Bergamo antica

Golasecca nel Bergamasco

Golasecca nel Bergamasco

Le origini di Bergamo sembrano risalire al periodo golasecchiano (dal IX al IV secolo avanti era volgare), quando i celto-liguri Orobi, tribù palafitticola, la fondarono sui colli dove ancora si trova il centro storico della città. La leggenda attribuisce invece al mitico Cydno, re dei Liguri, il solco quadrato tracciato con l’aratro tra il Colle della Fara e quello di Santa Eufemia (ove si trova la Rocca), cioè con un rituale squisitamente indoeuropeo. Probabilmente la verità sta nel fatto che, a differenza delle fondazioni galliche di Milano e Brescia, Bergamo al pari di Como e Lecco si è formata come centro prima delle invasioni storiche transalpine, e per opera di Liguri celtizzati (o di Protocelti) che di lingua saranno stati leponzi. Questo non significa che prima dei Galli a Milano e Brescia non ci fosse nessuno: sia nel capoluogo lombardo che nella città dei nostri cugini orientali c’erano parimenti genti liguri, e la dimostrazione sta nel fatto che a Brescia si trova il Colle Cidneo su cui sorge il Castello cittadino. Un ovvio rimando ai Liguri dunque. E a Milano, come a Bergamo, c’era la Cultura golasecchiana, legata a Hallstatt, quindi gli Insubri.

Nome primigenio di Bergamo, secondo gli studiosi, Barra/Parra, un toponimo forse leponzio che mostra una connessione col ligure barga, “capanna di argilla”, o più probabilmente col celtico barro-, “sommità”, al pari del Monte Barro che si trova nel Lecchese; il fatto è che tale nome si ricollega più facilmente alla località di Parre in Val Seriana che alla città orobica, che invece avrebbe potuto da subito assumere un toponimo similare a quello attuale. Circa “Bergamo”, gli studiosi suddetti pensano ad un’attribuzione cenomane tirando in ballo contatti tra quei Galli transalpini orientali e i Germani per giustificare quello che parrebbe un toponimo germanizzato (Berg-Heim, “casa sul monte”), ma gli studi più recenti sembrano negare una presenza cenomane in città vedendo più favorevolmente un’espansione gallica insubrica, quella del famoso Belloveso. Penso infatti che il nome della città abbia a che fare col teonimo celtico del dio dei monti Bergimus, dove si può ravvisare la radice indoeuropea *bhrg- che indica alture, luoghi elevati. La desinenza -mo- sembra invece un suffisso atto a rimarcare il legame col primo elemento, in questo caso la montagna. Se mai il poleonimo bergamasco ha avuto a che fare con lingue germaniche, questo è potuto accadere solo in epoca medievale, con Goti, Longobardi e Tedeschi del SRI, influendo magari sul nome vernacolare di Bergamo (Bèrghem).

Di sicuro, l’usanza di fondare abitati fortificati in cima ad alture risale proprio agli Ariani, tra cui gli stessi Celti, e la conformazione dei colli bergamaschi non poteva che attirare i conquistatori provenienti dall’Europa Centrale per questioni sia spirituali e culturali (l’elevazione) che ovviamente strategiche. In un modo o nell’altro il toponimo del capoluogo orobico allude proprio all’aspetto geomorfologico del luogo su cui sorse l’antica Bergamo.

Durante l’Età del Ferro si registra un’influenza giusto culturale e commerciale di tipo etrusco, perché non sembra che i Tirrenici abbiano occupato Bergamo e dintorni (a differenza di alcune infiltrazioni umbro-liguri, provenienti dalla Pianura Padana, nelle nostre vallate); piuttosto, da registrare è la presenza di genti retiche nella Bergamasca settentrionale e orientale, imparentate coi Camuni, dunque composte da relitti alpini e mediterranei arianizzati dai Celti. Ad ogni modo questa egemonia culturale etrusca venne spazzata via dalle invasioni galliche del V-IV secolo avanti era volgare, quando Galli “insubrici”, Cenomani, Boi, Lingoni e Senoni irruppero nella Pianura Padana arrivando a minacciare mortalmente la crescente potenza repubblicana di Roma. A Bergamo trovarono spazio i primi, anche se nel suo settore orientale (di là del Serio) non si può escludere una presenza cenomane. Una leggenda vuole che il primo grande saccheggiatore di Roma, Brenno, scacciato da Roma dopo il sacco ed inseguito da Furio Camillo trovasse rifugio nel Bergamasco dove diede il nome ad una località (Breno, odierna Paladina) e venne poi sconfitto ed ucciso dal console romano Manlio Torquato.

La conquista romana di Bergamo risale circa al 200 avanti era volgare, quando i Celti vennero definitivamente piegati e sottomessi, anche se non eccessivamente decimati dal momento che il territorio conservò una certa indipendenza (e ancor oggi si può notare la considerevole differenza genetica tra Nord e Centro-Sud, segno che la romanizzazione fu più culturale che etnica). Ciò logicamente non esclude la deduzione di colonie di Italici e Romani anche nel Bergamasco, fermo restando che il grosso del popolamento orobico era celto-ligure e non propriamente gallico. Il diritto romano venne esteso al territorio di Bergamo nell’89 a.e.v. e nel 75 la città divenne municipio grazie a Giulio Cesare. La riorganizzazione territoriale di Roma garantì sviluppo, benessere, buongoverno, alla città e al suo territorio (il Bergomatum Ager), che vennero inseriti nella Gallia Transpadana assieme alla Lombardia occidentale, parte dell’Italia augustea perno dell’Impero Romano. Prima di questo i Bergomates vennero ascritti alla Gens Veturia, una delle più antiche famiglie romane.

Si ha così la Bergomum romana, municipio fortificato che ottenne la cittadinanza romana nel 49 prima della nostra era, il cui territorio venne bonificato e centuriato divenendo florido; importanti le attività agro-silvo-pastorali e l’estrazione del ferro nelle miniere di alta Val Seriana e Val di Scalve, storico punto di forza dell’economia bergamasca. L’assetto topografico della Bergamo di allora acquisì i tipici caratteri dell’urbanistica romana, appunto: cinta muraria, reticolato stradale, creazione di una ben precisa struttura urbana che integrò i Cisalpini nell’organismo italico. La città venne così dotata di mura, porte, rete viaria, foro, campidoglio, templi, anfiteatro, terme, rete idrica e fognaria. Circa i templi c’è da dire che molte divinità celtiche vennero romanizzate e assimilate dal culto dei Latini, testimoniato da varie lapidi ed epigrafi sparse sul territorio bergamasco.

Si impose l’uso della lingua latina e gradualmente si estinse quella celtica continentale parlata nella Gallia Cisalpina (da non confondere col leponzio), il cui ricordo è rimasto nelle lingue gallo-italiche come fenomeno di substrato. Naturalmente queste non si sono sviluppate dal latino aulico, letterario, utilizzato nei palazzi, ma da quello volgare parlato da mercanti, soldati, missionari, liberti e così via, a seconda del municipio.

Dopo il 100 arrivò anche la cristianizzazione, e nel 290, secondo la leggenda, Sant’Alessandro, patrono di Bergamo, viene martirizzato. La diffusione della nuova fede, la crisi di quella antica, il naturale decadimento della potenza romana imperiale e le incursioni barbariche dei Germani, che premevano ai confini romani incalzati dagli Unni, determinarono la fine dell’Impero Romano d’Occidente, fissata convenzionalmente al 476.

Bergamo seguì le devastazioni dell’Italia da parte di Visigoti, Unni,  Eruli, Ostrogoti e conobbe il dominio di Odoacre sull’Italia così come quello di Teodorico e dei suoi Goti principiato nel 493, ma della Bergamo medievale narrerò nel prossimo articolo.

Advertisements

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
Questa voce è stata pubblicata in Bergamo, Storia e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a Bergamo antica

  1. Rollone ha detto:

    Interessante. Riguardo alla celticizzazione linguistica ed etnica dei Camuni e dei Reti, potresti suggerirmi il nome di qualche studioso che ne parla.

    Mi piace

    • Paolo Sizzi ha detto:

      Liloni, Ciola, Oneto, Ertani, Sansoni-Gavaldo e altri. Circa i Reti consiglio di approfondire il discorso relativo alla Cultura di Fritzens-Sanzeno.

      Mi piace

      • Gianluca ha detto:

        Ertani lo conosco, ho dei libri e ho letto anche altri suoi scritti. Gli altri no, me li procurerò.
        Ma il termine umbro, che leggo su vari scritti, a quale popolazione si riferisce? Agli Umbri scesi in Italia assieme agli altri popoli italici?

        Mi piace

      • Paolo Sizzi ha detto:

        C’è anche Anati, altro importante studioso dei Camuni, e pure la Poggiani Keller. Si riferisce agli Italici umbri, esatto, poiché non si attestarono solo nell’Italia centrale ma innanzitutto riguardarono la Pianura Padana (come Umbro-Liguri) e risalirono le vallate lombarde e piemontesi.

        Mi piace

      • Gianluca ha detto:

        Anati certo! Vero! Ho anche un mega librone sui suoi studi delle incisioni camune.
        Sugli umbri: allora avevo pensato giusto, d’altronde se scesero in Italia dalla pianura ungherese come tutti gli italici, almeno da quello che ho letto, era ovvio che si potessero anche fermarsi prima in pianura padana per poi scendere al sud.

        Mi piace

      • Paolo Sizzi ha detto:

        Certamente: le Terramare e la Cultura protovillanoviana erano di matrice italica.

        Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...