Bergamo viscontea e serenissima

Bartolomeo Colleoni

Bartolomeo Colleoni

Negli anni ’30 del 300 comincia su Bergamo la signoria viscontea, principiata con Azzone Visconti, appoggiato dalla fazione ghibellina della città. La signoria fu instaurata a tutti gli effetti da Luchino Visconti, che estese su Bergamo il diritto unico milanese, ponendo fine all’autonomia comunale. Il processo fu ulteriormente accelerato dall’arcivescovo Giovanni Visconti. Il guelfismo resisteva nel contado e soprattutto nelle valli, che furono teatro di sanguinosi scontri e repressioni da parte viscontea.

Con Bernabò Visconti vi fu una radicale fortificazione militare della città: fu costruita la Cittadella, assieme a mura e torri difensive. Fu aumentato anche il numero dei militi, presenti in ogni quartiere cittadino.

La pressione fiscale ebbe un incremento proprio con Bernabò, unita ad un atteggiamento dispotico da parte del signore; per tutta risposta le valli bergamasche si ribellarono scatenando la rabbiosa reazione viscontea: rappresaglie, blocco delle vie di comunicazione, conseguenti carestie decimarono i vendicativi guelfi, che ammazzarono il figlio di Bernabò, Ambrogio, nei pressi di Pontida. Per tutta risposta, il padre rase al suolo il famoso monastero, teatro del Giuramento del 1167, e massacrò i Pontidesi.

La dittatura del Visconti finì nel 1385, quando il nipote Gian Galeazzo lo catturò e imprigionò nel castello di Trezzo. Questi divenne duca di Milano per opera dell’imperatore Venceslao, e si occupò del rilancio economico dei territori viscontei.

Purtroppo le esose politiche fiscali dei Milanesi piombarono le campagne bergamasche in una catastrofica situazione economica, fatta di miseria, carestie, angherie, ed epidemie di peste. La situazione non migliorò nemmeno con Giovanni Maria, il quale tenne una posizione di ambiguità con guelfi e ghibellini per cercare di mantenere tra di essi un equilibrio.

Nel 1407 il condottiero Pandolfo Malatesta conquista Bergamo, dopo Brescia e dopo essere divenuto governatore di Milano, riuscendo a farsi riconoscere dal Visconti il titolo di signore di Bergamo. Le sue origini guelfe poterono garantirgli una politica equilibrata ed imparziale, tentando peraltro di incrementare demograficamente il territorio bergamasco, falcidiato da carestie, epidemie e guerre. Il Malatesta venne sconfitto da Filippo Maria Visconti tra 1419 e 1421, e fu costretto a lasciare il territorio orobico.

Con quest’ultimo cominciarono gli scontri tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia per il controllo della Bergamasca, quella che sarà baluardo occidentale di terraferma della Serenissima. Il 12 ottobre 1427, nei pressi di Maclodio (sull’Oglio), le truppe veneziane capitanate dal Carmagnola sconfissero l’armata viscontea, sancendo il passaggio di Bergamo sotto le insegne del Leone di San Marco nel 1428. Un passaggio storico caldeggiato fortemente dalla parte guelfa bergamasca, stanca delle vessazioni e delle esazioni fiscali di Milano.

Gli scontri coi Milanesi continuarono fino al 1433, quando venne sancito il definitivo dominio veneziano sul capoluogo orobico e suo territorio. Bergamo, con Venezia, si trovava in una posizione vantaggiosa per via della sua collocazione geografica, e venne trattata come città sorella della capitale lagunare; sicuramente, rispetto a Milano, la Repubblica veneta si dimostrò più liberale e rispettosa delle autonomie locali, garantendo una certa prosperità a Bergamo e ai Bergamaschi. Furono persino restaurate le antiche consuetudini comunali e comunitarie, riscattando gli Orobici dalla condizione servile in cui erano costretti con le politiche filo-imperiali dei ghibellini Visconti. Questo è un chiaro giudizio sugli aspetti economici delle politiche milanesi e veneziane, non certo su quelli etno-culturali e storici, visto che Bergamo è legata a Milano e alla Lombardia, non a Venezia e al Triveneto (per quanto la nostra città e il resto della Lombardia orientale siano a metà strada tra Milano e Venezia, sotto certi aspetti).

Chiaramente, Venezia era dalla parte dei guelfi bergamaschi, a scapito dei ghibellini che rimanevano fedeli a Milano e furono costretti a seguire la via dell’esilio (è il caso dei famosi Brambilla, originari di Brembilla, in Val Brembana, e di diverse altre famiglie delle valli in conflitto con la Serenissima).

Il punto di forza dei Veneti era nel rispetto delle autonomie locali e nel rispetto delle prerogative del ceto dirigente bergamasco; le tasse veneziane non erano leggere ma in parte venivano spese sul territorio orobico, coniugando sapiente gestione economica col buongoverno dei rappresentanti della Serenissima.

Rispetto a Milano, Venezia seppe governare senza il pugno di ferro e senza opprimere la popolazione, ma anzi promuovendo il riscatto del Bergamasco dalle condizioni di devastazione e miseria che lo avevano piagato durante la dominazione dei Visconti.

Gli scontri bellici con Milano, tuttavia, non cessarono, anche perché i Visconti fomentarono i ghibellini bergamaschi contro San Marco: tra 1437 e 1440 la Lombardia orientale fu teatro di aspre contese tra Milano e Venezia, con la prima che mise a ferro e fuoco i territori della pianura e penetrò in profondità sino a Padova e Vicenza. Nonostante l’assedio posto a Bergamo, la città orobica resistette e nella sua difesa si mise in luce il condottiero orobico Bartolomeo Colleoni, posto al servizio di Venezia. Bergamo rimase fedele ai Veneziani, e questi alla città, senza mai esercitare un dominio coloniale e centralizzatore.

Francesco Sforza, già capitano di ventura al servizio di Venezia, dopo la morte di Filippo Maria Visconti divenne duca di Milano col sostegno della moglie Bianca Maria Visconti, nel 1450. Con lui ripresero le guerre contro la Repubblica di San Marco, in una situazione per essa delicata dal momento che i Turchi minacciavano seriamente gli interessi marittimi e commerciali veneziani nel Levante.

Nel 1454, con la Pace di Lodi, fu stipulata una convivenza pacifica tra Venezia e gli altri potentati italiani. Bergamo giovò di questa situazione, prosperando e consolidando la propria condizione economica, grazie anche al pluralismo istituzionale e alla storica autonomia garantita dai Veneziani.

Lo sviluppo bergamasco, nonostante la grama condizione delle valli prive di agricoltura e da sempre terre di emigrazione, passava per lavorazione della lana, della seta, estrazione e lavorazione del ferro (famosa la produzione bergamasca di armi bianche) e anche per l’attività casearia e la fabbricazione di pietre per affilare lame). Chi prese la via dell’emigrazione andò a fare il facchino a Venezia e Genova, dove i Bergamaschi costituirono loro rinomate e apprezzate compagnie.

Il governo veneziano approfittò della condizione di pace per fortificare la città di Bergamo e addestrare militarmente i propri cittadini, rafforzando anche il buongoverno e la saggezza caratteristici della Repubblica che assicurarono una certa unificazione e un comune sentire squisitamente bergamasco tra quella che fu successivamente definita come “Patria orobica”.

Nel 1508 si formò la Lega di Cambrais, nata con l’esplicito intento di liquidare militarmente la Serenissima che ostacolava i piani anti-italiani dei potentati stranieri. Si tenga presente che nel 1500, sotto gli Sforza, Milano era caduta nelle mani del forestiero e non fu più indipendente da quel momento.

Venezia si trovò a fronteggiare Francesi, Imperiali, Aragonesi, nonché l’ostilità dello Stato della Chiesa che si aggiunse alla Lega (anche per onorare le famigerate politiche anti-nazionali di San Pietro, maestro di complotti ed intrighi per piegare la nostra sovranità). Venezia era anche fiaccata dall’appoggio bergamasco, ghibellino, alla fazione nemica che brigava per cacciare i marciani e consegnarsi al nemico.

Nel 1509 i Veneziani vennero pesantemente sconfitti ad Agnadello dai Francesi; Bergamo passò alla Francia, con la complicità appunto dei ghibellini della città e del territorio. I Transalpini, carichi di arroganza e prepotenza, amministrarono per due anni la Bergamasca in maniera sconsiderata, e questo dopo le atrocità dovute alla precedente guerra con Venezia.

Chi però rimase fedele alla capitale veneta contribuì a minare il fronte interno dei Francesi assicurando a Venezia un ruggente ritorno appoggiato anche dalla Lega Santissima, di cui faceva parte assieme a Inghilterra, Aragona e Chiesa, nata per cacciare i Francesi dall’Italia.

Nel 1512 Bergamo tornava così sotto la Serenissima. Gli anni seguenti furono però segnati dalla peste, cagionata dal periodo precedente fatto di guerre, miseria, depressione economica e sociale. Ingenti le perdite umane e pesante la crisi in cui il territorio piombò.

Come i rovesci storici insegnano, la Lega Santissima fu lacerata dalle ostilità interne, e dopo che il re di Francia venne liquidato questa si rivolse contro Venezia rimasta da sola. Bergamo finì nelle grinfie degli Aragonesi che si rivelarono ancor peggio dei Francesi. A ciò si aggiunse la calata dell’esercito dell’imperatore Massimiliano, che aggravò la condizione dei Bergamaschi, pur senza occupare la città.

La situazione si risolse solo nel 1516, quando Bergamo tornò a far parte della Repubblica di Venezia grazie alla Pace di Noyon.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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