Più libero è il mercato, più schiavo è il Popolo

Se non ci fosse da piangere per le sue catastrofiche conseguenze, l’idea che il libero mercato renda libero il Popolo farebbe letteralmente sbellicare dalle risate. Il liberismo infatti, al pari del liberalismo, è una pia illusione di libertà, poiché più un Paese e la sua economia sono intrisi di pensiero liberale-liberista e più essi saranno in balia dei nefandi capricci del capitalismo con conseguenze altamente distruttive nei confronti del Popolo. Lo vediamo bene nell’italietta renziana quanto, col libero mercato, si sia schiavi dei forestieri tramite delocalizzazione, svendita dei marchi italiani, sfruttamento della dequalificata manodopera allogena che sostituisce i “costosi” indigeni e via dicendo.

Le politiche liberali sono un’illusione di libertà, laddove si intenda il benessere della propria comunità e non l’interesse e il capriccio individualista della borghesia; infatti il concetto di libertà assume il suo significato più vero e autentico quando sottintende il bene e il (vero) progresso della maggioranza, volti allo sviluppo della popolazione al di là del censo, e non di quelle ricche ed influenti minoranze che strumentalizzano altre minoranze proprio per fiaccare la sovranità di una Nazione.

Per l’appunto il libero mercato, manovrato dal grande capitale, è anche quel che promuove quelle forme di anti-tradizionalismo che oggi si concretizzano nei cosiddetti “diritti civili” nonché nell’accoglienza indiscriminata di allogeni da ogni dove che, camuffata da filantropia e beneficenza, è in realtà affarismo consumato sia sulle schiene dei “fratelli migranti” che soprattutto su quelle delle fasce più povere e disagiate della popolazione indigena.

Ma tutto questo perché? Semplice, perché mediante il relativismo nichilistico il capitalismo mira a distruggere le differenze razziali, etniche, nazionali, culturali, sessuali (ma non di censo, badate bene) al fine di creare quel micidiale pastone coeso semplicemente dal culto del denaro, del consumismo, del pensiero liberale. Secoli di odio “illuministico” per le religioni e la spiritualità per arrivare ad una nuova, spietata, forma di oscurantismo pseudo-religioso che consiste nel dogmatismo “democratico” di chi vuole sottomettere tutti quanti alla vulgata del pensiero unico modernista, dove i finti valori dell’antifascismo, della liberal-democrazia e della socialdemocrazia sono imposti col liberticidio perché tutti devono inginocchiarsi al cospetto del conformismo globalista, pena la persecuzione.

Lampante: buttare nel tritacarne mondialista i popoli equivale a distruggerne le peculiarità, la ricchezza della loro biodiversità e cultura, per poter così sfornare miseri consumatori grigi e uniformati, tutti uguali, e affratellati semplicemente dalla standardizzazione della società capitalista poiché tutti quanti sudditi della dittatura globale di marca americana che ha letteralmente in odio la preservazione del proprio orgoglio etnonazionale, un genuino ostacolo sulla via dell’omologazione borghese. Il culto del dio denaro non vuole uomini ma burattini facilmente manovrabili, privi di coscienza identitaria e perciò completamente asserviti e ridotti a massa amorfa frutto della società pluralista e multirazziale.

Pensate alla farsa arcobaleno delle “unioni civili”: le multinazionali più gettonate e in vista, soprattutto presso i giovani, hanno appoggiato incondizionatamente le politiche omosessualiste all’americana mettendosi di fatto a fare politica per condizionare la posizione in materia dei consumatori. Una martellante campagna all’insegna degli stracci variopinti e in nome dell’uguaglianza, una pagliacciata consumistica spacciata per rivoluzionaria quando in realtà non è altro che omologazione pecoronica al volere del padrone americano.

Se il razzismo, per certi versi, potrebbe essere moralmente sbagliato figuriamoci l’egualitarismo tanto strombazzato da cani e porci che mira a sradicare, asfaltare e distruggere le differenze semplicemente per fare l’interesse del grande capitale e del libero mercato, dei ricchi e dei banchieri, dei tecnocrati e delle ricchissime minoranze cui i politici “democratici” devono il loro mandato di camerieri ben pagati.

Infatti la società capitalista auspica l’annullamento di ogni differenza razziale, etnica, nazionale, religiosa, culturale, sessuale, psicofisica, generazionale ma non certo economica altrimenti contraddirebbe sé stessa e la sua rigida distinzione in ceti sociali. Quindi ben vengano antifascismo ed antirazzismo ma il classismo rimane cosa buona e giusta, per lorsignori, altrimenti perderebbero il proprio potere e i propri parassitari privilegi.

Quei petomani salottieri con la puzza sotto al naso, cresciuti con le bestemmie della Scuola di Francoforte e del ’68, liquidano ogni differenza come “costruzione sociale” e s’azzardano pure a vilipendere la famiglia oltraggiando i concetti di padre e madre che sono inscindibilmente legati a concetti di genere (o forse una donna può essere padre e un uomo madre?); guai però a mettere in discussione i soldi e il loro culto, quelli non sono un costrutto sociale, sono la loro ragione di vita e devono riempire le relative tasche mentre ai lavoratori e ai poveri indigeni spettano le briciole, da contendersi con l’invasore alloctono. Del resto cosa destinare alla “plebaglia razzista” che non sa convivere con le bipedi ricchezze arrivate coi barconi? Mica possono farsi carico i ricchi dei bisogni degli immigrati, o dovrebbero forse accoglierli nei loro sontuosi palazzi? Che s’arrangi il popolaccio bue, tanto è già povero e disagiato e una guerra tra poveri disgraziati non può certo coinvolgere le torri d’avorio dei radical-chic.

Le vicende etno-culturali sono strettamente intrecciate a quelle economiche perché la politica, dopotutto, è principalmente economia; e, infatti, anche le mosse politiche in materia sociale rispecchiano le scelte economiche di un governo che più sarà prono al cospetto del volere altrui e più sarà privo di vera sovranità.

Così difatti accade nell’italietta della seconda repubblica, dove non cade foglia che Washington non voglia, dove ogni più piccola flatulenza americana è vangelo per i servi ben rifocillati che occupano i palazzi romani. Il capitalismo, il liberismo, l’euro-atlantismo dell’Occidente anti-europeo sono la rovina dell’Italia e delle altre nazioni europee, ridotte a stati lib-dem privi di sovranità economica, monetaria e politica che pendono dalle labbra dell’unipolarismo statunitense e sono enti liberi e sovrani solo sulla carta. Un popolo privo di sovranità economica e monetaria è un popolo schiavo e la favola del libero mercato, così come quella della società dei consumi alla portata di tutti, ci ha così turlupinato che pensiamo reale il finto benessere derivante dal capitalismo (a meno che si reputi davvero benessere avere la pancia e il portafogli pieni ma il cervello e il cuore vuoti).

Col libero mercato l’Italia è sempre meno padrona delle proprie industrie e delle proprie ricchezze/risorse perché privata di quella vera sovranità che garantendo dirigismo e nazionalizzazione impedirebbe il sacco di marchi e industrie nostrani, la delocalizzazione, la perdita del lavoro e il conseguente impoverimento della popolazione. Invece, con la situazione attuale, il Paese è servo di Unione Europea (ossia Germania postbellica), NATO (ossia Stati Uniti), ONU (ossia universalismo) nonché soggetto alla dittatura bancaria e finanziocratica, il che non implica solo l’assoggettamento economico ad elementi esterni ed estranei ma pure quello politico, sociale, culturale. Sicché ci si deve sorbire la creazione di finti bisogni come quelli dell’omosessualismo mentre le tematiche tanto care ai lavoratori languono senza soluzione.

Se uno stato è ridotto ad ente colonizzato e privo di sovranità non farà mai gli interessi della Nazione che dice di rappresentare ma quello di chi lo foraggia, e così ogni stortura frutto della “cultura” del padrone verrà imposta, pena sanzioni e boicottaggi. La salvazione dell’Italia, dunque, può venire solo dal recupero sovranista della dimensione etnonazionale e dal socialismo nazionale che tutela, per davvero, la popolazione indigena e la maggioranza, proprio perché volto al benessere delle comunità etniche italiane.

Economia, cultura e società, nonché politica, vanno di pari passo e se non si comprende, finalmente, che le balle liberali e liberiste sono veleno relativista sputato dagli unici che ci guadagnano in un Occidente sottomesso al capitalismo (e cioè a chi sappiamo), il declino del nostro Paese sarà inesorabile e il comunitarismo l’ultima arma a disposizione dei patrioti.

Ave Italia!

Più libero è il mercato, più schiavo sarà il Popolo

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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2 risposte a Più libero è il mercato, più schiavo è il Popolo

  1. Mirko ha detto:

    La verità è che il libero mercato attualmente non esiste, e in nessuna epoca della Storia si è mai stati lontani dal libero mercato quanto lo si è oggi, Ovviamente va eliminata la moneta a debito che ci è stata imposta, e puntare sull’incremento di liquidità monetaria di pari passo con l’incremento dei beni reali. Con questa euro, moneta neocoloniale, si fa l’opposto: una politica di rarità monetaria (questo lo presagiva Auriti del 1998)

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Non è che non esiste, esiste ma il suo concetto di libertà è fittizio, come del resto lo stesso liberalismo è finzione “democratica”.

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