Il rispetto per l’unità passa per quello della diversità

Uno dei più grandi errori, dei più grandi fallimenti, di questa entità statuale, è stato quello di riversare, nel secondo dopoguerra, milioni di Meridionali nel Nord del Paese.

L’immigrazione di massa è sempre sbagliata, perché porta ad uno stravolgimento etnico, culturale, sociale del territorio preso d’assalto, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: il cosiddetto triangolo industriale compreso tra Milano, Torino e Genova, è un’immensa colata di cemento e asfalto, caratterizzata da sovrappopolazione, inquinamento, distruzione dell’ambiente, degrado, criminalità, e perdita delle radici etno-culturali tipiche del Nord-Ovest italiano.

Una situazione catastrofica che è inoltre cagione di guerre tra poveri, locali e meridionali, nonché di sfiducia verso l’Italia unita, di tensioni tra padanisti e meridionalisti, ma anche più genericamente tra Nord e Sud.

Intendiamoci: se l’immigrazione si materializza in esodi è colpa di chi attrae non tanto di chi emigra; se milioni di Italiani del Sud si sono diretti verso le terre del Po è stato perché gli stessi che oggi calamitano allogeni (industriali senza scrupoli, liberali e progressisti, preti) hanno voluto spopolare il Meridione per riempire il Settentrione, con lo scopo di far battere cassa alle varie Fiat, Breda, Ansaldo, Alfa Romeo, Falck e via dicendo.

Ma io mi chiedo: perché, invece di meridionalizzare il Settentrione scatenando esodi, non si è voluto industrializzare il Meridione? Perché non si è promossa la riscossa del Sud, a casa sua, spezzando le gambe alle mafie e ad altri atavici vizi? Perché non si è dato impiego in loco ai Meridionali dandogli fiducia invece di sfiduciarli portandoli ad abbandonare le loro terre? Ci rendiamo conto del danno del fenomeno denunciato in apertura?

Il problema è risaputo ed è la natura fallimentare di questo stato nazionale, che se avesse preso da subito una seria piega federale non sarebbe certo messo male come oggi è.

Il problema è anche il sordido intreccio tra mafie, boiardi di stato, camerieri in giacca e cravatta e industriali corrotti del Nord, che inquadrano gli Italiani come carne da macello da sfruttare, e poco importa a loro se tutto ciò ingenera disfattismo, tensioni, rabbia, insoddisfazione verso Roma: l’importante è fare soldi, così come s’addice ad una perfetta colonia americana.

Vedete amici, l’Italia può funzionare, come stato unitario, solo se rispetta ogni Identità peculiare del territorio. E per farla funzionare serve etno-federalismo. Qualcuno potrà pensare che sarebbe troppo dispersivo, proprio in virtù della diversità italiana, e che sarebbe meglio tornare al Fascismo. Non sono d’accordo: non esistono Italiani tutti uguali, monolitici, omogenei da Nord a Sud; soprattutto esiste un limpido stacco tra Nord e Centro-Sud, tra mondo galloromanzo, occidentale, e mondo italo-romanzo sud-orientale. Se ci diciamo identitari non possiamo passarci sopra e parlare di un’Italia SOLO figlia di Roma. Roma è un ottimo collante, una coesione prestigiosa tra le varie parti della Penisola, ma non è l’unico nostro retaggio.

In Italia esistono palesi differenze etniche, non esiste un’etnia italiana granitica. Proprio per questo la perniciosità degli esodi meridionali è stata doppia: fenomeno di massa e fenomeno che ha portato ad uno scontro tra genti etnicamente diverse, per quanto accomunate dall’italianità.

L’Italia esiste ed è caratterizzata dal mondo sud-europeo, mediterraneo, italo-etrusco-romano, che riguarda anche il Settentrione. Non esiste un Nord Italia mitteleuropeo, è anch’esso Europa meridionale, nonostante qualche sacca del Nord-Est.

Eppure è una realtà nazionale eterogenea (certo, non a livelli indiani, intendiamoci) che ha raggiunto il processo di unificazione tardi rispetto a Francesi e Spagnoli, ad esempio, ritrovandosi in mezzo ai piedi costantemente il corpo estraneo vaticano che ostacola la nostra unificazione da secoli, e da secoli ci tira i forestieri in casa.

Le cose sarebbero certo state diverse se l’unità fosse stata raggiunta prima del 1861, ma così è andata e dobbiamo pagarne ancora adesso le conseguenze. E dobbiamo imparare a non vedere il Nord come terra di conquista di chiunque, e il Sud come la discarica del Nord. Pensate se invece di scatenare la diaspora meridionale avessero promosso l’industrializzazione del Mezzogiorno: avremmo un’Italia ben più ricca, competitiva, unita, avanzata, coesa e solidale, rispetto ad oggi.

Non vorrei mai, ad ogni modo, che qualcuno vedesse una maledizione nell’eterogeneità italiana. Essa è una ricchezza, una ricchezza da preservare anche in nome di quanto unisce. Per questo ho rigettato l’indipendentismo, perché esalterebbe solo quello che divide e non quello che unisce facendo così un torto al retaggio italo-etrusco-romano-mediterraneo di tutti, e finendo per fare il gioco di chi vuole un’Italia a pezzi per tornare ad uno scenario pre-unitario. Francia o Spagna basta che se magna insomma, una cosa che caratterizzò anche il Ducato di Milano.

Investiamo sull’etno-federalismo, e mettiamo da parte le tentazioni indipendentiste o neofasciste. L’Italia esiste, non può essere ridotta ad uno stato che la vilipende, ed è diversificata. Ricchezza, non maledizione, da preservare con ogni mezzo. E mi si consenta di dire che è una priorità per il nostro Settentrione, dal momento che il Nord-Ovest, in particolar modo, si sta estinguendo sempre di più, travolto dai migranti di ieri e di oggi e dal collaborazionismo auto-genocida degli stolidi indigeni, meticciati nel cervello dai nefandi miti “umanitaristi” di matrice occidentale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2015/04/il-rispetto-per-lunita-passa-per-quello-della-diversita.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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12 risposte a Il rispetto per l’unità passa per quello della diversità

  1. Uno che passava di qua ha detto:

    >Perché non si è promossa la riscossa del Sud, a casa sua, spezzando le gambe alle mafie e ad altri atavici vizi? Perché non si è dato impiego in loco ai Meridionali dandogli fiducia invece di sfiduciarli portandoli ad abbandonare le loro terre?

    Mancanza di infrastrutture al sud e posizione geografica vicina ai mercati europei.

    Per il resto, concordo con l’articolo.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Sì, erano domande abbastanza retoriche: essendo al Nord la maggior parte della grande industria, i ricchi capitalisti locali hanno voluto sfruttare la manodopera meridionale, lasciando di fatto il Sud nell’arretratezza e nella disperazione. Grave pecca che dà argomenti sia a leghisti che meridionalisti, mandando in soffitta le serie politiche di riscossa nazionale.

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      • Uno che passava di qua ha detto:

        Paolo, apprezzo la tua svolta italianista e la volontà di difendere i meridionali, ma guardiamo in faccia la realtà: l’arretratezza del sud è una questione culturale che ha radici posteriori all’unità d’Italia. Da quelle parti si praticava il feudalesimo fino all’altro ieri e la Chiesa aveva più potere spirituale che nei suoi domini pontifici. La mafia nasce dal brigantaggio che altri non fu che un movimento di resistenza all’invasore. Tuttoggi, tu che ti preoccupi tanto dei padani, essi non sono altro che macchiette rispetto ai neo-borbonici e all’insofferenza del Meridione verso lo Stato (guarda Grillo dove ha preso i voti). Loro non vogliono la modernità e/o non ne sono pronti. Serviranno secoli; uno e mezzo fortunatamente è già passato.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Credo che nel Mezzogiorno servirebbe un po’ di nerbo per mettere in riga quelli che remano contro il suo sviluppo, e che lo appesantiscono con le mafie e la criminalità. Ma allo stesso tempo urge dare una configurazione federalista alla repubblica, e riscrivere la “sacra” Costituzione plasmata da Dc e partigiani. Sappiamo tutti che in Italia ci sono diverse differenze etniche dovute alla sua storia, ma non possiamo mandare in malora quanto di buono nei secoli si è fatto per dare un’ossatura culturale e politica al Paese, e promuovere un minimo di orgoglio patrio. Se il Sud si sviluppasse e battesse la sua annosa crisi sarebbe meglio per tutti, e la stessa Italia (che oggi conta essenzialmente per il Centro-Nord) sarebbe decisamente più ricca, florida, forte e influente.

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      • Uno che passava di qua ha detto:

        Servirebbe nerbo, concordo. Non a caso durante il ventennio le cose andavano molto meglio da quelle parti.

        P.S. Nel commento precedente intendevo “anteriori all’unità”.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Il Sud è un chiaro impasto etnico, genetico, culturale, ambientale, geografico differente dalle altre parti d’Italia, e questo comporta certo tutta una serie di fattori sociali non sempre positivi. Ma avendo un esercito, meglio sarebbe impiegarlo laggiù che in giro per il mondo a lustrare gli scarponi americani. D’altra parte il Sud rimane una parte irrinunciabile dell’Italia, dal momento che lo stesso etnonimo italiano è nato nella profonda Calabria italica colonizzata dai Greci/Italioti.

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      • Uno che passava di qua ha detto:

        Solo l’esercito non credo basti. Ci provarono i piemontesi con la Legge Pica, ma – nonostante i successi “militari” – i risultati furono modesti. Lo stato fascista riuscì meglio perché, in quanto totalitario, andava a colpire il modo di vivere e la mentalità della popolazione. Mi rendo conto che fare questi discorsi ad un federalista possa sembrare poco rispettoso delle culture locali, ma secondo me, se si vuole conciliare il sud con il nord, qualcuno deve rimetterci.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Non si tratta comunque di meridionalizzare il Nord (cosa ahimè accaduta) o nordicizzare il Sud, ma di promuovere lo sviluppo del Sud anche con il pugno di ferro, perché sarebbe anche ora di piantarla con le magagne del Sud che costano care al Nord. Dal momento che un’Italia unitaria esiste comunque da millenni, sarebbe una sconfitta abbandonare il Sud a sé stesso, pertanto il Sud deve capire che o finalmente si sveglia e impara a camminare con le proprie gambe oppure va commissariato.

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      • Uno che passava di qua ha detto:

        L’Italia millenaria però fu unita sotto l’egemonia romana (non romanesca), cioè bene o male quello che propongo io. La mentalità borbonica (che è poi quella da cui deriva mafia, familismo, assistenzialismo, ecc) è ormai radicata da secoli e rappresenta in toto la cultura meridionale. Se vuoi cambiare il sud, devi debellare la sua cultura.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        La mafia potrebbe anche derivare dagli strascichi lasciati dagli Arabi (in Sicilia, ovviamente). Ma il Sud comunque deve cambiare mentalità laddove comporti degrado, criminalità, parassitismo; anche il Nord deve cambiare mentalità, laddove comporti bigottismo, ottusità, spregio dei valori in favore di nichilismo, relativismo e consumismo, culto assoluto del lavoro e totale indifferenza verso le istanze identitarie. Il Sud è attanagliato dal degrado materiale, il Nord da quello morale.

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      • Uno che passava di qua ha detto:

        Però qui arriviamo al fulcro del discorso: come la cambi la cultura, sia del nord che del sud, laddove sia giusto cambiarla, senza una spinta centralista? Qualcuno deve indirizzare quel cambiamento e non puoi aspettarti che sia spontaneo. Perché finchè parliamo a livello teorico sono tutti buoni propositi, ma nella pratica è diverso. A questo proposito mi piacerebbe conoscere le tue idee, se magari avrai voglia di farne un articolo, riguardo a come organizzeresti lo Stato. Perché se vuoi un vero federalismo (e non una secessione mascherata) non puoi ignorare i problemi delle altri componenti nazionali; il riscatto del nord passa anche dal sud e viceversa (per dirla in parole povere, non puoi “rimpatriare” i meridionali finchè il meridione non raggiungerà lo stesso livello di benessere, sociale ed economico).

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        A me non interessa la secessione, né mascherata né palese, è solo una perdita di tempo che rischia di promuovere disfattismo e fare il gioco dei forestieri, proprio come quando l’Italia pre-unitaria era a pezzi. Io sono per un federalismo etnico presidenziale, dove ci sia una autorità centrale che faccia rispettare l’Italianesimo alto, ario-romano, e che faccia da sintesi tra le posizioni regionali per garantire comunque l’unità e la coesione tra le parti della Penisola. Proprio perché un’Italia esiste la capitale deve rimanere a Roma e deve esserci una forma di governo che sappia imporsi dove serve.

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