Nel contadinato la riscoperta della coscienza etno-territoriale

All’interno del ruralismo, di cui parlavo la scorsa settimana, un ruolo precipuo è ricoperto dal contadinato, che già un autore come Darré esaltava ponendolo alla base della vita comunitaria germanica.

Nell’ottica romantica tedesca, poi ripresa dal Nazionalsocialismo, il binomio del Blut und Boden, ossia di Sangue e Suolo, è fondamentale ai fini dell’esaltazione dei valori di Popolo (völkisch) che si contrappongono all’aridità di una vita cittadina materialista e borghese (oggi diremmo pure cosmopolita) priva della più intima dimensione primordiale cui l’uomo è per natura inscindibilmente legato.

Proveniamo dalla Terra e vi ritorniamo, e per quanto oggi la campagna sia vituperata e drasticamente ridotta in talune aree anche italiane, il richiamo naturale che ci riporta alla riscoperta di quanto di più puro e genuino esista è fortissimo per chi ha una spiccata sensibilità identitaria e tradizionalista; non si può essere dei buoni patrioti se non si preservano le proprie antiche radici rurali e contadinesche (valevoli per la maggioranza della popolazione italica), ma la stessa nobiltà antica (prima dell’avvento dei ricchi notabili borghesi provenienti dalla mercatura) era guerriera e fortemente legata al contado, dove deteneva patrimoni fondiari protetti dall’incastellamento. Era l’aristocrazia germanica, “barbarica”, che risollevò l’Europa dopo il crollo di Roma fondendo l’azione politica e militare con il sostrato culturale latino.

D’altra parte, come dimenticarsi di un Catone, strenuo paladino di quel mos maiorumitalico-romano profondamente legato all’agricoltura e all’allevamento tradizionali; le radici stesse di Roma e della sua civiltà sono decisamente agresti, contadine, dure e pure potremmo dire nella spartana nobiltà dei primordi ario-latini.

Non posso certo dimenticarmi, poi, del Fascismo che promuovette iniziative autarchiche per la salvaguardia dei prodotti italiani partendo dai campi, come la famosa Battaglia del grano. Il legame tra l’Italia e l’agricoltura è millenario e si intreccia con i valori tradizionali del patriarcato e con quelli religiosi che a partire dai riti agresti di fecondità per propiziare l’abbondanza del raccolto giungono, camuffati, nel cristianesimo della devozione popolare.

E oggi più che mai, in una realtà caratterizzata dalla barbarica distruzione della natura per fare spazio alle metropoli globalizzate che smarriscono completamente il legame col Sangue e il Suolo (per non parlare dello Spirito, costantemente vilipeso dal modernismo iper-tecnologizzato e sostituito con quella vomitevole finta etica tipica del qualunquismo borghese e individualista), occorre recuperare la nostra dimensione naturale più intima, che passa per il comunitarismo, il ruralismo, il contadinato appunto. Ciò non significa abbandonare in massa le città per riversarsi nelle campagne o sulle montagne, anzi dobbiamo combattere per salvare i nostri centri principali dal nichilismo che li sta inghiottendo, bensì ricordarsi dell’ambiente che più di tutti ci garantisce di riscoprire la nostra Identità e le nostre origini territoriali e nazionali, ovverosia l’agro.

Oggi siamo fin troppo angariati dalla massificazione operata da consumismo, materialismo, edonismo, cosmopolitismo occidentale, che porta ad una velenosissima spersonalizzazione standardizzata che ci rende automi di massa ma sempre più individualisti, soli, borghesi, alienati… Sì, è il paradosso della società di massa che indebolendo i legami di solidarietà etnica e nazionale, comunitaria, mediante il cosmopolitismo multirazziale finisce per estraniarci e renderci dei grigi individualisti asserviti al grande capitale e alla modernità. Proprio questa massa amorfa infatti spinge le persone a chiudersi in sé stesse e a farsi gli affari propri, a meno che si tratti del dissolversi, dell’annientarsi all’interno delle dinamiche del libero mercato che ci riducono a consumatori “affratellati” dal culto del dio danaro e nulla più.

Credo che il concetto di solidarietà etnica e nazionale sia fondamentale per capire l’importanza del contadinato, e più in generale del ruralismo: non si tratta infatti di fuga e di isolamento dal mondo ma anzi di riscoperta di quei vincoli etno-culturali che legano degli individui accomunati dalle medesime origini etniche e territoriali, il tutto immergendosi nella cornice più squisitamente genuina e naturale che ci possa riportare a godere delle nostre radici. In un’Europa che inevitabilmente appare inquinata a livello etnico, sociale, culturale, ambientale e alimentare direi, la possibilità di beneficiare di un comunitarismo promuovente salutari attività come la produzione di cibo e prodotti biologici, il chilometro zero, l’allevamento non intensivo, lo sfruttamento delle energie rinnovabili, la caccia e la pesca moderate, e dunque uno stile di vita sano ed equilibrato, è un toccasana e un collante fenomenale tra compatrioti, appunto legati da vincoli di Sangue e di Suolo. La figura del contadino presso la società dei consumi è infangata da patetici stereotipi che lo ritraggono come rozzo, triviale, incolto, becero, così come la figura del montanaro e del pastore; ma si sa, oggi vanno più di moda personaggi come i “fratelli migranti”, i gay, le femministe, i professionisti dell’antifascismo e i radical-chic, tutte quante figure funzionali al sistema distruttore, logicamente. La genuinità terragna e sanguigna dei rustici, in questi tempi, sarebbe una salubre iniezione di vitalità e tenace resistenza allo stupro liberale e liberista commesso ai danni della Nazione.

Badate bene, qui non si tratta di quella “decrescita felice” tanto cara a certi ecologisti europei fricchettoni, che notoriamente sono tutto fuorché patrioti e tradizionalisti, che fa il paio con l’ambientalismo ipocrita, ossia ciò che mentre auspica la salvaguardia della natura glissa vergognosamente sull’immigrazione di massa (come se non cagionasse sovrappopolazione e perciò cementificazione, inquinamento e distruzione delle aree verdi), ma dello sviluppo armonico di comunità autosufficienti senza per questo disinteressarsi delle città, dell’industria (che dà lavoro), del progresso laddove sia positivo (pensiamo ad Internet) e dello stato che a mia detta deve esistere e deve assumere le fattezze di un patto etnonazionale tra Italiani, nel nostro caso, basato su presidenzialismo ed etnofederalismo.

Solo in situazioni catastrofiche, da Medioevo, una comunità assurgerebbe ad ultimo baluardo a protezione del Popolo indigeno e del suo territorio, ma in caso contrario serve uno stato forte dotato di vera sovranità, di autorità, di una coriacea identità nazionale e culturale, guidato da un presidente col pugno di ferro. Ecco, mi rendo conto che non sia l’attuale italietta appiattita sulla repubblica sfornata da Alleati e partigiani, eppure dare un volto davvero nazionale allo stato appare fondamentale, in particolar modo in una realtà globalizzata dove l’Occidente europeo segue a rotta di collo la pericolosa discesa verso gli inferi dell’anarchia antinazionale furbescamente orchestrata da loschi figuri alla Soros.

Dobbiamo lavorare per una politica rinnovata nel suo spirito patriottico, ormai inesistente o euro-atlantico quindi ciarpame, e al contempo (dato che al momento lo stato italiano è quello che è, sempre più distante dalla Nazione) investire sul comunitarismo come propaggine rustica del socialismo nazionale, per non perdere il contatto con quanto rimane fondamentale nell’ottica del recupero della propria coscienza etnica: la vita rurale immersa nella natura incontaminata delle nostre terre, a tuppertu con la flora, la fauna e con una giusta rivisitazione del “buon selvaggio” illuminista, da inquadrarsi come un Europeo verace rinnovato nello spirito e solidale con la sua comunità etnica d’origine.

Ave Italia!

Nel contadinato la riscoperta della coscienza etno-territoriale

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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