoltre, se proprio non si può eliminare che venga almeno riconvertita a chiesa nazionale, e non più universale, perché proprio noi Italiani conosciamo bene le catastrofi secolari scatenate da una Santa Sede “politicizzata” e votata all’universalismo, incapace di tenere il proprio dannato naso nelle sacrestie.

Il cristianesimo, come ebraismo e islam, è un qualcosa che non appartiene al genoma europeo e che infatti ha devastato il nostro Continente con la sua mentalità desertica, mediorientale, mesopotamica, introiettando in esso quei germi spirituali forestieri che lo hanno intossicato e hanno castrato i suoi figli migliori riducendoli a crociati. La favoletta delle radici giudeo-cristiane d’Europa è dura a morire, e quando si sposa con certe dottrine politiche euro-atlantiche è la fine.

Credo, piuttosto, che uno stato si debba occupare di plasmare o quantomeno incoraggiare la promozione di quella religione civica che costituisce il nerbo morale di una Nazione: il culto della Patria è fondamentale al fine di promuovere amore per essa, patriottismo, e serve per crescere le giovani generazioni sotto l’egida dell’identitarismo etnonazionale. In questo, più che al cattolicesimo, occorre che i rimandi vadano a ciò che ha consegnato alla Storia il mito della più grande epopea italica, ossia Roma. E dunque, assieme a Roma, l’immortale ricordo delle religioni tradizionali dei nostri arii Padri. Se proprio uno stato dovesse avere un occhio di riguardo nei confronti del culto, parlando di Italia il culto in questione potrebbe essere solo ed esclusivamente quello gentile (italico-romano innanzitutto, ma anche relativo agli altri credi preromani sparsi per la Penisola). E questo anche perché solo tale forma di religiosità può incentivare, e non svilire, l’orgoglio nazionale più vero e genuino, ossia non limitato ai nemmeno duecento anni di entità statuale italiana.

Uno mi potrà dire: che senso ha tutelare dei culti ormai scomparsi o “restaurati” da pochissimi uomini di buona volontà che non hanno, purtroppo, alcun serio peso culturale? In Italia esistono tuttora milioni di cattolici ma di pagani nemmeno l’ombra (quasi); inoltre potrebbe affermare che riprendere un qualcosa che è stato “sconfitto” dal cristianesimo 2000 anni fa circa e che perciò non ha mantenuto un legame diretto tra passato e presente è una mera fantasia folclorica.

Appare utile sottolineare come la dicitura di “culto tradizionale” non riguardi il monoteismo abramitico ma il paganesimo indoeuropeo, che ha anticipato di millenni cristianesimo e compagnia; non solo, il cristianesimo, nella fattispecie il cattolicesimo romano, come dice l’attributo stesso di “romano” ha ampiamente parassitato la gentilità precristiana facendo uso e abuso di tradizioni, riti, liturgie, gerarchie, ricorrenze, formule, siti sacri, usanze, e pure simboli e figure tipici del paganesimo mascherandoli con tutta la sovrastruttura semitica della principale delle eresie nate dall’ebraismo.

Il fatto che quasi nessuno oggi in Italia sia gentile conta poco: a contare è l’Identità e la (vera) Tradizione del Paese, che se proprio deve tutelare un credo religioso questo non può che essere pagano e romano. Il cristianesimo si è affermato a Roma contando sul fanatismo dei propri fedeli e soprattutto sull’appoggio politico derivante da pazzi sciagurati come Costantino. L’Impero favorì la religione cristiana per questioni di interesse e potere, non certo per altro, e perché ormai agli antichi dei ci credevano sempre meno persone, ormai confinate alle aristocrazie senatorie. Non importa se non ci sia stata una continuità precristiana tra ieri e oggi, conta sapere chi è venuto prima e come, ciò che è arrivato dopo, ha usurpato la legittimità etnica e culturale della vera Tradizione.

Lo stato italiano, come detto in precedenza, non si deve occupare in prima persona di religione essendo una tematica poco pratica e di secondaria importanza, ma deve assolutamente sbarazzarsi dell’ingerenza monoteistica, in particolar modo cattolica (dato che abbiamo in casa il papa). Assieme a ciò deve piuttosto promuovere una razionale religione civica patriottica che sappia fondarsi sull’epos immortale della romanitas, dellalatinitas, e dell’Italia migliore che nei secoli ha brillato per eroismo ed esempio. Il culto del sangue, del suolo, dello spirito, degli avi, di Roma, e dell’antico splendore indogermanico che ha dato ossatura etno-culturale al Paese deve essere oggi ciò che possa dare anche un’anima alla politica e al governo dell’Italia, evitando così il baratro di quel nichilismo ateo e materialista che sancirebbe la fine di una Civiltà plurimillenaria grazie a cui esiste l’Europa occidentale. Non si tratta di assecondare delle fantasie, amici: ciò che costituisce la Razza nella sua accezione nobile è il bene più prezioso che abbiamo, poiché deriva dalla Natura sovrana e dunque dalla Verità. La Natura mica le conosce le menzogne propagandistiche del politicamente corretto e del nichilismo e cioè dei miti distruttori dell’egualitarismo.

Un discorso che va a beneficio soprattutto dei nostri giovani, così smarriti e confusi nella modernità barbarica priva di modelli, di esempi, di maestri positivi che può solo traviarli e spedirli nel tritacarne del mondialismo eradicatore. Lo stato non deve rimanere indifferente ma deve invece incentivare la cura dello spirito patriottico dei suoi cittadini, che vanno tra le altre cose disintossicati dalla melassa antifascista e dalla sua lacrimosa propaganda pacifista e castrante che, pur spacciandosi per patriottica, è in realtà antinazionale e funzionale a chi vuole un’inutile italietta caricaturale e priva di sovranità.

Tempo di rinascere e di spogliarsi di quel gelido letargo etnico e nazionale che ci narcotizza da sin troppo tempo, e non esiste data migliore dell’equinozio di primavera per augurarselo.

Ave Italia!

La religione civica della rinascita italico-romana

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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8 risposte a La religione civica della rinascita italico-romana

  1. Giovanni ha detto:

    Gesù perdona Sizzi. Non sa quello che fa e quello che dice.

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  2. Franco Treni ha detto:

    Hai detto bene: per la rinascita etnonazionale la Religione deve essere l’Italia; quell’Italia, scevra di qualsivoglia influenza culturale o religiosa abramitica (di cui il Cristianesimo, derivando dall’Ebraismo, fa parte), così come la ereditammo dai nostri antichissimi padri Ariani, i quali insegnarono all’Europa e al Mondo valori morali eterni quali Lealtà, Onore, Valore, Rispetto, che sono alla base della triade Sangue-Suolo-Spirito.
    Una vera Religione con la r maiuscola per l’Italia (e l’Europa) deve fondarsi su questi valori innati nell’Uomo, non sulla fede cieca e irrazionale (il tipico “Questo è giusto perché c’è scritto nella Bibbia”) verso dottrine praticate esclusivamente per paura di una “dannazione eterna” e dunque castrate di qualsiasi sentimento alto e nobile.
    Ovviamente, quando parlo di cristianesimo, mi riferisco al cristianesimo originale, che insegna proprio a “rinnegare” sé stessi (leggere per credere); non a quello, fortunatamente (a quanto ho potuto constatare dal momento che, come te Paolo, frequentavo discretamente la parrocchia fino a poco tempo fa), molto in voga tra i “cristiani” che vedi in chiesa e che non sono soliti interrogarsi sulla propria fede.
    Poi, in effetti, ci sarebbe da fare un discorso molto lungo sul cristianesimo e i cristiani, ed ammetto che è riduttivo parlarne in 3 righe di commenti sotto a un tuo articolo…

    Anche nella questione religiosa dunque, noi Fascisti confermiamo di trovare la perfetta “Terza Via”, rigettando categoricamente sia il relativismo nichilista ateo di chiara filiazione massonica e giacobina, e sia la brodaglia semitica tramandataci, ahinoi, da quasi due millenni.
    Continua così Paolo Sizzi.
    Ave Italia Saluu Lombardia

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Non mi dico “fascista” perché quel che è stato è stato e riproporlo oggi rischia di divenire farsa o tragicommedia, quindi anche per rispetto di chi lo fu lealmente e con coraggio, e grandi ideali, non credo che oggi sia questione di fascismo. Io rimango, come da dieci anni a questa parte, etnonazionalista, e dopo aver ampliato il discorso lombardista a quello italianista non posso che dirmi etno-federalista e socialista nazionale. Una sacrosanta evoluzione necessaria a chiudere il cerchio nel contesto della ricerca etno-culturale delle proprie radici, proprio dopo aver rigettato l’eresia ebraica cristiana.

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      • Franco Treni ha detto:

        Se le tue idee sono quelle che animarono il Fascismo, non vedo perché non dichiararsi Fascista; facendo un grossolano paragone, è come dichiararsi Gentile oggi. Non vedo perché no.
        Poi, per carità, hai la totale libertà di dichiararti ciò che vuoi, ma a mio parere la tua visione del mondo può essere considerata fascista a pieno titolo.
        Poi, come dissi tu parlando con me di fenotipi, “Sono solo etichette”.
        Buona giornata.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Non è che mi faccia schifo eh, essere definito fascista, ci mancherebbe; anzi, depurare l’essere fascisti dalle cialtronerie degli antifa è sempre cosa buona, le loro banalizzazioni han fatto danni immani. Ho intuito quel che dici comunque, e capisco il tuo punto di vista. Solo, se dovessi definirmi politicamente direi quanto esposto sopra.

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      • Franco Treni ha detto:

        E faresti bene; colgo solo ora infatti un’aspetto di queste tue affermazioni che prima mi era sfuggito: preferisci non definirti fascista per non scadere in quel tipo di macchietta comica (alla Alessandra Mussolini per intenderci ahahah) che getta solo ridicolo su un’esperienza passata e su un Uomo che (non senza errori, chiariamo; dopotutto nessuna cosa umana nasce perfetta, e dagli sbagli si impara) hanno favorito una vera rinascita della nostra Nazione ridandole dignità.
        In sintesi, mi stai dicendo di imparare dalle esperienze passate le quali, essendo appunto passate, non vanno scimmiottate.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Il punto è proprio quello: recuperare camicie nere, fasci, motti, saluti e rituali fascisti sarebbe stupido perché 1) inflaziona il Fascismo primigenio che è stato un’esperienza a sé, 2) diventerebbe una mascherata indegna e poco utile, 3) oggi si sa che aria tira, se uno si dicesse fascista in un batter d’occhio lo rinchiudono essendoci leggi specifiche contro l’apologia. Pur traendo spunto da alcune lezioni dall’importanza sempre attuale dell’epopea fascista (degna prosecuzione risorgimentale) oggi è necessario saper reinterpretare e adattare quelle che sono idee immortali senza per questo né scimmiottare né scomodare un’esperienza unica che riproposta qui e ora diventerebbe inevitabilmente una sceneggiata indegna, come moltissimi bifolchi hanno infatti dimostrato (la Mussolini, i finiani, Saya, vario neofascistume involontariamente comico e via dicendo).

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