La Comunità come antidoto al mondialismo

In una società europea occidentale sempre più globalizzata e quindi meticciata, rimescolata, devastata dalla modernità caotica figlia di consumismo e relativismo, sconvolta da inquinamento, cementificazione e sovrappopolazione allogena, l’ipotesi comunitarista appare come un’oasi in mezzo al deserto.

Appare tale in particolar modo, parlando di Italia, in un’area follemente disastrata come il Nord-Ovest, il cosiddetto triangolo industriale, in una situazione in cui il boom economico del dopoguerra e l’affarismo locale (spesso in combutta con le mafie meridionali) hanno tramutato la realtà etno-culturale alpino-padana in un’ecatombe di Sangue e Suolo, immolati sull’altare del materialismo distruttore più spietato. Non parliamo dello Spirito, liquidato in nome del più allettante (per i superficiali consumatori occidentali) edonismo.

Non serve certo la cronaca di questi giorni a ricordarci in che stato pietoso versi la Lombardia; tra esodi meridionali, immigrazione disparata recente, industrializzazione selvaggia e politiche liberali siamo con l’acqua alla gola, e varcato l’Adda la situazione si fa ormai insostenibile. Lo stato si è rivelato un apparato elefantiaco che schiaccia col suo peso le ragioni (sensate) della Lombardia.

Qualcuno crede che la soluzione stia in improbabili indipendenze (di regioni create dallo stato italiano, peraltro), ma a che gioverebbe staccarsi da Roma se si rimane nell’orbita della vera cagione di tutto ciò, ossia l’Occidente capitalista che tanto è amato dagli industrialotti lombardi? Parimenti non ha senso parlare di soluzioni antistoriche tanto radicali, poiché nemmeno sono contemplate dalla coscienza lombarda, da decenni irretita dalle balle leghiste che trovano sponda solo per questioni miseramente economiche. Ma anche riducendosi a ciò furbescamente scavalcate dalla nuova Lega salviniana.

Credo che la soluzione stia piuttosto in una seria presa di coscienza in cui, invece di gettare il bambino (l’Italia) con l’acqua sporca (l’attuale repubblica italiana), si affranchi il sentimento etnicista dalla dittatura del relativismo antirazzista, optando, appunto, tra le altre cose, per un salutare comunitarismo, un interessante strumento derivato dall’ottica socialista nazionale.

Il comunitarismo mette l’individuo in contatto con la propria Comunità etnica, culturale e linguistica, territoriale, stroncando quel malsano individualismo che è frutto di ottuse politiche liberali volte ad esaltare il proprio orticello annichilendo il concetto di Patria, di Sangue, di Spirito. E di famiglia naturale ed endogamica, concetto oggi più che mai sotto il tiro perverso della sovversione relativista.

Mette altresì in contatto con la realtà ambientale della propria terra, tornando a quel salutare connubio di Sangue e Suolo che fa riscoprire il nostro più intimo legame col territorio che abitiamo: il contatto diretto con la Natura fa riassaporare il gusto delle proprie radici, dei propri natali, del proprio destino etnico intimamente legato con gli altri conterranei. E di un’educazione incontaminata, libera da legacci ideologici, da impartire alla prole.

A fronte di una Milano, metropoli espansa, senz’anima, radici, valori etno-culturali, polverizzati dall’attuale temperie mondialista, le Comunità si contrappongono con tutta la loro vitale carica identitaria e tradizionalista, corroborando il senso d’appartenenza e rappresentando quella riscossa etnica necessaria per riprendersi le proprie terre e affrancarsi dalla bacata mentalità conformata al sistema attuale. Un sistema demoniaco fatto di nichilismo valoriale senza freni, in cui il corpo estraneo non è più l’allogeno ma l’indigeno, alienato nella propria stessa casa, regalata da questo stato senza Nazione al peggior parassitismo universalista.

Attenzione: l’esaltazione del comunitarismo non significa ritirarsi nel “ridotto alpino” abbandonando ciò che ci appartiene, le città, ai nostri nemici, ma significa immergersi in quella dimensione perduta che permette, tra le altre cose, di ricordarci chi siamo e di focalizzare amici e avversari.

La dimensione comunitaria acquisisce ancor più senso se si considera anche l’esiziale portata dell’Europa ridotta a UE e succursale degli Stati Uniti d’America; tra sovrappopolazione, inquinamento, cementificazione, industrializzazione folle, disboscamento, avvelenamento del territorio, politiche energetiche sbagliate, il quadro non è affatto roseo ed è chiaro che o si inverte la rotta o siamo destinati ad una catastrofe. E se pensiamo a città come Torino, Milano e Genova i brividi corrono lungo la schiena.

Comunque, anche senza abbandonarsi al catastrofismo (e abbandonare il governo del territorio al nemico, ovviamente), la necessità del contatto con la Natura è da sempre fondamentale, proprio per non dimenticarsi della nostra peculiare Identità. Il rapporto stretto tra Comunità e monti, valli, colline, contado, laghi, mare e via dicendo si riallaccia anche a quella smarrita pietas indoeuropea che i nostri arii Padri ci hanno trasmesso. Nella realtà storica lombarda due fondamentali popoli come Liguri e Celti hanno lasciato un retaggio certo intriso di questa sensibilità, anche se attualmente è rimasto confinato alle aree più rurali delle nostre contrade.

Anche il recupero della dimensione spirituale appare sempre più importante in un’Italia ridotta a discarica di disvalori occidentali, dove una gioventù sempre più smarrita si nutre avidamente del pattume americanoide, ma questa dimensione spirituale non è solo o prettamente religiosa, è anche culturale. Lo studio di usi, costumi, etnia, lingua, tradizioni, gastronomia è Spirito, è preservazione del proprio lignaggio, ferocemente minacciato d’estinzione dalla temperie globale apolide e meticciata.

Etnonazionalismo federale e socialismo nazionale in politica, comunitarismo nella vita di tutti i giorni. Anche senza concrete comunità “isolate” (che sarebbero comunque un toccasana) il comunitarismo si porta avanti, anzi si deve portare avanti, nella vita quotidiana, rinforzando la solidarietà etno-nazionale, il cameratismo, l’amore per la propria eredità.

Non è un merito nascere lombardi, italiani, europei, caucasoidi bianchi indoeuropei: è un dono. E come tutti i doni va custodito gelosamente e tramandato di generazione in generazione, in barba a tutta l’odiosa depravazione che ci circonda e avvelena il nostro presente e il nostro futuro.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2015/06/la-comunita-come-antidoto-al-mondialismo.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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