Quel viaggio nell’inferno milanese

Le croci

Croci lombarde

Nel settembre del 2013 e tra l’agosto e il settembre di quest’anno ho potuto toccare con mano, tramite sortite di durata giornaliera, la disastrosa situazione di Milano, capitale lombarda, che sta letteralmente sprofondando sotto i colpi del sistema mondialista e del malgoverno centralista “romano”.

La partenza per questo viaggio verso l’inferno meneghino (si fa per dire, meneghino…) principia alla stazione di Ponte San Pietro (Bergamo), a poca distanza da casa mia; le premesse per un viaggio traumatico ci sono tutte, dal momento che pure in una stazione così piccola le facce, non dico bergamasche ma italiane, europee, si contano sulle dita di una mano. La tratta dura un’oretta e ad ogni stazione che il treno incontra lungo il suo percorso salgono e scendono allogeni di ogni tipo (naturalmente sto parlando di Trenord, di treni regionali, con tanto di disservizi, degrado e vandalismi vari cagionati da chi la Civiltà non sa nemmeno dove stia di casa).

Oltrepassato l’Adda presso il famoso Ponte di Paderno, man mano ci si avvicina alla meta la temperie cosmopolita si fa più intensa, e con l’aumentare del cemento e del grigiore metropolitano aumenta quella sensazione di degrado che è tipica di disastrate realtà travolte dall’internazionalismo.

Il capolinea è la stazione di Milano Porta Garibaldi, e lì la situazione (così come nella metropolitana) si fa drammatica, facendosi palpabili i limiti della società multirazziale, del crogiolo multietnico, e della condizione apolide che viene ad imporsi in una grande città angariata da uno stato senza Nazione come quello italiano attuale, e soprattutto dagli enti sovranazionali che questo stato hanno risucchiato. Logicamente Milano Centrale è anche peggio messa.

Raggiunto il centro di Milano ci si immerge nel carnaio promiscuo fatto di turisti, immigrati meridionali, immigrati allogeni, vagabondi, militari e forze di polizia, spendaccioni e gozzoviglianti vari e non so quanti Milanesi 4/4 siano rimasti in quella caspita di metropoli espansa che ha fagocitato non solo le aree milanesi ma anche quelle limitrofe. I Milanesi etnici rimasti in città sono più che altro borghesi che contribuiscono allegramente alla temperie da sradicati, come novelli untori manzoniani che diffondono la peste globalista tra gran strage di Identità e Tradizione, a suon di italianità di cartapesta e standardizzazione modaiola.

Vi sono ancora scorci, in Milano, ove si possa respirare un minimo di genuinità: il Duomo, i Navigli, Piazza Mercanti, il Castello Sforzesco, il Palazzo Reale e altri angoli interessanti che trasudano storia, ma sono comunque attorniati dalla massificazione, e pure luoghi suggestivi come la famosa Colonna del Verzee sorgono in punti che ormai sono flagellati dallo sfacelo di cui si sta trattando.

Assieme al discorso sulla questione allogena c’è anche quello sulla questione della “Milano da bere” che dopotutto è la fonte primaria del dramma in cui versa il centro principale della Lombardia: l’edonismo, il materialismo, il relativismo, l’anarco-individualismo, l’arrivismo, l’omologazione pecoronica a quella mentalità borghese che ha ridotto Milano ad una città sempre più internazionale e “alla moda” e sempre meno ambrosiana e lombarda, dove i protagonisti della scena sono afflitti da femminismo e omosessualismo (diverse le coppiette omosessuali a spasso per il centro) con tutto ciò che ne consegue.

Per carità, non sto cascando dalle nuvole e capisco bene che Milano non sia Brembate di Sopra, e nemmeno Bergamo, però diamine, io non posso tollerare che nella mia capitale etno-regionale un cognome cinese abbia superato per presenze quelli milanesi, che di Milanesi etnici non ve ne siano quasi più poiché travolti dagli esodi meridionali prima e da quelli allogeni poi, che si arrivi a provare più ostilità per altri Lombardi (ah, il campanilismo) che per gli immigrati, che non vi sia controllo delle presenze allogene che mentre aumentano falcidiano i nativi, che la città sia in balia dell’internazionalismo e del menefreghismo da fashion blogger, che la criminalità (rigorosamente allogena) faccia il bello e il cattivo tempo spartendosi i quartieri della città assieme agli Zingari, e che lo spirito genuino, lombardo, milanese sia stato sostituito da quella mentalità itagliona alla Mediaset che impazza e viene amplificata dai mezzi di comunicazione.

Il socialismo al caviale e la Curia arcivescovile completano l’opera, asfissiando l’ambiente con le balle europeiste e universaliste, dove il Milanese e il Lombardo sono specie in via d’estinzione da internare in uno zoo come bizzarri soggetti ormai irreperibili. Non smetterò mai di denunciare l’esiziale portata del cristianesimo, sia esso propriamente religioso o laico, “filosofico”.

Non si può pensare di amministrare una metropoli come una cittadina, ma non esiste, ripeto, non esiste che questa metropoli debba buttare nel gabinetto secoli di Storia e soprattutto la sua anima, la sua anima gallo-romanza germanizzata baciata dalla romanità, che oggi viene spernacchiata nemmeno fosse una fantasia leghista o una cialtronata concepita da provincialotti barbarici che calano nel capoluogo quasi col trattore.

Milano andrebbe commissariata e governata da un podestà locale, che dunque conosca il territorio e ad esso appartenga per sangue, che faccia l’interesse dei nativi (se non milanesi quantomeno lombardi ed italiani), blocchi l’immigrazione e faccia rimpatriare clandestini e non, stabilisca accordi con le regioni meridionali italiane per permettere il rientro di almeno parte dei Meridionali saliti al Nord, affinché la Lombardia respiri e il Sud si riprenda grazie al ritorno dei suoi figli. Non sottovalutate il problema migratorio poiché esso è veicolo di sfruttamento capitalista, sovrappopolazione, cementificazione e conseguente inquinamento. La sola Regione Lombardia è spaventosamente sovrappopolata ed inquinata, al di là dei problemi etno-culturali che rappresenta una massa cosmopolita di migranti sradicati da casa loro e gettati nelle fornaci mondialiste dell’Europa asservita all’imperialismo americano.

E naturalmente questo podestà locale dovrebbe recuperare lo statuto perduto di capitale morale d’Italia, epiteto ottenuto grazie a secoli di orgoglio milanese che con il relativismo moderno tutto lustrini e aperitivi non ha nulla a che fare. Anche perché a monte non sta certo il fenomeno migratorio e i suoi effetti ma quel rilassamento generale dei costumi, che porta a sputare su Sangue e Suolo, e il malgoverno di uno stato italiano che di italiano ha ormai sempre meno e preferisce obbedire ai suoi padroni d’Oltreoceano piuttosto che tutelare per davvero i suoi cittadini etnici.

La rinascita di Milano e della Lombardia è possibile, ma solo con un’Italia finalmente rappresentata da una federazione etnica coesa dall’unità nazionale incarnata dal presidenzialismo, romano ma non romanocentrico.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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